La strategica regione del Donbass. Il perché della sua importanza. Dall’antichità alla conquista tedesca del 1941 e alla sfida attuale tra Ucraina e Russia. Di Lorenzo Utile.

Truppe tedesche a Kharkov, 1941.

Una lunga storia di invasioni 

Le prime tracce di civiltà organizzata in Ucraina risalgono a circa 4.600 anni fa, con la cultura Cucutena, lungo il bacino Dnepr-Dnestr, fiumi che garantivano la sopravvivenza. Fu poi la volta della civiltà Jamna, quindi della diversificazione in numerose popolazioni che furono sottomesse dai Cimmeri, ai quali seguirono Sciti, Sarmati, Jazigi, Rossolani, poi l’impero Romano, i Goti e gli Unni intorno al 370. Il potere passò agli Avari fino alla creazione, proprio nell’odierno Donbass, del khanato dei Bulgari, soppiantati da Cazari, poi Magiari e Peceneghi. Fondamentale fu poi il periodo dei Variaghi della Rus’ di Kiev e dell’unificazione dell’882 sotto il potere di re Oleg (845-912), che fece di Kiev la capitale del regno e punto focale dei commerci fra Baltico e Mar Nero. All’epoca le merci più ricercate erano pelli, miele, cera, zanne di tricheco e schiavi. 

Nel 988 la Rus’ di Kiev fu travolta dal cristianesimo ed ebbe inizio l’influenza bizantina, specialmente con l’infiltrazione della chiesa ortodossa nelle stanze del potere. Fu questa l’epoca in cui si comincia a parlare di Ucraina come entità sovrana, con le prime vere invasioni esterne come quella dei Cumani. 

All’inizio del 12° secolo la regione conobbe un periodo di decadenza: probabilmente a causa di tassazioni troppo elevate, di conflitti fra nobili e nuovi attacchi di popoli nomadi confinanti. Dal 1054 la Rus’ di Kiev cominciò a disgregarsi in principati indipendenti, fra cui Galizia, Volinia, Novgorod, Kiev, Cernikov, e il nome Ucraina appare per la prima volta nei registri ufficiali a indicare il territorio sottoposto all’autorità di Perejaslav. 

Nel 13° secolo arrivarono i Mongoli, la capitale fu devastata, i principati furono sottomessi e obbligati a pagare pesanti tributi, fino alla nascita del khanato dell’Orda d’Oro nell’odierna Ucraina occidentale. 

Nella seconda metà del 14° secolo l’Ucraina fu conquistata dal granduca lituano Vitold (1350-1430), e alla fine del 15° secolo avvenne la grande migrazione dei Kozak, popolazioni nomadi delle steppe (da cui deriva il termine “cosacco”). 

Nell’età moderna la maggior parte del territorio era ripartito, secondo confini che si sono modificati nel tempo, fra Granducato di Lituania, Moscovia (poi impero russo), e khanato di Crimea, vassallo dell’Impero ottomano. 

Fra rivolte popolari, intrighi di palazzo, alleanze e tradimenti, come del resto nelle vicende di tutte le civiltà, l’Ucraina giunse alla seconda metà del ‘700, quando entrò a far parte dell’impero degli Zar con la sottomissione e la feroce repressione di Pietro I il Grande (1672-1725) e la conquista di Caterina II (1729-1796). 

Per la posizione geografica, l’Ucraina ha poi giocato un ruolo importante nelle guerre fra l’Europa orientale e l’impero Ottomano, che a seguito di ripetuti conflitti con l’impero russo, fra il 1774 ed il 1784, dovette cedere il khanato di Crimea alla Russia. 

Con la Rivoluzione del 1917 ebbe inizio fu un lungo periodo di guerra civile e anarchia, fu proclamata la Repubblica Nazionale dell’Ucraina Occidentale, mentre nell’area appartenuta all’impero russo si scontrarono la Repubblica Popolare Ucraina con capitale Kiev, e Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina con capitale Charkov. La Repubblica di Kiev fu poi riconosciuta dalla Germania, che ne impose il riconoscimento ai Bolscevichi nel trattato di Brest-Litovsk. Seguirono anni di deportazioni, lotte intestine, e nel 1922 l’Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell’URSS come Repubblica Socialista Sovietica. Fra il 1929 e il 1933 la collettivizzazione forzata provocò la morte di milioni di persone (Holodomor, il genocidio ucraino) poi nuove deportazioni (espulsione dei “Kurkula”, 1930-36) e quindi l’invasione nazista. Oltre 30mila ucraini si arruolarono nelle Waffen-SS in funzione antisovietica, collaborando anche all’olocausto. In questo contesto si inserì anche l’attività nazionalista dell’Esercito Insurrezionale Ucraino contro l’Armata Rossa.  

