Wolfang Goethe, due svolte di vita per due crisi di pensiero. Di Giuseppe Moscatt.

Johann Wolfgang von Goethe.

Premessa

Chiunque oggi si avvicinasse ai massimi cultori di arti, letteratura e scienze sociali, ove decidesse di dedicare ad autori nazionali soltanto limitamento al secolo scorso, avrebbe l’imbarazzo della scelta. Si pensi, per esempio, a Ludwig van Beethoven, grande contemporaneo che Goethe non comprese appieno, circostanza molto coerente alla sua concezione del mondo. Se poi l’oggetto della ricerca è uno dei grandi del pensiero e della storia, la possibilità di prendere abbagli o di essere superficiali, è assai frequente. Di qui, il rifugio nella biografia, una delle poche aree di studio meno incerte perché contestualizzata ad epoche storiche rilevanti per una nazione, un continente e il mondo. Se, inoltre, si tratta di un letterato poliedrico come Wolfang Goethe, la suddivisione in periodi di vita può agevolare e far capire il personaggio e il relativo pensiero, in particolare se le fasi della sua vita attraversano ben due secoli di mutamenti sociali ancora inesauribili di studio per la realtà attuale (e lo stesso vale per Dante, ancora oggi oggetto di biografie notevoli, come quella recentissima di Alessandro Barbero).

Il lungo vissuto di Goethe (1749-1832) ci consente di percepire i valori e le relative pecche, dell’uomo del poeta, dello scrittore e dello storico, del ricercatore e dello scienziato, dell’artista tout-court, fra Illuminismo e Romanticismo, Neoclassicismo e Impressionismo, fra capitalismo produttivo e finanziario, fra democrazia liberale e riformismo sociale, fra cattolicesimo popolare e protestantesimo bigotto e pietista, e via discorrendo. La sua presenza a cavallo di due secoli, in cui la civiltà occidentale è divenuta il fulcro del mondo contemporaneo, ci impone oggi di riprendere il suo pensiero e quello dei suoi epigoni – uno dei quali, August von Platen fu proprio dal Maestro svalutato forse ingiustamente – per capire il senso del suo sostanziale lascito ai contemporanei. Per giudicarne pregi e difetti, occorre conoscerne vita, il pensiero e le svolte ideali.

1773-1775: formazione culturale e svolta ribellista

Nato a Francoforte sul Meno in una modesta famiglia borghese di giuristi e di consiglieri imperiali, ebbe un’infanzia allegra e vivace. Fu la madre a trasmettergli la passione per la tradizione favolistica e per la lettura di miti e legende, parabole e apologhi che fungevano da supporto alla fede protestante e pietista in particolare.

Qui il primo quesito: fu sempre cristiano, oppure pagano e spinoziano? Come darà a vedere, lungo la sua enorme produzione, fino alle ultime battute del Faust secondo e perfino sul letto di morte? La prima fase del suo pensiero, legata alla comunità ribellista e libertaria dello “Sturm und Drang”, va dal 1771 al 1775, cammino letterario segnato dal dramma storico “Götz von Berlichingen” (1773), un condottiero di ventura vissuto all’epoca della guerra dei contadini loro campione prima, e poi passato ai principi protestanti che li massacrarono perché democratici, interpreti fin troppo letterali dello spirito riformatore di Lutero. Fu maestro della satira teatrale, opposto a Wieland, traduttore di Shakespeare e di Euripide, ridicolizzato nella commedia “Dei, Eroi e Wieland” (1774). Quanto alle poesie, notorie sono quelle su Prometeo e su Maometto – sempre abbozzate e mai concluse – nonché il ciclo del “Viandante” (iniziato nel 1774) e “Il primo viaggio d’inverno sul fiume Harz”. Qui descriveva, in forma di inno, la rivolta dell’uomo libero contro l’autorità dei parrucconi arcadi e a favore del panteismo classico rinascimentale di Bruno e Campanella, ma con un occhio benevole a Spinoza, salvato dagli studi della Chiesa Protestante ortodossa, che vedeva nel Pietismo soggettivista un formidabile alleato del naturalismo spinoziano. Goethe si trovò a mediare fra queste scuole di pensiero laico e religioso in nome dell’homo faber, creatore da sé nel mondo e della scienza, osservatore dei misteri della Natura, come il caposcuola del pietismo – P. J. Spener – aveva inculcato ai primi del ‘700 in metà della Germania, soprattutto in area Renana. Il Titanismo e la rivolta morale, fino al suicidio per amore, l’anticonvenzionalismo borghese contro gli schemi barocchi in letteratura, erano già emersi nel teatro di Lessing, per esempio nella commedia “Emilie Galavotti” del 1772. Il romanzo epistolare “Werther” del 1774 espresse questo sentimento di passione e di altissima tensione amorosa verso una donna sposata in una società immobile, senza alcuna speranza di successo. I dolori del giovane amante sfoceranno nel suicidio. Fu l’apice letterario della scuola titanica ma anche il punto più tormentato del suo animo e della sua ancor giovane vita: ma diversamente da Kleist e Platen, i suoi maggiori epigoni di qualche anno dopo, che tentarono o riuscirono a suicidarsi; la fama che raggiunse in Germania e in Europa, sanarono il dolore che lo aveva colpito e lo spinsero ad andare avanti. Fu la prima svolta: il trentennio di idee e di amori che a 25 anni già lo aveva fortemente scosso, produsse un primo salto di qualità artistica. A fine del 1775, scrive il dramma “Stella” sul tema del doppio matrimonio di una fidanzata infedele (che influenzerà l’altro dramma borghese dell’amico Schiller – “Intrigo e amore” (1784) e poi un primo frammento ispirato a una di quelle leggende popolari che la madre gli aveva raccontato, sul tema di un dotto mago che per amore della scienza e per una ragazzina aveva venduto l’anima al diavolo. La storia cioè di Faust e di Gretchen, la fanciullina onesta che il vecchione docente ama alla follia e che venderà la sua anima patteggiando col Principe dei diavoli Mefistofele. Era un mito popolare del ‘500, pari alle bravate di Till Eugenspiel, in cui nel primo caso un integrato e colto letterato cadeva nell’insidia dell’alchimia in amore; mentre nel secondo un vagabondo spiritoso aizzava i poveri contro i ricchi Jünker cattolici olandesi. In tema pubblicò un dramma, rivestendolo però dei panni di un cavaliere nobile e valoroso, “Egmont”, eroe della guerra di liberazione della Spagna dei Paesi Bassi, mentre sul Faust si limitò a dettare la figura del professore e del mago simile all’amato Paracelso e ad altre figure amate in gioventù nella loggia massonica di Francoforte, incupiditosi della giovinetta Margherita, una delle tante sue amate che da solo costituiscono un capitolo a parte della sua lunga vita. Eppure questo intenso primo periodo letterario lo vide solitario e gioioso nello stesso tempo: il viaggio in Svizzera sul Gottardo e i contatti con l’amico Herder e la corrente libertaria e illuminista dello Sturm und Drang che già poco prima della Rivoluzione Francese al suo apogeo. Gli scontri con Jakob Lenz e l’iniziale freddezza con Schiller; furono momenti non tanto felici, che a stento lo sottrassero alla disperazione e che spesso si rifletteranno in uno dei suoi amori clandestini, che lo porteranno a saltare da una donna all’altra, quasi un tormento casanoviano, che durò fino alla vecchiaia.

