Storie segrete. Il progetto tedesco per distruggere la gigantesca diga statunitense Hoover. Di Roberto Roggero.

The Hoover dam (seconda metà anni Trenta).

Gli studiosi del Secondo Conflitto Mondiale non hanno mai approfondito una vicenda del tutto singolare ed ancora avvolta dal mistero: il piano dello spionaggio tedesco per distruggere la diga e il grande impianto idroelettrico del Nevada, con la collaborazione dello spionaggio giapponese.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, buona parte della gerarchia militare e dell’intelligence tedesca, mentre il conflitto  infuriava in tutta Europa, Russia e Nord Africa, trovò ancora il tempo per occuparsi di progetti praticamente irrealizzabili, come la distruzione di una serie di obiettivi negli Stati Uniti, la cui scelta era dettata da ragioni psicologiche, intimidatorie, e dall’impatto che l’effettiva distruzione di importanti infrastrutture legate alla guerra poteva avere sugli esiti finali. E’ noto che in territorio americano, e in America Centrale, si trovavano diversi agenti dell’Abwehr, con precisi ordini per missioni di sabotaggio nei porti, specialmente della costa orientale, nelle comunicazioni, economia, associazioni politiche e altro, che però furono in breve tempo identificate, localizzate e arrestate dall’FBI e quindi non ebbero possibilità di portare a termine l’incarico. New York, Washington, le fabbriche della zona di Detroit e Pittsburgh e, fra altri, infrastrutture importanti a livello industriale per lo sforzo bellico, come la grande diga Hoover, sul fiume Colorado, in Nevada. A tal proposito, furono messi a punto, e sottoposti all’approvazione del comando supremo, diversi piani che però furono respinti perché troppo costosi, o logisticamente irrealizzabili, rispetto ai potenziali risultati.

Lo Stato del Colorado (immagine precedente: il corso del fiume Colorado).

Alcuni progetti, che apparentemente rientravano in entrambe le categorie, furono successivamente ripresi ed effettivamente organizzati. Uno di questi riguardava un attacco alla diga Hoover. Ne venne preparata una versione con l’utilizzo di un sommergibile di grandi dimensioni, e due bombe volanti o forse missili, preparati appositamente. Le ricerche storiche hanno condotto a un tentativo che sarebbe stato effettuato alla fine del 1944 da reparti speciali tedeschi, che avrebbero attaccato la diga, risalendo il fiume Colorado dal Mare di Cortez, in Messico. L’attacco sottomarino alla diga rimane in gran parte discutibile, e da molti giudicato una fantasia, principalmente a causa di resoconti e versioni screditate, intorno a un misterioso U-133, che avrebbe attaccato la diga. Di contro, esistono resoconti supportati da documentazione proveniente da agenzie governative certificate, pur essendo questo non certo garanzia di verità storica. L’attacco dell’U-133 è stato screditato, e in modo deciso, specie per quanto riguarda il tentativo di allestire una impresa del genere, e soprattutto uno specifico attacco di un sottomarino con tanto di rampa di lancio per missili. Fondamentalmente si afferma che sia il Dipartimento di Stato americano, che l’ambasciata americana in Messico, avrebbero dimostrato che nel 1939, prima che gli Stati Uniti entrassero nel conflitto, e ben cinque anni prima del presunto attacco sottomarino, gli agenti tedeschi erano già presenti in territorio statunitense, ma non si sa se avevano fra gli obiettivi la distruzione della diga Hoover. Di fatto, comunque, fra i vertici della Germania nazista, l’idea non è mai stata completamente abbandonata.

Un U-boot tedesco in navigazione.
Tre U-Boot tedeschi si incontrano in pieno Oceano Atlantico.

