Le guerre coloniali della Germania imperiale. Di Alberto Rosselli.

Possedimenti tedeschi in Africa (1914).
Truppe cammellate tedesche in Africa del Sud Ovest (1914).

Pur non possedendo un impero coloniale importante e vasto come quello britannico o francese, più di una volta la Germania del Kaiser dovette intraprendere, a cavallo del XIX e del XX secolo, nei suoi possedimenti africani (Tanganika, Camerun, Togo e Africa del Sud Ovest) una serie di impegnative campagne per sedare alcune pericolose rivolte indigene. Dopo il fallimento delle Compagnie commerciali tedesche alle quali nel 1884 la Germania aveva dato in concessione i vari possedimenti d’oltre mare, il governo di Berlino dovette subentrare ad esse e farsi carico di tutta una serie di incombenze, prima fra tutte la difesa dei territori. La necessità di tutelare gli interessi economici nazionali, l’instaurazione di nuove leggi e il progressivo ampliarsi verso l’interno dei territori posti sotto la sovranità di Berlino, portarono spesso a violenti conflitti con diverse tribù indigene, costringendo i governatori delle varie colonie a rafforzare gli organici delle Schutztruppe che, tra il 1890 e il 1910, in Camerun, Africa del Sud Ovest e Tanganika, vennero impiegate in molte campagne militari e di polizia

LE RIVOLTE IN AFRICA ORIENTALE (TANGANIKA)

Tra il 1888 e il 1907, in Africa Orientale Tedesca si svolsero tre importanti campagne militari riconducibili ad episodi di ribellione indigena: La Rivolta di Abushiri (1888-1890), la Guerra degli HeHe (1891-1898) e la Rivolta dei Maji-Maji (1905-1907).
La Ribellione di Abushiri iniziò nella tarda estate del 1888 contro la Compagnia commerciale dell’Africa Orientale Tedesca che attraverso un certo numero trattati, aveva guadagnato il controllo su diverse città e stazioni commerciali situate lungo la costa dell’Oceano Indiano. Questa progressiva espansione tedesca non era vista di buon occhio dai commercianti arabi mussulmani che da secoli dominavano il commercio locale e le rotte costiere, e da un certo numero di tribù indigene del litorale e dell’interno abituate a trattare con gli arabi con i quali condividevano spesso la medesima fede religiosa.
A fare scoppiare la rivolta del 1888 fu Abushiri Ibn Salim al-Harthi, un ricco ed influente commerciante arabo locale, che aveva accumulato gran parte della sua notevole fortuna anche sulla tratta degli schiavi. Il 20 Settembre 1888, la sommossa ebbe inizio con un attacco improvviso da parte di torme di arabi e neri armati alle isolate stazioni commerciali tedesche della costa che vennero date alle fiamme e distrutte. E nel corso di questi saccheggi non pochi civili e militari tedeschi e ascari vennero massacrati. In poche settimane tutte le località del litorale furono assalite e devastate, ad eccezione delle città di Dar Es Salaam e Bagamoyo e delle stazioni commerciali di Kilwa e Kivinj che, grazie alla presenza di consistenti truppe tedesche, riuscirono a respingere i seguaci di Abushiri. Incapace di controllare la situazione, la Compagnia Commerciale tedesca per l’Africa Orientale fu costretta a chiedere aiuti al governo di Berlino che dovette inviare in Tanganika un Corpo di Spedizione agli ordini del trentaquattrenne Hermann von Wissmann, che in seguito sarebbe diventato il primo Commissario nella colonia.
Il 22 settembre, Abushiri, alla testa di 8.000 uomini armati di lance, spade, archi, ma anche fucili, prese d’assalto la città di Bagamoyo, il più importante centro amministrativo della colonia, difesa da poche centinaia di soldati, marinai e civili armati di pistole, fucili da caccia e carabine. I combattimenti che si svilupparono furono violenti e la località venne quasi completamente distrutta, prima che un distaccamento di 260 marinai tedeschi armati di tutto punto, giunti a bordo di una nave da guerra, riuscisse a ricacciare l’orda degli assalitori. Parimenti, anche l’attacco contro Dar El Salaam venne respinto, seppure a fatica, sempre grazie all’intervento dei soldati e dei marinai tedeschi presenti in loco. Dopo questi due gravi episodi, l’iniziativa passò però al Corpo di Spedizione tedesco che contava 21 ufficiali, quaranta sottufficiali e 600 mercenari sudanesi, ai quali si aggiunsero altri 400 indigeni locali arruolati con la forza e che, di lì a poco, avrebbero formato il primo nucleo del nuovo corpo coloniale delle Schutztruppe.
