I salotti letterari del primo Ottocento: Clara Maffei a Milano (1834-1859) e Bettina Brentano a Berlino (1830 – 1859). Di Giuseppe Moscatt.

Ritratto di Clara Maffei.

1. Le origini storiche.

Uno studio comparato fra il fenomeno culturale illuminista dei salotti letterari – ovvero, dei caffè culturali, di analoga natura, anche se di diversa evoluzione – non può non decollare da un illustre precedente italiano, il consesso di giovani e giovinetti che per fuggire da Firenze in preda alla peste, si rifugia in collina e crea un circolo di dialoghi che ben rappresentano la società civile del ‘300. Non era stato un semplice espediente letterario del Boccaccio nel suo notissimo “Decamerone”. In età umanistica e rinascimentale, nonché nell’Europa della Controriforma e nella Germania luterana, ma anche nell’Olanda di Spinoza e Rubens, nell’Inghilterra di Newton e Locke, gli intellettuali di ogni fede amavano dialogare, ovvero incontrarsi in luoghi pubblici e privati. La “Royal Society of London for Improving Natural Knowledge”, associazione scientifica e culturale, fondata il 28-11-1660, aveva lo scopo di incentivare l’eccellenza scientifica, quasi un “bollino ufficiale” per il benessere della Società. Istituzione che trovò poi un pari istituto di natura Accademica nella “Berlin – Brandenburgische Akademie der Wissenschaften”, nata nel 1700 su Patente Regia del Principe elettore di Brandeburgo Federico III, suggerita dal Leibnitz che appunto lo prese a modello di quella inglese del suo amico Newton. Tuttavia, per la pari genesi Accademica e l’approvazione regia in Inghilterra, ci pensò Carlo II Stuart che cominciò a operare quando una delle frangie più avanzate della cultura razionalista posteriore  a Cartesio, si trovò a subire pressioni governative sulle scelte troppo numerosi dei consessi letterari autorizzati a Parigi. Così Cyrano de Bergerac, ma anche Molière, dovettero spesso autocensurare le proprie opere teatrali e poetiche perché insofferenti ai limiti politici ed ecclesiastici di Luigi XIV e del Papa Clemente X, entrambi alleati contro il Giansenismo. La libera manifestazione di pensiero in senso razionalista produsse in Francia il pullulare dei Caffè letterari, dove la classe culturale illuminista intendeva non solo trattare temi preclusi nelle accademie e nei salotti nobiliari su temi politici, sociali e religiosi, ma anche il simbolo di una nuova società in evoluzione, dove la mobilità fra classi – radicata negli Stati a forma politica assolutista e dove il ceto nobiliare era staticamente l’unico centro propulsore della storia e trovava il loro approdo piuttosto nell’intelletto e nelle Arti, al di là del censo e della nascita. In altre parole, la nascente borghesia industriale esigeva un luogo nuovo dove ritrovare se stessa. In Italia, fu il Verri a inventare un legame inscindibile nello stampare un prototipo di giornale, proprio intitolato “Il caffè” (1700), e per quasi un secolo, per non dire fino ad oggi, è il più moderno centro di diffusione della nuova letteratura, di novità d’arte, di spettacoli musicali e teatrali di secolo in secolo, dove le correnti letterarie finora classificate si sono sempre sviluppate. Ma “i caffè” non furono l’unica sede di tale spiriti aggregativi: per formare uno spirito civile, erano insufficienti a delineare la forza espansiva di ideali politici, sia perché non furono unitariamente coesi – si veda il loro germogliare anarchico durante la Rivoluzione Francese – sia perché le forze di polizia avevano buon gioco nel disturbare e chiudere i caffè commerciali in odore di liberalismo. Un ulteriore incentivo venne da alcune dame, non sempre nobili, che organizzarono nelle loro abitazioni influenti cenacolo culturali a fare da contrappeso alle limitazioni della libertà di stampa, dopo le violenti repressioni successive alla fine di Napoleone e al Congresso di Vienna.  Clara Maffei per l’Italia – o meglio, nell’allora Lombardo veneto austriaco – e Bettina Brentano, nella Prussiana Berlino, operarono la loro rivoluzione culturale e politica, contribuendo notevolmente alle rispettive unificazioni nazionali, perché dai loro salotti transitarono i principali riformatori politici e sociali.

