I ‘trattati’ di Nimega (1678-1679) secondo Umberto Eco. Di Giuseppe Moscatt.

Vrede van Nijmegen. De ondertekening van de Vrede tussen Frankrijk en Spanje.

1. Dalle guerre di conquista alla nascita della diplomazia preventiva.

In occasione del quinto anniversario della morte di Umberto di Umberto Eco (19 febbraio 2016) ci pare che ancora dell’Eco “storico” si sia poco detto. Mentre molti ne ricordano la figura di romanziere e linguista, la natura di storico puro non è di minore  caratura, specie se tale attività va accoppiata alla luce del rilievo semiologico che favorisce tali studi. Infatti, fra le sue numerose pubblicazioni, ci piace segnalare la collana di storia moderna e contemporanea del 2012, dove fra i 22 volumi compare una succosa  interpretazione  del ‘600 al 4° volume. Eco, qualche anno dopo, ne riprese le fila nella successiva storia moderna, dove  i temi delle migrazioni e dell’intolleranza rialzarono la testa proprio dopo la tremenda guerra dei trent’anni (1628 -1648) e uno dei trattati di pace a Westfalia riconobbe una nuova mappa degli Stati in Europa dopo la fine del Sacro Romano Impero, ma non ebbe alcuna capacità preventiva di raffreddare i conflitti, mentre la diplomazia non aveva che funzioni meramente riparatrici e provvisorie. Purtroppo, se le guerre avevano una possibile sanatoria nella diplomazia preventiva; se la pari presenza di carestie, pandemie e crisi economiche, turbavano l’equilibrio dell’Europa, restava sempre l’effetto migratorio e la radice di intolleranza religiosa che creavano rotture politiche, cosicché lo spirito aggressivo tendeva ad accentuarsi a seguito di tali catastrofi. Che la pace di Westfalia, avesse fallito dal lato diplomatico restauratore lo dimostrava  la politica di potenza del re di Francia Luigi XIV, “Il re sole, il re di Versailles, il re assolutista” ammalato di grandezza, quello che identificò l’ufficio regale con la persona magnificente, “lo Stato son Io”, il cui amore per il potere istillò i germi della Rivoluzione Francese di un secolo dopo. Non erano passati meno di 20 anni dalle manovre diplomatiche posteriori alla fine della guerra dei trent’anni, mentre Cartesio, Copernico, Galileo, Bayle, Pascal, Hobbes, Vico, Giannone e Newton, spianavano la strada per la rinascita culturale del continente preludendo alle grandi riforme del pensiero illuminista; invece la seconda metà del “secolo di ferro” – così contrassegnato perché nel popolo in quei decenni iniziali del secolo vigeva odio, violenza, perfino cannibalismo, dove le guerre di religione imperversavano perché non c’era più un Dio unico, ma un Dio divenuto un terribile “Leviatano”, quel Dio “Capitale”, che Hobbes e Swift avevano stigmatizzato all’epoca della Rivoluzione Inglese – era ancora attraversato da un ulteriore trentennio di conflitti causati dal grande Luigi. Ma come vedremo, l’ironia della storia non mancò di volare, sempre meno in modo impercettibile, nelle capitali europee, visto che la Francia di Luigi, forte dell’esperienza pregressa dei suoi grandi Ministri – Richelieu e Mazzarino ma anche del Colbert, degno successore dei primi due e fido collaboratore del re sole – introdusse una pratica obbligata prima di intraprendere le guerre offensive tradizionali: la diplomazia e la ricerca di negoziati, che sul modello della filosofia del diritto internazionale pattizio – Pufendorf e Grozio – non solo tentavano la mediazione degli opposti interessi fra Stati, ma indicavano nel diritto naturale e poi nel positivo, una serie di limiti e procedure atte ad evitare e non solo a contenere disastrosi conflitti. Furono i vari conflitti armati di Luigi, per Eco, ad aprire uno squarcio sul velo impenetrabile guerrafondaio che aveva avvolto l’Europa dopo la Riforma protestante, la Controriforma cattolica, le Scoperte geografiche e l’invasione Turco-musulmana della Grecia fino ai Balcani.

