Il mistero delle Amazzoni. La leggenda di una civiltà di ‘donne guerriere’, custodi di un mitico tesoro, spinsero i Conquistadores spagnoli del 16° Secolo a sfidare l’impenetrabile giungla sudamericana, alla ricerca di fantastiche ricchezze. Di Tito Spina.

Una rappresentazione greca delle Amazzoni.

Dopo avere saccheggiato i tesori di Mesico e Perù, intorno alla metà del 16° secolo i Conquistadores spagnoli spostarono i loro interessi sul grande continente sudamericano, caratterizzato da un vero e proprio labirinto di fiumi immensi che attraversano giungle impenetrabili, e popolato da sconosciute tribù autoctone. Vi erano infatti leggende diffuse su una misteriosa tribù di donne guerriere, a guardia di un immenso tesoro, conosciute con il nome di Amazzoni, termine che deriva dal greco “amazòn” la cui etimologia è ancora oggi di dubbia origine. In genere, gli storici si riferiscono alla iniziale greca “alpha” che ha valore privativo, e alla parola “mastòs” (mammella), quindi letteralmente “senza seno”, in quanto le Amazzoni, come vuole la leggenda, si mutilavano il seno destro per essere più abili nel tendere l’arco, nel portare la faretra e altre armi. Il riferimento è anche alla narrazione che racconta come le donne dei Sarmati usavano bruciarsi la ghiandola mammaria destra con un disco di rame arroventato, fin dalla prima adolescenza, con lo stesso scopo. 

Altre fonti propongono invece la tesi inversa, con riferimento alla lettera “a” in senso rafforzativo, e quindi “grande seno”, oppure al termine che deriva da “masa” (luna) e quindi “sacerdotesse della Luna”. Esiste inoltre anche l’interpretazione che vuole le Amazzoni figlie di Ares, dio della guerra e che, secondo quanto ci tramanda Omero, vivevano nella regione del fiume Termodonte, in Leucosiria (sulla costa meridionale del Mar Nero) intorno alla città di Temiscira, e quella legata al termine iraniano “ha-mazan” (donna guerriero), discostandosi quindi totalmente dal termine greco e dalla pratica dell’amputazione o della bruciatura del seno. In ogni caso, nessuna riproduzione pittorica, scultorea, o di altro genere, giunta fino a noi, raffigura donne guerriere prive di mammella. 

A parte il mito dell’antica Grecia, le Amazzoni (da cui deriva notoriamente il nome dell’odierna Amazzonia), erano oggetto di leggende fra le popolazioni della zona settentrionale del Sud America. 

La donna guerriero e l’Uomo d’Oro 

Nel 1500 gli spagnoli avevano già esplorato le foci dei maggiori fiumi sulla costa del Brasile e del Venezuela, ma organizzare missioni per l’esplorazione dell’interno era impresa di tutt’altro genere. I primi tentativi furono compiuti risalendo alcuni corsi d’acqua, ma l’enorme superficie degli estuari, che si diramavano in migliaia di ramificazioni, rendevano sostanzialmente impossibile l’esplorazione. A tutto ciò si aggiungeva il clima ostile e l’aggressività di diverse tribù della zona. 

Una prima valutazione del territorio, su basi geografiche, si ebbe solo nel 1544, quando Francisco de Orellana (1511-1546) già al seguito di Francisco Pizarro Gonzalez (1478-1541), organizzò un’audace spedizione, che però ebbe esiti tragici, e lo steso Orellana non ne sarebbe tornato. 

La colonna di Conquistadores partì dalla costa del Perù, inoltrandosi per quasi un anno fra inestricabili giungle e montagne, giungendo infine alle sorgenti del grande fiume Maranon, quindi furono costruite delle barche, e per altri nove mesi gli spagnoli si diressero verso la costa atlantica, dove giunsero in pochi, che raccontarono di un’accanita battaglia contro misteriose quanto spietate donne guerriere (che potrebbero essere stati uomini con lungi capelli e paramenti multicolori, che si lanciavano in battaglia con grida molto acute). 

Secondo il cronista della spedizione, Francisco López de Gómara (1511-1566) gli uomini di Orellana, mentre discendevano il fiume Maranon, giunsero in un territorio dove si trovavano diversi villaggi di grandi dimensioni, le cui abitazioni erano di un “bianco splendente”, e dove gli indigeni si accalcavano lungo gli argini, deridendo gli stranieri e minacciando di catturarli e consegnarli alle terribili donne guerriere, o Amazzoni. 

