Armenia, Azerbaijan, Turchia: una scacchiera macchiata di sangue ed in continuo mutamento.Con la recente guerra per il possesso del Karabakh, vengono alla luce gli ‘interessi’ che gravitano intorno ad un territorio conteso da tempo, e gli obiettivi della Turchia del ‘Sultano’ Erdogan e di altri ‘soggetti’. Di Lorenzo Utile.

Mappa dell'area caucasica contesa.

Dopo la recente guerra del 2020, durata 45 giorni, scatenata con l’aggressione al Nagorno-Karabakh (o Repubblica dell’Artsakh), l’Azerbaijan ha prevalso grazie al supporto logistico e militare della Turchia e di numerosi gruppi di mercenari giunti dalla Siria. 

I colloqui a livello internazionale, la mediazione della Russia, lo spauracchio dell’Iran, non sono bastati a mantenere la situazione abbastanza tranquilla per poter cercare una soluzione diplomatica, e il cessate-il-fuoco è stato continuamente violato fino ai più recenti combattimenti che hanno causato nuove vittime, feriti, prigionieri e dispersi, e un nuovo slittamento delle prerogative per porre le basi di un accordo, soprattutto perché ora l’Azerbaijan si presenta con nuove rivendicazioni sugli armeni, aspirando a creare un collegamento attraverso il territorio sovrano della Repubblica d’Armenia, e annunciando allo stesso tempo di essere pronto a usare la forza qualora l’Armenia volesse opporsi ai suoi progetti, che hanno tutto il sapore di una provocazione: un lussuoso viale lungo decine di chilometri che passa attraverso l’Armenia, dividendone in due parti il suolo sovrano, arrivando a collegare l’Azerbaijan al territorio desiderato e conteso. 

Il patto trilaterale, che stabiliva i principi del cessate-il-fuoco, sottoscritto da Armenia, Azerbaijan e Russia il 9 novembre 2020, evidentemente è servito a poco, perché da Baku non si è fatto alcun passo indietro nel programa di politica espansionistica nei confronti del Karabakh e dell’Armenia. Le violazioni degli accordi, in particolare da parte azera, come documentato da diverse fonti, sono state quasi giornaliere. Dal dicembre 2020 si sono avuti scontri nei pressi di Khsaberd e Hin Tagher, dove i militari azeri e i mercenari siriani hanno catturato decine di soldati e civili armeni, per non parlare del danno alle strutture storiche e culturali come la cattedrale di San Salvatore a Sushi. Si sono avute numerose infiltrazioni oltre confine, a Verishen, Kut, Khdzoresk, Vardenis, Sisian, Verin Shorzha e altro ancora. 

Un accordo troppo fragile 

Le poche concessioni fatte dal governo azero si sono limitate alla restituzione di una quindicina di prigionieri, ma in cambio della mappatura delle mine nei territori occupati. 

Nel giugno 2021 entra direttamente in scena il presidente turco Erdogan con una visita proprio a Sushi, e non a caso. La storica cittadina è infatti uno dei simboli della guerra, per avere subito una pesante distruzione, oltre a quelle degli anni Venti del secolo scorso, dove Erdogan, in compagnia dell’alleato azero, il presidente Aliyev con famiglia, ha celebrato la vittoria nel conflitto. 

Il ministero degli Esteri della Repubblica dell’Artsakh ha condannato fermamente tali iniziative, definendole una provocazione, un’attuazione della politica espansionistica terrorista ed estremista, e una chiara manifestazione di violazione del diritto internazionale, xenofobia e genocidio. 

Gli accordi trilaterali per la messa in sicurezza del territorio, subiscono poi una battuta d’arresto nel luglio 2021, a causa di un combattimento di una certa rilevanza a Verin Shorzha, che si allarga poi a Yerash, nell’Armenia sud-occidentale. Una nuova aggressione che ha il chiaro scopo di aggirare il territorio armeno da est e da ovest. 

