Le colonie genovesi in Crimea. In epoca medioevale la Repubblica di Genova stabilì diversi avamposti commerciali nella penisola del Mar Nero. Questi prosperarono fino alla caduta di Costantinopoli. Di Enrico Clerici.

Le colonie e gli empori della Repubblica di Genova.

Nel numero di Limes del 30 settembre 2016 con il titolo “L’importanza strategica della Crimea”, veniva pubblicata una cartina inedita della penisola nella quale si descriveva  “una delle aree al centro dello scontro tra Russia e Stati Uniti, da cui potrebbe partire l’invasione russa dell’Ucraina”.

La Crimea è stata attaccata militarmente a fine febbraio 2014 dalla Russia, che approfittò della situazione politica dell’Ucraina, considerata afflitta dalle continue manifestazioni contro il presidente Viktor Janukovyč, ritenuto troppo filorusso dalla popolazione ucraina.

Infatti, nel novembre 2013[1] si verificarono una serie di proteste contro Janukovyč, che poi sfociarono nell’occupazione di Piazza Indipendenza a Kiev, che fu già teatro nel 2004 della c.d. Rivoluzione Arancione[2].

Le proteste nacquero a seguito della decisione del Presidente di non firmare l’accordo di associazione dell’Ucraina all’Unione europea, causa la precaria situazione delle finanze pubbliche, in favore di un prestito russo concesso dal Presidente Putin, avvenuto tramite l’acquisto di titoli di stato per circa 15 miliardi di dollari, che portava il Paese sempre più vicino alla Russia. A ciò si aggiunga che ad inasprire gli animi già infiammati fu il rapido incremento di ricchezza che vide i figli e i congiunti di Janukovyč diventare miliardari, a dispetto dell’indebolimento sempre in crescita dell’economia ucraina. Il 16 marzo 2014, dopo un referendum voluto da Mosca, la Crimea fu annessa alla Russia.

Nel febbraio 2022, la Russia diede inizio alla guerra ormai diventata tristemente nota, soprattutto per l’escalation che rischia di portare il conflitto a livello mondiale. Molte sono le cause che hanno portato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ma non è questa la sede per trattare l’argomento. Ci limiteremo a dire che l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, nota soprattutto con l’acronimo Urss, era suddivisa in quindici repubbliche, di cui la Russia era la più grande e l’Ucraina la terza in termini di estensione.

In occasione del trecentesimo anniversario del trattato di Perejaslav (1654), stipulato in Ucraina, fra i cosacchi di Bohdan Chmel’nyc’kyj e lo zar di Russia Alessio I, l’allora leader sovietico Nikita Krusciov trasferì nel 1954 la Crimea dalla repubblica sovietica di Russia alla repubblica sovietica di Ucraina, come dono simbolico all’insegna della fratellanza fra i popoli dell’Urss. Ciò ovviamente non comportò alcun mutamento geopolitico, in quanto sia l’Ucraina che la Russia facevano parte dell’Unione Sovietica, anche se va detto che il 90 per cento della popolazione della Crimea era ed è di etnia russa.  

In tal senso il Presidente Putin, ritenendo che l’Ucraina debba comunque far parte in qualche modo della Russia, ha annesso dapprima la Crimea, legittimando il suo operato attraverso il citato referendum fra la popolazione della penisola.

Guerra in Crimea

L’Ucraina è senz’altro una nazione molto lontana dall’Italia. I due paesi distano l’uno dall’altro circa Km. 2392 e per molto tempo l’uomo medio italico non si preoccupò più di tanto di conoscere ciò che accadeva in quel territorio che poco aveva da spartire con la sua cultura. Solo dopo il 2014, con l’annessione della Crimea alla Russia, e soprattutto oggi con il conflitto sorto tra le due nazioni, abbiamo incominciato a conoscere le usanze dell’Ucraina, il colore della bandiera, il nome del suo Presidente, le città principali, il battaglione Azov, i rapporti che in qualche modo collegano le due culture (quella italiana e quella ucraina) e molti altri aspetti fino a questo momento quasi ignorati dai più. Ma in realtà la storia ci insegna che tra Ucraina ed Italia ci furono in passato molti collegamenti che sotto diversi aspetti hanno unito le due nazioni in modo – si potrebbe dire – indelebile. Basti ricordare la Guerra di Crimea iniziata il 5 ottobre 1853 e conclusasi il 30 marzo 1856, che ebbe una notevole importanza con conseguenze politiche sia a livello europeo sia per ciò che riguarda quel processo fondamentale che condurrà all’Unità d’Italia. La guerra, che portò ad un ingente spargimento di sangue, contrappose tra loro le principali potenze europee, che non si erano più affrontate dalla fine delle guerre napoleoniche. La potremmo sotto certi aspetti definire anche una guerra di religione, oltre che di prestigio. Infatti, Francia e Russia volevano palesarsi come i difensori del cristianesimo portando Napoleone III e lo zar Nicola I a contrapporsi per il controllo e la gestione dei luoghi santi della cristianità in Palestina (quindi sul territorio dell’Impero Ottomano), per il rispettivo sostegno dei monaci cattolici da una parte e degli ortodossi dall’altra. Ma non solo. La domanda sorge spontanea. Perché una potenza come l’Inghilterra decise di prendere parte a questo conflitto, atteso il suo disinteresse sia per il mondo cattolico che per quello ortodosso?

