L’assedio di Plevna del 1877. Un episodio della guerra russo-turca, che portò alla liberazione della Bulgaria dall’occupazione ottomana. Di Gualtieri Scapini Flangini.

Il generale Skobelev (Dimitriev-Orenburgsky).

La pacifica cittadina bulgara di Plevna, di circa 17.000 abitanti, sorgeva in una vallata fiancheggiata da colline coltivate. Alla fine del luglio 1877, l’esercito russo, forte di 180.000 uomini con 800 cannoni, giunse nei pressi con l’obiettivo di distruggere il presidio ottomano. 

Le truppe zariste avevano già espugnato il presidio turco di Nikopol, sul Danubio, a circa 40 chilometri a nord di Plevna, mentre altre truppe russe avevano preso possesso del passo di Shipka, porta d’accesso ai Balcani attraverso le montagne. Non avevano incontrato forte resistenza, e si aspettavano che anche Plevna cadesse altrettanto facilmente, lasciando così totalmente libera la strada per Sofia e Costantinopoli. 

Allarmato per l’avanzata dei russi, il Sultano Abdul Hamid (1842-1918) inviò un telegramma urgente a Osman Nuri Pascià (1832-1900), comandante dell’esercito turco accampato a Vidin, sul Danubio superiore, con l’ordine di marciare immediatamente verso Plevna, distante 200 chilometri. Il testo diceva che l’Impero ottomano era tra la vita e la morte. 

Osman Pascià aveva 40 anni, ed era un magnifico soldato, veterano della guerra di Crimea, autoritario e austero, con un ferreo senso della disciplina. 

Il generale Michail Skobelev.

L’attacco russo e la rivalsa turca 

All’alba del 13 luglio, il suo esercito di 50.000 uomini si mise in marcia. La colonna, lunga più di 15 chilometri, con provviste per una settimana, raggiunse la cittadina il 19 luglio. Osman Pascià capì presto che Plevna era del tutto indifesa, ad eccezione dei bastioni naturali: su tre dei lati si trovavano giogaie, burroni e scarpate che la rendevano pressoché imprendibile, ma strategicamente era importante perché unico accesso al ponte sul fiume Vid, sulla strada per Sofia. Osman si affrettò a predisporre trincee e ridotte per fronteggiare l’esercito dello Zar, accampato a nord di Plevna. 

I turchi lavorarono giorno e notte, per scavare trincee e costruire terrapieni sul lato della città più esposto, dominato da una formazione collinare chiamata Janik Bair. Le trincee e le postazioni d’artiglieria seguivano l’andamento delle colline fino al villaggio di Grivitza, ad est della città. Dietro al villaggio, Osman Pascià fece costruire due grandi ridotte, con mura spesse sei metri e alte altrettanto, con fossati e trincee angolate per poter dirigere il fuoco sul nemico che avesse tentato di aggirarle. Entro la fine di luglio Plevna divenne una città fortificata. Ogni soldato aveva una dotazione di 500 cartucce, e razioni d’emergenza di gallette e caffè. Le scorte consistevano in barili d’acqua potabile e viveri di riserva in buona quantità. Non mancavano carriaggi per trasportare i feriti, e cavalli per il traino delle artiglierie nel caso una ridotta fosse caduta. 

Il 30 luglio, il comando russo ordinò l’attacco in forze alle ridotte di Grivitza, impiegando 35.000 uomini con 160 cannoni. Dopo avere respinto tre ondate successive, i soldati turchi, (armati di antiquati fucili poco efficaci contro i moderni fucili a retrocarica che Abdul Hamid aveva acquistato in America a mezzo milione di Peabody) cominciarono a vacillare per l’intervento di 10.000 riserve russe. I primi reparti russi avevano già raggiunto il perimetro delle trincee, rovesciandosi a valanga sui nemici, i quali si ritiravano sotto la protezione delle loro batterie. Le truppe dello Zar avevano conquistato le prime trincee e più nulla pareva poter salvare Plevna. 