Gli spagnoli non esitarono a farsi strada aprendo il fuoco con spingarde e pistole e, una volta sbarcati, furono attaccati da un numero soverchiante di indigeni, al cui comando furono notate alcune donne, che de Gòmara così descrisse: “Di statura insolitamente alta e pelle molto chiara, oltremodo robuste, praticamente nude e con le sole parti intime coperte, portano arco, frecce e lancia, e combattono come dieci indios messi insieme. Alcuni fortunati prigionieri, miracolosamente fuggiti, riferiscono che queste donne guerriere si accoppiano con gli uomini catturati in battaglia solo una volta all’anno, per poi ucciderli subito dopo, e lo stesso destino è riservato ai neonati maschi, poiché solo le femmine vengono allevate, e alle quali asportano la mammella destra in giovane età, per facilitare l’uso delle armi da guerra”. Fu poi lo stesso de Orellana che, dopo questo episodio, battezzò il grande fiume Maranon con il nuovo come di Rio Amazonas, che conserva ancora oggi. 

Le leggende sulle donne guerriere del Nuovo Mondo erano già note fin dal primo viaggio di Cristoforo Colombo (1451-1506), quando il navigatore genovese era sulla via del ritorno, nel 1493, e alcuni indigeni dell’isola di Hispaniola (la odierna Haiti) raccontarono che Mantinino, una delle vicine isole, era popolata da sole donne, le quali usavano accoppiarsi con uomini delle tribù di isole dei dintorni, in particolari occasioni e determinati periodi dell’anno, e che successivamente cacciavano dai loro confini. Inoltre raccontarono che solo le figlie femmine venivano allevate e cresciute, mentre non si sapeva quale destino fosse riservato ai neonati maschi. Un’isola dove le donne erano dedite alla guerra, indossavano corazze di bronzo e pare fossero particolarmente abili con l’arco. 

Lo stesso Colombo, nei viaggi successivi, cercò l’isola delle donne guerriere, ma non riuscì mai a trovarla, né Mantinino è mai stata localizzata fino ad oggi. Tuttavia, le voci sull’isola delle misteriose donne guerriere continuarono, ma con una diversa ubicazione, sempre più verso ovest e in aree sempre più sconosciute. 

Ai tempi delle esplorazioni di Orellana, infatti, le Amazzoni pare vivessero nel cuore della foresta brasiliana, dove i Conquistadores si avventurarono spinti non solo dal desiderio di scoprire le donne guerriere, ma soprattutto dalle insistenti voci che ne raccontavano le sorprendenti ricchezze. Alcune cronache del tempo affermano che “se le combattenti incontrare nella fitta giungla fossero realmente le tanto decantate Amazzoni, le loro ricchezze potrebbero arricchire l’intero mondo”; altre raccontano che sotto la custodia delle donne guerriere, vi sarebbe così tanto oro e argento che anche gli oggetti di normale uso quotidiano erano fabbricati con gli stessi metalli”. Tale leggenda, ne avvicinò un’altra che spesso confluisce, cioè quella di El Dorado, il mitico “Uomo d’Oro”, re di un dominio nascosto che si diceva essere completamente ricoperto di polvere dorata. 

Uno dei più convinti sostenitori dell’esistenza del “Re d’Oro” e delle Amazzoni era Sir Walter Raleigh (1552-1618), corsaro e sfortunato esploratore, fondatore dello Stato della Virginia, che organizzò e diresse due spedizioni, nel 1595 e nel 1616, ma non trovò nessuno dei due, e fu accolto in patria con derisione e disprezzo. 

Anche spagnoli e portoghesi allestirono diverse spedizioni alla ricerca di El Dorado e delle Amazzoni, ma non ebbero maggiore fortuna. Nel 1553, il cronista de Gòmara scriveva, con malcelata ironia: “Credo che nessuna donna si bruci o si amputi un seno al solo scopo di utilizzare meglio un arco. Le donne sono perfettamente in grado di maneggiare arco e frecce, anche senza tagliarsi quella parte del corpo…Nessuna cosa del genere è mai stata vista lungo il grande fiume, e mai si vedrà! A causa di questo inganno, molti parlano già di questo grande corso d’acqua come del Rio delle Amazzoni!”. 