In realtà, la Russia volle approfittare del decadimento della forza militare e politica dell’Impero Ottomano e, col pretesto dei luoghi santi, voleva garantirsi un definitivo controllo sul Bosforo e sui Dardanelli, con un conseguente accesso al Mediterraneo e garantirsi una sorta di protettorato sul governo del Sultano Omar Pascià. Ovviamente Francia e Inghilterra non concordano in alcun modo con questa politica espansionistica dello Zar, rifiutando in ogni modo la possibilità di avere un concorrente nella gestione dei traffici mediterranei. Economia e religione, quindi, diventano le cause di questo sanguinoso conflitto

Non dimentichiamo che Napoleone III era al potere grazie al favore dei cattolici francesi per il sistema plebiscitario. Quale migliore occasione per l’Imperatore francese? Ma la guerra serve anche a Cavour che capì perfettamente che con l’intervento del Piemonte a fianco della Francia e dell’Inghilterra nella guerra di Crimea, si sarebbe potuto garantire l’alleanza con le due potenze tale da permettergli più facilmente di raggiungere gli obiettivi bellici contro l’Austria.

Cavour firmò nel 1855 un trattato con Francia ed Inghilterra, impegnando il Piemonte ad inviare un corpo di spedizione in Crimea, che ebbe la benedizione di Vittorio Emanuele II, che comprese perfettamente gli intenti del suo Primo Ministro, ma non quella del popolo italiano, che ritenne tale decisione una pura pazzia. Ma ormai la decisione era presa. In Crimea furono così inviati 150.000 soldati, in massima parte bersaglieri, al comando del generale Alfonso Lamarmora. L’8 settembre 1855, la fortezza di Sebastopoli fu conquistata dallo schieramento franco-anglo-turco, che con l’appoggio italiano, permise la vittoria della guerra con la inevitabile conseguenza per la Russia di chiedere la pace.

Ma ancora prima, anzi molto prima, di questi importanti fatti storici, Genova fu interessata al Bosforo, alla Crimea e al Mar Nero, conquistando diversi possedimenti oggi appartenenti all’Ucraina e portando la Repubblica – attraverso la sua gloriosa flotta militare e commerciale – ad intessere intensi traffici marittimi con queste regioni.

La flotta genovese

Intorno all’anno mille e per tutto il medioevo, fino a giungere nell’era moderna, la Repubblica di Genova perseguì una politica estera volta all’espansionismo verso oriente al fine di garantire ai propri concittadini una fitta rotta mercantile, fuori dai confini del genovesato, per la conquista commerciale e militare dei territori d’oltremare. A perseguire questa politica espansionistica fu una consolidata classe dirigente, al tempo stesso tanto pragmatica quanto consapevole di sé del proprio potere. Questa tendenza si basò principalmente sull’acquisizione e il controllo di nuovi territori – che diverranno poi le cosiddette colonie Genovesi – ma non solo: la volontà della Superba era quella di far sentire la propria presenza nelle città portuali situate lungo le coste del Mar Mediterraneo e al di fuori di esso.

La nobiltà genovese insieme alla veneta, denominata anche nobiltà nera, era formata – proprio come oggi la storia ci ripropone – da una élite, composta da quelle famiglie delle oligarchie Genovesi che, nel XII secolo, si erano garantite alcuni diritti di commercio assolutamente privilegiati da non temere rivali. La Nobiltà Nera, si instaurò, nel periodo intercorrente tra il 1063 ed il 1123, portando a rafforzare il potere della ricchissima classe dirigente.

La grandezza di Genova iniziò con la nascita della potenza mercantile attraverso la creazione di una potente flotta, di cui le navi venivano commissionate da un unico committente ad un singolo maestro d’ascia, assumendosene le spese di costruzione (compresa la tassa per il varo). Il padrone della nave, poi, provvedeva ad armarle e a governarle. Tale situazione perdurò nel tempo finché non si arrivò alla costruzione delle galee da guerra e di imbarcazioni molto più grandi. Fu allora necessario creare un vero e proprio arsenale che assunse il nome di Darsena dall’arabo dār-ṣinā che significa “casa di lavoro”.

Successivamente, il maestro d’ascia, pur rimanendo sempre unico nel recepire l’incarico, si avvalse di collaboratori specializzati in vari settori e lo stesso committente si trasformò in società in partecipazione. Una curiosità: il numero dei “soci” era quello che determinava il numero delle parti in cui era composta la nave.

Anche gli armatori si trasformarono in società. Tuttavia, i locali in cui venivano divise le spese d’armamento equivalevano alle spese di vitto e paga per ogni singolo marinaio. Non era, quindi, raro che alcuni marinai diventassero armatori di sé stessi. I rematori venivano reclutati tra coloro che erano nelle liste di leva obbligatoria e, come retribuzione, ricevevano una partecipazione agli utili, così come gli altri membri dell’equipaggio.

Non esisteva una flotta militare gestita dalla città, che diversamente ricorreva a quelle dei privati, che erano un ibrido tra nave commerciale e da guerra, causa il fenomeno della pirateria, molto diffuso all’epoca. Pertanto, in caso di conflitto, il Comune – a mezzo di decretum – requisiva le navi necessarie, proibendo ai loro proprietari di intraprendere per il momento di allerta il commercio marittimo, costringendo coloro che esercitavano le attività produttive ad imbarcarsi, con la conseguenza di creare un equipaggio poco affiatato e timoroso che tale circostanza potesse paralizzare l’attività produttiva.

La flotta genovese, comunque, si consolidò con le tre Crociate tenutesi dal 1063 al 1123, rafforzando il proprio potere che esportò anche oltre i confini Genovesi.

La Repubblica di Genova pose i presupposti per un impero commerciale ed economico in molti Stati dell’Europa e non solo, spingendosi anche in Asia ed in Africa ed imponendo la propria presenza nelle più importanti piazze finanziarie, ora per via diplomatica ora per via belligerante.

