Lo “scandalo” Heine/Platen. Di Giuseppe Moscatt.

Heinrich Heine.

1.Storia e cause della polemica (1819-1829).

Nell’ottobre del 1819 le due parti di questo breve intervento – Il conte August von Platen Hallermünde e il dotore. Heinrich Heine – sembravano avere raggiunto l’agognata autonomia economica e culturale, quella libertà personale che finalmente li sganciava dall’oppressione familiare, per l’uno la famiglia conservatrice cattolica bavarese; per l’altro, la comunità ebraica altrettanto tradizionalista, legata alla logica capitalistica e ancora refrattaria al credo politico integrazionista  prussiano. Mentre Platen fugge da Würzburg inseguito da  voci più insistenti di omosessualità; Heine scende a Sud del Reno, si impianta a Bonn, apre un’impresa finanziaria e studia legge per ottemperare al ricco zio che lo vuole un avvocato d’affari. Nel contempo, Platen ad Erlangen continua gli studi di filosofia sotto la guida del vecchio maestro Schelling, incrociando Heine alle lezioni di letteratura, ambedue ascoltatori di Wilhelm Schlegel, uno dei padri del movimento  romantico che all’epoca  furoreggiava nella gioventù tedesca. E’ l’età dei viaggi culturali, in Italia per August e per Heinrich, dove il primo soggiorno a Venezia (1824), mentre il secondo tornerà a Berlino, passando per la catena dell’Harz e imparerà così l’arte del resoconto e del divagare, come gli studi classici gli avevano suggerito. (Erodoto, Luciano, a anche i moderni Voltaire e Rousseau). Ottengono una visita a Weimar dal maturo Goethe, ormai in apparente ritiro e ne sentono ancora il fascino intellettuale, benché Heine ne viene quasi rimproverato per la sfacciata proposta di chiedere un parere sul suo “Faust”in forma di balletto. Invece il giovane Platen riceve un certo plauso per avere pubblicato agili versi in forma araba, i “Ghazal”, brevi epigrammi monorima, stile che Goethe aveva da poco proposto al pubblico tedesco riattivando schiere di fedelissimi rafforzate dal suo olimpico silenzio sulla Rivoluzione Francese e poi sugli sviluppi del nuovo mito romantico. Heine, dal canto suo, messo da parte il velleitario balletto, subisce lo sfregio antisemitico di essere escluso dalle società liberali studentesche e perciò esplode il suo primo segnale provocatorio, pubblicando nella “Gazzetta renana” un saggio critico sul romanticismo tedesco, accusando il movimento di essersi seduto dopo il Congresso di Vienna al tavolo prussiano, liberista e nazionalista. Platen, del pari, non trova più il compagno ideale del suo omoerotismo: l’amico Justus von Liebig non lo corrisponde più. Ormai, i due nuovi Dioscuri della letteratura romantica – come lo erano stati alcuni decenni prima Goethe e Schiller all’alba dello “Sturm und Drang” – cominciano a duellare, a colpi di versi, generando quell’iniziale conflitto ideologico e classista – come lo definirà Marx vent’anni dopo – fra due “fratelli” innovatori, ma di fatto nemici, rivolti a svecchiare la cultura germanica frammentaria e ancora lontana dal senso unitario nazionale che solo dopo il 1848 avrà un suo significativo moto aggregante. Lo scontro tra nazionalisti liberali che spaccava la prima cultura romantica si riverbera tutta in uno scandalo letterario che vedrà come protagonisti proprio i nostri due poeti. E’ il 1827: un modesto giurista di Magdeburgo, Carl Immermann, anch’egli trascinato dall’amico fraterno Heine nella selva arabeggiante della nuova stilistica orientale caldeggiata dal  Vate di Weimar, lancia uno strale indiretto a un poeta classico – forse Platen  – che dimenticava a suo dire la bellezza del “pastore”, piuttosto che lodare la bellezza del reale e delle donne, immerso piuttosto a declamare i contadini e non le contadinelle … Subito, la stampa letteraria vide il “gossip”: chi poteva essere se non Platen quell’amabile versificatore teso al bel pastore, “giovinetto bruciato dal sole?” Era la punta dell”iceberg”.Le dicerie omofobe di Immermann diedero fastidio al poeta bavarese perché proprio in quell’anno correva per la cattedra ad Erlangen e la Chiesa Bavarese non poteva permettere la docenza a quello spiantato e pericoloso poetastro di belle rime, ma anche troppo sensibile ai giovanotti, fin dagli anni di Würzburg. Di qui, la risposta avvelenata di Platen, “L’Edipo romantico”, una pièce in versi classici sul modello aristofanesco, ma anche machiavellico, dove non solo veniva dileggiato il povero Immermann – chiamato “Nimmermann”, ovvero un “nessuno”. Ma anche veniva satireggiato in modo polemico e personale “l’ebreo” Heine, detto il “Petrarca delle feste dei tabernacoli”, l’orgoglio delle sinagoghe, “il padre delle genti irrispettose e fautrici del genere umano”, perfino di essere fra “coloro che nei loro baci odorano di aglio sparso dalle loro boccette”. Insulti che fecero rabbrividire lo stimato collega, come bravo poeta, attento avvocato d’impresa, grande amatore di belle nobildonne. Tutto il contrario dalla carriera professionale e d’artista che si stava conquistando nella società tedesca, omofoba, sessista, capitalista e liberista antiaustriaca. Senza contare che tutto ciò era anche a danno di un amico intimo come Immermann, una offesa collaterale che il malcapitato giudice e letterato cercò vanamente di smorzare, reagendo moderatamente nel 1829, a stretto giro di dramma – “Il cavaliere errante nel labirinto della metrica” – dove si limitò a dire che “nel labirinto delle forme metriche, Platen  è come un pupazzo che gira a vuoto.” Ma la questione fra i due non finì lì, visto che poi Immermann cessò di comporre e per di più ruppe con Heine, lasciandolo al suo destino di esiliato. Molto più pepata fu la risposta polemica di Heine, il cui marchio di “ebreo convertito, di poeta romantico della prima ora filo napoleonico e di sciupa femmine della classe nobiliare a lui superiore”, lo declassava nella scala gerarchica sociale, relegandolo all’ultimo posto degli aspiranti successori alle cattedre universitarie bavaresi (la stessa paura curiosamente di Platen per Erlangen!) e nel  mondo degli affari, rifugio sicuro per il banchiere mancato. Fu una vendetta al vetriolo: nella terza parte dei “Resoconti di viaggio”, “I Bagni di Lucca”, sempre nel fatale 1829, Heine ruppe il tabù dell’omoerotismo. In un contesto di ironica descrizione della fede cattolica a Lucca, Heine affermò  di Platen “come uomo non vero, visto che ogni suo amore ha un che di passivo, un modello greco… Egli è invece una femmina, una di quelle che si credono donne, esseri maschili che piuttosto sono delle “tribadi” (oggi diremmo transgender)….Tale natura disgraziata è il tema dominante delle sue belle poesie, che sempre esaltano un’amicizia particolare rivolta solo agli uomini… “un amico molto caldo che da Erlangen a Venezia, da Roma alla Toscana, cercava ragazzi biondi e non mancava di bussare alle porte degli studenti..”Accuse infamanti per l’epoca che andavano al di là della satira classica, che conferivano una patente di minorità mentale e che faceva così concludere il monologo del viaggiatore: “sì, lo devo ammettere, Platen non sa dire che la bellezza maschile è l’unico genere di cui è capace di innamorarsi!! “Accuse che spingeranno la Corte di Baviera ad escludere del pari Platen dalla nomina accademica ad Erlangen, già perduta da Heine e che portò al conferimento al più integrato e filisteo Rückert, un modesto traduttore delle “Ghaselen” arabe fino all’epoca per ironia della sorte campo di battaglia di Platen e dello stesso Immermann.