Il Reichskommissariat Ukraine 

Quello dell’occupazione nazista fu certo il periodo più drammatico della storia ucraina, a parte forse quello attuale, e certo evidenzia il ruolo che il Paese aveva, e ha attualmente, nella strategia geopolitica delle potenze mondiali, in virtù della posizione geografica e delle ricchezze che possiede. Per avere completamente sotto controllo il territorio e le sue attività, le autorità del Terzo Reich, sulla base dei principi espressi in “Mein Kampf” circa lo Spazio Vitale del popolo tedesco in base alla superiorità di razza, misero a punto una capillare suddivisione del territorio ucraino, con particolare attenzione alla percentuale di popolazione ebraica da eliminare e alle industrie da presidiare direttamente per le risorse destinate alla guerra. 

Alle spalle della Wehrmacht, com’è noto, si muoveva l’enorme apparato dello sfruttamento, che comprendeva, gruppi per lo sterminio organizzato (Einstazgruppen), esperti di vari settori industriali, tecnici, organizzatori, autorità militari e civili, per altro con il sostegno di importanti personalità locali, fra cui il nazionalista Stefan Bandera, che proclamò lo Stato indipendente e annunciò di volersi alleare con Hitler, il quale reagì negativamente alle richieste dei nazionalisti ucraini e invase la regione, istituendo appunto il Reichskommissariat. 

Mezzi corazzati tedeschi a Kharkov.

I responsabili dello sfruttamento economico erano Hermann Goring (1893-1946), capo del Piano Quadriennale, e Alfred Rosenberg (1893-1946), ideologo e ministro per i  Territori Occupati dell’Est, che consideravano la popolazione ucraina come semplice manodopera a basso costo nella lotta all’URSS, inizialmente con il sostegno dell’Esercito Insurrezionale Ucraino poi, con il crescente malcontento, aggravato dall’inversione delle sorti della guerra, lo stesso Esercito Insurrezionale Ucraino di matrice antisovietica, iniziò a operare anche contro la Wehrmacht dal ‘43. Con la grande offensiva dell’Armata rossa nel ’44, segnata dalla disfatta tedesca a Kursk, la regione ucraina rientrò sotto il controllo diretto di Mosca, mentre i partigiani ucraini anticomunisti, particolarmente forti nella parte occidentale del Paese, continuarono a combattere contro l’URSS, arrendendosi nel 1949. 

Il Reichskommissariat comprendeva la suddivisione amministrativa in cinque settori, dipendenti dal ministero per i Territori Occupati, con funzionari appositamente scelti per determinazione e fedeltà, fra cui lo stesso Rosenberg, il famigerato Reichskommissar Erich Koch (1896-1986), l’Obergruppenfuhrer-SS Gottlob Berger (1896-1975) in quanto responsabile del Comando Centrale SS, gli ufficiali delle SS Sylvester Stadler (1910-1995), Fritz Freitag (1894-1945), Georg Leibbrandt (1889-1982), Otto Behrendt (1880-1945). Erano ammessi alcuni giornali, a cura dell’Esercito Nazionale Ucraino, alcune organizzazioni politiche anticomuniste comprese quelle cosacche, la cooperazione di alti ufficiali locali come il generale Pavlo Schandruk e amministratori come i sindaci di Kiev, Charkov e delle città principali, soprattutto del bacino minerario. 

Quando le truppe tedesche furono respinte oltre il Donbass, nel 1943, nella Grande Guerra Patriottica, il territorio tornò sotto controllo sovietico, dopo battaglie che furono fra le più accanite e violente dell’intero secondo conflitto. Oggi Putin combatte una nuova crociata, una nuova guerra patriottica, per liberare il popolo ucraino da gioco neonazista di Kiev, rispolverando memoria e retorica della liberazione, per provare a riprendersi questa zona, dove sono state sferrate diverse offensive, e che sarebbe il premio anelato da Mosca per giustificare una guerra costata più vittime del previsto, e con più contraccolpi economici di quanto preventivato dagli esperti del Cremlino. Ma non si tratta solo di questo: il Donbass è un’area strategica per molte ragioni. Questo per quanto riguarda Putin, perché anche sulla reazione di Kiev alle aspirazioni indipendentiste del Donbass, il capitolo è altrettanto drammatico. 