La Repubblica di Genova

Prima fra tutte, la Crimea fu oggetto di interesse della città denominata per la sua ricchezza la Superba, che dominò i mari d’Oriente per molti decenni. Parliamo della Repubblica di Genova, che vide i suoi albori nel 1099 e terminò la sua grandezza nel 1797, anno in cui giacobini Genovesi e cittadini francesi decisero di rovesciare il governo del doge Giacomo Maria Brignole, dando luogo ad una guerra fratricida tra oppositori e sostenitori popolari al sistema dogale vigente.

Napoleone Bonaparte, durante la Campagna d’Italia, portò alla caduta della Repubblica nei primi giorni di giugno e alla nascita della Repubblica ligure, che vide la luce il 14 giugno 1797. La Repubblica di Genova termina così la sua gloriosa storia. Vi furono anche ulteriori reazioni di varia natura, come quella in cui venne distrutta la portantina dogale in piazza Acquaverde. E ancora: vennero piantati alberi a simbolo di libertà nei principali giardini Genovesi. Ma anche i conservatori non si limitarono ad osservare e decisero di scatenarsi, dando vita ai così detti “Viva Maria”, nostalgici della Repubblica, che proclamarono la Madonna come “Regina di Genova”.

Napoleone, che gestiva la vicenda genovese, decise di non tollerare ulteriormente questi disordini che potevano sfociare in eccessi rivoluzionari troppo clericali e decise di ordinare la soppressione dei tribunali ecclesiastici[3].

Nel giugno 1805, la Repubblica ligure passò sotto il Primo Impero napoleonico. Con la caduta di Napoleone ed il successivo Congresso di Vienna del 1815[4], Genova riconquistò un’effimera indipendenza, col nome di Repubblica genovese, durata meno di un anno. Il congresso stabilì l’annessione dei territori – e quindi della Liguria intera con l’Oltregiogo e l’isola di Capraia – al regno di Sardegna, governato dai Savoia. In tal modo, le potenze che avevano sconfitto l’Imperatore francese non si fecero alcun scrupolo di venir meno al principio di restaurare i legittimi governi e le monarchie precedenti al periodo napoleonico.

Le colonie genovesi

Dopo essersi affrancata dal Sacro Romano Impero intorno all’anno 1096, Genova, divenuto Libero Comune ed inizialmente non ancora Repubblica, ma “Compagna Communis”, con poco meno di 4000 abitanti, si ritrovò povera economicamente, ma trovò fortuna con la prima Crociata in Terra Santa (1097 – 1099), quando guidata da Guglielmo Embriaco, diede un concreto contributo per la conquista delle città in mano ai saraceni. Come ricompensa, a Genova venne attribuito un terzo della Contea di Gibelletto (chiamata anche Gibello, Gibelet o Jebail), un feudo della Contea di Tripoli, e un terzo delle entrate fiscali di questa città e di tutto il contado di Acri. La signoria di Gibelletto (oggi Biblo) era un feudo della contea di Tripoli e fu concesso alla famiglia genovese degli Embriaci nel 1104. Inoltre, ai mercanti Genovesi fu concessa l’autorizzazione ad aprire in empori stranieri e a costruire depositi di merci (fondaci), usufruendo così di strade in varie città del Levante: a Cesarea, a Tolemaide, a Giaffa, a Gerusalemme, a Famagosta, a Antiochia, a Laiazzo, a Tortosa (oggi in Siria), a Tripoli del Libano e a Beirut.

La Contea di Gibello rimase nella disponibilità della famiglia genovese degli Embriaci fino al 1302, quando con l’occupazione dei territori cristiani da parte dei mussulmani, li costrinse a riparare a Cipro. La riconquista musulmana, infatti, cancellò la presenza genovese nella Terra Santa. Così come diverse fondazioni della Compagna Communis presenti sulla costa spagnola da Valencia a Gibilterra, presenti fino al 1150, dovettero lasciare spazio agli invasori islamici. Ma i Genovesi, sempre alla ricerca di nuove conquiste, si stanziarono in tutta quella parte di territorio che può definirsi un prolungamento della Liguria, corrispondente con l’attuale Principato di Monaco e con le città di Mentone, di Roccabruna, di Piena e, non ultima, la Corsica.

Anzi la conquista della Corsica fu quella che possiamo considerare la prima espansione oltremare di Genova, annessa nel 1284 (e rimasta in loro possesso fino al trattato di Versailles nel 1768, anno in cui venne ceduta ai Francesi), e nella Sardegna nord-occidentale.

La battaglia della Meloria, infatti, segnò la definitiva sconfitta della Repubblica di Pisa da parte dei Genovesi, che permise loro di diventare padroni assoluti della Corsica. Fu così che interi borghi iniziarono ad adottare la parlata ligure (in particolar modo a Bonifacio e Calvi), caratterizzando tuttora in parte l’isola dal punto di vista etnico-linguistico. In Sardegna, Sassari divenne comune confederato alla repubblica genovese nel 1294. Qui si insediarono i Doria, che pare avessero alcuni legami di parentela con i giudici di Torres, a cui si deve la fondazione di centri quali Alghero e Castelgenovese.

Da Genova alla Crimea

Non furono molte le colonie Genovesi nel Bosforo, ma non per questo poco importanti. E tra queste le più importanti furono quelle di Galata e Pera. Quest’ultima poi fu storicamente molto importante anche da un punto di vista giuridico per i famosi Statuti che raccolsero la normativa civile e criminale della regione: i c.d. Statuti di Pera.