2. Il trattato di Aachen e il nuovo ruolo della diplomazia.

Ragioni di spazio ci impongono di  limitare lo studio delle campagne militari di Luigi XIV, la cui conquista del potere e la sua consolidazione è divenuta assai nota attraverso il puntuale “docufiction” di Roberto Rossellini nel 1966. Uscita di scena la influentissima figura del Cardinale Mazzarino nel 1661, approfittando del vuoto di potere legato alla grave crisi economica del nord del regno per una gravissima carestia, Luigi XIV, assistito da una schiera di collaboratori provenienti dalla nuova borghesia francese e guidati dal notissimo Colbert, protoliberale ed economista di grande lungimiranza, avviava un processo di modernizzazione amministrativa del Regno sul presupposto dell’ideologia fisiocratica espansiva, già collaudata in Olanda ed in Inghilterra. Era la politica dello Stato assoluto. “Lo Stato sono io” diceva il grande Sovrano, mentre in politica estera proprio il Colbert doveva riaprire il problema di espansionismo commerciale che un secolo prima Francesco I aveva già affrontato con Carlo V, quando la bilaterale chiusura da parte del colosso asburgico a Sud e a Est minacciava la Francia, con l’aggravante a Nord della fiorente Repubblica Olandese e il regno d’Inghilterra ormai  non di minore rilevanza. Nel primo decennio di regno, Colbert e Luigi ottenevano risultati interni atti ad aumentare il ruolo dello Stato Assoluto: fra il 1661 e il 1667, limitarono il potere della nobiltà, premiandola con il loro convogliamento alla reggia nuova di Versailles, inaugurando la politica del loro piacevole confinamento fuori dalle stanze del Governo. Si rafforzò il potere della borghesia, unica detentrice della produzione nazionale; mentre si ampliò la pubblica amministrazione, si limitarono le importazioni e si introdusse una tassazione progressivamente imposta a tutte le classi salvo che alla nobiltà  ormai ridotta ad un ruolo più marginale, riuscendo ad allontanare per un secolo lo spettro della  rivoluzione perché si  favorì una politica di crescita economica.  Di qui lo scontro con le nazioni europee or ora accennato. Perciò la diplomazia preventiva diventava opportuna. Nel 1662 si  avviavano  una serie di colloqui bilaterali con la vicina Olanda, all’epoca la Repubblica delle Province Unite, con la quale siglava un’alleanza di mutuo soccorso in caso di aggressione straniera, specialmente da parte dell’Inghilterra di Carlo II Stuart, col quale la Francia era già in guerra fredda per il predominio coloniale. Nondimeno, l’anno  dopo Luigi partecipa a una Lega Renana, già operativa dal 1658, attraendo commercialmente gli staterelli lungo il grande fiume ad est, troppo lontani dal retrivo Imperatore d’Austria di cui erano ancora formalmente Principi elettori del Sacro Romano Impero. Nel 1664 Colbert e il generale Turenne, nonché il marchese di Louvois, in piena armonia di intenti fra nobiltà produttiva e borghesia nascente, offrono al re un esercito potente e una flotta finalmente competitiva nel Mediterraneo e Atlantico. Si  vede ora comparire all’orizzonte un terzo incomodo fra Olanda e Inghilterra, ormai di fatto in rotta di collisione nel mare del Nord dopo l’Atto di navigazione  di Cromwell (1651), tutto a vantaggio