Finzione e realtà

La sera del 30 novembre 1939, il Dipartimento di Stato riceve notizia dall’ambasciata americana in Messico, circa un presunto complotto per bombardare le torri della diga. Gli agenti tedeschi, scoperti a Città del Messico, stavano pianificando un attacco che, nel complesso, doveva paralizzare l’industria dei componenti dell’arma aerea, il cui centro nevralgico era Los Angeles. Il piano prevedeva l’interruzione della fornitura di energia alle linee ad alta tensione della diga, e i due agenti tedeschi (che avevano preso domicilio a Las Vegas), esperti in esplosivi, avevano effettuato una dozzina di perlustrazioni nei pressi della diga per indagare sulla fattibilità del piano, calcolando di applicare ordigni ad alto potenziale alle torri, utilizzando una barca che avrebbero noleggiato, con il pretesto di un’escursione di pesca.

Per la cronaca, nell’aprile 1942, cinque mesi dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, uscì nelle sale cinematografiche il film “Saboteur”, nel quale l’eroe era impiegato in un impianto di difesa del sud della California, quando un sabotatore appicca il fuoco. Il migliore amico dell’eroe viene ucciso, il sabotatore fugge senza essere scoperto e l’eroe viene erroneamente scambiato per il sabotatore, è costretto a fuggire, inseguendo nel contempo il vero colpevole attraverso il Paese. Numerosi indizi, lo conducono a una città fantasma del Nevada, non lontano dalla diga Hoover, dove si nascondono i complici del sabotatore, che complottano per far saltare in aria l’impianto. L’eroe si spaccia per collaboratore, nella speranza di trovare l’assassino, mentre il gruppo di agenti nemici organizza anche un attacco a una corazzata, ormeggiata nel porto di New York, dopo che il precedente tentativo di distruggere la diga Hoover era stato sventato dal protagonista. Ciò che è interessante notare, è che anche se il film fu distribuito nel 1942, la produzione ebbe inizio ben prima dell’attacco del 7 dicembre ‘41. Anche allora, il pericolo della distruzione della diga Hoover, per opera di una occulta “Quinta Colonna”, veniva istillata nell’opinione pubblica come seria possibilità.

Svastica e Sol Levante contro Stars&Stripes

Un’inchiesta della rivista “Prologue”, ha ripreso le informazioni dell’ambasciata americana a Città del Messico, secondo cui i due agenti tedeschi avrebbero messo a punto un piano pulito, semplice e altamente tecnologico, senza attrezzature elaborate, né macchine da guerra o reparti speciali. Fingendosi appassionati di pesca, come molti altri, avrebbero applicato cariche esplosive ad alto potenziale alle torri di presa, ma prima che potessero attuare il piano, sarebbero stati scoperti. Successivamente, ci sarebbero stati altri tentativi di distruggere la diga, sempre più sofisticati, organizzati dagli esperti dello spionaggio nazista. Il piano sarebbe stato ripreso ripreso in considerazione quando lo spionaggio nazista cominciò a collaborare con gli omologhi giapponesi, a seguito dell’alleanza, perché pare che ben prima dell’attacco a Pearl Harbor, i giapponesi avessero iniziato a sondare la capacità radar degli Stati Uniti lungo la costa ovest, a volte utilizzando missioni clandestine o sfruttando agenti infiltrati sul posto, o in Paesi confinanti, come Panama. Pare quindi che i giapponesi avessero sviluppato una buona conoscenza del sistema di copertura dei radar costieri degli Stati Uniti, con i relativi punti deboli.

