La teologia politica di Carl Schmitt. Di Giuseppe Moscatt.

Il filosofo e politologo Carl Schmitt.

1. Il contesto storico-politico della sua prima importante ricerca.

La ricorrenza più che centenaria di un breve scritto giovanile del filosofo Carl Schmitt – Die Diktatur (Il dispotismo), 1921 – riapre  la discussione mai conclusa su questo pensatore, tanto più che tale saggio di filosofia della storia inquieta e divide la critica fin da quell’epoca. Natalino Irti – su Il sole 24/ore del 26.10.2021 – ricorda magistralmente la lettura che Schmitt diede del collaudato tema di filosofia politica fra Storia e Dottrina dello Stato, ricostruendo figure mai così reinterpretate, abbinando concetti politici a despoti della storia, per esempio il Cesarismo, il Bonapartismo, lo Zarismo, l’Autocrazia e addirittura la Democrazia reazionaria, oggi ben delineati da fatti storici ancora in atto.. In altre parole una rassegna di personaggi storici e di filosofi, da Cesare Augusto a Lenin, passando per Machiavelli, Hobbes, Rousseau, Hegel, Marx e Bismarck. Percorso che Norberto Bobbio a più di cinquanta anni riprende col suo notevole studio sulle “Forme di Governo” del 1976, mio personalissimo maestro di studi universitari. Sia Schmitt che Bobbio per un  momento convergono su tre caratteri di quei i Regimi totalitari: una Persona al comando dei tre poteri dello Stato;  il consenso popolare e la centralità della funzione di Governo. Schmitt per primo attualizza questi profili nel cap. VII: di fronte alle evidenti carenze nella concreta realizzazione della freschissima Costituzione di Weimar (1918, cioè la Repubblica, nata dalle ceneri dell’Impero Guglielmino, notoriamente dilaniata da tensioni sociali che ne minavano la continuità e la forza governativa), Carl si trova già a disquisire di “Stato d’assedio”, che imponeva la legge marziale motivata dallo stato di eccezione e di necessità. E qui, una prima sua osservazione: non è che tale situazione di instabilità sociale – e quanto lo era  la Germania spaccata dalle violenze spartachiste e dalle rivolte militari dei generali filonazionalisti – corrispondeva alla legittima difesa  bellica? Ma vediamo qualche tratto dalla sua gioventù nato a Plettenberg nell’Alto Reno, di famiglia contadina piccolo borghese, numerosa ma non povera; divenne giovanissimo assistente di filosofia politica dopo anni di militanza nell’azione cattolica quando tale associazione combattè con asprezza le equivalenti associazioni giovanili evangeliche legate alle grande borghesia protestante urbana  e industriale. Nel 1921 scrive il libro in esame e ottiene la stabilità all’Università di Greifswald e già nel 1922 succede al famoso giurista Rudolf Smend a Bonn, assumendo la cattedra di ordinario di Diritto Pubblico. Nei 6 anni successivi – i momenti migliori della Repubblica, di decollo economico e sociale dovuto alle capacità politiche e tecniche del ministro Stresemann che seppe mitigare le pretese nazionaliste francesi e che conquistò la finanza nordamericana ottenendo intelligentemente capitali che vennero ben investiti nella ricostruzione postbellica – Schmitt osservò l’uscita del Paese dalla prima grande crisi inflattiva e la ripresa occupazionale, mentre poco a poco gli attentati politici andavano attenuandosi (dopo il 1922 che vede il gravissimo omicidio politico di Walther Rathenau, padre della Nuova Repubblica e il 1923, l’anno del fallimento del famoso “Putsch” di Monaco), mentre andava chiarendosi l’interpretazione del famoso art. 48 della Costituzione, posto a salvaguardia dell’Ordine Pubblico e da lui  inteso come lo scudo più forte per ripristinare la legalità, anche a costo di limitare i diritti politici  e dunque in deroga alle leggi vigenti. Lo spirito del Dritto Romano, dove la legittimità dello Stato era data al Dittatore, unico titolare dei poteri, qui riattivato proprio nella figura del Presidente della Repubblica. La sua funzione di sospendere  i diritti politici e gli Organi Parlamentari gli deriverebbe dall’essere Custode della Costituzione, anche in virtù della sua elezione diretta da parte del popolo. E il successivo opuscolo ad uso universitario – La crisi del Parlamentarismo odierno (1923), connesso alla innovativa “teologia politica” – fece innalzare ad un tratto l’attenzione critica nel suo pensiero soprattutto per le discussioni che questo seconda “performance“ ebbe proprio in campo teologico- cattolico.