dell’Inghilterra, cui si opponeva la ricca borghesia olandese. Colbert però aveva trovato una soluzione di temporeggiamento: se la guerra con le potenze nordeuropee era inevitabile; tuttavia la diplomazia preventiva era altrettanto utile, perché dialogare poteva fare ottenere risultati senza colpo ferire, od almeno allontanare le guerre calde fino a raggiungere un certo grado di sviluppo militare, circostanza che per ironia della storia si poteva addirittura evitare insistendo invece nella acquisizione di posizioni favorevoli ad entrambe le parti. Come aveva dettato Cartesio col suo metodo, bastava “guardare, valutare, meditare e decidere”. Di qui, la politica preparatoria alle scelte decisive. Certamente, la lettura di Tucidide e Tacito avevano influito sul re, che di fronte alla sconfitta di Lowestoft (1665) da parte della flotta olandese e allo strapotere di quell’Inghilterra riottosa ad ogni trattativa per le colonie Canadesi, aveva deciso di procedere più lentamente nella sua politica espansiva. Ma nel 1666, saputa la terribile epidemia di peste a Londra, ritesseva i freddi rapporti con le Provincie Unite e subito dichiarava guerra all’Inghilterra, occupando le Antille. Poco dopo, la flotta inglese rivinceva a Foreland gli olandesi e la nuova alleanza scricchiolava. Inoltre, nuovi contatti diplomatici infruttuosi fecero ritornare lo spettro della guerra, tanto più che Carlo II pareva riaprire il dialogo con Luigi.  Uno “stop and go”, che porterà alla guerra di Devoluzione (1667-1672), un doppio gioco dove l’abilità di Colbert ne fa un precursore di Talleyrand che “tenne ambo le chiavi del cor” di Napoleone un secolo e mezzo dopo. Anche qui la diplomazia giuridica preventiva: con l’istituto della “devoluzione” i giuristi francesi e Colbert interpretarono una clausola del testamento di Re Filippo IV di Spagna che era morto senza eredi. Questi aveva diritto di trasferire le Fiandre – cioè l’attuale Belgio  –  alla Francia di Luigi, suo genero, togliendolo al protettorato della Repubblica Olandese. E qui, la prima grande coalizione contro  il Re Sole, per aver annesso con tale principio Maastricht e il Principato d’Orange. Francia contro Olanda, Spagna (che negava il diritto di devoluzione) e la stessa Inghilterra, tornata in un “giro di valzer” accanto ai nemici di poche guerre prima… Dopo un anno la tregua di Aachen: gli olandesi cedettero al re Lille e Charleroi, ma la Franca contea (Besançon) rimase nell’Impero, pur se di lingua francese. Gli Olandesi, per non continuare una guerra assai esosa, concordarono una tariffa doganale con la Francia meno dispendiosa. Certamente, la guerra con l’Inghilterra per il dominio dei mari, non poteva non depauperare la democrazia oligarchica e borghese di Amsterdam né la Francia poteva tenere a lungo il fronte Nord. Perciò, fermo restando l’acquisizione di Charleroi, forte piazzaforte incuneata nelle ex Fiandre, Colbert volse l’attenzione alla Spagna, occupò quindi la Catalogna e per di più approfittò della rivolta di Messina, invadendo quella città e riportando la Francia nella Sicilia quasi 4 secoli dopo “i Vespri siciliani”: una manovra politica e militare che dovrebbe essere meglio approfondita. La guerra con la Repubblica olandese era stata soltanto sospesa.