Dal crollo dell’URSS alla Rivoluzione Arancione 

Nel dopoguerra, alla morte di Stalin, il nuovo segretario generale Nikita Krushev (1894-1971) volle dare un segno di apertura e pacificazione, e concesse l’annessione della Crimea all’Ucraina, pur sempre nella sfera di influenza di Mosca. Nel periodo sovietico ebbe grande sviluppo industriale il bacino carbonifero del Donetsk e ciò spostò l’equilibrio economico dell’Ucraina a favore delle aree più orientali e russofone, poi avvenne la dissoluzione dell’URSS nel 1990 e l’Ucraina ottenne l’indipendenza. 

Nel dicembre 1991 si tennero un referendum e le prime elezioni presidenziali, e oltre il 90% della popolazione si espresse a favore dell’indipendenza. Il primo presidente dell’Ucraina libera fu Leonid Kravchuk (1934-2022), che prese parte all’incontro di Brest-Litovsk dove, insieme ai presidenti di Bielorussia e Russia, si dichiarò ufficialmente terminata l’era sovietica e la nascita della comunità degli Stati Indipendenti. 

I rapporti con Mosca furono da subito tesi, perché in Ucraina rimaneva la maggior parte degli armamenti nucleari accumulati dall’URSS, oltre al problema del controllo della Flotta del Mar Nero di base a Sebastopoli. 

Senza il cordone della madrepatria, l’Ucraina si trovò inizialmente isolata e dovette attraversare un periodo di crisi, specialmente per la carenza di riserve, con una elevatissima inflazione che fece aumentare le tensioni interne. Alle elezioni del 1994 fu eletto presidente il riformatore Leonid Kuchma, filorusso rieletto una seconda volta nel 1999. Alla fine dello stesso anno le tensioni con Mosca cominciarono nuovamente ad aumentare a causa delle pressanti politiche espansionistiche della NATO. Nel 2000 venne formato un governo riformista con a capo Viktor Jushenko. Nell’aprile 2001 la maggioranza parlamentare si dissolse e il primo ministro Viktor Jushenko venne destituito, dando inizio a un periodo di instabilità. Dopo il breve mandato di Anatolij Kinakh, dal 21 novembre 2002 fu nominato primo ministro Viktor Janukovyç. 

Le elezioni del novembre 2014 furono caratterizzate da brogli e sotterfugi a favore del premier uscente Janukoviç con il sostegno del presidente uscente Kuchma, e in breve le manifestazioni popolari si allargarono a macchia d’olio, sfociando nella Rivoluzione Arancione da parte dei sostenitori di Jushenko. Il governo sospese il processo elettorale e convocò nuove elezioni per il dicembre seguente, nelle quali Viktor Jushenko fu eletto presidente, con il supporto di Washington e dell’UE, e il conseguente spostamento della politica estera ucraina verso Occidente. 

Come ripercussione, la compagnia russa Gazprom aumentò le tariffe sul gas, da 50 a 230 dollari per mille metri cubi. Le conseguenze a livello economico si fecero sentire, fino al ridimensionamento del movimento Arancione, e a una modifica della Costituzione voluta dal premier Janukoviç che riduceva i poteri del presidente, con parziale ma robusto voltafaccia di parte del partito socialista dello stesso presidente. Nell’aprile 2007 Jushenko sciolse il Parlamento e indisse nuove elezioni, ma il decreto venne bloccato dal Parlamento stesso e dalle manifestazioni di piazza. 

Il 30 settembre 2007 la crisi sfociò in elezioni parlamentari anticipate, accordo tra Jushenko, Janukoviç e il presidente del parlamento Oleksandr Moroz. L’esito fu controverso, ma in sostanza decretò l’elezione a primo ministro di Julija Tymoshenko. 

Nel 2008 altra crisi politica, a causa della guerra scoppiata in Sud Ossezia. Il presidente Jushenko sciolse di nuovo l’esecutivo e indicò nuove elezioni, poi annullate a causa della formazione di una nuova coalizione di governo, sempre guidata da Julija Timoshenko, mentre cominciavano a salire le tensioni con la Russia, a causa delle aspirazioni autonomiste delle regioni orientali, il Donbass, a maggioranza russofona, e una serie di attacchi e tentativi di uccidere Jushenko, che uscì sfigurato da un attentato, e una massiccia campagna che fece tramontare il movimento Arancione. 