I commenti piuttosto stizziti di de Gòmara non erano ingiustificati, poiché nessuno, fra i Conquistadores, aveva portato prove concrete né sull’esistenza delle Amazzoni, né di El Dorado, inoltre molte volte si erano viste donne combattere, ma al fianco dei propri uomini, per difendere il villaggio, sia contro gli spagnoli che contro tribù rivali, ma a nessuna di loro mancava un seno, non avevano pelle chiara e non portavano corazze. Inoltre, quando esploratori come Cristoforo Colombo e Francesco de Orellana avevano stretto contatti con i nativi delle isole, necessariamente dovevano utilizzare interpreti che non avevano dimestichezza con i dialetti locali, e poiché spesso gli indigeni venivano interrogati sotto tortura, accadeva che nella maggior parte dei casi veniva rivelato ciò che i colonizzatori volevano sentirsi dire, o gli stessi interpreti badavano più a compiacere il proprio padrone, che ad essere fedeli traduttori. Per questo, dai resoconti di molti interrogatori, erano emerse conferme sull’esistenza di ciò che i Conquistadores cercavano. 

A questo punto, una domanda: a che cosa era dovuto l’interesse degli spagnoli, e perché si aspettavano di trovare i tesori delle Amazzoni o il regno di El Dorado proprio nella giungla brasiliana? Di certo non era a causa del fiume ribattezzato Rio Amazonas. 

In effetti, ciò che si ricavò dagli interrogatori, altro non era che un richiamo a leggende di antica origine, perché il mito delle Amazzoni non è certo una “trovata” delle genti della giungla brasiliana, visto che risale all’antica Grecia. Semmai desta curiosità il perché le mitiche Amazzoni siano state collocate nella giungla brasiliana, visto che l’esistenza di quella terra era certo sconosciuta agli antichi greci. 

Le dinamiche di questo fenomeno, d’altra parte, sono già di per sé una leggenda che ha dello straordinario, e che dalla civiltà ellenica, arriva all’altra parte del mondo per tornare al punto di origine. Alla conclusione dell’indagine, infatti, abbiamo prove della reale esistenza di donne guerriere, ma in un luogo molto lontano dalla foresta sudamericana. 

Eroi classici e Amazzoni 

Le prime tracce scritte di combattenti donne si trovano nel poema omerico “Iliade”, dell’8° secolo a.C. quando si parla delle donne che combattono, al servizio del re Priamo di Troia, come e meglio degli uomini più forti e coraggiosi. Dal punto di vista rigorosamente storico, le donne guerriere pare abbiano avuto origine in un territorio a oriente della città di Troia, forse nella Frigia (l’odierna Anatolia centrale, in Turchia), dove lo stesso Priamo aveva avuto a che fare con loro in gioventù. Omero non fornisce altri particolari, probabilmente perché (opinione proposta dagli studiosi delle opere omeriche) le popolazioni dell’epoca già conoscevano l’esistenza delle Amazzoni. 

Maggiori informazioni giungono da autori greci di epoca posteriore, evidentemente affascinati dal tema della donna guerriera. Secondo diversi drammaturghi, le Amazzoni già citate da Omero, avrebbero quindi combattuto nella guerra di Troia, alleate del re Priamo che alla fine, dopo averle combattute senza grandi risultati, avrebbe preferito averle come alleate, sotto il comando della regina Pentesilea, che nella narrazione viene uccisa dall’eroe greco Achille, il quale, rimasto folgorato dalla sua bellezza e preso dal rimorso, arriva addirittura a compiere un atto di necrofilia, sul campo di battaglia. 

Molti eroi della letteratura greca vivono avventure galanti con le Amazzoni. Uno fra i più noti è Eracle (Ercole per i latini) il quale, fra le celebri dodici fatiche imposte dal re di Micene, doveva impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni. 

L’eroe, alla testa di un manipolo di coraggiosi, incontra le donne guerriere sulle rive del Mar Nero, e qui decide che il modo migliore per ottenere ciò che doveva, fosse sedurre la regina, la quale non offre molta resistenza, attratta dalla bellezza e dalla prestanza di Eracle. Quando le altre Amazzoni si accorgono di quanto stava accadendo, credono che il greco volesse rapire la regina e le fanno scudo intorno, spaventando il coraggioso semi-dio che, preso dalla fretta, uccide Ippolita, ruba la cintura e scappa, senza smettere di combattere poiché inseguito dalle rabbiose donne, alcune delle quali vengono fatte prigioniere. Diverse, però, riescono a fuggire e a raggiungere la terra degli Sciti, che approfittano dell’occasione per favorire la loro vendetta e invadono la Grecia, compiendo saccheggi e violenze. Dopo quattro mesi ininterrotti di guerra, Teseo, diventato re di Atene dopo avere ucciso il Minotauro, ebbe finalmente ragione degli invasori e li ricacciò oltre i confini. 