Il manoscritto che li tramanda venne ritrovato nel XIX secolo ed era diviso in due parti: la prima, composta di 8 carte, contiene il rubricario, le ferie per la curia ed i primi quindici capitoli (oggi viene conservata presso la Biblioteca Universitaria di Genova), la seconda parte (carte IV – LXXVIII) invece è stata acquistata dalla Biblioteca Reale di Torino. La prima trascrizione di questo manoscritto, andato disperso, venne rifatta nel 1871, con l’inserimento nel volume XI della “Miscellanea di Storia italiana”. Il suo contenuto è diviso in due blocchi: il primo comprende i libri dal primo al quinto, che contengono i capitula Comunis Ianiae, in vigore anche a Pera, mentre il libro VI riporta alcune norme specifiche per la colonia, emanate per lo più da magistrati locali. L’insieme della legislazione costituiva il Magnum volumen Peyre. Si tratta di un preziosissimo manoscritto in quanto nessun altro documento comprende in maniera così completa tutte le leggi varate per l’amministrazione di una colonia nel Medio Evo. Nei primi cinque libri, cui il riferimento cronologico può risalire al 1293, è contenuta tutta la normativa inerente alla Repubblica Genovese. Il sesto volume, invece, decisamente redatto in maniera più composita, comprende capitoli di magistrati locali del 1300. Ma interessante è che tra essi se ne inserisce uno emanato dall’Arcivescovo di Genova Jacopo da Varagine (1304) ed uno dell’Ufficio di Gazaria del 1316 e ancora altri fatti a Genova d’intesa tra l’Ufficio di Mercanzia ed il Podestà, tra l’abate e gli anziani.

La colonia di Pera, dunque, che sorgeva davanti a Costantinopoli, fu il perno centrale di questo sistema di colonie Genovesi, che aveva basi in Bessarabia e Crimea come pure in Anatolia (a Trebisonda) e in Abcasia (Pitsunda).

Alcuni di questi Genovesi di Pera e Chio, rimasero a Istanbul e a Smirne fino ai primi del Novecento. Queste famiglie furono definite Levantine, in quanto discendenti mercanti e coloni veneziani ed ancora oggi conservano cognomi italiani e appartengono alla religione cattolica. Per oltre due secoli e fino alla totale conquista ottomana dell’impero bizantino, le colonie Genovesi del Mar Nero prosperarono e arricchirono Genova.

In tutta questa area urbana, dimoravano coloro che erano definiti “Franchi” cioè i Cristiani Latini, in buona parte Genovesi e Veneziani, e godevano di autonomia amministrativa, in quanto era gestita dai consoli delle due Repubbliche.

Galata fu genovese dal 1273 al 1453. Il quartiere è dominato dalla torre di Galata, ricostruita dai Genovesi come la Torre di Cristo dopo la Quarta Crociata e sopravvissuta fino ai nostri giorni. Inoltre, dentro le mura di Costantinopoli, ma di fronte a Galata, c’era un quartiere genovese, che peraltro non godeva di alcuna autonomia.

Nella penisola di Crimea, invece, la Repubblica di Genova ebbe diverse colonie e possedimenti nel periodo intercorrente tra il 1266 ed il 1475.

Le principali furono:

  • Caffa (l’odierna Feodosia) – 1266–1475 era la principale stazione genovese in Crimea
  • Cherson (l’odierna Sebastopoli) – 1250–1320/1427
  • Cembalo (l’odierna Balaklava) dal 1357
  • Alupka Caulita (l’odierna Yalta)
  • Lusta (l’odierna Alušta) – 1365–1434
  • Coldaia o Sugdeia (l’odierna Sudak) – 1266/87-1322, 1358/65–1475.  Nel periodo intermedio fu veneziana. il Castello dei Genovesi è patrimonio dell’UNESCO
  • Solgat, o Solhat, Surcati (l’odierna Staryj Krym o Kirim)
  • Sarsona
  • Chimmero
  • Vosporo (l’odierna Kerč) dal 1310

Caffa, tra l’altro, aveva anche una propria zecca e batteva aspri d’argento.

Nel 1453 la Compagna Communis cedette la Gazaria al Banco di San Giorgio in pagamento di propri debiti.

Questi domini furono tuttavia conquistati dall’Impero Ottomano nel 1474

Ma Genova aveva possedimenti anche nel Mar d’Azov, e precisamente:

  • Tana (l’odierna Azov) – 1261/70–1343/92
  • Matrega (l’odierna Taman’, nella penisola omonima in faccia a Kerč’) – 1419–1482 che fu assegnata alla famiglia De Ghisolfi

Tra l’altro una peculiarità assai curiosa, considerata l’antica inimicizia tra Genova e Venezia, era che La colonia genovese di Tana (nel punto più orientale del Mar d’Azov) aveva la caratteristica di essere unita alla colonia veneziana nella stessa città.

Per non parlare dei possedimenti in Caucaso e in Bessarabia, come Copa (l’odierna Slavjansk-na-Kubani), Mapa (l’odierna Anapa), Bata (l’odierna Novorossijsk), Casto (l’odierna Chosta, parte di Soči), Layso (l’odierna Adler, anch’essa parte di Soči); Chacari (oggi Gagra), Abcasia, Santa Sophia, Pezonda (oggi Pitsunda), Cavo di Buxo (oggi Gudauta), Nicoxia (oggi Nuovo Athos), Savastopoli (oggi Sukhum), Lo Vati o Lo Bati (oggi Batumi). Mentre in Bessarabia, Ginestra (oggi parte di Odessa) Samastro o Moncastro (anche Maurocastro o Cetatea Albă, oggi Bilhorod-Dnistrovs’kyj) – 1315/81–1403/34 (poi fino al 1484 veneziana), Chilia – 1352–1368 Licostomo (oggi Chilia Veche) fondaci a Costanza e Caladda

Ma come fu che Genova poté rivolgere le sue attenzioni in Crimea?