Nel 2010 Janukovoç fu eletto ancora presidente, con la sconfitta per pochi voti di Julija Timoshenko, coinvolta l’anno seguente in uno scandalo per corruzione e distrazione di fondi pubblici per la fornitura di gas, in accordo con la Gazprom e, dopo una vicenda giudiziaria complicata, nel 2012 la Timoshenko fu condannata a sette anni di carcere dalla Corte Suprema, sentenza giudicata “illegale” dalla Corte Europea del Diritti Umani. 

Nonostante l’Ucraina sia rimasta, come altri paesi compresi in passato nell’Unione Sovietica, in parte dipendente dalla Russia, cominciò a manifestare un’aperta volontà di distacco, con aspirazioni sempre più filo-occidentali, e periodi di violenze e scontri di piazza con la Berkut, la polizia speciale istituita da Janukoviç. Nel febbraio 2014, il presidente filo-russo è costretto alla fuga, con ripercussioni economiche e politiche: la Russia aumentò ancora il costo del gas, prima fornito a prezzo amichevole, e le relazioni diplomatiche tra i due Paesi si raggelarono. 

Le proteste sfociarono in violenti scontri, con molti morti e feriti, e nei massacri di fine febbraio; il Parlamento si riunì in seduta plenaria, e fu eletto Oleksandr Turchynov quale nuovo Presidente, ricoprendo anche la carica di premier ad interim. Arsen Avakov fu invece eletto ministro dell’Interno ad interim e nella stessa giornata Julija Timoshenko fu scarcerata. Dopo qualche giorno fu formato il nuovo governo, con Arsenij Jacenjuk come primo ministro. Il 27 giugno 2014 a Bruxelles il presidente ucraino Petro Poroshenko firma l’Accordo di Associazione fra l’Ucraina e l’Unione Europea, con successive elezioni parlamentari e consensi di maggioranza per la coalizione Poroshenko-Jacenjuk. 

La Crimea riaccende il Donbass 

Nel febbraio 2014 le manifestazioni indipendentiste dei territori del Donbass si allargano alla Crimea, dove diversi reparti militari senza bandiera, poi rivelatisi russi, prendono il controllo dell’intera regione e occuparono i principali palazzi amministrativi, mettendo al potere il filo-russo Sergej Aksenov, che annuncia subito un referendum per determinare l’appartenenza politica della Crimea. Putin ottiene dalla Duma il consenso per ristabilire l’ordine in Crimea, a seguito dell’invito di Janukoviç, e l’esercito di Mosca entrò in Crimea, legalizzando la dichiarazione unilaterale di indipendenza della Crimea e confermando il referendum di esito scontato, che porta all’annessione ufficiale a Mosca. 

A Kiev il governo dichiara illegale la decisione e ordina lo scioglimento del Parlamento regionale, considerando la Crimea una provincia temporaneamente occupata. Anche l’ONU dichiara non valido il referendum, ma con un atto di fatto non vincolante che non portò alcun cambiamento. 

I fatti di Crimea influenzarono direttamente la ripresa delle aspirazioni indipendentiste del Donbass, dove regnava una pesante crisi economica, nonostante l’industrializzazione del territorio, e una conseguente instabilità politica interna, dopo le manifestazioni filo-europee del movimento Euromaidan. 

Si cominciò a parlare di “misteriosi uomini in verde”, i tecnici militari e i consiglieri politici russi, in appoggio e sostegno delle formazioni armate locali, che si mossero occupando diversi edifici governativi, con il sostegno di numerosi gruppi paramilitari, causando però la reazione delle forze governative di Kiev, soprattutto alla dichiarazione d’indipendenza della Repubblica Indipendente di Doneck da parte dell’auto-nominato presidente Pavel Gubarev, che annunciò anche l’imminente annessione alla Russia. 

Seconda Guerra Mondiale, 1941: direttrici del l’avanzata della Whermacht in Ucraina.

Gli equilibri geopolitici ed economico-finanziari causarono conseguenze nelle relazioni con Europa e Stati Uniti: la Russia viene accusata di sostenere finanziariamente e militarmente i ribelli del Donbass, fomentando la guerra civile, mentre Mosca risponde dichiarando illegittimo il governo di Kiev e denuncia i metodi brutali di soppressione della volontà di autodeterminazione dell’Est Ucraina e, a scopo precauzionale, aumenta lo schieramento militare ai confini. Inoltre, quando la Nato interviene nella questione, la Russia ricorda i patti stabiliti a livello internazionale che stabilivano la non espansione a est del Patto Atlantico dopo il disfacimento del Patto di Varsavia e il crollo dell’URSS, che venivano costantemente violati con l’entrata di diversi Paesi ex sovietici e comunque confinanti con la Russia, come i Paesi Baltici o la Polonia. Nel frattempo, su piano diplomatico, l’Occidente lavorava per portare l’Ucraina in seno all’Europa, sfruttando i termini del trattato di Schengen. 