Esultanti, gli ufficiali russi erano certi che quella sera avrebbero festeggiato a Plevna, ma i turchi, asserragliati nelle ridotte, riuscirono a respingere tutti gli assalti finché giunsero i reparti di rinforzo che Osman Pascià aveva a sua volta tenuto in riserva, e che travolsero la resistenza della prima linea russa. Gli stanchi soldati russi furono presi dal panico e Osman Pascià passò al contrattacco, riconquistando tutte le trincee del perimetro difensivo. 

La prima linea russa fu sconfitta e volse in fuga mentre i circassi si gettavano a depredare e finire i feriti. In quella prima giornata di battaglia rimasero uccisi 168 ufficiali e più di 7.000 soldati russi. 

Abdul Hamid, che non si aspettava questa vittoria e vedeva il proprio impero sull’orlo del collasso, inviò immediatamente a Osman Pascià una spada tempestata di pietre preziose, e lo insignì del titolo di “Ghazi” (vincitore). Il Pascià gli aveva dato il tempo di rivolgersi alla regina Vittoria per cercare aiuto, e con quell’inattesa vittoria aveva suscitato nei confronti dei turchi l’ammirazione delle potenze europee, pur con una certa riluttanza, e contribuito a far dimenticare gli orrori perpetrati nei confronti dei bulgari. 

Nel quartier generale zarista regnava l’angoscia. Si temeva che Osman Pascià si preparasse a inseguire l’esercito sconfitto, e migliaia di russi si rifugiarono oltre i confini rumeni. Il granduca Nicolaj Nicolaevic Romanov (1831-1891), comandante in capo dell’armata, inviò un telegramma al principe Carlo per chiedere urgentemente aiuto, lamentando il pericolo di vedere sconfitta la giusta causa cristiana. L’alto comando russo, nel frattempo, stava contemplando la ritirata sulla riva nord del Danubio, perché i vari corpi d’armata erano sparsi su un fronte eccessivamente lungo, di quasi 300 chilometri. Lo Zar però non voleva cedere, perché avrebbe abbandonato i cristiani bulgari alla mercé dei turchi, e non avrebbe mai osato affrontare quell’onta, che sarebbe stata una disastrosa perdita di prestigio. 

Dal canto suo, Osman Pascià non s’illudeva, perché sapeva bene che quella vittoria gli aveva concesso solo una tregua, e che i russi avrebbero attaccato ancora, e con nuove forze. A tale scopo predispose nuove e più complesse fortificazioni: cinque ridotte collegate con le colline di Janik Bair a nord, sei a sud-est e altre sei a sud, tutte collegate fra loro per mezzo di trincee coperte e con il quartier generale via telegrafo, per la maggior parte dotate di mura alte due metri e larghe sei, circondate da fossati larghi cinque metri e profondi tre. 

Osman fece assegnare ad ogni soldato 600 cartucce più una riserva di altre mille, razioni d’emergenza per otto giorni, riso e farina di mais. Inoltre, fece sistemare bestiame da macello in ogni ridotta, come riserva extra. I cannoni ricevettero cento proiettili ognuno, oltre a cavalli da tiro e buoi per l’eventuale evacuazione dei materiali. 

Nuova offensiva zarista 

Dopo quattro giorni ininterrotti di cannoneggiamento, all’alba dell’11 settembre i russi mossero nuovamente all’assalto, sotto una pioggia fitta e sottile, e una spessa nebbia. Nonostante avessero sopportato un bombardamento di 30.000 proiettili, che avevano ucciso 500 soldati, i turchi erano riusciti a riparare i danni durante la notte, e si paravano a respingere i russi che avanzavano, con rinnovata determinazione, contro ogni aspettativa. 

Un cronista inglese riferì che perfino i feriti turchi, fino ad allora rimasti apatici, sotto quel bombardamento massacrante si erano ringalluzziti e offrivano il loro aiuto, mentre i proiettili “passavano sulle loro teste come treni espressi”. 

Quello stesso giorno, 11 settembre 1877, lo Zar Alessandro II (1818-1881) volle assistere alla battaglia da Grivitza, da una piattaforma di legno eretta appositamente, munita di parapetto, coperta da una grande tenda, e grande abbastanza da poter sostenere il peso di tutto lo stato maggiore dello Zar, oltre a una grande tavola imbandita con ogni sorta di bevande e cibi raffinati, quasi si trattasse di una festosa battuta di caccia e non di una battaglia. 