Dopo la Caduta di Costantinopoli avvenuta nel 1204 a seguito della IV Crociata, ed il Trattato di Ninfeo del 1261, i Genovesi aiutarono Michele VIII Paleologo a riprendersi Costantinopoli, sottraendola ai Latini.

La famiglia dei Paleologi fu l’ultima dinastia a governare l’Impero bizantino.

Il fondatore della dinastia fu il generale Niceforo Paleologo, nell’XI secolo, e successivamente la famiglia raggiunse i più alti livelli dell’aristocrazia attraverso matrimoni combinati con le dinastie dei Ducas, dei Comneni e degli Angeli.  Dopo la Quarta Crociata, i membri della famiglia fuggirono nel vicino Impero di Nicea, dove Michele VIII Paleologo divenne co-imperatore nel 1259, riuscendo a riconquistare la città di  Costantinopoli. Fu incoronato imperatore dell’Impero bizantino nel 1261.

I suoi discendenti governarono l’Impero fino alla caduta di Costantinopoli per mano dei Turchi Ottomani il 29 maggio 1453, diventando la dinastia regnante più longeva nella storia bizantina.

E proprio grazie a questa riconquista, ottenuta con l’importante ausilio dei Genovesi, che questi ultimi riuscirono a soppiantare la Repubblica di Venezia nei traffici marittimi del Mar Nero fino alla penisola della Crimea.

Michele VIII, in realtà, aveva tentato già in precedenza a conquistare la capitale dell’Impero bizantino, ma la flotta veneziana era riuscita ad impedire la capitolazione per fame. Quindi, la flotta genovese, alla quale tanto merito le fu accordato, in realtà fu abile nell’approfittarsi della situazione. ma non nel combattimento. Infatti, mentre inizialmente nell’agosto del 1260, tra Michele VIII e Baldovino II venne sottoscritto un armistizio per un periodo di un anno, il sovrano bizantino ha già in mente di effettuare un altro tentativo di assedio, che avverrà nel marzo 1261. In quell’occasione si giunse anche ad un accordo con la Repubblica di Genova con la firma tra l’Impero e la Repubblica genovese del Trattato di Ninfeone che avrebbe consentito a Michele VIII di mettere al suo servizio la flotta genovese in cambio di diritti commerciali a favore dei Genovesi. Il trattato è anche un trattato difensivo tra le due parti contro la Repubblica di Venezia , principale rivale di Genova e principale sostenitrice dell’Impero latino. In questo modo, la Superba inaugura il proprio impero coloniale.

La Gazaria ed il Principato di Teodoro.

Gazaria è un toponimo di epoca medievale, derivato dalla parola “Cazari”, con cui venivano indicate le colonie della Repubblica di Genova in Crimea, possedute tra il 1266 ed il 1475.

Quando Genova s’inserì nei giochi politici e commerciali del Mar Nero la Crimea vantava ormai centinaia di anni di convivenza tra popoli. In particolare, i Cazari avevano messo in discussione la presenza bizantina nella penisola già nel VII sec. espugnando la fortezza di Sudak. Ma chi erano i Cazari?

È certo che i Cazari erano un popolo di lingua turca e che traeva origine dall’Asia centrale. Ed erano apparentati con i Bulgari e con i tataro-mongoli che secoli dopo invaderanno l’Europa. 

L’origine del nome pare trovare radice nel verbo turco qaz- con il significato di “girovagare, vagabondare”. Infatti, il popolo dei Cazari era nomade e, quindi, costretto a spostamenti continui per poter far fronte all’aridità dei suoli.

I Cazari poi ad un certo punto della loro esistenza, si convertirono in massa all’ebraismo.

La conversione sarebbe avvenuta tra l’ottavo e il nono secolo dopo Cristo. Nestore di Pecerska, un monaco, scrittore e storico ucraino, venerato come santo dalle Chiese ortodosse, ci racconta che, quando il gran principe di Kiev decise di convertirsi alla religione “migliore”, i Cazari inviarono propri rabbini a disputare con imam e missionari al fine di far aderire alla fede ebraica un potente signore confinante, ma senza esito.

Le ragioni della conversione di questo popolo lontano dalla Palestina all’ebraismo, sarebbero da ricercare nel desiderio di questo popolo turcofono di poter mantenere la propria indipendenza politica.

I Cazari, tradizionalmente tolleranti, si trovavano pressati dall’impero bizantino da una parte e dal califfato omayyade dall’altra. Quest’ultimo a metà del settimo secolo arrivò fino al Caucaso. Entrambi gli schieramenti religiosi cercarono di sottometterli al loro potere: 

Questo spinse i Cazari a scegliere una religione che fosse capace di tenere testa all’Islam e al Cristianesimo: l’unica via era quella di convertirsi all’ebraismo. In origine la religione era il tengrismo, che prevedeva la morte del capo qualora questo avesse fallito nella sua missione militare in quanto “non più in grazia del dio Tengri”. Ma tale soluzione divenne invisa all’élite cazara, che preferì adottare una religione meno “violenta” nei confronti del loro leader.