Il successivo agosto si hanno altre manifestazioni con atti di aggressione nei confronti della popolazione che vive lungo il nuovo confine, ancora a Kut, Yerash, Sotk e intorno al lago Sev, quindi reparti armati azeri che bloccano l’autostrada Kapan-Goris, mentre il presidente Aliyev proclama a gran voce l’attuazione del progetto di aprire un corridoio per riportare gli azeri “nella terra che è loro di diritto”. 

In una rapida successione di fatti, l’Armenia si è trovata accerchiata da nemici e soprattutto falsi alleati, con il rischio di vedere compromessa definitivamente la situazione nel Caucaso meridionale, e una nuova crisi a modello di quella siriana, palestinese o libica, dove per altro vi è ancora lo zampino (anzi, la zampata) del sultano di Ankara. 

Dopo che Erdogan ha aggirato (abilmente o meno) l’intoppo della troppo attendista diplomazia europea, e si è nuovamente rivolto verso Mosca, la Russia ha offerto un non indifferente sostegno alla politica di allargamento “neo-panturca” nella regione, a causa di un ben calcolato insufficiente supporto all’Armenia e, ancora di più, con l’utilizzo della stessa Armenia come merce di baratto proprio con Ankara (e anche con Europa e Cina) mascherata da “alleanza strategica”, esattamente come un secolo fa. La storia insegnerebbe, se ci fosse qualcuno disposto ad apprendere. 

Uguale danno, se non maggiore, è causato dal continuo atteggiamento di stallo della comunità internazionale (ed europea in particolare) appesa alla bilancia il cui equilibrio è dettato dalle enormi risorse che l’Azerbaijan mette in campo, fra petrolio, gas naturale, gasdotti, posizione geopolitica e logistica, e vie commerciali da e per l’Asia. Mai come in questo caso, l’atteggiamento attendista della comunità internazionale si trasforma in mutua complicità nei reiterati crimini commessi da militari azeri, turchi e mercenari siriani. 

L’Azerbaijan, inoltre, gioca la propria partita non solo sul piano politico, ma soprattutto su quello militare, culturale e anche psicologico. Dal punto di vista strettamente strategico, mira alla realizzazione del già citato corridoio che unisca il Karabakh al territorio azero, con la conquista della zona di Syunik, del lago Sevan e di parte della provincia di Yerevan. Una seconda fase comprende rastrellamenti e pulizia etnica oltre alla distruzione dei monumenti storici armeni per cancellare in ogni senso la presenza armena nell’Artsakh. Contemporaneamente viene messa in atto una vera e propria campagna psicologica basata su aggressioni a civili, sequestri, violenze contro i prigionieri definiti “terroristi”. 

La situazione in cui si trova l’Armenia, e soprattutto l’Artsakh, ricorda a grandi linee, con le dovute differenze contestuali, quella del Kurdistan, con un comune difetto: la obbligata dipendenza da un “alleato” strategico e politico (in questo caso la Russia) che si rivela continuamente discutibile per le proprie scelte. A sua volta Mosca è in evidente, e pur non voluta, dipendenza dal proprio “modello di democrazia” derivato da recenti cambiamenti che il Cremlino prima di tutto non avrebbe voluto. In sostanza, fatto storicamente provato che la Russia, e la stessa regione caucasica di conseguenza, vivano ancora le conseguenze degli assetti geopolitici degli anni Venti del ‘900, disegnati da Stalin. 

Come risultato, intere regioni armene, molte delle quali oggi inglobate in un territorio che porta il nome di una regione iraniana (Azerbaijan), sono diventate merce nelle mani delle grandi potenze per il bilanciamento dei poteri. Si respira per altro anche una sorta di “sottile vendetta” nei confronti degli armeni, per lo sviluppo democratico da loro scelto. 

Erdogan esce dall’ombra 

Per il Sultano (ormai è noto come tale) è quindi tempo di raccogliere i frutti dell’impegno profuso nell’aiutare l’Azerbaijan. Insomma, uscire allo scoperto, da un’ombra che in pratica non ha mai abbagliato nessuno. 

