Gaetano Salvemini, eretico trasgressivo. Una nuova visione nella trasformazione e rivalutazione di uno fra i maggiori pensatori del secolo scorso. Di Giuseppe Moscatt.

Gaetano Salvemini.

I primi quarant’anni. 

Il tentativo di Giovanni Grasso – attento portavoce del Presidente Mattarella negli ultimi anni – rivolto a riattivare la memoria di Gaetano Salvemini e di Luigi Sturzo attraverso un verosimile dialogo teatrale, Fuoriusciti, rappresentato a Torino il 28.1.2020 – ha suscitato un coro di approvazione fra gli studiosi e coloro che li conobbero. Se la platea dei secondi per ragioni naturali va a restringersi; quella degli studiosi di Sturzo ne è rimasta soddisfatta, mentre gli intellettuali socialisti ne dovrebbero trarre le conseguenze su un loro massimo adepto, quel Gaetano Salvemini che avrebbe voluto una riforma dall’interno di quella “Chiesa” e che invece ne subì un certo ostracismo, sollevando la reazione di altri esponenti politici che con la loro emigrazione spesso individualista portarono alla disfatta del vecchio regime liberale. Scrivere oggi di Salvemini è per noi come attraversare i Fori Imperiali della storia del socialismo italiano. Fra la fine dell’800, e il suo forzato esilio del 1924, misurò da uomo libero piuttosto criticamente la storia della Penisola. Ma la sua penna mordace punse lo statista liberale più organico dell’Italia liberale. La definizione di Giovanni Giolitti,  “ministro della malavita” titolo di un “pamphlet” del 1910, in piena campagna elettorale, contro i brogli favoriti dal Capo del Governo, venivano dopo volumi di storia medievale pubblicati durante l’insegnamento a Firenze (per esempio, Magnati e Popolani a Firenze dal 1280 al 1295, del 1899), saggi storici che lo misero in contrasto con Croce e Gentile, che lo contestarono per la sua vivace appartenenza socialista, piuttosto che per l’esercizio del mestiere di storico ineccepibile per rigore e documentazione critica. E poi, a Messina, fra il 1901 e il 1908, due temi su tutti: la Rivoluzione francese (1905) e Mazzini (1905-1910), senza contare la ricerca educativa, condensata in un saggio del 1914 sui “problemi educativi e sociali dell’Italia giolittiana”. Ma una tragedia familiare e nazionale, il terremoto di Messina del 1908, gli distrusse a 35 anni la famiglia – moglie e 5 figli – e la sorella. Socialista della prima ora, studiò la vicenda dei Fasci siciliani (1889-1894), rilevando le parallele colpevolezze del Crispi e del nascente Partito Socialista. Col quale la freddezza crebbe con l’incarico di ruolo a Firenze e con la scelta antigiacobina che lo pose in conflitto col giovane Partito.  

La grande trasformazione 

Nella città dove aveva avuto come maestro Pasquale Villari, fra il 1910 e il 1915, maturò le idee principali del suo pensiero. In primo luogo, il Suffragio Universale e poi il Federalismo, sul quale fra poco ritorneremo anche per l’alleanza che lo portò ad avere con Luigi Sturzo, malgrado l’ideologia conservatrice cattolica insistesse sul catechismo nelle scuole pubbliche.  Fu fautore della necessità di collegare gli operai del Nord con i contadini del Sud, anticipando le proposte di Gramsci di almeno un decennio. Chiese a gran voce l’abolizione del protezionismo doganale e la istituzione di un’unica tariffa di Stato, richiamando l’esperienza positiva dello Zollverein tedesco, che aveva aperto le porte all’unificazione della Germania nel 1834. Favorì la formazione di una piccola proprietà contadina che cancellasse una volta per tutte il latifondo meridionale, creando così una classe dirigente  interclassista non lontana della coeve idee dello stesso Sturzo che con le figure delle cooperative agrarie bianche tendeva allo stesso scopo di creare una classe media idonea ad impedire la prevalenza di ideologie reazionarie a destra, o di fughe sindacaliste operaie che avrebbero soltanto impensierito gli industriali e gli agrari,  fatto che avverrà nel 1921 quando costoro daranno il loro appoggio al Fascismo. Il connubio fra il deprecato Giolitti e il debole Turati del primo decennio del ‘900, al di là dell’apparente reciproca tolleranza e del temporaneo momento di pace sociale, lo vide del tutto contrario, tanto da uscire dal Partito proprio in occasione della guerra italo-turca del 1911. Era l’occasione di assorbire le tendenze radicali e repubblicane, di offrire una via più incisiva alla giustizia sociale – la “settimana rossa “del 1914 dal 7 al 14 di giugno, fra Ancona, la Romagna e la Toscana, quando la forza pubblica uccise alcuni manifestanti contadini che chiedevano pane  e lavoro, quasi analoga ai fatti del 1905 a S. Pietroburgo – e di mettere altresì i paletti nella politica scolastica, che Salvemini voleva laica e democratica, fuori dalle pressioni delle classi liberali e rivolte piuttosto a fornire una classe dirigente autonoma che salvaguardasse la libertà di pensiero da influssi clericali. Tali furono le direttive che lo indussero a fondare un periodico, “l’Unità”, che esprimesse le speranze del Federalismo per la nuova Italia, meridionalista e socialista, nel fine di giustizia sociale e democratica nel metodo, contro ogni privilegio e per la eguaglianza di tutti i cittadini nella vita del paese, affidando al futuro Stato repubblicano il dovere di favorire la crescita della persona umana attraverso la reale partecipazione di tutte le classi lavorative all’organizzazione politica e sociale. La formazione politica cui dette vita nel 1914 fu la “lega democratica per il rinnovamento della politica nazionale”, i cui principi vennero ripresi nel 1943. Ma nel 1914 commise il passo falso che lo portò dalla parte dell’interventismo nel primo conflitto mondiale. Era cioè certo che gli Imperi Centrali fossero ormai desueti e dunque l’Italia dovesse partecipare alla loro caduta, un po’ come Heinrich Mann che nello stesso periodo li qualificava come portatori dell’ancien régime. Piuttosto, il pacifismo di Jean Jaurès, storico socialista francese, peraltro assassinato nel 1914, non poteva essere rinnovato di fronte al principio democratico dell’autoaffermazione dei popoli, anche con lo strumento della guerra giusta, ormai propagandato dal neo presidente americano Wilson. Benché alla fine della guerra gli fosse chiara la minoranza delle sue tesi, che avevano proclamato quella strage sterile e che avevano incrementato il Nazionalismo di vincitori e di vinti con l’esito foriero di ulteriori conflitti emersi dal Trattato di Versailles; Salvemini rimase sulle sue posizioni che superficialmente lo assimilarono nel 1919 alle istanze di D’Annunzio nella questione di Fiume. La teoria della partecipazione democratica dei popoli alle guerre decise dai governi capitalisti per egemonie prettamente economiche, lo isolò a sinistra, rimanendo di fatto un pensatore politico unico nel panorama del primo dopoguerra. Tuttavia,  Salvemini comprese subito il pericolo fascista e la sua grande trasformazione da socialista a democratico popolare laico si perfezionò negli anni successivi. Nemico di Mussolini, firmò nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascista di Croce e da deputato non partecipò all’Aventino alla nota secessione parlamentare, mentre aderì con i Fratelli Rosselli al giornale clandestino anitfascista Non mollare. La scelta ideologica liberalsocialista e non più massimalista, ma schiettamente democratica, lo porterà al processo e poi all’esilio volontario in Francia. La sua grande trasformazione intellettuale continuerà in America e poi dal 1946 alla Costituente fino alla morte nel 1957, in forma di estremo critico della sinistra comunista di ispirazione sovietica. 