2. I limiti della polemica.

Era evidente una consolidata radice teologica e biblica emergente progressivamente dalla sua Dottrina dello Stato che andava consolidando negli anni di Bonn. Il salto di qualità che ormai lo qualificava fra gli studiosi del settore fu proprio quello di svalutare la scuola giuridica sociologica fra gli studiosi del settore e che un suo collega contemporaneo – Hans Kelsen – aveva invece indicato come la maggiore tutela dello Stato da attacchi autoritari. Schmitt non credeva cioè che l’accentuare della forma gerarchica delle fonti del Diritto e la onnipotenza della Legge favorissero la stabilità democratica. Un anticorpo siffatto, incatenato a una norma rigidamente stilizzata e valida per tutte le stagioni – come voleva Kelsen quando redasse la Costituzione austriaca del                   1920 – veramente poteva essere un baluardo a difesa dello Stato? Il determinismo socio politico che reggeva quel sistema non soffocava forse la volontà popolare e non limitava – a dire di Schmitt – piuttosto la vita regolare della Nazione? Rileggendo l’idea di “volontà di tutti” del Rousseau, Schmitt risalì a S. Agostino e alla sua “Theologia civilis” del  De Civitate per controbattere le accuse di tirannofilia che Kelsen  gli oppose negli anni più difficili della Repubblica di Weimar (1929-1933). E’ nota l’interpretazione liberal socialista del Kelsen e la scuola sociologica formalista, che trovò in Bobbio e in Croce due filosofi ideologicamente improvvisamente alleati contro la teoria teologico\politica di Carl, molto frettolosamente accusata di essere filo-nazista. Ma il Nostro autore ricordava di avere dalla sua parte non solo il culto pubblico classico dell’offerta agli Dei della persona del Re come sacrificio per la salvaguardia della città; ma anche il moderno Vico che nella sua Scienza nuova aveva indicato la Provvidenza Divina come la suprema fonte della vita sociale, tale da conseguire l’incivilimento e la ricchezza della società, le quali quindi sarebbero strettamente connesse alla politica in nome di Dio. De Maistre e Burke, negatori della Rivoluzione Francese e della democrazia parlamentare inglese, avevano perseguito tale ideologia proprio nel loro consenso alla “Dittatura”, tanto da influenzare il romantico Mazzini, la cui idea risorgimentale di “Nazione” aveva indirizzato il suo modello politico verso Dio e Popolo, in radicale avversione al modello politico giacobino, dove primeggiava la separazione laica fra Religione e Stato. Una metafisica dello Stato, del Diritto e della Politica, dove la Sovranità dello Stato, del Diritto, della politica, altro non era che la Prima Persona delle Trinità Cristiana. La legge diveniva quindi un valore di Fede, il catechismo come Codice Civile, il Decalogo biblico, il Codice penale. Invero, così scriveva: Ogni filosofia morale deriva da una Regola superiore Divina, che poi necessariamente produce effetti concreti …Anzi tale connessione temporale incide nella vita dello Stato … e così la fonte del Diritto è Dio stesso. Non c’è chi non veda in questa presa di posizione così radicale cristiano – cattolica la reazione al “Kultur-Kampf”di Bismarck del secondo Ottocento, dove lo spirito laicista e la cultura protestante avevano accolto la separazione fra Politica e Religione, proprio per interrompere il legame gerarchico col Vaticano, difensore anche a livello locale dell’associazionismo politico cattolico, divenuto sostenitore della Repubblica di Weimar. Anzi, Hans Kelsen nella polemica or ora citata, già fin dal 1905 – e poi nel 1929 – aveva reinterpretato il De Monarchia di Dante, dove il Fiorentino si sarebbe soffermato