Nel 2021, mentre nel Donbass si continua a combattere accanitamente, nel silenzio della comunità internazionale e per gli sforzi della Russia di mantenere la questione come “affare privato”, un massiccio numero di unità militari russe si schierano sul confine con l’Ucraina, mentre Putin annuncia che non avrebbe tollerato l’Ucraina nella Nato con i missili dell’Occidente a pochi passi da Mosca. Il resto è storia nota: alle minacce di Putin, la Nato risponde di voler agire in funzione difensiva, e il 24 febbraio 2022 le truppe russe invadono l’Ucraina e il Donbass. Si diffondono voci su crimini di guerra e atti di violenza contro la popolazione, da parte delle diverse parti in lotta e delle brigate cecene intervenute con i russi, altrettanto per quanto riguarda i combattenti stranieri o il famigerato Battaglione Azov fino al primo massacro scoperto a Bucha, e tutto il Donbass viene coinvolto nella guerra, proprio come quasi 80 anni fa, quando agivano nazisti e fascisti non solo tedeschi e ucraini, ma anche rumeni, slovacchi, ungheresi, croati, finlandesi, spagnoli, rinnegati francesi, belgi, norvegesi, danesi, olandesi. Da ricordare che proprio nel Donbass, il Corpo di Spedizione Italiano aveva il proprio comando generale, a Donetsk, all’epoca Stalino. 

La situazione esplose nelle proteste dell’Euromaidan nel 2014, con la conseguente fuga di Janukovic e l’instaurarsi di un governo guidato da Petro Porošenko a seguito di nuove elezioni.[21] Ne seguì un’ondata iconoclasta, similmente a quanto avvenne nei paesi baltici in seguito al crollo dell’URSS, i manifestanti antirussi abbatterono le statue di epoca sovietica, le amministrazioni cambiarono il nome dei luoghi pubblici che evocavano il passato sovietico e li sostituirono con i nomi degli esponenti ucraini che avevano collaborato coi tedeschi durante la seconda guerra mondiale; in particolare fu l’abbattimento delle statue di Lenin e la loro sostituzione con quelle del collaborazionista con la Germania nazista Stepan Bandera. 

I tesori del Donbass 

Le risorse naturali in Ucraina.

Carbone, gas naturale, petrolio, minerali di primo consumo, acqua, nucleare, grano, industria pesante e altro ancora, questi i motivi che fanno dell’Ucraina, e del Donbass in particolare, il motivo al centro dell’attuale conflitto, le cui conseguenze si stanno facendo sentire in molti Paesi del mondo, dall’Europa direttamente coinvolta, all’Oriente all’Africa, senza considerare le ricadute dal punto di vista economico-finanziario e il coinvolgimento di molte potenze. 

Il Donbass è notoriamente il cuore industriale e produttivo dell’Ucraina, nonché corridoio preferenziale per la Crimea, attualmente annessa alla Russia, e per il Mar Nero. La regione ha enormi riserve di carbone (settimo produttore mondiale) per oltre 30 miliardi di tonnellate, di cui più del 90% sono contenute fra il Mara d’Azov fino al fiume Dnepr, che Vladimir Putin vuole sfruttare, come da accordi conclusi nel 2021 con Cina e India per forniture di combustibili fossili con quantitativi intorno ai 230 milioni di tonnellate all’anno, oltre al gas naturale e concentrato, con riserve per circa 30 miliardi di tonnellate; il petrolio, con 135 milioni di tonnellate; e lo scisto con quasi 4 miliardi di tonnellate. A seguire vi è ferro (27 miliardi di tonn.), titanio (95 milioni di tonn.), manganese (140 milioni di tonn.), terre rare e mercurio (30 milioni di tonn), e poi cobalto, nichel, europio, ittrio, uranio, erbio (essenziale per la fabbricazione di microprocessori, e altro ancora. Tutti materiali che per altro, sono componenti fondamentali nell’industria degli armamenti. Prima della guerra, il Donbass valeva il 14% del Pil nazionale ucraino. 