L’FBI entra in scena

Il 31 dicembre 1941, il 4° Comando Intercettazioni della costa ovest americana riferì tracce radar di aerei nemici, che sarebbero addirittura atterrati e nascosti vicino alle comunità desertiche dell’entroterra di Indio e Brawley, nella sterminata Imperial Valley della California. Venne anche riferito che erano stati intercettati cinque messaggi giapponesi in codice, intercorsi fra Brawley e Città del Messico, via radio a onde corte. Il 31 dicembre ’41 il Federal Bureau of Investigation entrò ufficialmente nell’indagine, con la seguente disposizione: “Viene ufficialmente avviata l’indagine federale su un piano che prevederebbe un attacco aereo e marittimo contro San Diego, San Pedro e San Francisco, che avrà luogo verso l’alba del giorno di Capodanno o la domenica successiva. È possibile che l’attacco venga sferrato prima contro San Diego e San Pedro. Ci si aspetta la cooperazione di infiltrati a terra. L’attacco aereo sarà effettuato da aviatori tedeschi provenienti da oltre confine, dove gli aerei sono ora sotto copertura, decollando prima dell’alba e arrivando da alta quota. Se le forze aeree americane verranno allertate, questo può essere evitato. Ricordiamo Pearl Harbor”. Di certo, organizzare e poi sventare un diabolico piano nemico sul proprio territorio, avrebbe dato massima credibilità e affidabilità alla difesa americana, e all’FBI in particolare, e questo è elemento da tenere in debita considerazione. Quel potenziale attacco sarebbe stato fermato sul nascere dai G-Men americani, in un’operazione americana, che avrebbe visto fra i protagonisti la star del cinema Rochelle Hudson, insieme al marito ufficiale dei servizi segreti della US-Navy, viaggiando in incognito come coppia in vacanza, in tutto il Messico in un periodo antecedente e durante le prime fasi della guerra, per scoprire eventuali attività nemiche a sud del confine. Pare che la coppia avesse anche scoperto una fornitura clandestina di carburante per aerei, nascosta da agenti tedeschi in una località della Baja California, che fu sequestrata dall’FBI. La copertura radar, aumentata per l’occasione grazie ai finanziamenti ottenuti in via prioritaria, e la rete tesa dallo stesso FBI, chiusero ogni possibilità d’azione agli agenti tedeschi e alle iniziative giapponesi, da Los Angeles a sud fino al Messico e su entrambi i lati della Baja. Ogni accesso alla diga Hoover via aerea attraverso le 300 miglia di larghezza della California, dal Pacifico attraverso la Baja era praticamente preclusa.

Un idrovolante monomotore giapponese Glen E14Y a bordo di un sommergibile nipponico. Questi velivoli, stivati in un hangar di bordo, effettuarono alcune missioni di ricognizione lungo le coste americane del Pacifico.

Progetti audaci, ma teoricamente realizzabili

A questo punto sarebbero rimaste poche possibilità per un’azione di sabotaggio alla diga. Una di queste era lungo il fiume Colorado, oppure via aerea attraverso l’Arizona e il Nuovo Messico. Il percorso via acqua attraverso il fiume Colorado, utilizzando un sommergibile, fu poi approfondito, calcolando una rotta generalmente meno sorvegliata. Grazie alle informazioni fornite dai giapponesi, era chiaro che attraversare la California dal cielo era impossibile. Tedeschi e giapponesi iniziarono a coordinare un piano, e prima del ’45 sarebbero state messe a punto anche operazioni per distruggere parte del Canale di Panama, in particolare la diga di Gatun, con un attacco dal lato Atlantico, utilizzando sottomarini a lungo raggio classe I-400, ciascuno in grado di trasportare tre aerei. Fu assemblata una flottiglia di quattro battelli, due I-400 e due I-401, di nuova concezione, ai quali si unirono l’I-13 e I-14, più piccoli ma capaci di trasportare due aerei ciascuno, ma che non avevano la capacità di carburante per il viaggio di andata e ritorno da Panama, e avrebbero dovuto fare rifornimento dai due più grandi, che sarebbero poi stati autoaffondati dopo l’attacco. I tedeschi progettarono di utilizzare uno dei sottomarini, ed entrare nei Caraibi lanciando due o tre aerei per una rotta di sola andata verso la diga Hoover, lungo la costa vicino a Brownsville, in Texas, coordinando i tempi della distruzione della diga con l’attacco giapponese con i sottomarini. In pratica, si trattava di entrare dalla porta sul retro, eludendo così i radar della costa occidentale. I sottomarini furono predisposti per una crociera di quattro mesi su una rotta via India, attorno al Sud Africa, Capo di Buona Speranza, quindi in Atlantico e verso ovest fino ai Caraibi e Panama.