Secondo le teorie del tempo, nessun attacco avrebbe potuto avere successo senza un numero sufficiente di uomini da mandare al macello. L’arte militare allora prevedeva che le prime ondate sarebbero state sicuramente sterminate dal fuoco nemico, ma quelle successive, composte da truppe fresche, avrebbero certamente conquistato l’obiettivo, anche a colpi di baionetta. Teoria in auge fino alle battaglie di Caporetto e Sedan. Secondo gli strateghi dell’epoca, era solo una questione di uomini: più un esercito ne possedeva, maggiori erano le possibilità di vittoria. 

Ai tempi dei moschetti ad avancarica, e degli eserciti schierati in riga, aveva funzionato egregiamente, ma con le recenti armi a retrocarica, e l’uso dei trinceramenti, tale strategia era sorpassata, come aveva anche già ampiamente dimostrato la guerra di secessione americana, con il fuoco rapido e l’uso dei terrapieni difensivi. Inoltre i generali russi, sottovalutando il nemico, non avevano tenuto nel debito conto che i turchi erano maestri nell’utilizzo delle fortificazioni campali, e per loro natura abilissimi nella difesa. 

Trincea dopo trincea 

Nella tarda mattinata la nebbia si diradò, e nel primo pomeriggio i russi attaccarono. Avanzarono a tridente: a nord-est contro le ridotte di Grivitza, a sud-est contro le fortificazioni, a sud contro le tre ridotte che sorvegliavano le strade principali di accesso a Plevna. A sud le truppe erano comandate dal 35enne generale Michail Skobelev, un uomo imponente, alto quasi due metri, coraggioso fino alla temerarietà, che parlava perfettamente sei lingue, amava le serate in baldoria cantando canzoni scozzesi con perfetto accento, e solitamente andava in battaglia indossando l’alta uniforme e cavalcando un destriero bianco. 

A nord due assalti russi furono fermati dal fango alto e vischioso; i russi e i loro alleati rumeni riuscirono a espugnare una delle ridotte di Grivitza solo verso sera, perdendo 4.000 uomini. Sul saliente meridionale, Skobelev impegnò subito i turchi e Osman Pascià dovette lasciare Grivitza per far fronte all’attacco. 

Skobelev riuscì a piazzare i cannoni e 12.000 uomini a meno di un chilometro dalla più importante ridotta a sud, su una collinetta a ridosso della città. I russi, al suono della fanfara e con bandiere al vento, partirono all’attacco, ma furono costretti a ritirarsi per l’intensissimo fuoco delle armi automatiche dei turchi. Skobelev inviò altri 3.000 soldati in appoggio e questa volta i russi riuscirono a conquistare terreno fino alla ridotta, ma furono ancora respinti. A questo punto Skobelev, montò in sella e spronò gli uomini rimasti. Mentre arrivava al fossato, il cavallo fu colpito e cadde, e lui continuò a piedi, guidando la massa dei soldati, attraversando il fossato ed entrando nella ridotta. Le baionette fecero il resto e ben presto i turchi fuggirono. 

Skobelev aveva conquistato la più importante ridotta difensiva dei Plevna, quella che sorvegliava l’accesso alla città. La sua impresa lo rese famoso e fu celebrata sui giornali di mezza Europa, poiché a quell’assalto aveva assistito anche J.A. MacGraham, inviato del Daily News, le cui corrispondenze da Batak, con la descrizione degli eccidi compiuti dagli ottomani, avevano scosso il mondo. 

Le perdite russe furono ingentissime (oltre 3.000 uomini) ma la sconfitta dei turchi era completa. Dalla sua postazione Osman Pascià vide la bandiera con l’aquila russa sventolare sulle mura conquistate e comprese che, se i russi fossero riusciti a espugnare anche la ridotta vicina, Plevna sarebbe caduta quella notte stessa o la mattina seguente. Telegrafò alle guarnigioni delle ridotte a nord perché inviassero tutti i rinforzi possibili, e studiò un piano per la riconquista della ridotta caduta, con un attacco da effettuare la mattina successiva, ignorando che anche Skobelev si trovava in condizioni così precarie da non essere in grado di sostenere un attacco in forze senza ricevere rinforzi. 