Tutta la vicenda è certamente inventata, anche se con note basate su fatti reali, tuttavia molti autori classici sono concordi nell’indicare i luoghi esatti in cui avvennero le battaglie, e quelli dove sarebbero state sepolte le Amazzoni cadute in combattimento. 

Dalle stesse fonti della Grecia classica sono pervenute anche le descrizioni originali delle abitudini e del modus vivendi delle donne guerriere, non a caso praticamente identici a quelli descritti dai cronisti spagnoli del 16° secolo, in particolare per quanto riguarda il taglio del seno. Gli antichi greci credevano realmente che le Amazzoni vivessero in comunità rigorosamente formate da donne, e che gli uomini fossero solo “strumenti” per la procreazione, con lo scopo di allevare solo figlie femmine all’arte della guerra, e con particolare dedizione all’uso dell’arco e all’equitazione, mentre i maschi venivano affidati al padre e resi storpi alla nascita, per evitare che diventassero guerrieri nemici. 

I primi resoconti greci sono concordi nel collocare il territorio dove vivevano queste donne, a est della Grecia, in Asia Minore, nella zona di Efeso, Smirne, e sulle coste orientali dell’Egeo, mentre il luogo di provenienza era localizzato sulle coste sud-orientali del Mar Nero, lungo il corso di un fiume chiamato Thermodon, e dove si svolge anche la vicenda di Eracle e Ippolita. 

Il Mar Nero 

La confusione storica fra Amazzoni dell’Antico ambiente ellenistico, e Amazzoni che della giungla brasiliana, è dovuto a diversi motivi, fra cui il fatto che gli antichi storici greci parlavano di un altro territorio di origine, situato lungo il fiume Tanais, sulla costa settentrionale del Mar Nero, che era appunto noto come Fiume delle Amazzoni, confine fra Occidente e Oriente, oggi è identificato con il fiume Don. 

Quale dei due grandi corsi d’acqua fosse il vero Rio delle Amazzoni, rimane tutt’ora un mistero, tuttavia i greci erano concordi dell’affermare che era il Mar Nero orientale la vera patria di origine delle donne guerriere. 

Proprio in questa regione è stato scoperto un qualcosa di estremamente interessante. Dopo il 5° secolo a.C. i greci acquisirono una conoscenza sempre più approfondita del territorio in questione, alimentando ancor più le leggende sulle Amazzoni, e arricchendole di ulteriori dettagli. A differenza dei Conquistadores spagnoli di duemila anni più tardi, i greci non furono costretti a collocare in luoghi sempre diversi la paria delle Amazzoni, poiché convinti che la zona alle foci del grande fiume Tanais fosse il vero e unico luogo di provenienza delle misteriose guerriere, e che quelle donne che abitavano le coste settentrionali del Mar Nero ne fossero le dirette discendenti. 

Dov’è il confine fra mito e realtà? 

Il primo documento degno di credibilità che parla delle Amazzoni, è quello redatto da Erodoto di Alicarnasso (484-425 a.C.), che spesso inseriva nelle sue cronache anche elementi fantastici, ad esempio gli accenni ai serpenti volanti dell’Arabia. Nonostante questa caratteristica, per altro comune in diversi autori del tempo, le descrizioni sulle donne guerriere appaiono estremamente realistiche, come quelle su usi e costumi di egiziani o babilonesi. Le testimonianze di Erodoto, però, potrebbero anche non essere dirette, ma riportate dai racconti dei mercanti ateniesi, suoi concittadini, dal momento che i rapporti commerciali con i popoli dell’Asia Minore, che i greci chiamavano genericamente Sciti, erano frequenti, e nella stessa Atene viveva anche una comunità provenienti dalle terre intorno al Mar Nero, che forniva un contingente di arcieri al servizio della Polis, con compiti di sorveglianza. Un esempio è la presenza di un arciere dal tipico accento “russofono” in una delle molte commedie del teatro greco. 

