Il Piemonte di Carlo Alberto e la Prussia di Federico Guglielmo IV alle origini degli Stati nazionali italiano e tedesco. Un modello per l’Unita europea? Di Giuseppe Moscatt.

Mappa del Piemonte (evoluzione territoriale).

1. Il quadro storico: Torino, 27-4-1831 – Berlino, Giugno 1840.

Le scuole storiche tradizionali sono da decenni solidali nella definizione  di Gaetano Salvemini sul decennio di preparazione alla nostra unità nazionale, intercorso fra la sconfitta di Novara del Regno di Piemonte e Sardegna nella prima guerra d’indipendenza contro l’Austria-Ungheria (1849) e l’inizio della seconda (1859). Ma vi fu un periodo di preparazione alle sfortunate vicende connesse alle Rivoluzioni europee del 1848, che da Noi appunto si indirizzarono al moto unitario degli stati italiani della prima guerra? E lo stesso tema può essere ripetuto per l’altra grande nazione europea – la Germania – divisa in una una miriade dei Stati e e città libere, unite dalla lingua e dalla religione di Lutero e di Goethe. A tale disparità di attenzioni si aggiungeva, proprio negli anni di inizio secolo ventesimo, quasi in parallelo alla prima Guerra Mondiale e poi nell’immediato dopoguerra, la tesi che le nazioni che diedero forma alle dittature più antidemocratiche europee furono proprio quelle che in ritardo procedettero all’unificazione nazionale. Nondimeno, un ulteriore elemento di confronto non mancò di essere  rilevato: la peculiare analogia fra i monarchi che in qualche modo favorirono nel moto aggregante, Carlo Alberto di Savoia e Federico Guglielmo IV Hohenzollern. In verità le   scuole marxiste – con Salvemini in testa – avevano messo in relazione Italia e Germania fondando nel requisito comune della lentezza all’unificazione. Le implicazioni sociali primeggiavano negli aspetti storici e politici. Punto di partenza era certamente lo Stato borghese. Ma lo stato tedesco aveva mostrato una borghesia frammentata, guidata da uno stato monarchico assoluto e legato a valori tradizionalisti, dove non era pienamente parlamentare e retto dalle  forze agrarie feudali. Diversa era la situazione italiana alle soglie del 1830: nei primi decenni del secolo, l’influenza napoleonica aveva prodotto una borghesia autonoma dalla tradizione culturale classica di stampo aristocratico, identificata invece dal lato ideologico passionale e romantico, ma meno esperta dal lato economico e produttivo – diversamente dalla Francia e  dall’Inghilterra – tanto da esentare la monarchia da molti suoi privilegi e non idonea a conquistare lo Stato, fino a diventare la classe dirigente trainante ed esclusiva dello Stato stesso. Tale evoluzione ebbe però in due soggetti l’elemento trascinante. E cioè furono le controverse riforme varate – e in qualche modo mantenute – dai Sovrani reggenti gli stati guida del processo unificatorio, Carlo Alberto di Savoia e Federico Guglielmo quarto di Prussia. Ma qui subentra una lettura soggettiva di stampo liberale che a quell’epoca aveva in Thomas Carlyle il massimo esponente e in Giuseppe Mazzini il maggiore critico, che poco dopo venne seguito da Marx e Engels. In sostanza, crediamo modestamente che i trenta anni circa che in Italia precedettero l’unificazione, ebbero negli anni precedenti al 1859 un mancato orientamenti biunivoco, la non rapida coscienza della classe borghese sardo-piemontese ad acquisire i capisaldi dello Stato; mentre in Germania i piccoli passi compiuti dalla piccola borghesia italiana videro piuttosto un lento cammino, lasciato alla guida della grande proprietà agraria e industriale nella Germania Guglielmina prussiana e imperiale. Insomma, il processo democratico in Italia avrebbe avuto con Carlo Alberto un avanzamento notevole fra il 1830 e il 1849,  con il fiore all’occhiello dello Statuto e delle riforme amministrative degli anni precedenti; mentre in Germania si sarebbe avuta un’analoga marcia amministrativa e burocratica, ma con alla guida una classe dirigente non democratica, ma conservativa e riformista nell’organizzazione economica, benché nazionalista, burocratizzante  e militarista, dove  il timone era nelle mani di una grande borghesia a lungo assente in Italia. Uno “stop and go” ondeggiante, amletico e tentennante, rinvenibile proprio nei due monarchi alla testa dei due Stati, che solo dopo il 1848 e le sconfitte dal lato democratico, seppero resistere alla tentazioni autoritarie. Due monarchi liberali e romantici, cristianissimi e tradizionalisti, assolutisti e paternalisti, due “eroi” – della sovranità, “due grandi uomini”, cui buona parte del popolo si affidò per il proprio benessere, ma come vedremo, per niente immuni da pecche e da imperfezioni che la borghesia democratica non mancò di stigmatizzare dopo i luttuosi eventi del 1848 e 1849. Vediamo dunque l’evoluzione.