Tutte le richieste di Skobelev per ottenere rinforzi furono respinte dal quartier generale russo, mentre dalle postazioni vicine i turchi gli rivolgevano contro un fuoco infernale, e gli uomini erano esausti e scoraggiati. 

La ridotta traboccava di morti e feriti, cadeva una pioggia incessante, ma Skobelev sentiva che, se avesse ricevuto rinforzi, il giorno seguente avrebbe potuto combattere per le strade di Plevna. Cercò di rifornirsi di munizioni, ma vi erano difficoltà tecniche perché parte dei soldati erano dotati di fucili Krenk, e parte di fucili Berdan, di calibro diverso. Dalle retorvie giunsero munizioni Krenk, poi Skobelev inviò un gruppo di volontari a cavallo fino alle ridotte russe per recuperare le munizioni Berdan. 

All’alba, Osman Pascià attaccò con 5.000 uomini, che però furono respinti, lasciando sul campo 500 morti. I russi respinsero altri cinque assalti prima che un messaggio del quartier generale desse loro il permesso per ripiegare. Skobelev, pur riluttante, obbedì e diede l’ordine di evacuare la ridotta con quanti più uomini poteva. 

Nel tardo pomeriggio i turchi avevano rioccupato la posizione issando nuovamente la bandiera con la mezzaluna, e respinsero anche un’iniziativa nemica da sud e a riconquistare la ridotta di Grivitza. 

I russi erano in ritirata dappertutto, il grande assalto era fallito. In due giorni le perdite russe e rumene erano state di 300 ufficiali e 15.000 soldati, e lo Zar, turbato da quella carneficina, ordinò di sospendere i combattimenti e prendere Plevna per fame. 

Osman Pascià aveva inflitto due sconfitte all’esercito russo forte il doppio del suo ma, da realista qual era, si rendeva conto che, pur avendo bloccato la macchina da guerra russa costringendola ad affrontare il terribile inverno bulgaro in campo aperto, non aveva vie d’uscita, e che l’unica via di scampo era ritirarsi 80 chilometri più indietro, a Orhanie, e ricollegarsi al grosso delle forze ottomane del fronte orientale. Non vi era alcuna utilità nel rimanere a Plevna, a morire di fame e stenti, dopo aver dato prova che i suoi soldati costituivano le migliori forze combattenti dell’impero ottomano. Osman riteneva che, unendo le sue forze con quelle stanziate a est, avrebbe potuto dare molto filo da torcere a qualsiasi offensiva dello Zar. Fiducioso, inviò per telegrafo il suo progetto a Costantinopoli, ma Abdul Hamid lo deluse, inviandogli un ordine dai toni isterici che lo obbligava a restare a Plevna. In gioco vi era il prestigio internazionale, la simpatia guadagnata in Europa, e l’ammirazione per lui, eroe di Plevna, erano assolutamente importanti per il futuro della Turchia e per la sua politica. Dunque, Plevna era ormai un simbolo, da tenere ad ogni costo. In effetti, il Sultano non sbagliava del tutto. L’opinione pubblica inglese aveva cambiato atteggiamento verso di lui: mentre prima delle battaglie di Plevna era unanime un sentimento di ostilità e condanna nei confronti della Turchia, a causa delle atrocità contro il popolo bulgaro, ora prevaleva un senso di simpatia dovuto alla glorificazione del coraggio e del valore del soldato turco, accanito combattente. 

I rinforzi turchi 

Abdul Hamid promise inoltre a Osman l’invio di un enorme esercito che si stava riunendo per marciare in soccorso agli eroi di Plevna e, con una buona dose d’irresponsabilità, lo esortò a resistere finché non fosse arrivato. Osman Pascià, abituato a combattere, per il quale la parola del sultano era sacra, non immaginava che quelle di Abdul Hamid non erano che farneticazioni, e che non avrebbe mai potuto realizzare, tuttavia obbedì. Fece riparare e rinforzare tutte le ridotte e ordinò di seppellire le migliaia di morti per scongiurare un’epidemia che sarebbe stata fatale. 