2. Il salotto di Clara Maffei a Milano (1834 – 1859).

L’avventura di Clara Carrara Spinelli nacque  in famiglia: uno di maggiori “supporters” della nomina di Napoleone Bonaparte a Presidente della Repubblica Cisalpina (1802) fu il padre Giovanni Battista Carrara – Spinelli di Bergamo. Era nata a Bergamo il 13-3-1814 e fu abbandonata dalla madre a 9 anni. Studiò in collegio con l’altra contessa fondatrice del Salotto, Teresa Mosconi, un’amicizia non minore per devozione alla cultura romantica (fu analoga  quella fra Bettina Brentano con Rahel Varnhagen, come vedremo a Berlino). Ma fu anche l’amore impetuoso per Andrea Maffei, primo traduttore di Goethe e Schiller in Italia, a trascinare Clara in un vortice politico e letterario fino ad allora mai visto: aprono la loro casa a Milano – una casa maestosa, stile impero, in via del Monte di Pietà, invitando gli intellettuali più in voga e in area liberale, malgrado la polizia dell’Imperiale Regio Governo tenesse sotto sorveglianza le frequentazioni del marito – cancelliere del tribunale – spesso attorniato da amici portatori delle novità artistiche di Parigi e Monaco. Clara e Teresa, sole a casa a badare a figli e alle attività domestiche, si domandavano perché i loro mariti possono stare al Caffè e “noi dovevamo stare qui a fare la calza?”. Da quelle sere fredde del gennaio 1834, una galleria di autori della più varia età cominciava a frequente quei saloni: Massimo D’Azeglio, Tommaso Grossi, Francesco Hayez, Honoré de Balzac, Théophile Gautier, Alessandro Manzoni, Franz Liszt, il Verdi giovane e squattrinato, Giuseppe Giusti, Carlo Cattaneo, Enrico Cernuschi, Felice Romani, Gioacchino Rossini, Vincenzo Bellini e Donizetti, tutti con le loro mogli e amanti, ricevuti dal Conte Maffei; allietati dalle facezie della Teresa, ormai sposa del diplomatico Papadopoli, già legato alla resistenza greca contro il Sultano Ottomano  e già buon amico di Lord Byron. Il notissimo modello svizzero del salotto di Madame de Staël aveva ormai preso sede a Milano, divenuta una seconda capitale culturale europea, dopo l’esperienza romantica di Coppet sul Lago di Ginevra. Mancava, ancora un tassello al mosaico: la scelta politica. Ad aprire le danze ci pensò Andrea, ospitando nel salotto – o meglio proprio a casa sua! – un giovane patriota mazziniano – David Levi – uno dei poveri patrioti che alla guida dei Fratelli Bandiera, nel 1844 in Calabria, vennero circondati e massacrati da truppe borboniche in Calabria. L’episodio fece breccia nel cuore di Clara: Carlo Tenca divenne suo amante dopo che Andrea la abbandonò e il conte Alessandro Porro – nonché Giuseppe Ferrari, filosofo ed epigono romantico di Giambattista Vico – addirittura la introdussero una sera d’inverno perfino a Giuseppe Mazzini. Insieme alla principessa Cristina Belgioioso – pur nella freddezza del loro rapporto – furono insieme il motore delle 4 giornate di Milano, il centro operativo della resistenza liberale e che culminò nella tragica repressione della rivolta di Mantova nel 1852. Sopratutto fu la centrale culturale che nel 1859 portò alla Seconda Guerra d’Indipendenza, prodromo della spinta unitaria della nazione. Dopo L’Unità, intrecciati colloqui epistolari con Cavour, Crispi, il poeta Aleardi, lo scapigliato Arrigo Boito e il commediografi Marco ed Emilio Praga, il salotto continuò a  vivere come luogo di dialogo fra Verdi e Manzoni, coi loro epigoni, moderati o della Sinistra che fossero, da Depretis a Francesco De Sanctis, da Zanardelli a Carducci. Solo dopo il 27-11-1885, giorno della morte dell’ex marito Andrea Maffei – nonché dopo la morte del più che amico Tenca – il salotto cadde in decadenza, malgrado Clara non cessasse nelle sue opere di carità per i poveri del suo paese di origine familiare – Clusone in provincia di Bergamo – cosa che la rendeva ancora operosa in Lombardia. La morte la prese a 72 anni il 13-7-1886, per un colpo apoplettico improvviso. Cosa che la  accomuna in modo singolare proprio alla solidale Bettina Brentano.