Erdogan, sponsor chiave di Baku nel conflitto con l’Armenia, è il primo leader a visitare la storica città di Shushi, ripresa dalle forze armate azere nel novembre dello scorso anno, dopo 28 anni di “occupazione armena”. Nella città, conosciuta come perla del Nagorno-Karabakh, il leader turco e il il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, oltre che celebrare la vittoria, hanno firmato un Memorandum in cui si impegnano ad approfondire i legami politici ed economici. Erdogan ha anche promesso di aprire un consolato a Shushi, certo scelta non a caso per il valore psicologico, politico e strategico, nonché sede di negoziati che hanno portato a ben poco, a livello pratico. 

Erdogan è smaccatamente in prima fila nel rivendicare lo sviluppo del “mondo turco”, come già indicato nel Trattato di Kars del 1921, grazie al quale agli armeni vennero sottratte intere regioni storiche. Nel discorso celebrativo, Erdogan non ha nascosto la soddisfazione per il successo della collaborazione con Mosca, e da Sushi ha annunciato la cooperazione turco-azera in ambito politico e soprattutto militare. 

Sushi si trova su un’altura situata a circa 10 km a sud della capitale, Khankendi (Stepanakert) sulla strada che collega la città con il territorio armeno. Oltre all’importanza strategica, la città è considerata dagli azeri il simbolo della storia e delle proprie radici nella regione. “Non un passo indietro” ha dichiarato Erdogan, riferendosi ai rapporti con l’Armenia, che si sa quanto e cosa significhi per la Turchia. Per il nuovo status della regione non è disposto a concessioni, pur brandendo la bandiera della pace, dicendosi disposto al ristabilimento dei rapporti con Yerevan, ma a precise condizioni e solo “quando ci sarà l’adatto clima diplomatico”. 

In sostanza, che cosa guadagna Erdogan con l’appoggio all’Azerbaijan? Tanto per cominciare la firma di ben 22 accordi di cooperazione economica, che comprendono la ristrutturazione di importanti collegamenti stradali e ferroviari, discussi per altro al Forum Turchia-Azerbaijan tenuto ad Ankara lo scorso febbraio 2021, in una specie di colazione privati bilaterale d’affari. Il primo ministro azero, Ali Asadov, ha confermato l’impegno per molte aziende turche, già impegnate nella realizzazione di contratti per infrastrutture, compresa la strada Baku-Sushi e Baku-Kelbajar, città situata in un’altra area geografica che le forze azere hanno occupato durante il conflitto dei 45 giorni. Secondo le poche notizie trapelate, pare che fra le aziende turche, impegnate nei collegamenti per Sushi, vi siano la Kolin Insaat e la Ozgun Yapi. 

La Kolin Insaat Turizm Sanayi ve Ticaret A.S. (Kolin Constructions) realizza progetti stradali, ferroviari, portuali, residenziali, industriali, di irrigazione e dighe in tutta la Turchia, da Canakkale a Gumushane, da Trabzon a Sanlıurfa, da Smirne ad Artvin e, naturalmente, non si limita ai confini nazionali. E’ impegnata in Libia, Uganda e ora anche in Azerbaijan, e ha sedi a Tripoli, Kampala, Algeri, in Arabia Saudita, Kuwait e in diverse altre città del mondo. Per altro, finanzia vari progetti politici, di sviluppo, fondazioni filantropiche, ricerca, istituti bancari e altro, ma il sito ufficiale non offre alcun contatto ufficiale o istituzionale. 