La fortuna gli fu benigna perché passarono alcune settimane prima che i russi investissero da ogni parte la cittadina di Plevna, permettendogli così di far giungere rifornimenti, migliaia di capi di bestiame, centinaia di carri con viveri e munizioni, lungo la via che passava per Orhanie, proveniente da Costantinopoli. Trattenne tutti i conducenti e le scorte nei mesi di settembre e ottobre per rafforzare i ranghi dei difensori. L’ultimo grande convoglio di 1.500 carri giunse a Plevna ai primi di ottobre. La guarnigione salì così a 60.000 uomini. Nel frattempo i russi parevano spensierati: un’immensa forza militare era inattiva e apparentemente senza piani. I russi non avevano fretta e lo stesso Skobelev se ne era andato in licenza a Bucarest, per dimenticare il macello dell’assalto a Plevna. 

A metà ottobre iniziò a nevicare intensamente, e a Plevna restava aperto il solo accesso che controllava la strada per Orhanie, da dove provenivano i rifornimenti. Alla fine del mese una colonna di guardie imperiali russe attaccò quella posizione e, dopo otto ore di combattimento, i turchi furono sopraffatti e la bandiera russa fu innalzata sui bastioni. Caddero 4.000 turchi, e oltre 2.000 si arresero, mentre fra i russi vi furono circa 4.000 morti. 

Il terribile inverno bulgaro era cominciato ma i turchi resistevano, sostenuti dalla speranza che arrivasse l’esercito promesso dal sultano. Le sentinelle dovevano essere sostituite ogni ora a causa delle rigidissime temperature. Ogni giorno i proiettili delle artiglierie russe colpivano Plevna per alcune ore, e le moschee erano state trasformate in lazzaretti. Mancavano i viveri e, data l’assoluta proibizione di uccidere buoi e cavalli, necessari per un’eventuale sortita, i soldati davano la caccia a cani, gatti e topi. Verso la fine di novembre Abdul Hamid si ricordò della promessa fatta e radunò un esercito. I difensori di Plevna gli avevano consentito di guadagnare quello di cui aveva bisogno: le simpatie dell’Europa, che ora vedeva nella Russia zarista l’oppressore, e il tempo. Tuttavia l’esercito raccolto era una massa disordinata formata da effettivi di altri reparti, prelevati nelle parti più diverse e remote dell’impero, e inviato frettolosamente e senza preparazione a Orhanie. 

Al primo attacco dei russi quella massa disordinata voltò le spalle fuggì. Osman capì che Plevna era perduta, non aveva altra scelta se non quella di tentare di spezzare l’accerchiamento. Nel segreto assoluto organizzò la sortita: ridistribuì le carovane di carri, dell’artiglieria e degli uomini solo di notte, galvanizzando i soldati che non vedevano l’ora di agire. I feriti e i malati si ripresero miracolosamente. I turchi preferivano combattere e morire piuttosto che restare assediati. Era impossibile lasciare indietro i civili turchi perché sarebbero stati massacrati dai bulgari e Osman decise di aggregarli. Per i feriti più gravi si appellò agli anziani della Chiesa bulgara, facendo loro giurare sulla Bibbia che non sarebbero stati offesi. Giunto il momento di lasciare la città, i turchi ingrassarono e avvolsero con la paglia le ruote dei carri e dei cannoni, distribuirono a tutti viveri per tre giorni e un paio di sandali. Con i carri carichi di acqua, viveri, munizioni e foraggio le truppe iniziarono ad uscire. Avevano lasciato dei manichini sulle ridotte, per ingannare i russi e si avviarono. Mancò poco che Osman Pascià riuscisse nell’impresa, perché il segreto era stato mantenuto gelosamente e i russi erano del tutto all’oscuro dei suoi piani. Purtroppo per i turchi, il tentativo abortì sul nascere perché una spia polacca infiltrata svegliò Skobelev alle quattro del mattino. Il generale zarista stava radunando le truppe quando la grande colonna di soldati turchi cominciò a fluire a ovest della città nella pianura innevata. Osman Pascià, alla loro testa, a cavallo di uno stallone, li guidava e migliaia di carri seguivano pesantemente le formazioni di testa. Al preciso ordine di Osman, duemila soldati scelti turchi, bandiere al vento e a suon di musica, andarono all’assalto delle fortificazioni russe e alle otto e trenta del mattino avevano spezzato l’accerchiamento e distrutto un reggimento nemico. Osman non volle dare tregua e ordinò di assaltare la linea di difesa più interna, ma incappò nell’accanita resistenza delle difese russe e iniziò un feroce combattimento corpo a corpo tra le decine di migliaia di combattenti russi e turchi. I turchi non davano segno di voler cedere neppure davanti all’enorme disparità di forze, ma il destino volle che Osman Pascià fosse colpito da una pallottola vagante. I suoi aiutanti prima lo videro barcollare e poi cadere da cavallo. Era stato ferito ad una gamba, ma la sua caduta fu il segnale della catastrofe per i turchi. Presi dal panico, iniziarono a ritirarsi, mentre gli ufficiali cercavano invano di radunarli per riportarli in battaglia, e fu la fine. I russi avevano già occupato le ridotte e i turchi non avevano più alcuna speranza di riconquistarle. All’una fu sparato l’ultimo colpo di cannone mentre da una casa vicina al ponte sul Var dove Osman giaceva ferito fu issata la bandiera bianca. L’assedio era durato 143 giorni. 