Il contatto con la religione ebraica, pare sia avvenuto a seguito di un’immigrazione cospicua di rabbini, avvenuta tra il sesto e il decimo secolo a causa delle persecuzioni degli imperatori bizantini Eraclio, Giustiniano II, Leone III e Romano Lacapeno; ma forse anche per tramite degli Johuro, popolazione di religione ebraica tutt’oggi esistente e residente tra le montagne del Caucaso. Sarebbero stati, quindi, gli Johuro a trasmettere l’ebraismo ai Cazari.

I Cazari, invece, sarebbero all’origine degli ebrei aschenaziti, cioè di quelle genti, di etnia turca, non mediterranei come la restante parte del popolo ebraico. Essi, dunque, non appartenevano al popolo della diaspora ma erano dei convertiti. Ad avallare tale tesi sono intervenuti anche studi genetici, che hanno stabilito che i Cazari non erano in alcun modo di origine semitica.

Tale circostanza ha dato origine ad interessanti teorie esposte da storici israeliani, detti “post-sionisti”, animati dall’intenzione di demitizzare la storia di Israele liberandola dalla necessità di aderire alle sacre scritture. Questi studiosi  (Shlomo Sand,  Tom SegevSimha Flapan) asseriscono che gli ebrei di oggi, cioè quelli ritornati in Israele da tutta  Europa e dagli Stati Uniti sono in larga misura di origine cazara..

La loro migrazione verso la Polonia, la Lituania e la Germania avrebbe dato luogo alla peculiare cultura aschenazita (che si esprimerà con la lingua yiddish).

Nel 1343 la città di Caffa fu assediata dal Khan Ganī Bek. Gli abitanti della vicina stazione di Tana ripiegarono su Caffa, meglio difeso, beneficiando di un migliore approvvigionamento dal mare e protetto da due mura di cinta

L’assedio dura due anni Grazie alla peste nera, che decima il nemico, gli eserciti mongoli sono costretti a ritirarsi. Ma Ganī Bek, infuriato dalla sconfitta dovuta più all’epidemia che non alla resistenza genovese, prima di ritirarsi ordina ai suoi di gettare i cadaveri infetti oltre le mura della città. Questa strategia può essere considerata in assoluto il primo attacco batteriologico della storia. E la tattica funzionò. I Genovesi, a loro volta contagiati, furono costretti ad abbandonare Caffa dopo che l’assedio fu tolto dai mongoli. La diaspora porterà in tutta Europa alla diffusione della seconda pandemia di peste.

La città, comunque, nonostante queste disavventure, diventa nel XIV e nel XV secolo un importante centro commerciale. Il suo porto della città è in grado di ospitare più di duecento navi e la città conta, alla fine del XV secolo, circa 70 000 abitanti, di cui l’80% Genovesi. Gran parte del commercio del Mar Nero passa attraverso Caffa, con i Genovesi che tentano ripetutamente di monopolizzare questo commercio, con notevole successo.

Importante insediamento fu la fortezza di Sudak, che fu uno dei siti archeologici di maggiore spicco in Crimea. Si ritiene che l’insediamento sia stata opera del popolo alano, che la costruirono nel 212 d.C.

La sua importanza sorse in epoca medievale in relazione alla via della seta. Sudak divenne, quindi, un florido porto, che la rese oggetto di grande interesse per le varie potenze che la circondavano. Nel XIII sec. furono Venezia e Genova a contendersela, e proprio quest’ultima, vincitrice nel 1365, realizzò i più incisivi interventi di fortificazione che ancora possono essere contemplati. Un sito unico nel suo genere: il massimo esempio di fortificazione medievale genovese ancora in piedi, perfettamente conservato

La fortezza di Sudak fu distrutta dai Cumani alla fine dell’XI secolo e successivamente sottoposta ancora a danneggiamenti dai Kipčaki e dai Tatari (1223 e 1239). Anni dopo la città fu occupata dai veneziani che la cedettero ai Genovesi nel 1365. I veneziani giunsero all’inizio del XIII secolo e chiamarono la città Soldaia: Fra coloro che vi soggiornarono vi furono anche Niccolò e Matteo Polo, padre e zio di Marco Polo.  Sudak i territori costieri vennero infine ripresi dai Bizantini, e l’impero riuscì a mantenerli fino alla IV crociata, nel 1204, quando in Crimea nacque il Principato di Teodoro. Il dominio genovese in Crimea, cioè la Gazaria, i rapporti si fecero tesi: Non dimentichiamo che da quelle zone passava la via della seta, un motivo più che valido per alimentare rivalità e contrasti. Dalla città di Caffa i Genovesi tentarono nel tempo di isolare i loro vicini, tagliandoli fuori dal commercio marittimo. Si delinea, quindi, un quadro conflittuale al quale si inserisce un importante elemento: l’ingerenza mongola nella penisola.

L’arrivo dei mongoli cambiò i rapporti di forza con il Principato e Genova. Nel 1308 la città di Caffa venne assediata ed espugnata ma, in seguito, i Genovesi riuscirono a riprenderne il controllo gettando i presupposti per un periodo di massimo splendore. Anche il Principato di Teodoro, nel 1395, conobbe l’irruenza mongola. A questo punto due potenze si contrapponevano: da una parte Genova, appoggiata dall’Impero Bizantino, e dall’altra il Principato di Teodoro, appoggiato dal Khanato. Ma ciò non piegò in alcun modo il potere genovese, che crebbe a tal punto che i consoli di Caffa riusciranno ad assumere il titolo di Consoli di tutto il Mar Nero.

Nel 1453, la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi, influenzò notevolmente il commercio genovese, che non poteva più contare sul controllo del Bosforo e segnò l’inizio del declino della Gazaria. Poi. Quando gli Ottomani, nel 1475, occuparono il principato di Teodoro, costrinsero i Genovesi a lasciare Caffa, così come le altre loro colonie a Gazaria e nel Mar Nero, segnando la fine della Gazaria e, di conseguenza, delle vie della seta.