Lo stesso Erodoto attribuisce poi ai Sàrmati (popolo di origine iranica, come Iazigi, Rossolani e Alani) una diretta discendenza dall’unione fra Sciti e Amazzoni, le quali si sarebbero stabilite sulle sponde settentrionali del Mar Nero, dopo che i greci invasero il territorio di Thermodon e fecero prigioniere molte donne. Queste si ribellarono ai loro rapitori e presero il comando delle navi che stavano tornando in Grecia attraverso il Mar Nero, ma si trovarono impossibilitate a governarle perché prive di esperienza di navigazione. In balia di venti e correnti, andarono alla deriva fino ad approdare alle coste settentrionali dove, una volta sbarcate, trovarono dei cavalli, che invece sapevano ben utilizzare. Grazie a questi, furono presto in grado di saccheggiare i nuovi territori, popolati da tribù di Sciti. Contatto dopo contatto, cominciarono anche le unioni, e ne nacque una nuova generazione che si spostò oltre il fiume Tanais, in cerca di nuova terra. 

Secondo Erodoto, quindi, i Sàrmati erano i diretti discendenti delle Amazzoni: “Le donne dei Sàrmati hanno mantenuto i loro antichi costumi: vanno a caccia a cavallo, talora con i propri uomini e a volte senza di loro, partecipano alla guerra e vestono paramenti uguali ai guerrieri uomini. La lingua da loro parlata è quella scita, ma in una forma corrotta, in quanto le Amazzoni non sono mai state in grado di parlarla con sufficiente padronanza. Essi hanno una legge che regola le unioni matrimoniali e proibisce alle giovani ragazze di prendere marito, finché non abbiano ucciso un nemico in battaglia. Alcune donne, non in grado di soddisfare tale requisito, invecchiano e muoiono sole e senza figli”. 

Diversi scrittori e cronisti, posteriori a Erodoto, confermano a loro volta l’esistenza delle Amazzoni su basi storiche, ma al tempo stesso erano diffuse anche leggende sempre più fantasiose. Alcuni citano anche Alessandro il Grande (356-323 a.C.), il cui impero si estendeva a comprendere anche buona parte dell’Asia Minore, il quale avrebbe ricevuto la visita della regina delle Amazzoni, che voleva proporre un’alleanza. 

Due secoli dopo, alcuni scrittori latini parlano del generale Pompeo Magno (106-48 a.C.) storico rivale di Caio Giulio Cesare (100-44 a.C.) che intraprese la campagna di conquista delle terre d’Oriente, venendo allo scontro con Mitridate VI (135-63 a.C.) re del Ponto, regno situato sulle coste meridionali del Mar Nero. Nel 65 a.C. quando i due eserciti si sfidarono nella battaglia finale, fra le truppe del Ponto erano presenti numerosi reparti ausiliari di Sciti e Sàrmati. Lo storico Appiano di Alessandria (95-165) scrisse: “Fra i prigionieri del vincitore Pompeo, furono trovate molte donne, alcune delle quali avevano ferite tanto gravi quanto quelle degli uomini. Si dice che queste donne provenissero dalle terre delle Amazzoni”. 

Dopo avere sconfitto Mitridate, Pompeo invase e conquistò l’odierna Armenia e condusse il suo esercito in territori che mai nessun romano aveva raggiunto prima, verso nord, ai limiti del Caucaso, fra Mar Nero e Mar Caspio, dove oggi si trova la Georgia e giungendo in un territorio noto come Albània, da non confondere con il Paese dei Bancani. 

Lo scrittore greco Teofane, al seguito di Pompeo, documentò usi e costumi di quelle genti, riportati anche da altri autori, fra cui lo storico e geografo Strabone di Amasya (63-23 a.C.), e fra le cronache desta particolare interesse la narrazione su donne guerriere, che vivevano fra le montagne intorno alla Albània: “Quando non vanno in guerra, le Amazzoni svolgono varie attività, si dedicano alla coltivazione dei campi, al pascolo del bestiame, e soprattutto all’allevamento dei cavalli. Le più aitanti e coraggiose si dedicano alla caccia a cavallo e al combattimento corpo a corpo, preparandosi nelle arti marziali. Una caratteristica di queste donne è che, in giovanissima età, viene loro bruciato il seno destro, per usare al meglio il braccio corrispondente nel tendere l’arco, nel lanciare il giavellotto, nel maneggiare il sagaris (tipica ascia scita – ndr) o nel reggere lo scudo. Costruiscono robusti elmi, sono esperte tessitrici di abiti e fabbricano cinture con pelli di animali selvatici, e per due mesi all’anno, in primavera, salgono sulle montagne che segnano il confine con le tribù dei Gàrgari, i quali a loro volta salgono sulle stesse vette per compiere sacrifici rituali con le Amazzoni e celebrare riti di procreazione, il tutto in grande segreto, nella completa oscurità e quindi in modo totalmente casuale. Dopo l’accoppiamento, uomini e donne si separano e le femmine che nascono vengono tenute fra le Amazzoni, mentre i maschi sono affidati ai Gàrgari perché crescano fra loro”. 