I gigantesti sommegibili ‘portaerei’ giapponesi I.400, I-401, I-402.
L’hangar del sommergibile nipponico I-400 esaminato da personale statunitense (Settembre 1945).
L’I-400 a fine guerra (già preda bellica statunitense).

Tuttavia, l’8 maggio 1945, prima che potessero portare a termine l’attacco, la Germania si arrese agli alleati e il piano venne abbandonato da tedeschi. I giapponesi, ancora in guerra, avrebbero riassegnato la flottiglia ad un attacco all’atollo di Ulithi, nel Pacifico meridionale, dove si sapeva fossero ormeggiate le portaerei americane. I sottomarini ripartirono il 23 luglio ‘45, con nuovi ordini, ciascuno separatamente, con appuntamento fissato in un punto con coordinate prefissate, il 16 agosto al largo dell’isola di Ponape, nell’arcipelago delle Caroline. Il 5 agosto, mentre era in navigazione, l’I-400 subì un corto circuito con conseguente incendio, che lo costrinse a emergere per riparare i danni. L’I-401 fissò un nuovo punto di incontro ma l’I-400 non ricevette i dettagli e i due battelli si persero l’un l’altro. L’attacco, fissato al 17 agosto, non venne comunque attuato perché il Giappone si arrese il 15.

Molti storici sono scettici, se non contrari, alla versione dell’attacco organizzato, e soprattutto attuato, alla diga Hoover, sebbene nel marzo ‘45 lo squadrone aereo della flottiglia sottomarina, si sia trasferito nella baia di Nanao, sulla costa occidentale di Honshu, 178 miglia a nord-est di Tokyo, proprio per esercitarsi nell’attacco alla diga Hoover. Pare che nella baia di Toyama, sia stata anche allestita una riproduzione in scala reale delle chiuse di Gatun, che ricreava la situazione di avvicinamento aereo, dove i piloti si sarebbero esercitati. Ancora durante gli ultimi mesi di guerra, mentre i tedeschi erano immersi in piani per distruggere la diga di Hoover, i giapponesi stavano sviluppando un piano per colpire la terraferma americana con un colpo massiccio ma senza impegnare grandi quantità di attrezzature o denaro. Il piano, però, iniziato sulla base di operazioni di portata limitata, con un mini-sottomarini biposto, si sarebbe concluso poi con il bombardamento di Los Angeles.

Missili tedeschi e impianti difensivi statunitensi

Un missile tedesco V1.
Un missile tedesco V2.

Di fatto, sulla base delle realizzazioni tecniche, i tedeschi avevano in effetti un velivolo senza pilota pienamente operativo, la bomba volante V1, che doveva essere sottoposto a opportune modifiche affinché fosse operativo per un incarico come la distruzione della diga Hoover, fra l’altro con la necessaria rampa di lancio. La bomba volante V1 non era un razzo, ma una sorta di jet a impulsi. I razzi trasportano il proprio carburante completamente combustibile, sia esso solido o liquido, e non è necessaria l’aria, quindi in grado di operare in uno spazio comunque limitato. I jet, d’altra parte, richiedono aria per essere pienamente operativi. Per le caratteristiche di una rampa di lancio V1, sarebbe stato difficile incorporare, stabilizzare e puntare un sottomarino per un lancio accurato. Alcune fonti parlano comunque di una strana struttura in metallo, scoperta in aperto deserto pochi anni dopo la guerra, a circa 80 km a sud-sud-ovest della diga Hoover.