Wissmann utilizzò ampiamente i mezzi e gli uomini messi a disposizione dalla Marina Imperiale per ristabilire il controllo sulle città del litorale conquistate dai ribelli. Le unità tedesche effettuarono infatti diversi bombardamenti costieri, creando un panico indescrivibile tra i ribelli che ben presto furono costretti a ritirarsi all’interno della colonia. Ripreso il controllo di tutti i nuclei costieri, la Marina tedesca mise il “blocco” alla costa per impedire qualsiasi movimento di imbarcazioni arabe e sbarcò in diversi punti contingenti armati. Nel maggio 1889, Wissmann si mosse contro Jahazi, la piazzaforte di Abushiri: un villaggio fortificato situato nei pressi di Bagamoyo. E poco dopo la maggior parte delle tribù indigene che avevano aderito alla rivolta mussulmana si arresero. Ormai privo dell’appoggio della popolazione nera, verso la fine del 1888 Abushiri fu costretto ad assoldare alcune centinaia di mercenari arabi per difendere la sua ultima piazzaforte e mantenere viva la ribellione. Ma l’8 maggio, le forze di Wissmann attaccarono Jahazi, protetta da un muro alto quasi tre metri e difesa da un migliaio di guerriglieri armati di fucili. Wissmann, che si era portato dietro alcuni pezzi d’artiglieria, creò un varco sufficientemente ampio nelle difese nemiche e lanciò la sua fanteria all’attacco, conquistando la piazzaforte. Nella corso della battaglia, centosei guerrieri arabi furono uccisi e altrettanti feriti. Ma l’abile Abushiri, assieme a pochi fedeli, riuscì comunque a fuggire, rifugiandosi nell’interno del possedimento dove persuase le tribù Yao e Mbunga a continuare la guerra al suo fianco. Nelle settimane che seguirono, mentre Wissmann era occupato a rioccupare le città di Pangani, Sadani, e Tanga, Abushiri riprese le operazioni, guidando nuovi assalti contro Dar El Salaam e Bagamoyo che tuttavia, essendo ormai ben presidiate, resistettero. Impauriti dalla potenza di fuoco e dall’addestramento dei reparti tedeschi, i guerrieri Yao e gli Mbungaand (in gran parte dei quali armati di lance e scudi) decisero quindi di abbandonare Abushiri che fu nuovamente costretto a darsi alla macchia. Nel dicembre 1889, la ribellione era praticamente domata, e Abushiri, tradito e consegnato ai tedeschi da alcuni suoi luogotenenti, venne processato ed impiccato il 15 dicembre dello stesso anno.

LA RIVOLTA DEGLI HEHE

Ristabilito l’ordine lungo la costa, le forze tedesche iniziarono a penetrare all’interno della colonia, incontrando in un primo tempo solo l’ostilità di alcune piccole tribù che l’intelligente Wissmann seppe però neutralizzare, dividendole e mettendole le une contro le altre. Nel frattempo, il governatore del Tanganika diede disposizioni affinché le Schutztruppe  venissero trasformate in un vero e proprio Corpo Coloniale formato da elementi locali scelti. Il lavoro di ristrutturazione e riorganizzazione procedette spedito e i sottufficiali e ufficiali tedeschi misero insieme una compagine molto efficiente e bene armata ed equipaggiata. Intorno al 1890, gli organici delle Schutztruppe vennero portati ad un totale di 14 compagnie, pari a 226 ufficiali e sottufficiali tedeschi e 2.664 ascari. E a questo efficiente anche se non troppo numeroso corpo venne affidato il compito di sorvegliare e difendere qualcosa come 360.000 miglia quadrate di territorio. Per cercare di assolvere al meglio alla loro funzione di polizia, le compagnie edificarono una fitta rete di piccoli fortini e capisaldi difesi da palizzate, muri in terra e dotati di depositi di viveri e munizioni. E non di rado capitò (almeno durante i periodi di calma) che due soli ufficiali tedeschi alla testa di 100 uomini risultassero sufficienti a controllare aree vaste quanto il Lazio e con una popolazione che poteva arrivare ad un milione di abitanti.