3. Bettina Brentano e il suo salotto a Berlino (1834-1859).

Negli stessi anni in cui si consolidava la fortuna del salotto letterario di Clara, un altro salotto andava maturando in Germania, accanto ai circoli letterari maschili di Jena e Berlino, dove primeggiavano i maggiori scrittori romantici, dai fratelli Schlegel a Fichte, da Tieck a Wackenroder, da Novalis ad Achim von Arnim e Clemens Brentano. Senza contare la Corte di Weimar, dove il neoclassicismo, da Goethe a Schiller, da Wieland a Herder regnava sovrano e il cui imperatore assoluto rimase Goethe fino alla morte nel 1832. E le donne? Come ci disse Hanna Harendt, nell’ultimo suo saggio storico, non mancavano. Non possiamo non citare proprio una sorella dei massimi romantici fratelli Schlegel, cioè Caroline Schlegel, anima del circolo familiare a Jena, considerata la “madre del romanticismo”. Oppure Charlotte Stieglitz, che inaugurò il ramo tedesco dei mazziniani, “la giovane Germania”, morta suicida, come del resto la consorella Karoline Gunderode, un’altra poetessa incompresa, forse per aver declamato versi omoerotici, al pari del contemporaneo neoclassico August von Platen. Nondimeno, l’unica donna che superò indenne crisi esistenziali e poetiche, sopravvivendo alle feroci critiche maschiliste conservatrici e antiebraiche e che aprì la sua casa a Berlino nel 1816 fu Bettina. Qui insieme ai predetti esponenti romantici, partecipò l’ala cristiana del nuovo movimento – cioè Franz Schleiermacher e l’ala più anarchica e libertaria, con il giovane Börne. E va anche menzionata una altra berlinese, borghese ed ebrea assimilata, erede della tradizione di Lessing e Mendelssohn, cioè Rahel Varnhagen von Ense. Il suo salotto divenne centrale fra il 1790 e il 1806, ricevendo nelle magnifiche feste neoclassiche lo stesso Goethe e i romantici della prima e della seconda generazione, cioè gli Humboldt, Chamisso e Fauché. Il suo motto era: “tante donne amano e dunque scrivono. Io invece scrivo e perciò amo”. Ma se tali donne diedero un semplice impulso intellettuale alla società civile vaso l’unità nazionale e alla riforma strutturale dei costumi sociali e alla tensione assimilatrice del popolo ebraico al mondo germanico; Bettina Brentano aspirava a qualcosa di più, riuscendo però solo in parte. Dopo le note controversie sulla autenticità delle lettere di Goethe, pubblicate da Bettina nel 1835 -”Lettere fra Goethe e una bimba”- sollevate da Friederich Riemer, già segretario di Goethe, ormai morto dal 1832; Bettina si dedicò a rilanciare le opere del defunto marito Achim von Arnim, altro intellettuale romantico, conservando nel suo cuore le amarezze di non essere stata apprezzata da non pochi seguaci di Goethe per avere proseguito uno degli ultimi ideali del Maestro, quello di aver cioè  dato forma poetica “al vero”, magari eccedendo nella “fiction”, senza però traviare le linee del rapporto, ovvero tramutando un amore filiale  in un personale amore platonico. Un’applicazione della lezione autobiografica, “Poesia e Verità”, del Maestro fin dal 1811. Intanto, spirava la carissima amica Rahel Venhagen e il  salotto a Berlino rischiava di chiudersi. Benché l’improvvisa morte accidentale del figlio l’avesse profondamente provata, una nuova idea invase Bettina: rinnovare dal lato politico quel