La Ozgun Yapi Construction è specializzata nella progettazione e realizzazione di collegamenti autostradali, con attività in Algeria nell’asse Tizi Ouzou-Djebahia e Oued Aissi-Kerrata, poi a Bejaja e nella struttura di gestione elettromeccanica di tre tunnel fra Malbou e Jijel, e ancora nella doppia ferrovia El Affroun-KhemisMiliana. In Turchia, la Yapi Construction ha realizzato il noto tunnel di Yenikapi e il grande tunnel per acque reflue Baltalimani-Ayazaga. Inoltre, alla Yapi è stato affidato il progetto e la costruzione del ramo della metropolitana di Istanbul fra Unkapani e Taksim, e molto altro ancora. A dirigere l’azienda è la potente famiglia Karakullukçu. Importante appalto è poi quello per l’aeroporto di Fizuli, che vede le due aziende turche in prima fila. 

Fra i guadagni di Erdogan in terra azera, da non trascurare l’accordo con Eti Bakir AS, stretto con il ministero dell’Economia dell’Azerbaijan, ratificato alla già citata “colazione privata” ad Ankara. 

Eti Bakir AS è una filiale della casa madre Cenzig Holding, leader mondiale nel settore minerario e metallurgico, con interessi e attività in tutto il pianeta, una cui delegazione guidata da Seref Cengiz (fratello del presidente di Cengiz Holding, Mehmet Cengiz, noto per la personale amicizia con il presidente turco) è stata ospitata da un altro noto marchio del settore, AzerGold, specializzata nello studio ricerca, esplorazione, gestione e sfruttamento di giacimenti di metalli ferrosi e non ferrosi, nonché estrazione, lavorazione e vendita di tali metalli, sviluppo di nuove tecnologie, ammodernamento ed esecuzione di altre attività legate al settore industriale specifico. Particolare non trascurabile: il fondatore della AzerGold è Ilham Aliyev, presidente dell’Azerbaijan. 

I giacimenti minerari sono uno degli aspetti principali dell’intera questione. Il presidente Aliyev ha firmato un decreto ufficiale che consente a imprese turche, prima di tutto la Eti Bakir, l’esplorazione e lo sfruttamento della miniera di Gashgacai. Ha anche firmato i contratti per la gestione di altri due giacimenti, Elbeidash e Agduzdag, ad Artvin Maden, altra società che fa capo di Cengiz Holding, e Kalyon Group, con contratti della durata minima di 30 anni. 

Come se non bastasse, diverse imprese turche si sono aggiudicate contratti anche al di fuori del Nagorno-Karabakh, grazie a un altro decreto di Aliyev che assegna la gestione della lotteria nazionale dell’Azerbaigian a una filiale della società turca Demiroren Holding. 

Turchia e Azerbaijan non nascondono i propri interessi per i distretti del Karabakh e dello Zangezur orientale (Kalbajar, Lachin, Zangilan, Gubadli e Jabrayil), dove si trovano non a caso i già citati giacimenti e zona dove dovrebbero passare i nuovi collegamento stradali, che intanto comprendono già veri e propri insediamenti urbani, strade, ferrovie, aeroporti, parchi tecnologici e centrali per la produzione di energia con il supporto di alleati e collaboratori, in primis Italia, Turchia e Israele. Questo è il perché diversi rappresentanti di aziende, imprese e organismi parlamentari hanno compiuto e compiono vergognose puntate a Baku. 

Nulla di tutto ciò sarebbe stato attuabile se la seconda guerra del Karabakh non fosse esplosa e, soprattutto, se non fosse stata vinta. Erdogan aveva bisogno di questa guerra, per realizzazione tutti quei progetti, poco alla volta e gradatamente, in quelle aree che in Azerbaigian sono note come “territori liberati” e sui quali Baku ha ripristinato la sovranità lo scorso novembre 2020, dopo quello che viene considerato “un trentennio di occupazione armena cominciato nei primi anni Novanta”. 

Oggi il Karabakh è un immenso cantiere a cielo aperto, come naturale continuazione di ciò che sta succedendo in Azerbaijan. Da ogni parte si vedono gru, torri d’acciaio, operai in uniforme catarifrangente, lunghi tratti di strada sottoposti ad asfaltatura, un po’ come ha fatto Hitler prima di scatenare l’invasione dell’Europa occidentale. I cantieri in Azerbaijan si estendono dalle montagne alla costa, a rappresentare una situazione postbellica che, contrariamente a quella dell’Armenia, viene letta, interpretata e vissuta come sinonimo di rinascita nazionale. 