La terza via: alle origini della classe media italiana. 

Fra gli innumerevoli scritti del Salvemini, merita ora la menzione di un breve saggio che ci consente di penetrare un quesito che lo dilaniò negli anni d’esilio ad Harvard e che continuò negli anni ’50 in Italia: le radici della borghesia tedesca e il suo parallelo cammino in Italia, dove la frantumazione in una platea di Stati era rimasta pressoché immutata, mentre Francia e Inghilterra per tempo si erano avviate ad una società unitaria. Invece Italia e Germania si trovarono unificate proprio quando quelle democrazie videro in crisi il sistema rappresentativo parlamentare specialmente nel primo dopoguerra. Salvemini aveva notato – proprio nel saggio inedito in Italia Germania ed Italia dal 1814 al 1870 – come l’unità era stata promossa per entrambe da una singola casa regnante che aveva raggiunto un pari obiettivo e che erano state le culle dell’ascesa di ideologie totalitarie. La successiva comparazione e il ritardo analogo sarebbero state causate da profili sociologici. Se lo Stato tedesco aveva vissuto la debolezza della borghesia “occupata” dalla classe conservatrice e militare, le cc.dd. “forze del passato”; in Italia invece la borghesia più che essere qualificata dal suo carattere imprenditoriale, per ragioni culturali e politiche, riuscì soltanto a sostituire nei privilegi la vecchia classe dirigente dello Stato. In ogni caso, Nazismo e Fascismo ebbero la capacità di conquistare uno stato troppo debole nelle sue componenti istituzionali e democratiche. Certamente, la presenza della Chiesa Romana, le condizioni geografiche, sociali, religiose e militari, ebbero un ruolo di freno o di moltiplicatore di tali spinte e controspinte. Il saggio dimostrava un’ideologia socialista e meridionalista, repubblicana e radicale; liberista, ma corretta dall’interventismo di Stato; anticlericale, ma non atea; anticomunista, ma non di indirizzo centrista e conservatore. Insomma precursore e mentore del Partito d’Azione di fonte weberiana e vicina alle posizioni del socialismo liberale dei Rosselli e di Adriano Olivetti. Di più: in ambito internazionale, lottò aspramente per l’autonomia della funzione diplomatica, auspicandone la libertà di studio e delle relative fonti, soprattutto per svelare le false notizie che spesso avevano inficiato e provocato non poche crisi internazionali. Uno storico eretico e trasgressivo, difensore del libero pensiero, ma aperto al dialogo con le forze progressiste e conservatrici, sempre alla ricerca di una unità nazionale che oggi dovrebbe essere meglio riscoperta. 

Bibliografia 

Sulla figura di Gaetana Salvemini, cfr. CESARE ROSSI, Gaetano Salvemini, l’anticonformista di sempre, 1960. 

Sull’interventismo democratico e sulle ripercussioni nella Prima Guerra Mondiale. 

FRANCO CATALANO, Civiltà e storia, pagine di critica storica, vd. 3° ed., D’Anna, Firenze 1969. 

Sul processo formativo unitario della Germania e dell’Italia, vd. GAETANO SALVEMINI, Scritti sul Risorgimento, Feltrinelli, Milano 1961. 

Marco Meriggi, L’unificazione nazionale di Italia e Germania, in Storia contemporanea, Manuale Donzelli, Roma, 1997. 

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