Poco si sa sui dettagli. Il sottomarino che doveva risalire il fiume Colorado dal Golfo della California, sarebbe rimasto bloccato su un banco di sabbia. Danneggiato e incapace di liberarsi, pare sia stato abbandonato. L’esercito arrivò per primo sulla scena, e in qualche modo sarebbe riuscito a liberare il sottomarino e tenerlo a galla abbastanza a lungo da riportarlo a valle, in un punto da cui potevano tirarlo fuori dall’acqua. Non sapendo che poteva essere smontato, dopo molte discussioni, misero a disposizione due M26, mezzi di trasporto per carri armati modificati creando un trasporto articolato simile a quello progettato negli anni successivi per il cannone atomico M65, quindi trascinarono il sottomarino al lago secco di Muroc. Secondo versioni che purtroppo oggi non sono più verificabili, gli agenti americani avrebbero trovato, ancora da assemblare, anche un razzo Rheintochter R1, due bombe volanti V1 e un missile V2, ma alcuni anni dopo la guerra. In ogni caso, un tentativo tedesco contro la diga di Hoover non è mai stato rivelato ufficialmente, o ammesso da alcuna autorità. Durante gli interrogatori agli agenti e ai commandos tedeschi, intorno alla metà del ‘45, sarebbe stato rivelato che le capacità dei membri fossero in particolare le tecniche si impostazione, preparazione, utilizzo e lancio del missile, ma ufficialmente nessun rapporto menziona il razzo R1, specialmente con ali in legno, posto che, per esclusione, sarebbe l’unico in grado di poter essere impiegato in una missione del genere.

A differenza del V2, e della maggioranza delle armi missilistiche tedesche, che utilizzavano carburante liquido (estremamente difficile per trasporto e utilizzo) il Rheintochter R1 era alimentato a combustibile solido. Il segreto però stava nel carico esplosivo, perché probabilmente il razzo non era una versione standard, in quanto doveva viaggiare solo per una breve distanza dopo aver lasciato la rampa di lancio, sebbene in grado di raggiungere velocità Mach-1 su una distanza di circa 300 metri, probabilmente era meno pesante ma trasportava un carico distruttivo maggiore. Allo stesso modo, il razzo potrebbe essere stato dotato di guida radio, o direttamente puntato su un bersaglio particolare per provocare più danno possibile, come il portellone di scarico. Potrebbe anche aver trasportato un esplosivo termobarico, o un dispositivo che doveva essere assemblato o miscelato sul posto prima del lancio. Non lo sapremo mai.

Dopo che l’ambasciata americana rivelò che gli agenti tedeschi in Messico, coordinati da un tale George Dasch, stavano mettendo in atto un vero e proprio attacco contro la diga Hoover, l’insieme di agenzie governative, coordinate dall’FBI, entrò in azione escogitando numerosi modi per proteggere la diga, con la cooperazione dell’esercito. Fu aumentato il personale di sicurezza, bloccate e interdette aree specifiche dell’impianto, aumentata la sorveglianza individuale a modello di Los Alamos, visto anche il non trascurabile collegamento. Pacchi, veicoli, merci che entravano e uscivano dal comprensorio militare della diga, erano sottoposti a meticolose perquisizioni dalla Polizia Militare. Furono installati proiettori per illuminare il canale sopra le torri di presa, una spessa rete metallica fu estesa a protezione dei cavi elettrici, attraverso il lago, rendendo impossibile per qualsiasi imbarcazione arrivare a meno di cento metri dalle torri. Altri provvedimenti riguardarono mimetizzazione, cortine fumogene e cavi rinforzati a vari livelli per fermare eventuali attacchi dal cielo, e postazioni con pezzi contraerei e mitragliatrici. Solo un aspetto venne messo in secondo piano, l’accesso sottomarino a monte. E sarebbe stato questo il punto debole che i tedeschi intendevano sfruttare, nel dicembre ‘44. In ogni caso, le fonti a disposizione sono quasi totalmente americane (USS Shaw Newsletter 1996), mentre poco si sa dei riferimenti e dei dettagli tedeschi o giapponesi. Il missile V2 trasportato dai fantomatici U-195 e U-219 trasferì la maggior parte del carico, sull’U-181 nell’Oceano Indiano, che poi avrebbe proseguito verso un altro punto del Pacifico, dove sarebbe stato contattato dal sottomarino giapponese a lungo raggio I-12, che dopo l’incontro avrebbe proseguito verso la base segreta di La Palma, dove sarebbe giunto a metà dicembre ‘44. Dopo un piccolo test di coordinamento con l’equipaggio tedesco, il carico fu portato per oltre 1.600 miglia fino alla foce del Mare di Cortez, fra la penisola di Baja e il Messico continentale, e poi per altre 1.000 miglia a nord fino a Isla Angel de la Guarda, chiamata anche Isola dell’Arcangelo, al largo di Bahia de los Angeles, o una delle altre isole più piccole vicine.