1775 – 1786: la seconda svolta, Weimar e la rassegnazione al potere

Con una seconda svolta interrompe questo vagabondare dell’animo e del corpo, mitigato dall’amore materno e dalle appena sufficienti risorse economiche, spesso al limite di una vita dignitosa. Una improvvisa chiamata a Weimar, piccolo ducato della Germania, ruppe il suo isolamento. Si apriva così la sua fase più rigogliosa, sia nella vita che nel pensiero, mai come in quel momento fuse in un’unica attività. di creazione artistica e di costruzione del monumento ideale che rappresentò. La critica ha distinto una prima fase, cioè il periodo dal 1775 al 1786, scandita da una immediata fase operativa e amministrativa alle dipendenze del giovane Granduca Karl August e dal covare di unparallelo sentimento di rassegnazione alla “vita borghese” che a aveva sempre respinto, dove coltivò sempre progetti sempre più vicini al neoclassicismo di Winckelmann, di cui studiò la produzione e che lo immerse sempre di più nel genere classico. In quegli anni approfondì Omero, i poeti classici da Anacreonte a Teocrito, fino a Luciano, Virgilio e Orazio, tutto il pantheon greco classico dalla Grecia e da Roma lungo il Reno, mediato dal Rinascimento italiano e dalla cultura francese, prima fra tutti Racine e Corneille, mentre cominciò a diffidare di Voltaire, del quale apprezzava lo spirito laico e cosmopolita, ma non accertava la tendenza reazionaria e pangermanista prussiana, anzi il servilismo a Federico il Grande, di cui non sopportava la spocchia autoritaria. Qui la seconda questione: reazionario o progressista? A leggere le note della sua autobiografa del 1811 (“Poesia e Verità”); le lettere a Schiller e ad altri intellettuali non solo tedeschi e i suo saggi critici, nonché il suo formarsi giovanile, non fu un estremista come Lenz e Bürger, ma un moderato riformista, tanto più che lavorando agli ordini del Duca – divenuto forse un amico più che sincero col passare degli anni – e partecipando al Governo delle Finanze, da consigliere segreto e ministro, toccò dal vivo le difficoltà del popolo e di quella economia rurale con una nascente borghesia industriale e una crescente base operaia delle miniere della zona, mediando le opposte esigenze produttive. Ma a rassicurare l’animo inquieto del Poeta fu anche il sentimento di amore per la baronessa Charlotte von Stein, potente donna di corte, con la quale trattenne fino al 1827 una notevole relazione personale, dalla quale la nobildonna, benché fedelmente sposata, fu dapprima attratta e poi moderatamente distante, restandogli amica e consigliera specialmente quando le preoccupazioni di servizio aumentarono a causa della riapertura delle miniere di Illnau, dove Goethe si dedicò anche a lenire le difficoltà dei lavoratori di tali impianti già allora usuranti e mal retribuiti. Prendeva anche forma l’altra attività conferitagli dal granduca di riorganizzare il teatro di Corte e quando richiamò a Weimar l’amico Herder per affidargli l’incarico di direttore degli affari ecclesiastici – anche perché questi veramente per motivi familiari aveva bisogno di un posto fisso – Goethe non mancò comunque di scrivere poesie – “An den Mond” (1777); i “Grenzen der Menschheit” (1778); le ballate “Erlkönig” (1782); “Der Fischer” (1778); “Der Sauger” (1783) e poi la famosissima “Mignon” (1784), delicatissima ode ad una delle tante amate, che però già costituisce una metafora per quell’Italia agognata fin da giovanissimo dietro i racconti del padre. Inoltre, il mondo del teatro gli si prospetta come quel mondo da “colonizzare” con le armi della cultura classica e della vita d’artista che sogna ancora di vivere. Forse una figura che lo attrae fu il il Machiavelli, di giorno funzionario della Repubblica di Firenze, al pomeriggio giocatore nelle