Da un punto di vista strettamente geografico, il Donbass non è il nome di una regione, ma un toponimo, coniato nel 19° secolo quando si scoprì che nel bacino del Donets, un affluente del Don, si celava un enorme tesoro, il carbone. Sebbene la sua estrazione abbia subito dei contraccolpi in seguito alla guerra del 2014, le riserve continuano a fare gola, tanto più da quando, nel 2021, la Russia ha stretto accordi con Cina e Russia. Non è chiaro a quanto ammontino tali riserve, ma uno studio condotto 20 anni fa ha stimato ben 57,5 milioni di tonnellate su un territorio di 23mila metri quadri. 

Nel Donbass non vi è solo carbone: col tempo, le prospezioni hanno portato alla luce anche altre ricchezze sotterranee, dal gas all’uranio, che hanno fatto di quest’area una delle regioni minerarie più importanti d’Europa. Per esempio, l’US-Geological Survey sostiene che nel sottosuolo del bacino ci siano giacimenti di gas pari a 1600 miliardi di metri cubi di gas e 1,6 miliardi di barili di petrolio.  

Anche i minerali di ferro sono presenti in grandi quantità. Sempre l’US-Geological Survey, classifica l’Ucraina come il quinto detentore mondiale di riserve di ferro grezzo (18 miliardi di tonnellate), di cui una buona parte si trova nel Donbass e ha alimentato una delle industrie siderurgiche più importanti. Da non dimenticare, poi, le riserve di uranio, che alimentano i reattori nucleari, o quelle di leghe di titanio, tra i metalli più comuni utilizzati nelle applicazioni militari, o ancora il manganese.  

La guerra del 2014 con la Russia aveva inferto un duro colpo all’estrazione di tutte queste ricchezze, ma le mire di Mosca e dell’Occidente non si sono placate. Dalla Cina all’Unione Europea, negli ultimi anni, è cresciuto l’interesse per il Donbass, non solo per le fonti di energia e i minerali. C’è anche l’oro bianco, il litio, su cui si sta concentrando la corsa alla transizione ecologica e all’elettrificazione dei trasporti. Anche di questo il Donbass sembra estremamente ricco. Di recente, ricercatori ucraini hanno ipotizzato che la regione orientale del Paese contenga quasi 500.000 tonnellate di ossido di litio, fondamentale per la produzione delle batterie che alimentano i veicoli elettrici. Tale valutazione preliminare, se dovesse reggere, renderebbe le riserve di litio dell’Ucraina una delle più grandi al mondo. Non a caso, nel luglio del 2021, la Commissione Europea aveva comunicato il raggiungimento di un Memorandum di intesa con Kiev per lo sfruttamento dei suoi giacimenti di materie critiche, tra cui per l’appunto il litio. E alla fine del 2021, il governo ucraino avere lanciato un’asta per vendere i diritti allo sfruttamento di queste riserve, insieme a quelle di cobalto, rame e nichel. 

All’appello hanno mostrato da subito interesse due società: la European Lithium, che al dispetto del nome ha sede in Australia, e la cinese Chengzin Lithium. Entrambe le società hanno puntato gli occhi su due promettenti giacimenti di litio, uno dei quali si trova nell’oblast di Donesk, dove Mosca dal 2014 ha piazzato una delle autoproclamate repubbliche indipendenti (l’altra è quella di Lugansk). Dai fossili alla nuova “benzina” delle auto elettriche, passando per il nucleare e l’acciaio, insomma, il Donbass è strategico, per l’Europa come per Cina e Russia.  

Dal Donbass è partita la riscossa dell’Unione Sovietica contro l’occupante nazista, e adesso la nuova guerra contro l’Ucraina. Putin potrebbe il Donbass per rivendicare il trionfo dell’operazione lanciata oltre un mese fa contro Kiev. 

Quando… “il corvo insulta il merlo” 

È quello che accade con l’uso di figure che, simbolicamente, sono accostate all’idea di male, uno per tutti, Adolf Hitler, a cui oggi molti associano Vladimir Putin, come era successo per Saddam Hussein, associato alla tirannia anglo-francese nei confronti della Germania alla conferenza di Monaco del 1938. Era successo per il serbo Slobodan Miloseviç, e molti altri di una lunga lista. 