2. Dopo la polemica (1830-1930).

La polemica non era che appena iniziata, proseguendo fino al ‘900 fra letterati classici e scrittori popolari. Il primo maggio 1830, Platen sbarcò a Napoli ed iniziò il periodo forse più fruttuoso delle sue opere. Una vita errabonda in esilio volontario che lo porterà a morire a Siracusa nel 1835, qui stranamente molto parco nel riversare nei suoi diari i dolori e le amarezze del suo essere speciale, ma prolifico nelle sue opere non solo poetiche, ma anche di prosa, dai ”Polenlieder” alla “Storia del Regno di Napoli” (1414-1443), lavori che solo da un decennio hanno visto una recezione italo-tedesca ancora positivamente in atto. E fu il nostro secolo quello della riscoperta guidata da Thomas Mann, che con una eccezionale critica del personaggio, ne ribadì il valore estetico e gli diede  un posto di rilievo nella storia della letteratura tedesca, qualificandolo un “Don Chisciotte” e anche un “Parsifal”, ribaltando il negativo giudizio  di Immermann, perché assunse nell’esistenza umana quella caratteristica di frammentarietà rispetto ad una totalità a cui a noi mortali non è dato pervenire. Nondimeno, “Il fratello” antagonista Heine diverrà sotto la lente del viennese Karl Kraus un giornalista al vetriolo, provocatore, sottilmente anticipatore della stampa scandalistica attuale, quasi un ideale difensore  del principio laico di distruzione creativa, dove le vicende di cui fu parte – e che lo stesso Heine tese a sminuire dopo la tragica fine di Platen – alimentarono la decadenza della società ipocrita viennese, conseguenza collaterale del suo poetare alternativo e popolare. Infatti Heine con il “Romanzero” del 1851 influenzò non solo la scuola verista di Zola, ma lasciò traccia in Nievo e Verga. Nella successiva letteratura dell’esilio in terra di Francia, non pochi esuli fra le due guerre costruirono un mondo ideale proprio con quei “diversi” tra i quali Heine e il Platen avevano fatto parte involontaria. Evoluzione che ha trovato mediazione non nel disimpegno soggettivistico, ma nel coinvolgere nella conoscenza storica elementi critici del comune sentire, risalendo sarcasticamente al “vero”, all’utile e al ”bello”, bilanciando tali valori in un unico contesto, come appunto fa Heine nei suoi poemi del “Romanzero” citato, quando passa dal discorso amoroso a quello delle pene quotidiane, una provocazione e spesso una violente rampogna contro i potenti della terra. Lettura che ancora ci lascia sgomenti nella splendida traduzione del Carducci, soprattutto nell’immortale ode “I tessitori della Slesia” del 1844, versi che preludono al “Manifesto” di Marx ed Engels, con i quali Heine  intrecciò un rapporto politico ed amicale che troverà una sua traccia evidente nello stesso “Capitale”.

Bibliografia:

  1. Sulla polemica letteraria, vd. P. DI SILVESTRO, August von Platen, Morire a Siracusa, Sellerio, Palermo, 1997; nonché H. MAYER, La lite tra Heine e Platen, in I diversi, Feltrinelli, Milano, 1977, pagg. 194 -209.
  2. Sugli effetti indesiderati, vd. KARL KRAUS, Heine e le conseguenze, ed. Graphot, 1993. In originale – Heine und die Folgen, prima ed. 1910,  in https://archive.org/search.php.
  3. Sul rapporto fra Platen e Thomas Mann, cfr. di quest’ultimo August von Platen, tutte le opere, vol. X, Mondadori, Milano,1953, pagg. 363-380.

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