La piccola-grande parte dell’Italia 

La maggior parte dei lavori si sta effettuando nel Karabakh e nello Zangezur orientale, area che comprende i cosiddetti territori liberati, indubbiamente degni di nota per dimensioni. Particolare attenzione è dedicata al già citato aeroporto internazionale di Fuzuli, che sarà raggiungibile con una maxi-autostrada da Ahmadbayli a Sushi, già battezzata “Strada della Vittoria”, con ristrutturazioni in atto nei pressi di Agdam, cittadina che più di ogni altra ha subito la guerra del 2020, e da una rete ferroviaria fra Azerbaijan e Nakhchivan. A citare anche il coinvolgimento dell’Italia, in termini di investimenti e know-how, vi è il grande richiamo di condizioni assai favorevoli, a livello finanziario. 

Sfruttamento minerario, infrastrutture, parchi eolici e solari, centrali elettriche, con il governo azero che vuole massimizzare il profitto derivante dalla estensione della gestione di un’altra importante fonte di enormi investimenti e conseguenti guadagni, cioè il turismo. 

Massimizzazione del profitto derivante dallo sfruttamento delle bellezze dell’Azerbaijan a parte, uno degli obiettivi principali della presidenza Aliyev è quello di fare del Karabakh e dello Zangezur orientale una estensione dell’Azerbaijan. 

L’Italia, considerata un partner fedele, è fra i grandi invitati a quella tavola che è l’industria turistica in divenire dell’Azerbaigian. C’è una vasta gamma di aree e settori dove il contributo italiano potrebbe rivelarsi utile, dallo stabilimento di nuovi alberghi alla produzione di intrattenimento, sebbene al momento sia limitato alla tecnologia e alle infrastrutture. Qui sta il punto dolente: se non si vendono armamenti (a parte il fatto che l’Italia li vende), ma si fanno strade e collegamento che permettono a questi armamenti di spostarsi da un luogo all’altro, la responsabilità non è molto minore, e non vale il discorso di vendere una molla, una vite, un giunto o un mirino, dicendo che non si hanno oneri se chi compra, a casa sua poi ne cava fuori un sistema di puntamento o un fucile mitragliatore. 

Per contributo tecnologico e infrastrutturale, si intendono l’utilizzo di tecnologia italiana nelle montagne del Caucaso per la produzione di neve artificiale e la manutenzione del manto nevoso, e le attività di una squadra di esperti italiani nella conservazione e nel restauro di siti culturali nel Karabakh. 

Investitori a parte, Baku sta invitando nelle proprie terre anche i turisti italiani che, secondo la propaganda locale, potranno trovare diversi ristoranti e paesaggi familiari. L’Azerbaijan è presentato al turista italiano come “Paese sicuro, ospitale, multiculturale, con il più grande insediamento ebraico al di fuori di Stati Uniti e Israele, tracce importanti tracce dell’Albania caucasica, chiese, moschee, templi induisti, templi zoroastriani e siti appartenenti a culture e fedi differenti, lo Yanar Dag, la montagna che brucia, dal quale esce fuoco sia d’estate sia di inverno, l’Ateshgah di Baku, le cui iscrizioni in sanscrito attraggono i pellegrini induisti e molto altro ancora. Forse per questo fra il 2018 e il 2019 si è registrato un aumento di circa l’11% dei flussi turistici in arrivo dall’Italia, equivalente a circa 13.000 visitatori. 

La solitudine dell’Armenia 

Già provata da una decennale crisi economica, le condizioni dell’Armenia sono sempre precarie perché la direzione del delicatissimo equilibrio dell’area sta andando verso una forma di pericoloso isolazionismo. 