salotto, lo stesso passo avanti già compiuto dal simposio milanese. L’occasione gliela fornirono due giovani artisti italiani che provenivano proprio dal circolo della Maffei: Giovanni Morelli, medico, ma studioso della storia dell’Arte, già famoso per aver trapiantato il metodo chimico di individuazione di un elemento organico nella realtà inorganica, ripetendo nella tecnica di attribuzione di un’opera d’arte non firmata né riconoscibile. E Gaspare Spontini, musicista apparentemente neoclassico nel ricordare l’antica Roma, ma moderno nell’esaltare Napoleone e poi il principe Prussiano Federico Guglielmo, suo protettore alla corte di Berlino. E perciò Bettina riaprì il salotto e le sue conversazioni politiche ricevendo i due italiani, ma anche Wagner, Heine, Marx, i fratelli Grimm – di cui un loro nipote Hermann, illustre critico letterario dell’età imperiale, diverrà un grande tifoso e che ribalterà i giudizi di falsità assoluta relativi alla polemica dei seguaci di Goethe or ora cennata – fino al poeta estremista  Börne. Nondimeno, Bettina nel 1840 scrisse al principe Federico Guglielmo di Prussia, che poi governerà, una famosa supplica a favore dei fratelli Grimm, non solo per consentirne l’accesso alla Accademia Reale di Scienze e Cultura germanica di Berlino, ma anche per sollecitare il Sovrano a graziare i due grandi scrittori e altri cinque docenti della facoltà di Gottinga, passibili di decadenza dall’insegnamento per avere osato opporsi alle modifiche reazionarie della Costituzione liberale, che l’allora reggente Federico Guglielmo III aveva apportato  negli anni successivi alle rivoluzioni liberali in Europa del 1830. L’accoglimento della supplica de parte del Principe in modo integrale fu un successo sui tanti critici e lasciava ben sperare in una serie di nuove riforme moderate che nel salotto di Bettina venivano elaborate, come quelle analoghe a Milano dalla Maffei  che tanto sperava nel principe Carlo Alberto di Piemonte. Ma il salotto fu la culla che tenne in vita il pensiero di Goethe e di Schiller, malgrado l’ondata nazionalista romantica che i romantici, con  lo storico Gervinus in testa, avevano continuamente cavalcato negli anni ’30 e ’40 del’800, favorendo lo sviluppo di una classe borghese soddisfatta e appagata, del tutto sorda agli interessi delle periferie di Berlino sovraccariche di immigrati poveri e malati. Bettina le oserà visitare ed assistere personalmente i tanti immigrati venuti dalla campagne spesso ammalati di tifo e colera, invitando invano il nuovo Re a introdurre modifiche sanitarie e urbanistiche, esposte in un libello di forma anonima, ma poi rivendicato dall’autrice poco prima della morte nel 1859. Senza la fiaccola cosmopolita del salotto di Bettina, la rinascita culturale della Germania idealizzata da Goethe e Schiller, non ci sarebbe mai stata.

Bibliografia:

  1.  Sulle origini dei vari circoli letterari, vd. Per l’Italia, L.VILLARI,  Bella e perduta, l’Italia del Risorgimento, Roma-Bari, 2010 pag. 181. Per la Germania, vd. MARINO FRESCHI, L’utopia nel ‘700 tedesco, Liguori, Napoli, 2004.

2.  Sul periodo di Bettina Brentano a Berlino, vd. HEER F., Europa Madre della rivoluzione, Milano, 1968,   pagg. 10 e ss.. 3. Sul salotto di Cl

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