Nel 1891, la numerosa e forte tribù degli He He, che abitava la parte centro meridionale della colonia, proclamò la propria indipendenza. Gli He He erano guidati da un capo giovane, coraggioso ed intelligente di nome Mkwawa. In un primo tempo i tedeschi tentarono una politica di negoziazione, arrivando, tra l’altro, a rimuovere dall’incarico di commissario Wissmann, considerato troppo severo e intransigente nei confronti degli indigeni. Ma tutti i loro sforzi si rivelarono vani. Così, nel luglio 1891, al nuovo commissario, Emil von Zelewski (personaggio a dire il vero di caratura inferiore a quella di Wissmann) il governo di Berlino ordinò di ricondurre gli He He alla ragione, anche ricorrendo a metodi più spietati. Zelewski optò subito per una campagna militare in piena regola mettendo in campo una forza composta da tre compagnie di Schutztruppe (poste alle sue dirette dipendenze), per un totale di 13 ufficiali e sottufficiali tedeschi, 320 ascari e 170 portatori. Il Corpo di spedizione venne anche dotato di una dozzina di mitragliatrici e di una mezza dozzina di cannoni da campagna Krupp di piccolo calibro. Con questa forza, Zelewski, che pensava di venire a capo della rivolta in breve tempo, senza prendere alcuna precauzione, penetrò nel territorio He He. Il 30 luglio 1891, le forze tedesche bruciarono alcuni villaggi e uccisero tre emissari che Mkwawa aveva inviato per aprire un dialogo con Zelewski. Indispettito, il capo indigeno ordinò quindi la mobilitazione del suo intero esercito, formato da caombattenti molto esperti nell’arte della guerriglia e delle imboscate. Continuando a sottovalutare i pericoli insiti  in una marcia all’interno di un territorio selvaggio e quasi del tutto inesplorato, Zelewski e i suoi uomini si inoltrarono in una regione fitta di foreste e acquitrini e popolata da animali feroci e serpenti velenosi. Tra mille difficoltà, la colonna attraversò giungle, guadò fiumi e si inerpicò su aspre montagne. Fino a quando, Il 17 agosto, l’esercito degli He He, forte di 3.000 uomini armati di lance e pochi fucili, guidati dal fratello di Mkwawa, Mpangie, attaccò di sorpresa i tedeschi. La battaglia si tramutò ben presto in un massacro e nel giro di mezzora l’intero Corpo di spedizione venne fatto a pezzi. Zelewski cadde sul campo assieme a 360 uomini. Nello scontro morirono anche 260 guerrieri He He. Soltanto tre tedeschi, sessantaquattro ascari e 74 portatori riuscirono a scampare alla débacle e a riguadagnare, dopo una marcia inenarrabile, il territorio amico. La bruciante sconfitta fece molta eco, anche a in Germania. E pochi mesi più tardi, Berlino ordinò al governatorato del Tanganika di prendere nuovi e più adeguati provvedimenti per cancellare questa disfatta. L’anno seguente, il Governatorato incaricò il capitano Thomas von Prince di effettuare una nuova e meglio organizzata spedizione contro gli He He. Ma il capo Mkwawa colse tutti di sorpresa, precedendo von Prince ed attaccando ed annientando la piccola guarnigione tedesca di Kondoa.