2. Confronti: tentennamenti e “amletismi”.

Abbiamo individuato due date simbolo per ambedue i sovrani in esame: per Carlo Alberto, abbiamo preferito la data del 27-4-1831, quando il Carignano assunse il grado di Re di Sardegna; mentre il nipote di Federico il Grande di Prussia, si insediò alla guida del Regno di Prussia nel giugno 1840. Notissimi sono i precedenti politici dei due: il primo fu coinvolto a 23 anni nei moti del ’21 a Torino dopo non poche oscillazioni; mentre era reggente dello Stato in assenza dell’erede designato Carlo Felice. La sua esperienza liberale giovanile è famosa, ma la repentina marcia indietro sulla adozione della Costituzione liberale spagnola e la parallela repressione del moto da parte degli Austriaci chiamati in soccorso dallo zio per ristabilire l’ordine legittimo violato, furono eventi che lo marcarono addirittura per i successivi 25 anni, prima fautore e poi traditore dei liberali piemontesi guidati dall’eroe romantico Santorre di Santarosa. Poi in esilio a combattere in Spagna a seguito dei reazionari, infine dal 1823 in silenzio politico, ma  dedicatosi  a ricerche storiche ed economiche sulla Sardegna. Furono gli anni di un suo presunto avvicinamento al Romanticismo, leggendo  l’intellettuale Carlo Botta e l’economista Adam Smith, benché controllato dalla polizia politica dello zio Carlo Felice che non gli perdonava l’amore giovanile di simpatie liberali. Il punto era chiaro: alternava l’obbedienza alla Corte retriva di Torino, ma non si vergognava di scrivere “I racconti morali” In francese e addirittura “notizie sui Valdesi”, rivelando un bigottismo religioso non indifferente,senza contare che diede segnali di militarismo dopo la conquista della fortezza del Trocadero, dove partecipò personalmente innalzando la bandiera della forze legittimiste. Però dopo i combattimenti si oppose fermamente alla fucilazione dei prigionieri liberali, effetto benefico di una crisi religiosa che lo rese fervidissimo alla moglie Maria Teresa d’Asburgo Lorena, cui donò il figlio Vittorio Emanuele Ferdinando.  Di sentimento romantico e più vicino all’esperienza napoleonica, ma anche nella dissimulazione conservatrice; ebbe maestri liberali e amicizie conservatrici, un sottile impasto dei valori il cui unico faro sembrava il cattolicesimo integrale ma che lo fece vivere all’insegna di una mentalità nevrotica, esposta a pericolosi fraintendimenti; una simulazione perenne che provocava danni irreversibili alla sua corretta gestione del Regno. E infatti, i primi cinque anni di Regno, in apparenza reazionaria e legittimista, ma anche quella di marito fedele e di amante impenitente – per esempio in relazione con la nobildonna Maria Antonietta di Robilant – lo ridussero a portare il cilicio, ad essere ammalato grave di fegato e a rinnovare l’organizzazione amministrativa, istituendo un organo non solo di assistenza e consultazione dell’attività governativa, il Consiglio di Stato, antesignano del futuro Governo. Con una politica economica di piccoli passi – la riforma fiscale, la riduzione delle tasse doganali per il grano, gli investimenti in campo agricolo, ferroviario e portuale; iniziative che entusiasmarono il giovane Camillo Cavour. Cosicché l’economia liberista decollò, come rinacque una politica culturale e scolastica, fondando un sistema scolastico, laico, rompendo il monopolio educativo dei gesuiti e intervenendo nella riforma della carriere militari. Operazioni legislative e amministrative, ma anche culturali e artistiche che diedero all’omologo Federico Guglielmo l’illusoria figura di modernizzatore dello Stato prussiano e difensore delle passioni liberali dell’epoca. Erede al trono di Prussia di Federico Guglielmo III Hohenzollern, che aveva combattuto strenuamente Napoleone, Federico Guglielmo IV ebbe una rigida educazione religiosa da parte della madre, la Regina Luisa. La Corte, ristretta a Memel dopo la disfatta di Jena, trovava fonte di resistenza psicologica negli scritti del filosofo alsaziano De la Motte Fauche, che attribuiva alla Rivoluzione Francese tutti i mali dell’Europa, flagellata da migliaia di morti dovuti alle guerre napoleoniche. Il giovane erede al trono fu modellato quindi in modo gerarchico e fuori dall’alternativo credo pietistico che invece aveva formato Goethe e Kant, fautori di una politica sociale illuminista e democratica malgrado le ventate liberali nella società prussiana romantica degli anni ’20 e ’30, fino alla rivoluzione borghese di Luigi Filippo in Francia. Il giovane Federico Guglielmo – stranamente somigliante nel fisico al coevo Carlo Alberto per imponenza fisica – non cessò però di amare le Arti. Fu anche un grande viaggiatore in ferrovia e insieme ad Alexander von Humboldt fece di Berlino un centro filosofico e culturale, dove insegnarono Hegel, Schelling e Schleiermacher, tanto che divenne proverbiale il suo amore per le scienze naturali, seguendo così la politica dell’avo Federico il Grande. Nondimeno – come si è visto di Carlo Albero – nel periodo iniziale del Suo regno – 1840/1847- privilegiò una politica di istruzione scolastica avanzata e si prodigò inaspettatamente all’assistenza sociale dei meno abbienti, piombati in massa a Berlino dalle campagne a seguito dell’epidemia di colera  e di varie carestie che ridussero la popolazione di quelle aree, cosa di cui approfittò la nascente borghesia industriale sfruttando le masse contadine nel processo produttivo. Karl Marx, ormai passato al socialismo scientifico, dopo un burrascoso periodo romantico e liberale nei salotti di Bettina Brentano, lo definì “un prodotto del Sistema”, cioè la sintesi della bipolarità nei comportamenti, progressista dal lato culturale e reazionario sul fronte della politica democratica. I seguaci di Hegel, con David Strauss in testa, teologo estremista di scuola neopietista, ne diede una definizione che si potrebbe  estendere al nostro Carlo Alberto: “Un romantico sul trono di Cesare”, quasi un novello “Giuliano l’Apostata”, il folle imperatore romano alla fine dell’impero. Il fratello minore Guglielmo, già erede al trono perché Federico non aveva figli, a Koblenz creò una Corte alternativa reazionaria che fece da “governo ombra”, impegnandosi ad esautorare quello ufficiale. Intanto, nel 1847, in piena onda liberale moderata in tutta Europa – ricordiamo lo stupore dei legittimisti conservatori che mai si sarebbero aspettati la Costituzione offerta” dal nuovo Papa Pio IX – Federico a Berlino promuoveva una “Dieta assemblare”, dove a cadenze mensili  i rappresentanti della Prussia e della Renania – una parte notevole dell’attuale Germania – avrebbero potuto insieme al Re deliberare su proposte di riforme tributarie e sociali atte a dare una volto democratico alla nazione .E nel tribolato marzo 1848, la sua bipolarità – o forse doppiogiochismo? – lo portò prima a reprimere la rivoluzione con la forza, ma poi a fermare le truppe dinanzi alle barricate dei l9-3-1948 (il Vormärz!) Formò un esecutivo liberale e varò uno “Statuto” democratico che riprese quasi del tutto da quello che il suo pari Carlo Alberto aveva un mese prima concesso. Salvo poi ancora a rioccupare Berlino, arrestare i liberali e a ristabilire l’ordine tradizionale (Maggio 1849).

