L’Armenia delle origini e la sua cristianizzazione. Di Alberto Rosselli.

La Pasqua armena.

Nell’antichità il nome originario dell’Armenia era Hayq, divenuto più tardi Hayastan, traducibile come “la terra di Haik (-stan è un suffisso persiano che sta a indicare un territorio) ”. Secondo la leggenda, Haik era un discendente di Noè (essendo figlio di Togarmah, che era nato da Gomer, generato a sua volta da Yafet figlio di Noè). Per la tradizione cristiana, Haik, progenitore di tutti gli armeni, si sarebbe stabilito con le sue genti ai piedi del monte Ararat per poi andare ad assistere alla costruzione della Torre di Babele. Rientrato in patria, egli avrebbe sconfitto presso il lago di Van il re assiro Nimrod. Il termine Armenia, coniato dai popoli confinanti che lo trassero dal nome della più potente tribù presente sul territorio, quella armena appunto, deriva da Armenak (o Aram), un discendente di Haik, divenuto in seguito un grande condottiero del suo popolo. Fonti precristiane, soprattutto greche, sostengono invece che il nome derivi dal termine Nairi, cioè “terra dei fiumi”, come appunto gli ellenici chiamavano questa regione montuosa. La storia del popolo armeno ha dunque radici molto antiche (e mitiche) e l’Armenia come regione ha sempre rappresentato il punto di incrocio delle più importanti vie di comunicazione tra Oriente ed Occidente, suscitando gli appetiti delle maggiori potenze economiche e militari dell’era antica, moderna e contemporanea. Gli armeni intesi come etnia discendono da una commistione avvenuta in tempi remoti tra elementi indoeuropei (gli armenoi che sia Erodoto sia Eudossio collegano ai frigi) ed elementi asiatici o anatolici, cioè quelle popolazioni che in tempi remoti abitavano la parte orientale della penisola anatolica e che non appartengono in senso stretto né al ceppo semita né a quello indoeuropeo. Regno indipendente dal X all’VII secolo a.C. sotto la civiltà autoctona urartu o ararat, l’Armenia conobbe l’influenza della popolazione hurrita per poi subire le invasioni di cimmeri, sciti, medi e assiri. Il popolo dei chaldi si stabilì nella regione verso il 1000 a.C., dominandola fino all’arrivo dei persiani di Dario I (520 a.C.) che piegarono la dinastia degli Ervandunì, dividendo il territorio in due satrapie che governarono fino al 330 a. C. Ai persiani achemenidi subentrarono poi i macedoni di Alessandro Magno e successivamente i parti. Verso il 190 a.C. si impose la dinastia degli Artassidi e, sotto la guida di Artashes I, l’armeno divenne lingua comune. Quando, combattendo contro Mitridate, i romani misero piede in Armenia vi trovarono un regno indipendente governato dal sovrano Tigrane che, in cambio dell’accettazione dell’amicizia capitolina, venne lasciato sul trono da Pompeo. Nel 114 d.C., sotto Traiano, gli armeni conobbero l’annessione a Roma. E nel 301 d.C., in concomitanza con l’inizio della decadenza dell’impero d’Occidente, il popolo armeno abbracciò il cristianesimo. Dopo essere passata sotto il dominio dei parti (428), la regione venne inglobata nell’impero bizantino per poi essere occupata dagli arabi. Nell’XI secolo il sopraggiungere da oriente dei turchi selgiuchidi mise in ginocchio la porzione orientale del paese (la “Grande Armenia”), costringendo buona parte della popolazione ad emigrare in Cilicia o “Piccola Armenia”, regno creato nel 1080 dal principe Ruben, che nel 1375 venne però sottomesso dai Mamelucchi d’Egitto. A partire dal XIV secolo fino ad arrivare al 1918, i turchi rimarranno padroni quasi incontrastati dell’Armenia, anche se in seguito alla guerra con la Russia del 1828-1829, essi dovranno cedere agli zar un piccola parte di questo territorio. Nel 1453, Mehmed II aveva conquistato Costantinopoli, abbattendo definitivamente l’impero bizantino, trasformando la città nella capitale dell’impero ottomano e invitando l’arcivescovo cristiano armeno a stabilire un patriarcato a Costantinopoli. La comunità armena di Costantinopoli — ma anche quelle residenti in altre città anatoliche — crebbe rapidamente sotto il profilo numerico, diventando ben presto una delle componenti etnico-religiose più ricche e progredite della Mezzaluna musulmana e contribuendo in maniera determinante alla sopravvivenza dell’impero, almeno fino all’ultimo scorcio del XIX, quando con la nomina a sultano di Abdul Hamid II le cose cambiarono.