All’arrivo del nuovo Commissario, il colonnello Freiherr von Schelle, i tedeschi iniziarono ad avviare non una della solite campagne militari, ma un’accorta politica di alleanze con le tribù avverse agli He He, stipulando una serie di trattati di amicizia con diversi capi tribù. E dopo avere creato il vuoto intorno a Mkwawa, il 26 ottobre 1894, Schelle guidò in prima persona una nuova spedizione contro gli He He. Il contingente era formato da un centinaio di ufficiali bianchi e 609 ascari con tre mitragliatrici. Schelle prese quindi ogni precauzione per non cadere, come era accaduto in precedenza, in imboscate. I tedeschi avanzarono in direzione sud, verso Iringa, la principale fortezza di Mkwawa: un caposaldo notevole, circondato da un muro di 12 piedi e da un fossato lungo ben otto miglia. L’assalto ad Iringa venne scatenato il 30 ottobre, dopo che alcune pattuglie tedesche erano riuscite ad individuare i punti deboli delle linee difensive nemiche. Le forze di von Schelle attaccarono con decisione e dopo aspri combattimenti, le truppe germaniche sopraffecero il nucleo principale dei guerrieri He He, non riuscendo tuttavia a mettere le mani su Mkwawa, che riuscì a darsi alla fuga. Con la caduta di Iringa, lo spirito bellicoso che fino a quel momento aveva infiammato gli He He incominciò a venire meno, e la maggior parte della tribù decise di arrendersi alle forze tedesche, tranne un gruppo di irriducibili che erano fuggiti con Mkwawa. Per nulla rassegnato, questi decise di proseguire le ostilità attraverso la guerriglia. Per ben quattro anni e tra alterne fortune, Mkwawa continuò a molestare i tedeschi, annientando alcuni capisaldi isolati, come quello di Mtandi (difeso da appena 13 ascari). Braccato da numerosi reparti tedeschi, rinforzati da guerrieri assoldati sul posto, alla fine, nel luglio 1898, Mkwawa e i suoi ultimi fedeli vennero circondati. Resosi conto della fine e non volendo cadere nelle mani dei tedeschi, il capo indigeno preferì togliersi la vita. Con la morte del valoroso Mkwawa terminava così la lunga e sanguinosa sommossa degli He He.

LA RIVOLTA DEI MAJI MAJI
Ma se la rivolta degli HeHe aveva creato non pochi grattacapi ai tedeschi quella dei Maji Maji (che significa “acqua magica”) che scoppiò del 1905, costrinse il Governatorato a prendere misure eccezionali e a profondere enormi sforzi per venire a capo di una sommossa scaturita non tanto da pretese autonomistiche, ma da semplici rivendicazioni di tipo sociale. La rivolta dei Maji Maji scoppiò infatti a causa dell’ostilità che questa tribù nutriva non soltanto nei confronti del pesante sistema tributario imposto dai tedeschi, ma anche dalla politica dei prezzi stabilita dai commercianti arabi e indiani che costringevano gli stessi indigeni ad acquistare prodotti alimentari, sementi e attrezzi agricoli e domestici a prezzi esorbitanti. A tal punto da costringere molti di essi ad abbandonare le proprie tradizionali ed indipendenti attività lavorative agricole o artigianali e ad accettare l’assunzione, come semplici manovali e a bassa paga, nelle piantagioni gestite dai coloni tedeschi e da quelli arabo-mussulmani.
Nel luglio 1905, nella regione sud orientale della colonia, alcune centinaia di indigeni appartenenti alla tribù Kibata, impiegati nella raccolta del cotone, decisero di astenersi dal lavoro per protestare contro i bassi salari. Ma non riuscendo ad ottenere alcunché, dopo alcuni giorni gli indigeni si sollevarono contro i loro padroni e  molto rapidamente “la rivolta dei contadini” si estese a tutta l’area meridionale del Tanganika, assumendo i connotati di una vera insurrezione armata. Dopo avere disarmato i loro guardiani e le locali, deboli forze di polizia coloniale, migliaia di indigeni – armati di lance, forconi, zappe, accette e fucili – depredarono ed incendiarono decine tra stazioni commerciali, piantagioni e missioni situate nella zona compresa tra Kilosa e Liwele. E contemporaneamente, anche altre tribù (tra cui gli Ngori, i Yao e i Bena) si unirono spontaneamente alla grande rivolta, massacrando civili e militari tedeschi e commercianti arabi e indiani. Le forze tedesche, che nel sud del possedimento disponevano di appena 588 ascari e 4589 poliziotti, non riuscirono a contenere questa sollevazione di massa che nel giro di poche settimane arrivò a coinvolgere un quinto della colonia. Nel corso della rivolta anche importanti avamposti tedeschi dell’interno, come Mahenge e Songea, vennero attaccati e posti sotto assedio, obbligando il governatore della colonia Adolf von Gotzen a dichiarare lo stato di emergenza e a chiedere immediati rinforzi dalla madrepatria. Richiesta che il kaiser Guglielmo II non disattese. Appena una settimana dopo la ricezione del messaggio dal porto di Amburgo salparono alla volta di Dar es-Salaam due incrociatori ed un paio di piroscafi carichi di truppe della marina, rifornimenti, armi e munizioni. Tuttavia, prima ancora che dalla Germania arrivassero nuove truppe, le forze coloniali riuscirono a bloccare l’insurrezione, anche perché, imbaldanziti dalle strepitose vittorie iniziali, i capi ribelli incominciarono ad avventurarsi in incursioni sempre più spericolate e soprattutto poco avvedute. Anziché consolidare l’occupazione dei territori conquistati, alcune tribù decisero che era giunto il momento di completare la cacciata dall’Africa Orientale di tutti i coloni tedeschi che, nel frattempo, si erano trincerati in alcuni capisaldi molto ben difesi.