La diga Hoover durante la sua costruzione. Tecnici americani al lavoro.

Il fantomatico comandante Wattenberg

Tutte le tracce? Un’ultima menzione riguarda il non meglio identificato comandante di U-Boot Jurgen Wattenberg, un nazista fino al midollo, prigioniero in diversi campi e sistemato poi sotto sorveglianza a “Papago Park”, in Arizona, a poca distanza da Phoenix, la capitale dello Stato. Un campo di diverse migliaia di acri, diviso in due sezioni, una per i prigionieri tedeschi e italiani, una per i giapponesi. In realtà il fantomatico comandante Wattenberg sarebbe stato la punta di diamante del progetto relativo alla diga Hoover. Gli spostamenti nei vari campi fino a quello nei pressi del fiume Colorado e della diga, sarebbero stati parte di un complesso piano. Appena giunto al campo, Wattenberg iniziò a studiare la fuga, mettendo in atto uno schema elaborato che includeva un tunnel lungo oltre cento metri, fino all’argine di un canale parallelo al fiume Colorado. Quando il tunnel fu completato, e Wattenberg fu pronto con alcuni altri compagni, tutti muniti di documenti falsi e abiti civili, la notizia fu in qualche modo passata al sottomarino in attesa nel Mare di Cortez. Il 23 dicembre ‘44, un commando di 60 uomini al comando di Wattenber, che nel frattempo aveva acquisito profonda conoscenza del territorio, dei presidi e delle difese, con l’appoggio di un equipaggio altamente selezionato, avrebbero percorso il canale Cross Cut utilizzando delle canoe, passando poi ai fiumi minori Salt, Gila e infine al grande Colorado, dove si sarebbero incontrati con il sottomarino. Gli ultimi preparativi specifici sarebbero stati messi a punto nei pressi della diga Parker. La missione non fu mai portata a termine, alla fine commandos e marinai furono trovati quasi congelati, feriti e sfiniti, mentre vagavano in mezzo al deserto, e riportati direttamente al campo di prigionia. Esistono poi altri documenti su quella che sarebbe stata l’ultima missione dell’U-133 al comando di un non meglio identificato capitano Peter Pfau, con un equipaggio di 54 uomini, che doveva risalire la penisola di Baja fino al fiume Colorado, poi il fiume a Laughlin, in Nevada, ma fu bloccato da banchi di sabbia, e poiché le dimensioni avrebbero reso impossibile ogni manovra, venne autoaffondato e abbandonato, ma nulla si sa sul destino dei sopravvissuti.

Diga Hoover, tecnici al lavoro.
Come appare oggi la diga Hoover.

In effetti, la lunghezza combinata dei componenti assemblati di un U-Boot Tipo XXIII lo rendevano lungo circa 35 metri. I critici sostengono che una tale lunghezza proibirebbe a una nave di navigare nel fiume Colorado, benché vi sia prova, da un articolo del “Colorado River Review”, che durante il periodo del regolare trasporto fluviale sul Colorado, alla fine della prima metà dell’800, il battello “Mohawe-I” di 45 metri navigò sul fiume per 10 giorni fino a lì El Dorado Canyon, scalo finale che ai tempi si trovava più o meno a 50 km dall’attuale posizione della diga. Un percorso di 365 miglia, cioè oltre 650 km. Successivamente, intorno al 1880, il vapore “Mohawe-II”, lungo 47 metri e pesante 190 tonnellate, fu l’imbarcazione più grande che abbia navigato sul Colorado. In ogni caso, gli storici dicono che il progetto di sabotaggio o distruzione della diga Hoover è frutto di fantasia, mentre diverse prove e testimonianze della gente del posto dicono il contrario, fra cui quella di un pilota agricolo, Antonio Acevedo, che avrebbe chiaramente notato la sagoma inconfondibile di un sottomarino, durante un volo di fumigazione dei campi, ma che in seguito alle variazioni di marea non ha più localizzato il posto.