Gli armeni: i primi cristiani.

Il battesimo di di re Tiritades III

L’origine della chiesa armena risale al periodo dell’evangelizzazione apostolica. L’Armenia rimase, durante i primi secoli dell’era cristiana, in stretto contatto con l’Occidente, da dove la nuova religione penetrò nel paese, mentre ad Oriente essa subì l’influenza dei siro-cristiani. Secondo la tradizione, i fondatori della chiesa armena furono gli apostoli Taddeo e Bartolomeo. Sin dall’inizio del IV secolo, si ha notizia di vescovi armeni e di persecuzioni e martiri. Nel 301 d.C., re Tiridate III (261-317) proclamò il cristianesimo religione di Stato,  elevando una barriera permanente contro i persiani, suoi potenti ed aggressivi vicini di fede zoroastriana. La conversione del re era stata favorita da Gregorio Loosavorich (detto l’Illuminatore, dal fatto che unì due liturgie: quelle di Giovanni Crisostomo e di Giacomo). Nella fase iniziale, la liturgia armena si ispirò a quella di Cesarea, la quale a sua volta derivava da quella di Antiochia. La liturgia attualmente in uso risale alla fine del V secolo, con alcune modifiche successive. Nel 303, Gregorio fondò Etchmiadzin, ancora oggi sede del catholicos, il nocchiero della chiesa armena. In realtà, la dispersione del popolo armeno, costretto dalla sua tragica storia alla diaspora, determinò il formarsi di quattro patriarcati. Il patriarcato universale o Katholicossato di tutti gli armeni a Etchmiadzin (Armenia), sede principale della Chiesa Armena e il Katholicossato di Cilicia, con sede ad Antelias (Libano), avente giurisdizione su Siria, Libano e Cipro. I due patriarcati armeni di Gerusalemme (Israele e Giordania) e di Costantinopoli (Turchia) sono presieduti da arcivescovi. Nel 404, il vescovo Sahak I (387-439) e Mesrop Mashthotz (354-440) tradussero in armeno la Bibbia, inventando un alfabeto di 36 lettere che si adattava perfettamente ai suoni dell’ormai millenaria lingua  armena. La nascita della letteratura armena fu una conseguenza di questo fatto. L’Armenia venne invasa dai persiani lo stesso anno del concilio di Calcedonia (451) e questo impedì ai suoi vescovi, impegnati a difendere il cristianesimo contro la dottrina dei seguaci di Zoroastro (Mazdeismo), di partecipare al concilio. Per questa ragione la chiesa armena viene annoverata tra le antiche chiese orientali, cioè quelle chiese che in quell’epoca non accettarono il concilio di Calcedonia. La chiesa armena accettò, pertanto, soltanto i primi tre concili ecumenici: Nicea, 325; Costantinopoli, 381 e Efeso (431), ignorando il quarto. Tuttavia, nel 491, il sinodo di Valarshapet ripudiò la definizione dogmatica emersa al concilio di Calcedonia, relativa alla doppia natura divino-umana del Cristo (il monofisismo parla, infatti, di natura umana inglobata in quella divina), e gli armeni sottoscrissero la formula di compromesso tra i calcedoniani e i loro rivali, chiamata henotikon, voluta dall’imperatore Zenone E per questa ragione la loro chiesa venne condannata come eretica (monofisita) dai teologi bizantini. In seguito, alcuni tentativi di riconciliazione tra Costantinopoli e Etchmiadzin non si risolsero in nulla, e di ciò tentò di approfittarne la chiesa cattolico-romana, proponendo un’intesa sotto il papato: intesa che, tuttavia, si risolse sempre in un nulla di fatto.

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