Diversi furono gli eventi che contribuirono al fallimento dell’insurrezione. Il 30 agosto, quattromila guerrieri Mbunga e Pogoro lanciarono un massiccio attacco frontale contro il presidio di Mahenge, difeso dal tenente von Hassel, al comando di appena 60 ascari: pochi ma molto disciplinati e bene armati. Nonostante la notevole dispartità di forze, tutti gli impetuosi ma disordinati assalti vennero stroncati dal preciso fuoco dei Mauser e di un paio di mitragliatrici Maxim. Ben posizionati al riparo di robusti bastioni, gli ascari fecero strage degli indigeni che ben presto si resero conto di non essere in grado di conquistare la città. Questa venne comunque circondata e sottoposta ad un assedio di ben due mesi, fino a quando a novembre una colonna di soccorso tedesca composta da circa 600 soldati proveniente dal nord della colonia giunse sul posto liberandola e mettendo in fuga i rivoltosi. Il secondo motivo che determinò il fallimento della Rivolta dei Maji Maji fu il rifiuto da parte di diversi capi indigeni di rinunciare alla propria autonomia e di creare una vera e propria “federazione” tribale. Le velleità dei singoli leader e la grande disorganizzazione che regnava all’interno del variegato movimento insurrezionale impedirono infatti il consolidarsi e l’estendersi della rivolta anche nel nord del paese. In ultimo, le decisive vittorie conseguite alla fine di ottobre a Mzee e a Namabengo dalle truppe coloniali (rinforzate nel frattempo da organici provenienti dalla Germania) contribuirono a diffondere tra i rivoltosi un panico a dire il vero eccessivo. Anche se, per qualche tempo, alcuni capi dichiararono di volere continuare a combattere e a credere nella vittoria finale. Ma la lucidità e la determinazione che aveva contraddistinto la loro attività bellica stavano comunque venendo meno. A Mzee, ad esempio, un’imboscata condotta da diverse centinaia di guerrieri ai danni di una piccola colonna tedesca fallì per la pronta e disciplinata reazione degli ascari tedeschi. E il 21 ottobre 1905, ben 5.000 guerrieri Ngori, che si erano radunati per sferrare un assalto alla guarnigione tedesca di Namabengo, vennero preceduti ed attaccati la notte da alcune compagnie ascare che li annientarono. Successivamente, il capitano Nigmann, alla testa di appena 117 ascari, disperse la torma indigena, costringendo infine i capi Ngori ad accettare la resa. Questi ultimi eventi abbatterono il morale dei ribelli Maji-Maji che preferirono passare alla difensiva, lasciando così l’iniziativa forze germaniche.
Intanto, tutti i rinforzi militari chiesti all’inizio della ribellione dal governatore Adolf von Gotzen erano giunti via mare in Tanganika, seguiti da altri provenienti dalla lontana colonia della Nuova Guinea. Nel mese di ottobre, quando vennero sbarcati i primi 1.000 soldati regolari, Gotzen poté iniziare la sua controffensiva. Il governatore inviò nel sud tre colonne miste (metà composte da europei e metà da ascari) che nel corso del loro lungo trasferimento distrussero tutti i villaggi ribelli ed impiccarono centinaia di indigeni accusati di avere appoggiato direttamente o indirettamente i rivoltosi che con un ultimo colpo di coda, riuscirono però a creare ancora qualche problema alle truppe tedesche avanzanti. Un’isolata e fortunata imboscata dei Bena ai danni di una colonna germanica che stava guadando il Fiume Ruhuji ridiede morale ai rivoltosi nel sud ovest. Ma nell’aprile 1906, la regione venne completamente pacificata dai tedeschi che, anche in questo caso, usarono il pugno di ferro contro tutti coloro i quali avevano parteggiato per i ribelli. Le cose andarono però diversamente altrove. La campagna di riconquista del sud est della colonia non si rivelò infatti facile in quanto degenerò in una pericolosa guerriglia che causò sensibili perdite ai tedeschi e stragi e carestie alle popolazioni locali. Gli ultimi focolai della ribellione vennero repressi dai tedeschi nell’agosto del 1907. Secondo i dati raccolti dal Governatorato, la ribellione dei Maji-Maji provocò la morte e il ferimento di almeno 5/600 coloni e soldati tedeschi ed altrettanti ascari, mentre gli insorti e le comunità indigene ebbero a lamentare ben 75.000 morti e migliaia di feriti e mutilati.