La caduta di Costantinopoli

Costantinopoli cade il 29 maggio del 1453 e, per taluni storici, tale data alternativamente a quella del 12 ottobre 1492 (scoperta dell’America) segna la fine del medioevo e dà inizio ufficialmente all’era moderna.  Ma quali furono i veri motivi della caduta di Costantinopoli?

Cinque anni prima e precisamente il 31 ottobre del 1448, affetto da una lunga malattia, muore, senza lasciare eredi, l’imperatore Giovanni VIII, detto Paleologo. A succedergli è il fratello Costantino, despota della Morea, che in precedenza aveva assunto la reggenza della capitale per ben due volte, in assenza del Re, che aveva deciso di recarsi in Occidente nella speranza di risolvere la spinosa questione religiosa con la Chiesa Cattolica.

Il 12 marzo 1449, dopo essere stato incoronato il 6 gennaio, Costantino si insedia ufficialmente a Costantinopoli, acclamato dal suo esercito. Tuttavia, il destino dell’impero era segnato, nonostante la tenacia e l’abilità politica del nuovo sovrano.

Nel frattempo, sul versante turco, dopo la morte di Murad II, sale sul trono il figlio Maometto, che viene proclamato sultano il 18 febbraio 1451 nella capitale dell’Impero turco, Adrianopoli.

Maometto II, il cui potere agli occhi dei molti è piuttosto debole, decide di valutare la possibile conquista di Costantinopoli per rinsaldare ulteriormente la sua autorità.

Tale progetto, che pareva essere quasi impossibile da realizzare, divenne per il giovane sultano quasi un’ossessione e le cronache narrano che egli trascorresse le notti a pianificare l’impresa con meticolosa accuratezza, valutando tutte le criticità che si fossero presentate e le strategie da adottare.

Le difficoltà, infatti, non sarebbero mancate. Non va dimenticato che Costantinopoli era stata precedentemente assediata ben due volte dagli ottomani senza successo.

Una prima volta nel 1394 dal sultano Bayazid e la seconda da Murad II nel 1422, ma entrambi i sultani vennero respinti. Maometto II decide di analizzare tutti gli aspetti del fallimento degli assedi condotti dai suoi predecessori, cercando di individuare le ragioni per cui le impresero non giunsero a buon fine. Il nuovo sultano comprese che in entrambi i casi le forze che hanno cinto le mura dalla terraferma non erano state sostenute da un’adeguata forza navale, che avrebbe potuto paralizzare la città dal mare.

Sotto la guida di Bayazid, gli Ottomani erano riusciti a superare lo Stretto dei Dardanelli, iniziando così l’invasione della Tracia, della Tessaglia, della Bulgaria e della Macedonia, che si vedono costrette a capitolare. Nel 1361, conquistarono Adrianopoli. Nel 1389, con la battaglia di Kossovo, abbatterono il regno di Serbia, minacciando i confini dell’Ungheria.

Il re di questo Paese, Sigismondo di Lussemburgo, ovviamente preoccupato di questa vicinanza pericolosa delle truppe ottomane, tenta di arrestare la loro avanzata, ma è sconfitto nella battaglia di Nicopoli del 1396.

Sembra che nulla possa fermare l’avanzata ottomana, che punta inesorabilmente verso Costantinopoli e che il destino di quest’ultima sia oramai segnato. Ma ancora non era giunto il momento per i mussulmani. La penetrazione ottomana in Occidente è infatti bloccata da Tamerlano (1336-1405), sovrano turco dell’Asia centrale. Decisiva per la sconfitta degli Ottomani fu la battaglia di Ankara (1402), in cui i nemici di Tamerlano subiscono una vera e propria disfatta e il loro dominio si disgrega rapidamente. Ma, successivamente dopo la sua morte avvenuta nel 1405, anche l’impero del Re turco sii sfascia. Ne approfitta Murad II, che guida gli Ottomani verso una nuova espansione verso l’Europa.

Ora è la volta del giovane Sultano Maometto II, che – come si è detto – ha ormai un unico obiettivo: quello di conquistare Constantinopoli.

Comprendendo il grave pericolo, l’imperatore Costantino invia diversi emissari a Venezia e Roma per informare sia il Doge che il Pontefice degli eventi che potrebbero divenire catastrofici per la città e l’Impero e per chiedere anche rinforzi militari. Il 16 ottobre accolgono tale drammatico invito sia il Cardinale greco Isidoro, in passato metropolita di Kiev ed ora Legato pontificio, e l’Arcivescovo di Militane, Leonardo di Chio, che, alla guida di circa duecento uomini, giungono nella capitale bizantina. Ma il contributo militare più significativo viene offerto da un soldato di ventura genovese, Giovanni Giustiniani, il quale sbarca nella capitale il 16 gennaio 1453 con due navi e circa 700 uomini, di cui 500 balestrieri Genovesi.

Si è detto che il 29 maggio 1453 è ritenuta dagli storici – insieme a quella della scoperta dell’America – la fine dell’era di mezzo. E così possiamo dire che, come l’America, fu scoperta 40 anni dopo per merito di un genovese, così per opera di un genovese vi fu una strenua resistenza che anche se non poté impedire che la città di Costantinopoli cadesse in mano dei Turchi; permise che la sconfitta fosse meno amara, colpendo duramente le truppe di Maometto II.