I classicisti contemporanei non danno grande attenzione a ciò che gli storici della Grecia antica accettano come dati di fatto, in particolare in quanto resoconti della spedizione delle legioni romane di Pompeo fino ai limiti del mondo allora conosciuto, e semmai avanzano l’ipotesi che, per i greci, la storia delle Amazzoni fosse nulla più che una specie di parabola della lotta fra la natura maschile e quella femminile. Un esempio è il ben noto Oxford Classic Dictionary che, nel 1949, afferma: “Con tutta probabilità, le molte narrazioni sulle Amazzoni sono solo una favola, risultato di racconti di viaggiatori, mercanti, avventurieri, che riguardavano genti straniere ignote, in terre lontane e inesplorate, con abitudini e usanze del tutto diverse da quelle conosciute. E’ sbagliato tentare di trovare significati sociologici nella leggenda, o altre spiegazioni apparentemente fondate…”. 

Le sepolture di Smela e Pokrovka

Una ricerca recente, eseguita da diversi classicisti, dedicata alla funzione sociale delle leggende che parlano di Amazzoni, nelle società greca e romana, con riferimento alla “battaglia dei sessi”, ha cercato di imporre lo stesso approccio, sull’esistenza delle donne guerriere. In uno dei testi pubblicati dal ricercatore William Tyrrell si legge: “Sono mai esistite le Amazzoni? Possiamo scartare tale possibilità a priori? Storicamente non esiste alcun modo per negare la loro esistenza, né alcun modo per provarla, perché gli archeologi fino ad oggi non hanno scoperto resti sepolcrali o di insediamenti che possano essere riferiti alle donne guerriere…”. 

Un’affermazione, a quanto pare eccessivamente sicura, che evidenzia come lo stesso Tyrrell abbia trascurato di informarsi sui lavori portati a termine da alcuni archeologi russi che, circa un secolo fa, hanno pubblicato il resoconto di studi su ritrovamenti di sepolture attribuite proprio alle Amazzoni. Elemento che, quanto meno, avrebbe dovuto instillare il beneficio del dubbio, dogma e motore di ogni studioso. 

L’episodio si riferisce alla fine del 19° secolo, quando l’archeologo russo Conte Andrej Bobrinskoj compì alcuni studi su cumuli funerari rinvenuti nei pressi di Smela, in Ucraina, riportando una sorprendente scoperta: numerose armi di grande varietà insieme a resti di ossa che, a un più approfondito esame, risultarono essere resti femminili, e risalenti al 4° secolo a.C. 

In una delle fosse, ricoperta da strutture in legno e dai tipici cumuli di terra detti “kurgan”, furono trovati due scheletri. Quello che, all’apparenza, era lo scheletro più importante, apparteneva a una donna ed era accuratamente composto e orientato sull’asse est-ovest; il secondo, deposto orizzontalmente ai piedi del precedente, apparteneva invece a un uomo. Diverse suppellettili, oggetti di valore e armi, erano disposti ordinatamente solo intorno allo scheletro femminile, che indossava grandi orecchini d’argento, una collana di perle di osso e vetro, e un bracciale di bronzo. Ai fianchi furono rinvenute due punte di lancia in ferro, alcune pietre da fionda, i resti di una faretra in legno e pelle finemente decorata, due pugnali in ferro e una cinquantina di punte di freccia, anch’esse in bronzo. 

La scoperta del conte Bobrinskoj inaugurò un periodo di intense ricerche, specificatamente dedicate alle tombe delle Amazzoni, che portò a diverse scoperte simili, e a constatare che sepolture dello stesso tipo furono scoperte in un territorio che arriva fino alla zona di Pokrovka, al confine con il Kazakistan, a oltre 1.500 km da Smela. 