Il fiume Colorado.

La diga Hoover

Un ultimo accenno sul fulcro di tutte le considerazioni, cioè l’obiettivo, la diga Hoover, per comprender quale tipo di infrastruttura tedeschi e giapponesi volevano sabotare o distruggere, e se in base a ciò, sarebbe stata un’impresa tecnicamente realizzabile. Tecnicamente, la diga è alta 215 metri, è lunga circa 200 alla base e 380 metri alla sommità, con paratie in calcestruzzo armato spesso da un massimo di 200 metri al fondo del bacino fino a 15 metri al limite superiore. La Hoover Dam, o Boulder Dam, fu costruita dal 1931 al ‘35 sul Black Canyon, al confine fra Arizona e Nevada. Furono utilizzati oltre 3 milioni e mezzo di metri cubi di calcestruzzo, per una struttura alta 225 metri, lunga 210 alla base. Fu inaugurata il 30 settembre 1935 dal presidente Franklin D. Roosevelt. Il bacino artificiale creato dalla diga prende il nome di lago Mead ed è il più grande lago artificiale degli Stati Uniti.

I resti di un bunker a difesa della diga.

Si decise di procedere costruendo la diga con una serie di getti di calcestruzzo delle dimensioni non superiori a 1,5 metri di altezza e 15 metri di lunghezza e larghezza. Il calcestruzzo veniva fornito al cantiere in enormi benne di acciaio dalle dimensioni di 2,5 metri di altezza e 2 di diametro, ognuna del peso di 18 tonnellate, riempite di calcestruzzo sul versante del canyon situato in Nevada. Com’è noto, complessivamente furono utilizzati oltre 3,5 milioni di calcestruzzo armato, e ulteriori 1,2 milioni di metri cubi per le opere accessorie indispensabili al funzionamento della diga stessa. Lo steso quantitativo per realizzare un’autostrada a due corsie da San Francisco a New York. Per proteggere gli impianti per la fornitura di corrente elettrica da eventuali attentati o incidenti, la copertura dell’edificio che ospita le turbine fu realizzata a prova di bomba con uno spessore di 1,5 metri di cemento armato.

Originariamente era prevista l’installazione di 18 turbine ma si decise di ridurre il numero a 17, con otto di queste sul versante in Arizona. I jet-flow gate situati sui due versanti del canyon si trovano a 55 metri di altezza, e sono delle condotte che servono per fare fuoruscire la portata in eccesso dall’invaso. Inoltre, per evitare che la diga possa traboccare in caso di piena, ai due lati furono costruiti due sfioratori, che scaricano in due gallerie ai lati della diga, il cui percorso si ricollega alle gallerie costruite per la deviazione del fiume Colorado. Agli ingressi si trovano quattro paratie lunghe 30,5 metri e alte 5, che permettono di aumentare di ulteriori 5 metri il livello del bacino. Ognuna di queste paratie pesa oltre 2.300 tonnellate. Il diametro della parte della galleria con pendenza elevata è di 15 metri.

Considerazioni

Gli analisti storici e i ricercatori sono unanimi nel considerare che il battello U-133 non avrebbe potuto trasportare abbastanza carburante per un viaggio così esteso. Inoltre, sono presenti diverse dighe minori, sbarramenti e chiuse sul fiume Colorado, prima di giungere nei ressi della grande diga Hoover. Poche fonti menzionano il fatto che il 14 marzo ‘42, tre mesi dopo l’inizio della guerra, l’U-133 affondò con tutto l’equipaggio al largo delle coste greche, per un errore di navigazione e l’esplosione di una mina. Perdita per altro comprovata nel 1994 da una squadra di subacquei che è riuscita a localizzare e confermare l’identità del relitto. Detto questo, non vi è però modo di stabilire il modo in cui l’U-133 possa essere stato coinvolto, in qualsiasi modo, nelle operazioni contro diga Hoover. Nei documenti ufficiali tedeschi non è stato scoperto nulla sull’attacco dell’U-133, o di qualsiasi altro sottomarino, e le fonti originali sulla vicenda si sono ormai dissolte. Tracce e prove potrebbero essere custodite a Muroc Dry Lake, o come è meglio noto, alla base aeronautica di Edwards, nel deserto del Mojave.