Giovanni Giustiniani Longo era un condottiero genovese che, nonostante la giovane età, riuscì fino all’ultimo a tenere testa alle truppe del sultano, riuscendo a mantenere alto lo spirito delle truppe greche grazie al suo forte carisma.

Il Giustiniani fu sicuramente uno dei più importanti e controversi personaggi che assistette agli ultimi giorni dell’impero bizantino. Apparteneva ad una delle più nobili famiglie della città, avendo possedimenti e traffici commerciali nel levante e in particolare nel mar Egeo, e svolgeva a tutti gli effetti il mestiere di corsaro, cioè di comandante di una nave autorizzata dal proprio governo ad attaccare navi nemiche.

Giovanni Longo sbarcò a Costantinopoli nel gennaio del 1453, acclamato dalla popolazione che, conoscendo le sue abilità militari, lo nominò immediatamente comandante (protostator) delle difese dall’Imperatore, e messo a guardia e a protezione delle mura della città.

Il contingente genovese si distinse per il valore e riuscì a contenere gli attacchi dei Turchi. Lo stesso condottiero Giustiniani combatté valorosamente contro gli assedianti, ispirando coraggio sia nei Greci che nei Latini, incutendo allo stesso tempo timore e rispetto nei suoi nemici, al punto tale che il sultano rimase abbagliato dalla sua forza e dal suo coraggio.

Ma tali qualità militaresche suscitarono l’invidia del Megaduca bizantino Luca Notaras, anch’egli a difesa della città, e tradizionalmente avverso ai Latini.

La leggenda narra che il Giustiniani chiedesse al Megaduca di posizionare sulle mura un cannone per poter meglio far fronte agli attacchi delle truppe ottomane, ma Notaras rifiutò e Giovanni – infuriato – lo apostrofò con questa frase: “Chi mi trattiene, o traditore, dall’ucciderti con la mia spada?”

Dopo lunghi ed interminabili giorni di violenti attacchi, nei quali i Genovesi si distinsero per il coraggio, Giustiniani fu seriamente ferito. 

Tale circostanza fece sì che le truppe Genovesi superstiti ripiegassero, dirigendosi con le loro navi, verso l’isola di Chios, portando con loro il comandante agonizzante.

Costantinopoli fu abbandonata al proprio destino, portando alcuni cronisti a ritenere che la disfatta della città fosse dovuta proprio alla fuga del Comandante genovese e alla confusione generata dal ritiro delle sue truppe.

Molti cronisti hanno dato, a seconda delle varie interpretazioni dei fatti, un giudizio positivo o negativo sull’atteggiamento del Giustiniani, sottolineando che la gravità della ferita inferta condottiero genovese era tale da procurargli una forte emozione e che, vistosi perduto e, consapevole della sconfitta, gli fece perdere la fermezza, mandandolo in panico. Altri, invece, lo accusarono di tradimento e vigliaccheria e di aver abbandonato le posizioni per il sopraggiungere incontrollato della paura, che gli suggerì addirittura di fingersi ferito per poter meglio scappare.

Ma forse nessuno dei due schieramenti ha ragione. O magari hanno ragione entrambi.

Questo la storia non ce lo dirà mai. Quello che è certo che Giovanni Giustiniani Longo,
dopo aver lasciato Costantinopoli, morì pochi mesi dopo a Chios, per la gravità della ferita, e non rivide mai più Genova.

Ieri come oggi, la storia stava assistendo ad un epocale cambiamento tale da far sì che – come disse il Presidente USA G.W. Bush dopo l’11 settembre 2001 – “il mondo non sarebbe mai più stato come lo avevamo conosciuto”

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[1] Tali manifestazioni divennero note con il nome di Euromaidan, che ebbero il loro picco nella notte tra il 21 e il 22 novembre 2013, all’indomani della decisione del governo di sospendere le trattative per la conclusione di un accordo di associazione con l’UE. L’accordo avrebbe dovuto creare una zona di libero scambio globale e approfondito tra Ucraina e Unione europea.  Da (http://www.vita.it/it/article/2014/03/18/cosa-e-successo-a-piazza-maidan-la-vera-storia-della-rivolta-ucraina/126393/)

[2] Nel 2004, il primo turno delle elezioni presidenziali ucraine ebbe come esito che il candidato di maggioranza, Viktor Janukovyč ed il leader della coalizione d’opposizione, Nostra Ucraina, Viktor Jušˇcenko, la parità dei due politici in lizza.

Il ballottaggio di fine novembre decretò la vittoria a Janukovyč. Ma tale esito fu contestato dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) che denunciò e successivamente rilevò brogli e illegalità diffuse durante lo svolgimento del voto. Tale circostanza suscitò le ire popolari che in centinaia di persone, tutte vestite di arancione, diedero vita ad una serie di proteste di piazza contro il neoeletto presidente. Europa e Stati Uniti appoggiarono tali proteste, rifiutando il risultato elettorale, mentre il Parlamento ucraino (Rada) sfiduciò il governo, inducendo nuove elezioni. A fine dicembre, le nuove elezioni sancirono la vittoria di Jušˇcenko con il 51% dei voti contro il 44% di Janukovyč.

[3] Napoleone ebbe a dire che “GENOVA È UNA TURGIDA MUCCA DA MUNGERE”. Il Banco di S. Giorgio fu letteralmente svuotato per riempire le casse della Banca di Francia! (estratto da un volantino stampato in proprio nel maggio 2000 e diffuso dal M.I.L. – Movimento Indipendentista Ligure

[4] Il 7 gennaio 1815 terminò il Governo provvisorio genovese, denominato Repubblica genovese, di Girolamo Serra sotto il controllo inglese

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