Il ruolo della Turchia è ormai ben definito, così come i suoi obiettivi, e lo stesso vale per Israele, mentre Mosca ha optato per l’attesa, in nome dei propri interessi in Caucaso, tutt’altro che trascurabili, sacrificando l’Armenia per indebolire il governo del primo ministro Nikol Pashinyan, ex giornalista ritenuto troppo filo-occidentale, che giunto al potere ha ridotto al minimo l’intrusione degli organismi di intelligence e dei comandi militari filo-russi nella gestione del governo, e ha bloccato il processo di adesione dell’Armenia all’Unione Economica Eurasiatica promossa dalla Russia. Mosca vuole e deve evitare che l’Armenia percorra la stessa strada della Georgia, ex repubblica sovietica diventata un ennesimo “stato americano”. 

Nel frattempo prosegue il flusso degli sfollati, con decine di migliaia di famiglie in fuga dalle zone conquistate dagli azeri, o cedute come merce di scambio per il fin troppo fragile accordo di cessate-il-fuoco. Sono oltre centomila i profughi ammassati in un Paese di soli quattro milioni di abitanti, già allo stremo per crisi economica, Covid e recente conflitto. Da parte sua, la propaganda azera si infiltra dappertutto e ha già fomentato diversi focolai di protesta nei confronti del governo Pashinyan, presentato come responsabile della sconfitta nella guerra insieme ai comandi militari. 

Oltre le eventuali responsabilità dell’attuale classe dirigente nella gestione del conflitto e dei rapporti con le vere o presunte potenze alleate, l’Armenia prende atto della sua debolezza e del suo isolamento. Sembrano trascorsi secoli da quando le milizie armene vittoriose sull’esercito azero, resero effettiva l’indipendenza della Repubblica di Artsakh sulla maggior parte del Nagorno-Karabakh e conquistarono diverse province azere circostanti. All’inizio degli anni ’90 furono gli abitanti azeri di quei territori a trasformarsi in sfollati, e cercare rifugio a est. Da quel momento la storia sembra avere accelerato e gli assetti interni e internazionali che avevano determinato la vittoria armena sullo storico rivale sono stati ribaltati. 

L’Azerbaijan, uscito malridotto dalla guerra 1991-’94, oggi è diventato una piccola potenza regionale, grazie agli enormi proventi derivati da petrolio e gas. Il presidente Aliyev ha usato molta di questa ricchezza per spese militari in ammodernamenti di ultima generazione. Negli ultimi dieci anni l’Azerbaijan ha aumentato le spese per la difesa del 500%, investendo soprattutto in sistemi sofisticati, capaci di colpire a distanza, mentre le truppe armene si sono dovute accontentare spesso di armi obsolete. A sostenere preparativi bellici e rinascita azera, sono stati soprattutto Turchia e Israele, ma anche Mosca negli ultimi anni ha venduto più armi a Baku che a Yerevan, nel tentativo di controbilanciare l’influenza di Ankara nella regione. 

In sostanza, l’Armenia si trova fra l’incudine azera e il martello russo, in una fucina circondata dalla ben poca attenzione della comunità internazionale (specialista nel voltare la testa a situazioni tragiche come Palestina, Corno d’Africa, Myanmar e altre) e con lo spauracchio di un secondo “Medz Yeghern” (genocidio del 1915-16) o comunque di un crollo del progetto nazionale armeno. 

Durante il breve ma sanguinoso conflitto, un certo numero di soldati e cittadini russi, non sempre di origini armene, hanno anche dato il loro contributo alla difesa della Repubblica di Artsakh, ma prima di tutto per Mosca contano gli interessi in Caucaso, anche a scapito del Trattato di Sicurezza Collettiva, contando sull’influenza in territorio armeno di due basi, a Erebun e Gyumri, con migliaia di soldati, mezzi aerei e terrestri, grazie alle quali la Russia avrebbe potuto indurre azeri, turchi e mercenari siriani a riconsiderare l’opportunità di un conflitto diretto, che però nel frattempo è scoppiato, mentre Mosca era impegnata a bilanciare la necessità di recuperare e conservare l’egemonia sul territorio (Armenia compresa) con il rischio di rompere i rapporti con l’Azerbaijan, con il quale ha solidi rapporti soprattutto commerciali, e con la Turchia, partner e al tempo stesso rivale in numerosi altri ambiti, dalla Siria alla Libia. 