Fra la popolazione del posto, è poi diffuso il racconto della “strana corazzata” che difendeva la diga, chiamata Muroc Maru, e di un misterioso sottomarino tedesco, rinvenuto a poca distanza dalla costa, al quale erano state rimosse tutte le parti pesanti, come motori e batterie, nonché ogni minimo elemento considerato di interesse, e in seguito bombardato fino a essere ridotto in pochi frammenti di metallo. Si dice poi che nel settembre o nell’ottobre ‘47 ci fu un enorme temporale che fece aumentare il livello delle acque del lago, facendo scomparire le ultime tracce nel fango.

Le ricerche indicano che l’U-181 tornò poi alla base a Penang, in Malesia. Per quanto riguarda il destino finale dell’I-12, fu segnalato come affondato una mezza dozzina di volte in altrettanti punti. Un resoconto completo sul sottomarino tedesco, indica invece che avrebbe lasciato la Francia occupata per l’Isola dell’Arcangelo, nel Mare di Cortez, con scalo e collegamento alla base segreta di La Palma. Inoltre, nell’area del villaggio di Sonora, lungo la costa nord-occidentale del Mare di Cortez, conosciuta come Las Dunas Santo Tomas, pare siano stati segnalati parti del relitto di un F6F Hellcat della US-Navy, che affiorano dalla sabbia durante le fasi di bassa marea. L’aereo ebbe un malfunzionamento ed effettuò un atterraggio di fortuna, e il pilota in seguito avrebbe confermato di essere stato impegnato nel bombardamento di una unità nemica, di cui però non aveva i dettagli. Poche settimane dopo, le truppe americane arrivarono a Puerto Penasco (oggi Rocky Point). Esistono quindi prove certe della presenza di un U-Boot nel Mar di Cortez in Messico?

Un U-Boot tedesco equipaggiato con uno sperimentale lanciarazzi.

Ma c’è di più: qualche tempo prima della fine della guerra, non molto tempo dopo la fuga dal campo di prigionia di Papago Park del comandante Wattenberg, il 23 dicembre ‘44, un C-47 rifornito, senza insegne ma verniciato con i tipici colori marrone chiaro e ventre bianco, tipo Afrika Korp, fu rinvenuto sotto una rete mimetica, in un remoto aeroporto nel deserto del Nevada noto come “Scotty Point” o “Bonnie Claire”, disegnato a forma di X, a circa 200 km a nord di Las Vegas. I rapporti ufficiali dicono che era uno dei trentanove C-47 utilizzati nell’Operazione Torch, nel novembre 1942, di cui un gran numero furono distrutti, abbattuti o dispersi. L’aereo era spogliato di tutto, salvo una ventina di paracadute nuovi. Accoccolate ordinatamente nei loro supporti vicino ai sedili del pilota e del copilota c’erano le carte di volo per lo più relative al Messico e alla Bassa California, insieme a manuali operativi, redatti in tedesco.

Bibliografia:

Joseph E. Stevens, Hoover Dam: An American Adventure, Norman, OK, University of Oklahoma Press, 1988.
Walter Leotta, Attacco all’America, Storia Militare, giugno 2010.
Michael Duchemin, Water, Power, and Tourism: Hoover Dam and the Making of the New West, in California History, 2009.
Michael A. Hiltzik, Colossus: Hoover Dam and the Making of the American Century, New York, Free Press, 2010
Busch, R & Röll, H-J. (1998). German U-boot commanders of World War II.

Lascia il primo commento

Lascia un commento