3. Il trattato di Nimega (1678).

Nel decennio successivo alla tregua di Aachen  – che noi non chiamiamo “pace” perché l’insoddisfazione di Luigi era evidente, malgrado i piccoli aumenti territoriali a Nord e il protettorato su Messina – il forte incasso doganale sugli Olandesi non gli bastò. Il potente esercito francese e la agguerrita flotta non digerivano “la fermata” che la diplomazia colbertiana aveva dato, anche perché le spese di Versailles cominciavano a pesare sullo stato e sui cittadini, segnando qualche malumore nella popolazione. Era necessaria una nuova guerra che riparasse quelle perdite. Malgrado dunque quella tregua, le truppe Francesi, ruppero gli indugi e proseguirono l’avanzata conquistando Gand. Intanto, Carlo II si rendeva conto dello strapotere francese e si interpose a paciere, instaurando un ulteriore vantaggiosa alleanza col Brandeburgo prussiano, germe di una collaborazione che sarà ripresa nel secolo successivo durante la guerra dei 7 anni. E poi un episodio fece riflettere: mentre si ripetevano gli orrori della guerra dei 30 anni – stragi, stupri, pestilenze e più ancora, a danno delle popolazioni – mentre la diplomazia si rimetteva in moto per ritrovare una “quadra” in quella disgraziata avanzata; quando si era già giunti a un accordo fra i belligeranti  e le potenze mediatrici; avvenne la disgraziata battaglia di Saint Denis del 14 agosto del 1678. Qui si consumò una strage di circa 10.000 morti fra francesi, olandesi, spagnoli e inglesi, anche se appena  4 giorni prima nella vicina Nimega, Luigi XIV e Guglielmo d’Orange – nuovo re d’Olanda dopo la fine della repubblica borghese – un’oligarchia analoga alla coeva repubblica di Venezia, che preferì cedere le armi una casa regnante già legata all’Inghilterra dell’ultimo Stuart – avevano raggiunto un patto più solido del precedente. Il 16 giugno del 1676, un numeroso gruppo di Legati dell’Imperatore, dei re e dei principi tedeschi era giunto in un piccolo borgo medievale, Nimega appunto. Le fonti dell’epoca narrano dello splendido corteo della Santa Sede e degli ambasciatori francesi, avvolti in splendide vesti come se andassero alle già collaudate feste di Versailles. Si contarono 50 ambasciatori, centinaia di segretari e amanuensi; servitori e lacchè di ogni Stato europeo, tutti concentrati nelle piccole case del paesino, con soddisfazione, ma anche con critiche degli abitanti cui gli stemmi nobiliari degli ambasciatori sulle porte e sulle facciate non piacquero, finché  non vennero ristorati con opportuni sgravi doganali. Al di là della nuova ripartizione dei territori di confine fra i contendenti – Maastricht che ritornerà all’Olanda e di Messina che ripasserà alla Spagna – Eco sottolinea un passo essenziale, preliminare a quei negoziati, vale a dire un primo Regolamento di gerarchia fra i titoli da usare e le regole di condotta di comportamento fra le parti, prima fra tutte la cessazione delle ostilità fino all’accertamento della comunicazione di armistizio, onde evitare la beffarda vicenda di Saint Denis. Nonché il divieto di siparietti irrispettosi durante gli incontri bilaterali fra i Capi dei Governo, come di recente è venuto  a mancare nell’incontro fra la Presidente della commissione Europea Ursula von der Leyen, marginalizzata inequivocabilmente dal Presidente turco Erdogan, esempio di come ancora quei regolamenti protocollari siano disattesi. Per molti mesi, le trattative bilaterali e  multilaterali andarono a tappe forzate, in modo ben diverso dai forzati accordi di Westfalia. Finalmente l’11 agosto del 1678 la pace  fra Francia e Olanda venne sottoscritta, cui seguiranno quelle fra gli altri Stati. Non mancarono ritratti e monete, ma un dato sembrava essenziale per Eco: non vi furono segni evidenti di privilegi per gli Stati singoli, cosa che significò la natura sovranazionale di quella pace. Sicuramente le altre paci note della storia moderna e contemporanea – Vienna (1815) e Versailles (1919) per esempio – non solo ebbero a Nimega il più illustre precedente di diplomazia preventiva e di negoziato giuridicamente internazionale, dando la stura ai Trattati dell’Aja del 1899 e del 1907 sul diritto bellico e quello di Ginevra fra il 1899 (la circolazione stradale); quello sullo status di Rifugiati (1951), fino alla Convenzione su certe armi convenzionali (1980), nonché le notissime convenzioni di assistenza sanitaria nelle zone di guerra, consolidate nel 1949. Il grido dell’ultimo Eco – “dobbiamo firmare oggi un nuovo trattato di Nimega”e “fare di Bruxelles come Nimega non più per un istante il centro dell’Europa” dovrà essere in cima al futuro progetto di Costituzione europea.

Bibliografia:

1       Sull’Europa del ‘600, vd. HENRY KAMEN, ll secolo di ferro 1550-1660, Milano, 1978, pagg. 317 e ss.., vol. I sulle guerre olandesi, vd. anche DOMENICO LIGRESTI, Storia moderna, 8ecoli XVI- XVIII, Giuseppe Maimone, Editore, Catania, 2014, anche per la rivolta di Messina, pagg. 191-192.

2       Sul ruolo della diplomazie dopo Westfalia nel diritto internazionale, vd. dal lato giuridico – filosofico, SERGIO COTTA, Perché la violenza? Una interpretazione filosofica, l’Aquila, L.U. Japadre Editore, 1978, pagg. 75 e ss., nonché per la figura di Grozio, GEORGE SABINE, Storia delle dottrine politiche, Milano, 1978. Vd. altresì, UMBERTO ECO, Migrazione e intolleranza, La nave di Teseo, 2019.

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