Gli articoli e i servizi giornalistici in cui Putin viene rappresentato come un guerrafondaio ormai non si contano, come le associazioni storiche con “Vlad il Terribile” a richiamare la figura di Vlad Tepes. La propaganda naturalmente segue a rullo, proponendo immagini come quella straziante di ragazzine disperate e in lacrime, accompagnata dal titolo “A Kiev le mamme mettono adesivi sui vestiti dei loro figli, col gruppo sanguigno”. Peccato che l’immagine si riferisca al funerale di quattro combattenti del Donbass, uccisi nel 2015, e che le ragazzine in lacrime fossero filo-russe che piangevano vittime filo-russe. 

Continuare a proporre associazioni storiche fra Putin, Zelensky e i molti leader negativi o positivi del passato recente e meno recente, tuttavia non porta a nulla, in quanto ragionamento accademico fine a sé stesso, arricchito e contornato da ipotesi di minaccia nucleare e apocalittiche quanto fantapolitiche visioni post-atomiche. D’altra parte è noto che l’informazione di qualunque parti tenda ormai a superarsi nel cercare il sensazionalismo a oltranza, quando ormai ben poco stupisce. 

Parlare di annessione o invasione, non risponde a quanto è accaduto e accade nel Donbass: Putin ha firmato un accordo e non un atto di annessione, tuttavia ha riconosciuto ufficialmente le due repubbliche indipendentiste di Donetsk e Lugansk. 

Gran parte della stampa occidentale, però, racconta solo una parte della storia, rendendosi complice della manifestazione di Putin come il male. Non si vuole comunque prenderne le parti, in quanto un’aggressione di un Paese sovrano è pur sempre un atto criminale, specie se poi si oltrepassano certi limiti, tuttavia il presidente russo non è certo il solo colpevole, o il solo “male”. E se gli esperti informatici di Putin si spendono completamente nella disinformazione, bisogna considerare che anche l’Occidente non si sottrae alla guerra delle notizie. 

I fatti che si sono susseguiti sono tristemente noti. Resta da chiedersi se sono serviti e dove hanno portato drammatici eventi come il massacro della Casa dei Sindacati di Odessa da parte dei neonazisti ucraini spalleggiati da Kiev, nel silenzio internazionale, oppure quando i cannoni e gli aerei governativi cominciarono a effettuare bombardamenti indiscriminati, per umiliare il Donbass che si rifiutava di accettare la discriminazione dell’antifascismo, la glorificazione dei collaborazionisti nazifascisti, o il piano di estirpazione della cultura russa e dell’URSS a cui quelle genti terre rimangono storicamente legate. 

Inoltre, a parte il carattere ben poco malleabile delle genti del Donbass, il fallimento delle diverse offensive, in parte composte da demotivati soldati di leva (con percentuali di diserzione assai rilevanti), in parte da ben più motivati battaglioni punitivi di stampo neonazista, ha portato a una nuova versione degli “Accordi di Minsk” che dovevano servire a ridurre gradualmente l’intensità del conflitto, e avviare ipotesi di soluzioni negoziate. la condizione di cessate-il-fuoco non ha però fermato le iniziative e le provocazioni. I droni di Kiev, di fabbricazione cinese e turca, violavano giornalmente le condizioni, i bombardamenti di artiglieria in effetti non cessarono, per poi aumentare nuovamente, colpendo senza distinzione case, scuole, ospedali, ricoveri, centrali idroelettriche, con lo scopo di mantenere la tensione più alta possibile. Altrettanto nota è l’azione di reparti paramilitari autonomi come il famigerato Battaglione Azov schierato con il governo centrale, il cui simbolo richiama chiaramente quello delle SS. 

Nel Donbass e in tutta l’Ucraina cominciano ad affluire enormi carichi di armamenti e finanziamenti dalle parti estere interessate, nella malcelata indifferenza dell’Unione Europea, mentre sale alla ribalta l’ex attore comico Volodymyr Zelensky, con promesse di far terminare il conflitto e che ha visto invece, dalla data del suo insediamento, crescere i bombardamenti contro il Donbass, come registrato anche dall’Osce, e con il divieto di entrata nel Paese per le personalità non gradite, in particolare i sostenitori della causa delle repubbliche indipendentiste. Nel Donbass, in molte città e centro minori, molti dei quali ridotti in macerie, vige ancora il coprifuoco notturno…In sostanza, la Russia vuole il Donbass non solo perché è un’area dalla grande valenza storica e geopolitica, ma anche perché è molto ricca di risorse naturali.  

La guerra tra Russia e Ucraina è entrata nella sua seconda fase e purtroppo sembra lontana da una sua possibile conclusione. In questo momento, dopo la battaglia di Mariupol, l’attenzione strategica dei contendenti sembra essere tornata a concentrarsi sul Donbass.  