Nel 1992, la archeologa Jeannine Davis Kimball, direttrice del Centro Studi Nomadi Euroasiatici di Berkeley (California), mentre lavorava con alcuni colleghi russi sul sito archeologico nei pressi di Pokrovka, trovò cinquanta “kurgan”, datati dal 600 a.C. fino al 2° secolo d.C. contenenti scheletri femminili e maschili, in posizione uguale a quelli di Smela. Se non poteva essere la prova assoluta dell’esistenza di una società matriarcale, sicuramente evidenziava come il ruolo della donna fosse predominante, sebbene in alcune tombe con scheletri maschili vennero rinvenuti diversi tipi di armi. Altre quattro tombe rivelarono lo scheletro di un uomo che teneva in braccio un bambino maschio, e senza oggetti intorno. In altre tombe con scheletri femminili erano disposti oggetti casalinghi di uso quotidiano, fra cui specchi (che venivano rotti secondo un preciso rituale durante la veglia funebre), elementi di telai, cucchiai di osso, e altro. Ma a sorprendere i ricercatori fu il gruppo al centro del sito, dove furono rinvenute sette tombe femminili con pugnali di ferro, frecce, lance, impugnature di spade e coltelli. Segno evidente che anche le donne potevano essere guerriere. Fu infine calcolato che in circa il 14% delle tombe rinvenute a Pokrovka erano presenti resti di donne guerriere. 

In tutta la steppa russa in cui si sono svolte ricerche, i ritrovamenti hanno evidenziato tombe di guerrieri sia maschili che femminili, tuttavia nella Sarmazia, regione del Volga che Erodoto individua come luogo originario delle Amazzoni, la maggior parte delle sepolture ritrovate appartengono a donne, e in tutte sono presenti resti di armi da guerra e finimenti per cavalcature. 

La dottoressa Renate Rolle, docente all’università di Amburgo, ha pubblicato un saggio nel quale offre una descrizione della vita delle donne guerriere: “L’ampio e vario arsenale di armi, indica la padronanza di differenti modi di combattere, anche secondo la disciplina delle arti marziali. L’equitazione, necessaria per la caccia e il combattimento, era appresa e praticata fin dalla tenera età. Cavalcare costituiva senza dubbio gran parte dell’educazione e della preparazione ad affrontare il nemico e la vita nomade della steppa fra il Mar Nero e il Mar Caspio, con grandi distanze da percorrere. In ogni caso, l’insegnamento all’uso delle armi costituiva senza dubbio un elemento indispensabile fin dall’infanzia”. 

Altri archeologi sono più riluttanti nel riconoscere l’evidenza di tali sepolture, sostenendo che le armi avrebbero un significato prevalentemente simbolico e rituale, ma vi è il particolare che tali armi, sottoposte ad accurati esami, presentano indubbi segni di usura per il loro particolare utilizzo. Lo scheletro di una ragazza adolescente (apparentemente fra i 12 e i 15 anni), fra quelli rinvenuti a Prokovka, conteneva un pugnale e una faretra con decine di punte di freccia, e la curvatura dei femori era evidente prova che aveva trascorso la maggior parte della sua esistenza a cavallo, oltre a un sacchetto appeso al collo, contenente una punta di lancia, probabilmente usata come amuleto per favorire le capacità combattive in battaglia. 

La grande migrazione

La maggior parte degli elementi giunti fino a noi, quindi, suggeriscono che le leggende sulle Amazzoni hanno una base reale, soprattutto i dettagli in comune fra reperti archeologici e documenti scritti: luogo di provenienza, abilità nel combattimento (uso delle armi e del cavallo), sostentamento grazie all’allevamento di bestiame, anche se non esiste una vera e propria teoria fondata sul modello di società matriarcale riferita dagli antichi storici greci, derivante probabilmente dal fatto che i numerosi gruppi di donne nomadi avessero dato l’impressione di essere al vertice della comunità alla quale appartenevano. 

Il tutto acquista maggiore consistenza se si legge Erodoto alla luce delle conclusioni degli studi archeologici. Lo storico greco, infatti, fa intendere che quando i primi mercanti vennero a contatto con le genti della Sarmazia, fosse diffusa l’opinione della presenza di una tribù guerriera preesistente, composta esclusivamente da donne, che si sarebbero poi mischiate con gli Sciti, e poiché le donne greche non erano certo dedite alla guerra, la notizia suscitò un certo scalpore. Vi è poi anche l’opinione secondo la quale la leggenda delle Amazzoni potrebbe essere stata una invenzione delle stesse donne sarmate, che in tal modo crearono intorno a loro stesse una indubbia aurea di rispetto e sicurezza, dal momento che usavano spingersi in terre ignote, soprattutto per la caccia. 