LA CAMPAGNE IN AFRICA SUD-OCCIDENTALE

Diventata protettorato nel 1884, l’Africa del Sud-Ovest, si presentava, per le sue estese pianure e terre da pascolo e da coltivazione, come un’area di un certo interesse. Dopo l’occupazione della zona costiera, i tedeschi iniziarono quasi subito a penetrare all’interno della vasta colonia per dare adeguata protezione a quei compatrioti che vi erano già presenti. In Africa Sud-Occidentale vivevano, ben prima dell’arrivo dei tedeschi, un grande numero di nuclei indigeni suddivisi in diversi grandi raggruppamenti. Il nord era popolato dagli Ovambi, tribù molto numerosa, con una popolazione oscillante tra i 90.000 e i 100.000 individui. Nella regione centrale vi erano gli Herero, una stirpe robusta e di statura molto elevata, suddivisa in nove tribù, per un totale di 60.000-80.000 persone. Nel sud, infine, dimoravano i Mama, o Ottentotti, la più piccola delle comunità autoctone dell’Africa Sud-Occidentale, formata da circa 15.000-20.000 individui. La quasi totalità delle aggregazioni indigene stanziate in questa parte del Continente nero si dedicavano all’allevamento seminomade. Fino dall’inizio del processo di colonizzazione, come era loro abitudine i tedeschi cercarono di negoziare trattati di amicizia o alleanza con i capi locali e all’occorrenza mettendo una contro l’altra le tribù più riottose. La prima reazione a tale politica di conquista venne da una sotto-tribù dei Mama, i Witbooi, comunità guidata dal capo Hendrik Witbooi. Witbooi si rifiutò infatti di stipulare qualsiasi trattato di cooperazione con i tedeschi, opponendosi alle loro eccessive richieste di terre. Fu allora che il governatore della colonia mobilitò le Schutztruppe per obbligare Witbooi e la sua gente a sottostare alla sua volontà. Le Schutztruppe dell’Africa Tedesca Sud-occidentale erano state create nel 1890. E il loro primo comandante fu il capitano Kurt von Francois. Verso la fine del secolo, la consistenza di questo corpo sarebbe passata da appena un centinaio di elementi a nove compagnie di fanteria, una delle quali montata su cammelli, e tre di batterie di artiglieria leggera. Tuttavia, all’inizio della guerra Witbooi, il capitano Francois disponeva di ben pochi effettivi; ragione per cui egli fu costretto a chiedere al governatore di fare inviare dalla Germania un certo quantitativo di soldati equipaggiati. Il 16 marzo 1893, due ufficiali, uno dei quali, Hugo von Francois, il fratello di Kurt, sbarcò a Walvis (Walfish) Bay con 214 uomini. E grazie a questi rinforzi, il capitano Kurt von Francois poté programmare un attacco di sorpresa contro Hornkranz, la principale piazzaforte di Hendrik Witbooi. Dopo aver lasciato un piccolo reparto a proteggere la capitale del possedimento Windhoek, l’8 aprile, Francois si mise in marcia con due ufficiali, ventitré sottufficiali e 170 soldati suddivisi in due compagnie comandate dal fratello Hugo e dal tenente Schwabe. Quattro giorni più tardi, il 12 aprile, il reparto del capitano Francois giunse nei pressi del villaggio fortificato di Hendrik. L’ufficiale tedesco ordinò alla prima compagnia di attaccare la località da est e alla seconda di attaccarla da nord. L’assalto scattò all’alba e senza l’appoggio dell’artiglieria. All’interno della cita erano asserragliati circa 250 guerrieri Witbooi, quasi tutti a cavallo, ma di cui soltanto la metà armati di fucili. Dopo una battaglia durata circa tre ore e che costò la vita a 150 guerrieri, Hendrik ordinò ai suoi di abbandonare la città con tutte le donne e i bambini. E le forze tedesche conquistarono il villaggio, facendo poi ritorno a Windhoek, convinti di avere debellato gli avversari. Ma le