Da che parte soffia il vento? 

Dire quale direzione prenda la situazione è difficile, ma certo è la fonte che determinerà la direzione del vento è soprattutto l’enorme posta in gioco, comprendente il controllo di elementi come il TurkStream, oleodotto inaugurato nel gennaio 2021, che porta circa 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas russo in Turchia, nel Mediterraneo e in Europa. Un progetto vitale dopo l’applicazione delle sanzioni americane al SouthStream e il temporaneo stop al NorthStream-2 diretto in Germania. 

Mosca tiene molto a mantenere l’equilibrio che favorisca lo sganciamento di Erdogan dalla NATO, anche in funzione anti-nazionalista ucraina, che una rottura con la Turchia metterebbe in discussione. 

Se fosse intervenuta a favore dell’Armenia sulla base del Trattato di Sicurezza Collettiva, la Russia avrebbe fortemente osteggiato altri aderenti al patto militare, come Kazakistan, Tagikistan e Kirghizistan (per altro legati alla Turchia da comuni origini etnolinguistiche e a maggioranza musulmana, oltre a trattati commerciali), sui quali Ankara esercita da tempo una notevole influenza, rischiandone lo sganciamento come già avvenuto per l’Uzbekistan e lo stesso Azerbaijan. Per altro, Kazakistan e Kirghizistan hanno già espresso il loro sostegno a Baku. 

La situazione impone al previdente e intelligente Zar Putin, di non sbilanciarsi eccessivamente, né da un lato né dall’altro, sostenendo troppo o troppo poco l’Armenia, comunque necessaria per esercitare l’egemonia sull’intero Caucaso. Indubbia prova di supremazia è stato il riuscire a imporre i concetti elaborati dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov come base per gli accordi di cessate-il-fuoco fondati su un graduale ritiro delle forze armene dai territori azeri attorno al Karabakh, conquistati nel conflitto del ‘91-’94, e sull’invio nella regione di una missione di peace-keeping russa. Ago della bilancia, nello specifico, la zona di Lachin, in Artsakh, lungo la linea di contatto, che dovrebbe congiungere lo stesso Artsakh con la Repubblica Armena, garantendo una fondamentale continuità territoriale. 

Inoltre, la Russia si dimostra decisiva per la sopravvivenza dell’enclave armena in territorio azero (che rischia seriamente di sparire) e per la stessa integrità territoriale della altrimenti indifesa Yerevan. Mosca (che per altro vuole evitare di trovarsi nuovamente a fronteggiare il fondamentalismo islamico già sperimentato in Daghestan e Cecenia) ha tollerato l’avanzata azera sul territorio controllato dagli armeni ma è intervenuta per impedire una sconfitta troppo cocente degli armeni, quando i combattimenti si svolgevano ormai alla periferia di Stepanakert, capitale dell’Artsakh. La successiva organizzazione del Gruppo Minsk/Osce (Francia-Russia-Stati Uniti) o Troika che dir si voglia, non è stato altro che cercare di guadagnare tempo, per altro inutilmente. 

Solo formalmente, gli accordi sul cessate-il-fuoco escludono la Turchia, che però guadagna diversi punti in graduatoria generale e continua a soffiare sul fuoco del nazionalismo azero, preparandosi a un eventuale secondo tempo, sotto varie forme e specializzazioni, e comunque volto a riconquistare tutto il Nagorno-Karabakh, il cui status è intanto lasciato in sospeso da accordi solo teorici, e da un diffuso e voluto neutralismo, se così si può definire, da parte della comunità internazionale e dei governi direttamente o indirettamente coinvolti. 

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