osterie di poesie, alla sera arguto lettore dei classici romani. Certo si è che tra il 1779 e il 1785 si pone a scrivere per il teatro “l’Ifigenia in Tauride” (nella quale prenderà la parti di Oreste, ormai nel suo teatro, da regista, autore, attore e scenografo, una prima versione dell’autore totale che mezzo secolo dopo sarà ripresa da Wagner); il “sentimento teatrale di Wilhelm Meister”, opera quasi biografica dove per ora il teatro è distinto dalla vita, ma che in pieno romanticismo negli anni ’20 dell’800 diverrà il suo viaggio della vita verso la morte. Infine, il “Tasso”, che da un mero sentimento morale di rigetto delle camarille di Corte, diventerà alcuni anni dopo l’ode all’equilibrio classicamente raggiunto dopo le impervie vie della rivolta anitconformista del “Werther”. Intanto, nelle lunghe giornate passate in miniera per studiare dal vivo quelle questioni di lavoro, Wolfang si avvicina alla botanica – la teoria della metamorfosi delle piante già ipotizzata nel 1784 – alla anatomia per lascoperta dell’osso intermascellare sempre del 1784; e alla geologia – si pensi alle Goethite, un minerale formato da ferro e manganese che il Poeta classificò già nel 1783. Ma il primo periodo weimeriano non vide la piena soddisfazione del poeta: una dipendenza amministrativa che lo affaticava senza quella passione di vita che lo aveva sempre animato e l’analogia col Machiavelli e col Tasso gli cresceva a vista d’occhio, un conflitto supremo latente con l’ambiente di Corte, dove Wieland gli soffiava contro. Goethe era sempre oppresso da problemi di salute e di famiglia, anche perché la Baronessa non andava al di là dell’amicizia, quando Lui le chiedeva qualcosa di più. E neppure la direzione del teatro gli si confaceva: da una parte i drammi che andava componendo erano troppo versificati in modo classico e stancavano l’uditorio, mentre lo Shakespeare più leggero, la cc.dd. commedie, tiravano di più, tanto che il collega Wieland, malgrado le critiche che già lo stesso Goethe gli aveva rivolto, insisteva in produzioni più popolari, riempendo il teatro di un pubblico che alle sue opere non sarebbe mai venuto. Neppure le nuove produzioni gli andavano bene: un giovanetto di provincia – un mediconzolo militare di Stoccarda – aveva rappresentato con notevole successo una storia alquanto politicamente scorretta, “I Masnadieri”, in cui un nobile defraudato dal titolo e degli onori, si era messo a capo di briganti di strada, vendicandosi delle persone, perfino dei familiari… Una torbida trama che non vedeva alcuna analogia con l’”Otello”, “l’Amleto” e il “Lear”, che aveva amato in gioventù e perché il suo originale titanismo non implicava alcuna condiscendenza a favore di ladri di strada, quanto piuttosto elevava lo Spirito singolare alle altezza della Natura, questo sì che lo interessava! Il successo di questo Schiller al teatro di Mannheim nel 1782 lo aveva però turbato, nel senso che lo stesso non gli sarebbe accaduto se avesse finalmente rappresentato la noiosa Ifigenia. Dunque che fare? L’unica cosa era quella di fare un nuovo salto di qualità, andare sul “luogo del delitto”, quell’Italia osservata dall’alto delle Alpi Svizzere nel suo secondo viaggio in quelle terre al seguito del suo pupillo Karl August nel 1779. E quando nel 1786, il 3 di settembre, di notte a notte, fugge da Karlsbad per l’Italia, la sua nuova maturità, gli si schiude. E’ un’età dell’oro che vivrà, nella convinzione che finalmente la Natura non gli sarà più oscura.

Bibliografia

“Vita di Goethe” – Italo Alighiero Chiusamo, 1981;

“Goethe massone” – Marino Freschi, 1917;

“Goethe, Kunstwerk des Lebwens” – Rudiger Safranski, 2013;

“Dei, eroi e Wieland”, commenti alla satira – a cura dell’autore, 2017.

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