celebrazioni della vittoria non durarono a lungo. Gi Witbooi si rifecero infatti vivi molto presto, attaccando e depredando un grosso centro di allevamento di cavalli tedesco. Gli Witbooi erano infatti ottimi cavallerizzi e amavano combattere in sella. Nel giugno 1893, dietro richiesta del governatore (nome) giunsero dalla Germania in Africa del Sud Ovest altri 100 tra ufficiali e soldati con fucili, mitragliatrici e munizioni. Ma nel mese di agosto, gli Witbooi assalirono un treno formato da venti vagoni carico di rifornimenti per l’esercito distruggendolo completamente. E a conti fatti, sei mesi dopo la battaglia di Hornkranz, Hendrik, che nel frattempo aveva stretto rapporti con atre tribù, era riuscito a costituire una nuova, piccola armata, comunque sia più forte ed assai più mobile della prima. Questa contava 600 uomini, quattrocento dei quali armati di fucili ed oltre 300 cavalli. Avendo ricevuto nel mese di agosto, dalla Germania, nuovi rinforzi (due ufficiali, dieci sottufficiali e 105 soldati), il neo promosso maggiore Francois pensò di essere in grado di lanciare una nuova offensiva contro gli Witbooi. Il piano dell’ufficiale tedesco consisteva nel pedinare e costringere i ribelli a combattere in campo aperto. Ma l’astuto Hendrik, che intuì per tempo la manovra, non soltanto riuscì a non farsi agganciare dalle più lente forze nemiche, ma penetrò addirittura nelle retrovie tedesche, attaccando diversi capisaldi. Finalmente, dopo molti tentativi, i tedeschi riuscirono ad individuare una parte delle forze ribelli nella valle di Onab dove, tra il 1° e il 2 febbraio 1894, venne combattuta un’importante battaglia che vide anche l’uso da parte tedesca dell’artiglieria. Lo scontro fu duro, ma alla fine gli Witbooi riuscirono a ritirarsi sulle colline circostanti. Dopo questo ennesimo smacco, il Berlino esautorò il maggiore Francois, rimpiazzandolo con il quarantaquattrenne parigrado Theodor Leutwein che giunse nella colonia alla fine di febbraio del 1894. Intelligentemente, l’ufficiale optò per una pausa, dedicando tutti i suoi sforzi nel tentativo di ottenere l’alleanza di buona parte delle tribù della regione. E nel contempo, egli si diede da fare per tagliare tutti gli aiuti che potevano giungere a Hendrik da chicchessia. Incredibilmente, nel maggio 1894, Leutwein riuscì ad ottenere ben di più, cioè addirittura una tregua di due mesi con il capo Hendryk. Pur desiderando continuare a negoziare con il capo indigeno per costringerlo con le buone alla resa, Leutwein approfittò comunque di questa insperata pausa per fare giungere dalla Germania nuovi rinforzi. Nel luglio, giunsero dalla madrepatria altri 250 tra ufficiali e soldati, con un discreto quantitativo di armi. munizioni e rifornimenti, mettendo di fatto l’ufficiale nelle condizioni di riprendere all’occorrenza le operazioni belliche. Essendo venuto a sapere che Hendrik, il cui astro era ormai in fase discendente, si era ritirato con i suoi seguaci verso le Montagne Naukloof andando a trincerarsi su posizioni difficilmente espugnabili, per prima cosa Leutwein bloccò i vari passi, tagliando agli indigeni qualsiasi possibilità di fuga, poi fece avanzare le sue truppe verso la catena. Il 27 agosto, i tedeschi si scontrarono contro le forze nemiche nei pressi della località di Naukloof situata in un’area molto accidentata e costellata da pochi pozzi di acqua potabile, indispensabili per la cavalleria dei ribelli. E fu proprio intorno a queste fonti che si scatenarono i combattimenti più violenti. Il 9 settembre, dopo avere perso il controllo dell’ultimo pozzo, Hendrik fu infine costretto ad arrendersi. Finiva così la Guerra degli Witbooi.