Attraverso i secoli, e fino al Rinascimento, il mito delle Amazzoni continuò a vivere, con varie trasformazioni, e alimentò la credenza che fosse esistito un regno di sole donne guerriere, mai localizzato (e quindi ammantato di mistero) posto in qualche luogo fra Europa, Asia e Africa, complici i modelli della Grecia antica come l’impero degli Ittiti che dominò l’Anatolia durante la tarda Età del Bronzo (1600-1200 a.C.), e che effettivamente aveva il proprio centro nevralgico nella zona immediatamente a sud del fiume Thermodon, proprio sulle coste meridionali del Mar Nero. Inoltre, uno dei nomi con cui i Greci chiamavano gli Ittiti era “Alizones”, che si presta alla distorsione nel termine “Amizones”, e quindi dà l’idea della dominazione dell’Anatolia da parte delle Amazzoni. 

Sempre i Greci attribuirono la fondazione della celebre città di Efeso, e di altre sulla costa turca dell’Egeo, proprio alle Amazzoni, di fatto impossibile per le Amazzoni delle steppe russe, ma non per gli Ittiti che, intorno al 1300 d.C. si spostarono in massa verso l’Egeo e conquistarono Efeso. 

Traspare, quindi, una commistione, se non una confusione, fra Amazzoni e Ittiti, dando origini a leggende che si svilupparono senza controllo, e con altri elementi che si aggiunsero nel tempo. Inoltre, gli Sciti, cioè quelle tribù confinanti con le Amazzoni delle steppe russe, alla fine del 7° secolo a.C. migrarono verso sud oltre il Caucaso, giungendo nell’odierno Medio Oriente, invadendo ogni territorio fino in Egitto. Nel secolo successivo, i Persiani conquistarono a loro volta gran parte del Medio Oriente, invadendo lo stesso Egitto, i Balcani, la Grecia, e si spinsero fino all’India. Furono poi fermati nella ben nota battaglia di Maratona (498 a.C.), poi alle Termopili e Salamina (480 a.C.). 

Scrittori greci di epoca posteriore, attribuirono caratteristiche sempre più leggendarie alla natura delle donne guerriere, che avrebbero conquistato grandi territori, spingendosi addirittura fino all’odierna Libia. Lo scrittore Dioniso (2° secolo a.C.) scrisse perfino una intera opera, inventata di sana pianta, che raccontava una guerra fra Amazzoni e Atlantidei, ambientata nell’Africa nord-occidentale, ai confini del “grande mare”, vinta dalle terribili guerriere che stabilirono il proprio dominio sulla costa atlantica dell’Africa, per poi essere sconfitte nella loro stessa terra d’origine, in Asia, da grandi schiere di Sciti e altri popoli coalizzati. Le sopravvissute trovarono rifugio in Africa settentrionale, dove ebbero poi la sfortuna di scontrarsi con il semidio Eracle. 

Durante il Medioevo, la maggior parte degli storici rifiutò di credere che le Amazzoni fossero state sconfitte in battaglia, e presero a diffondere voci su alcune tribù sopravvissute, rifugiate in Estremo Oriente, fino ad alcune misteriose isole del Mare Cinese. Allo stesso modo, pareva naturale supporre che le donne guerriere dell’Africa nord-occidentale potessero avere esteso la propria autorità anche alle isole dell’Atlantico e, da lì si fossero spinte ancora più verso ovest con tutti i loro tesori, fino a nascondersi nel folto della foresta che oggi porta il loro nome. Ecco quindi il collegamento con le Amazzoni di cui parlano i Conquistadores. 

Non sono ipotesi senza fondamento, quindi, e d’altra parte, in tempi molto più recenti, si sono diffuse teorie secondo cui i sopravvissuti del Terzo Reich avessero fondato una colonia in Sud America e perfino in Antartide, dove avevano intenzione di fondare il Quarto Reich. 

Non sorprende quindi, che quando Cristoforo Colombo compì il primo viaggio attraverso l’Atlantico, fra i suoi obiettivi avesse anche quello di trovare il mitico regno delle Amazzoni con le loro immense ricchezze, soprattutto perché era convinto di avere raggiuto non il continente americano, ma le Indie al largo della costa orientale asiatica. La stessa illusione caratterizzò anche molte esplorazioni dei suoi successori. 

Bibliografia: 

“Le Amazzoni nell’immaginario occidentale” – Stefano Andres, 2000; 

“Warrior Women in Eurasia in Archeology” – Jeannine Davis-Kimball, 1997; 

“Donne guerriere: le sciamane della via della seta” – Jeannine Davis-Kimball, 2009; 

“Amazzoni: mito e storia delle donne guerriere” – Vanna De Angelis, 2000; 

“Donne guerriere” – Tim Newark, 1991; 

“Pentesilea” – Heinrich von Kleist 1979; 

“Iliade” – Omero (Rusconi, 1996); 

“Storie” – Erodoto;

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