sull’analogia fra il monoteismo ebraico cristiano e lo Stato Sovrano hobbesiano, espressione comune di un’Autorità Assoluta secolarizzata nel popolo con l’obiettivo della difesa del Bene Comune. Di qui, anche un passaggio inusitato, la trascendenza che si fa democrazia, un passaggio da Dio al Popolo, la forma del quale sarebbe lo Stato moderno. Solo che Kelsen in ciò vedeva la crisi del Principio di Autorità, stante la dispersione della stesso nei tre poteri dello Stato. Invece Schmitt ne era consapevole, nella misura in cui il garante dello Stato rimane il Re, accentratore degli stessi Poteri. Ma ad insorgere a tale “retroattività del pensiero politico”, fu un altro illustre pensatore, Max Weber, che si schierò nettamente col Kelsen. In un altro coevo saggio di maggiore fortuna, Il politeismo dei valori (1917), il sociologo viennese aveva rilevato come la società di massa avesse cambiato il concetto di democrazia classica, fondata sul dominio della maggioranza sulle minoranze. E che quindi la nuova democrazia dovesse piuttosto fondarsi su un consenso più ampio, magari avalutativo come quella Legge generale e astratta che Kelsen invocava rispetto ai valori cristiani dello Schmitt. Il ritorno alla Religione di Stato era ormai superato e dunque si poteva correre il rischio della “teologia di parte”, oppure dalla politicizzazione della Fede. Ecco svelata la causa delle interpretazioni critiche del pensiero dello Schmitt, un presunto tentativo di rilegittimare ”l’assolutezza del Re” e quindi di decostruire il Parlamentarismo borghese a vantaggio del Partito del Popolo, voce della maggioranza etnica all’interno delle Nazione. Era l’eterna diatriba che veniva aggravata dalle simpatie di Schmitt per il nascente Nazionalsocialismo che domandava la fine del Parlamentarismo, visto come un sistema logoro e superato dal consenso di una ambigua prevalenza razziale sul territorio. Decadenza altresì della ideologia socialista che Kelsen aveva patrocinato nella redazione della costituzione austriaca orientata al pluralismo partitico, nonché ad una rigida separazione dei poteri garantita da una Corte Costituzionale che impediva fughe di minoranza nella gestione del Governo. Del resto, la apparente vittoria di Schmitt, che ebbe nello Stato Nazista un consequenziale sbocco del suo pensiero conservatore e antidemocratico, non ebbe mai il consenso unanime degli storici laici: da una parte, Kantorowicz, in una sua poderosa ricerca del 1957, quasi ripudiando la comune simpatia per lo Stato nazionalista, conveniva come la teologia cristiana sicuramente si era trasferita nella figura dello Stato. Ma non era del tutto certo della stretta analogia che Dante e i giuristi tedeschi a lui coevi l’accettassero veramente e che di tale apparente discendenza non adombrasse la ricerca di una terza via, quella del potere Comunale che cresceva all’ombra dei due colossi della sovranità medievale. Di più: Romano Guardini nella corrispondenza diretta con il filosofo di Plettenberg in merito al suo saggio nel 1926 – L’opposizione creativa – rivendicava la figura storica della Chiesa come “complesso degli opposti”, dove  la mediazione fra gotico-tedesco e cattolicesimo-romano, era scomparsa per il filosofo tutto a vantaggio del Sovrano che erediterebbe lo scettro divino. Cosa che si ricomporrebbe nella Chiesa Universale Popolare, luogo spirituale in cui la grazia divina illumina ogni componente della ecclesia, cioè la mediazione degli opposti in Gesù Cristo, il Figlio della Trinità e dove lo Spirito Santo altro non sarebbe che la pluralità di valori che la norma giuridica laica vuole ricollegare ai casi della vita comune.