3. Le conseguenze politiche: un’unità nazionale non democratica.

E siamo nel fatale 1849, l’anno in cui i due Amleti” regnanti raggiungano il loro apice ondivago. Federico Guglielmo, forte del precedente storico di aver sottratto all’Austria la guida dell’assemblea degli stati e delle città tedesche e sicuro di essere il primo Imperatore Tedesco e Prussiano; spinse il Parlamento di Francoforte a offrirgli la relativa corona (3-4-1849). Salvo poi, dietro minaccia del nuovo Imperatore austriaco Francesco Giuseppe, a ritirare ogni promessa e ad avviare un processo repressivo guidato dalla  polizia guidata dal famigerato – come lo definì il giovane Wagner – barone von Hinekeldey. Carlo Alberto, invece, abbandonò ogni velleità reazionaria e guerra all’Austria; occupò la Lombardia e trovò alleati – forse altrettanto bipolari? – negli altri stati italiani; perdette clamorosamente a Custoza; e però, su sostegno di democratici come Balbo, D’Azeglio e Gioberti, riaprì la guerra con gli Asburgici e  riperdette ancora a Novara. Mai però gli venne in mente di revocare lo Statuto, malgrado la necessaria abdicazione a favore del giovane figlio Vittorio Emanuele. Incoerenti per natura? O politici ambiguamente orientati? Certamente avevano l’obiettivo dell’Unità nazionale che veniva mitizzato dalle idee liberiste come presupposto della crescita economica. Solo che ancora era divisiva la natura democratica o moderata del movimento . In altra sede ricordammo la polemica fra Carlyle e Mazzini su tale questione. “Masse o eroi”, era la loro unica fonte di discussione sul futuro della società industriale che vivevano quotidianamente fra tanti pericoli e poche speranze, “Dio e popolo” opporrà Mazzini al Carlyle fortemente individualista. Ma Weber, alle soglie della  prima guerra mondiale, proporrà la sua mediazione, peraltro oscillante fra l’etica delle convinzioni politiche e la morale pubblica del governante responsabile per le conseguenze sociali. E il problema riaffiora ancora oggi quando il progetto di unità politica europea dovrà far i conti con governanti incerti e sempre alla ricerca dell’interesse personale. Mancano ancora leader come Cavour e Bismarck……

Bibliografia:

  1. Su Carlo Alberto, vd. da ultimo PAOLO PINTO, Carlo Alberto, il Savoia amletico, Milano, 1986.
  2. Su Federico Guglielmo IV, cfr. DAVID E . BARCLAY, Frederick William IV, Oxford, 1995.
  3. Sul periodo storico preparatorio alla prima Guerra d’indipendenza, vd. GAETANO SALVEMINI, Scritti sul Risorgimento, Milano, 1961, nonché THOMAS CARLYE, Gli eroi e il culto degli eroi, Utet, 134, pagg. 295  e ss.

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