Oltre alle questioni geopolitiche, da non dimenticare quindi l’aspetto economico. Le terre del Donbass, infatti, celano un tesoro particolarmente utile per l’economia e la tecnologia del 21° secolo. Beni che non solo fanno gola a Mosca, ma anche alla maggiore potenza alleata di Mosca, la Cina, che ha naturalmente sempre più bisogno di queste risorse per la sua economia in espansione e per la sua grande popolazione, nonché agli Stati Uniti. In ogni caso, dall’epoca sovietica l’impronta russa sul Donbass è rimasta molto viva. 

Quale futuro? 

La Russia sembra essersi di nuovo indirizzata verso il Donbass e in generale verso l’area costiera meridionale dell’Ucraina. È ancora presto per capire se oltre l’obbiettivo di conquistare il Donbass, Mosca voglia davvero aprire un altro fronte a sud-ovest, nel tentativo di occupare l’area che dalla Crimea giunge alla Transnistria. Quel che è certo, però, come affermato dallo stesso Putin, è che la Russia tra i suoi obbiettivi finali, ha quello di ottenere il controllo del Donbass, insieme al riconoscimento internazionale della Crimea russa. Ancora non è chiaro, oltre alle due regioni di Donetsk e Lugansk, quali e quante parti della regione Mosca vorrà conquistare e tenere sotto il suo controllo. Solo il proseguo della guerra e i successivi eventuali negoziati diranno se le volontà russe erano ambizioni realistiche o solo aspirazioni di riportare il Donbass all’interno della sfera di Mosca, com’era prima del 1918, quando non faceva parte dell’Ucraina, ma fu incorporato nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina dopo la guerra civile. Sempre più russi arrivarono nella regione, durante il periodo sovietico.  

All’inizio di aprile, la Russia ha ritirato le truppe dalla regione intorno alla capitale ucraina. A quanto sembra l’esercito russo ha deciso di concentrare le forze sul Donbas, per una nuova offensiva. 

Anche se, nel dopoguerra, le regioni industriali della Siberia hanno guadagnato più importanza del Donbass per l’Unione Sovietica, il Donbass rimane una delle maggiori zone produttive, e quindi essenziale soprattutto per il governo di Kiev, ma sarà necessario anche un oculato piano di ristrutturazione, dal momento che la guerra ha ridotto molti impianti industriali in ammassi di macerie. L’obiettivo russo, in ogni caso, rimane quello di utilizzare il Donbass non tanto per il proprio equilibrio economico-industriale che è ben solido, quanto per rendere l’Ucraina dipendente da Mosca sul piano economico, e quindi politico. 

La guerra nel Donbas si combatte ormai dal 2014, dalla proclamazione di Lugansk e Doneck come repubbliche popolari indipendenti. Da quel momento si sono susseguiti scontri tra separatisti ed esercito ucraino, soprattutto sulla “linea di contatto” che separa le parti controllate dall’Ucraina dalle aree separatiste nella regione al confine con la Russia. 

In aggiunta, alla guerra in corso, le unità ucraine con orientamenti politici di estrema destra, stanno combattendo nella regione. Un aspetto sfruttato dal Cremlino per sostenere che il governo ucraino è ideologicamente nazista. Lo sconfiggere queste truppe nel Donbass darebbe a Putin un aumento di consensi all’interno della Russia e non solo, e comunque è certo che l’esito della guerra nel Donbas deciderà cosa rimane dell’Ucraina, perché con l’annessione della Crimea, la Russia non solo ha conquistato il porto principale Mar Nero, ma per la prima volta dal crollo dell’Unione Sovietica ha guadagnato un importante porto vicino al versante europeo. 

Al momento, la Crimea rimane una specie di enclave. Conquistando il Donbass, la Russia guadagnerebbe Mariupol, altro importante porto con collegamenti alla Crimea e al Mediterraneo, ma in ogni caso, Putin è molto attento a sfruttare velocemente qualsiasi opportunità per raggiungere il proprio obiettivo, ma nemmeno Kiev è disposta a rinunciare al Donbass per salvare l’Ucraina, specie se ha alle spalle l’Occidente e gli USA, che però si vedono opporre un fronte formato da Russia e Cina. 

Un’ultima annotazione: posto che una guerra come quella del Donbass viene combattuta perché vale la posta in gioco, da dove vengono gli oltre 30 milioni di dollari al giorno necessari per farla andare avanti? 

Bibliografia 

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