5. Teologia e politica, un connubio veramente  improponibile?

Guardini ebbe una prontezza fenomenale nel criticare teologicamente le note conclusive dello Schmitt, qualificando lo spirito cattolico di quel filosofo fosse tardo medievale e che la morale da lui rievocata, da Tertulliano ad Agostino, non poteva essere quella di Tommaso, né quella del cardinale Newman o di Gioberti. Tutti erano stati cristiani, ma tutti erano stati diversi fra loro nel modo in cui veramente si erano rapportati al quotidiano. E quindi la relazione colla fede cattolica, pur mutando nel tempo, restava coerente nei valori assoluti, di Speranza, Carità e Fede in Cristo. Tale fermo atteggiamento come poteva conciliarsi con uno spirito laico che guardava all’Impero Romano e al suo diritto della forza? Al suo netto superamento delle forme rappresentative democratiche? Di qui la critica profonda ai cristiani tedeschi, a quella frangia di fedeli maggioritari legati alla terra e al sangue, che vedeva nel Popolo il Sovrano Assoluto, dove il Führer era il Dio sceso in terra. Insomma, Schmitt considerava il Cristianesimo delle origini come una struttura fissa, una gabbia precostituita, non un paio di occhiali per interpretare il mondo che mutava. In ottica cristiana quindi rimaneva non negoziabile la Rivoluzione Cristiana, ma di fronte ai mutamenti della storia e quindi della tecnica e dell’economia, la teologia doveva dare una risposta adeguata. Tornare all’antico Diritto Romano, considerare l’altro un nemico e non un avversario politico; addirittura riproporre la secolarizzazione della Chiesa attraverso formule conservatrici dell’impero classico; perfino paragonare Costantino a Hitler, tanto per estremizzare la formula di Schmitt; per Guardini era un pericoloso tentativo di giustificare le aporie del nazionalismo, se non anche di coprire il suo palese Paganesimo. In altri termini, la creazione di una “Teologia Politica” era un rimedio peggiore del male. Invece Guardini rispolverava Pascal sul tema  dei dogmi vivificati dal quotidiano, dove l’autonomia del Politico ritrovava il suo spazio secolarizzato senza invadere  l’area dei valori della fede. Dialogo democratico fra Valori, non scontro finale, come sembrava proporre la logica di Schmitt. La storia e il Concilio Vaticano II daranno vittoria alla tesi di Guardini e le posizioni conservatrici di Schmitt sembreranno perdenti e comunque la sua eccentrica teoria delle origini romano cristiane del nuovo Reich tedesco, fu una deformazione interpretativa perversa che per molti anni penalizzò questo grande giurista, che invece andrebbe depurato dalle sue ambivalenti simpatie autocratiche e che invece andrebbe riletto come  un innovatore per superare le difficoltà istituzionali che oggi ci affliggono.

Bibliografia:

Per la biografia di Carl Schmitt, vd. Carl Schmitt, risposte a Norimberga, a cura di  HELMUT QUARITSCH, Laterza, Bari, 2006, specialmente sulla sua adesione al partito nazista.

Sulla Teologia politica e sulla sua polemica con R. Guardini, vd. Romano Guardini, autonomia della vita  e conoscenza effettiva, MASSIMO BORGHESI,Milano, Jaca Book, 2018, pagg. 45 e ss. Per quanto riguarda poi il giudizio di Kantorowicz, cfr. I due corpi del Re, l’idea di regalità nella teologia politica medievale, ed. Corriere della sera, collana “Medio Evo”, a cura di F. CARDINI, Milano  2021, pagg.182-193, dove lo storico tedesco distingue i profili teologici da quelli politici nell’ottica di Federico II di Svevia, Imperatore che Kantorowicz indicò come il punto di mediazione fra i due soli del mondo medievale.

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