Una eroica e inutile difesa 

Quando Osman Pascià si arrese, i russi lo trattarono come un eroe. Il granduca Nicolaj lo accolse con grande cortesia e stringendogli la mano esclamò: “Mi felicito con lei per la sua difesa di Plevna: essa è uno dei più splendidi fatti della storia”. Gli eleganti ufficiali dello Zar dai lucentissimi stivali rivaleggiarono con il loro comandante nel complimentarsi. Si fece avanti tra di loro un alto ufficiale dall’impeccabile uniforme, e Osman Pascià, saputo che si trattava di Skobelev, stringendogli la mano disse che un giorno proprio lui sarebbe diventato il comandante supremo dell’esercito russo. Lo stesso Zar volle invitarlo a colazione e, quando il turco fece l’atto di consegnargli la spada, con grande signorilità gliela restituì. Quando fu il momento di avviarsi al campo di prigionia di Kharkov, un ufficiale dello stato maggiore russo gli consegnò un ramoscello di mirto, che per la tradizione era un atto di pace e d’amicizia. Ben diverso fu il trattamento riservato ai soldati turchi. Tradendo le promesse fatte, i prigionieri furono maltrattati, più di quarantacinquemila furono rinchiusi tra i reticolati a Plevna, esposti ai rigori dell’inverno, senza cibo, né farmaci, né assistenza medica. Non potevano bere l’acqua del fiume Vid perché era contaminata da centinaia di cadaveri che i russi vi avevano gettato. Durante la detenzione nell’inferno di Plevna morirono tremila uomini, poi degli oltre quarantaduemila che partirono, meno di quindicimila arrivarono nei vari campi di internamento siti in territorio russo, dopo estenuanti marce nella neve a piedi nudi sotto la sferza degli elementi e gli knut dei guardiani. Un destino ancor più terribile toccò ai feriti gravi che Osman aveva lasciato nelle ridotte al momento della sortita: i bulgari, tradendo le solenni promesse, li trascinarono fuori dai lazzaretti e li massacrarono tutti senza pietà. Qualche mese dopo, su un quotidiano di Bristol uscì un breve articolo che sfuggì all’attenzione dell’opinione pubblica britannica ed europea. L’articolo parlava di fertilizzanti e riportava una frase raccapricciante: “Trenta tonnellate di ossa umane, compresi trentamila scheletri, sono state scaricate ieri a Bristol. Provenienza: Plevna”. 

Liberamente tratto da “I SIGNORI DEL CORNO D’ORO di Noel Barber – Arnoldo Mondadori Editore 1974 – Titolo originale “The Lords of the Golden Horn” 

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