LA RIVOLTA DEGLI HERERO

Questa grande rivolta che scoppiò nel 1904 e che mise in serio pericolo il dominio tedesco in Africa Sud-Occidentale, venne generata da una serie di svariati fattori, tra cui l’antecendente, terribile epidemia di febbre bovina che nel 1897 aveva ucciso la metà delle mandrie di bestiame degli Herero, tribù che da tempo era in aperto contrasto con gli allevatori tedeschi assetati di nuovi pascoli e di nuove sorgenti d’acqua. Il 12 gennaio 1904, a Okahandja, gli Herero, guidati dal capo Samuel Maherero, si rivoltarono, massacrando 100 tra coltivatori ed allevatori tedeschi. E presto la rivolta si estese a macchia d’olio, interessando anche le zone di confine tra il possedimento tedesco e il Sudafrica britannico (al riguardo va però ricordato che Maherero ordinò ai suoi di non molestare i coloni e i missionari inglesi e i boeri e i missionari). Gli Herero potevano mettere in campo approssimativamente 7.000-8.000 uomini, metà dei quali dotati di armi da fuoco, ma con scarse riserve di munizioni. Un problema per gli Herero stava nel fatto che i loro guerrieri si muovevano sempre con le loro famiglie e il bestiame al seguito, rallentandoli e rendendoli più vulnerabili. Nel gennaio 1904, le forze di Leutwein contavano invece 40 ufficiali e 726 soldati divisi in quattro compagnie di fanteria a cavallo, più una compagnia di artiglieria. I tedeschi disponevano poi di una forza di riserva composta da 34 ufficiali e 730 soldati e 250 esploratori ed ausiliari indigeni, più 400 coloni, senza però alcun addestramento militare. Le sue truppe tedesche erano armate con fucili Mauser Modello 98, più cinque pezzi di artiglieria da campagna da 77 mm., altri cinque vecchi cannoni più vecchi e cinque mitragliatrici Maxim. Quando scoppiò la rivolta, Leutwein, assieme a compagnie, si trovava nell’estrema parte meridionale della colonia, cioè ad oltre 400 miglia distanza dalla zona interessata dalla sommossa, in quanto impegnato nel soffocare una piccola rivolta degli indigeni Bondelzwort. Nel nord la ribellione si estese quindi con grande rapidità, creando enormi problemi al governatorato: Okahandja e Windhoek vennero messe infatti sotto assedio, venendo tuttavia liberate tra il 19 gennaio e il 4 febbraio. Il 18 gennaio, l’incrociatore Habicht giunse nella colonia, sbarcando i primi rinforzi. E tra febbraio e marzo arrivarono dalla Germania altri 1.576 uomini insieme a 10 pezzi di artiglieria, sei mitragliatrici Maxim e 1.000 cavalli. Potendo disporre di circa 2.500 uomini, il maggiore Leutwein scatenò in aprile una grande controffensiva, lanciando contro i ribelli tre colonne (la orientale, la occidentale e la principale). La colonna Orientale, forte di 534 uomini, che doveva tagliare qualsiasi via di fuga agli Herero, il 13 marzo si scontrò con il nemico a Owikokorero, dove i tedeschi ebbero 30 morti, pur non riuscendo ad agganciare gli Herero. E pochi giorni dopo, presso Okaharui, i ribelli tesero un’imboscata a 230 soldati tedeschi, agli ordini del maggiore Glasenapp. La 4ª compagnia di fanti della Marina apriva la strada, seguita dalla artiglieria, da due compagnie di Schutztruppe, da 22 carri trainati e dalla 1ª compagnia di soldati della Marina di retroguardia. Ad un certo punto, circa 1.000 guerrieri attaccarono la coda della colonna, venendo però respinti nella boscaglia, da dove continuarono a bersagliare i reparti tedeschi che vennero però soccorsi dal resto della colonna. I tedeschi, che ebbero 49 morti: perdite che andarono a sommarsi ai molti soldati europei affetti da malaria, obbligarono la colonna Orientale ad interrompere la sua avanzata. Quasi nello stesso periodo, sia la colonna Occidentale che quella principale dovettero anch’esse sostenere diversi attacchi da parte degli Herero, soprattutto nella zona di Onganjirn, dove tuttavia una formazione di ben 3.000 ribelli venne battuta, grazie alla superiore potenza di fuoco dei reparti regolari e delle Schutztruppe. In aprile, a Ovimbo, le forze germaniche furono ancora una volta circondate ed attaccate dagli Herero, ma ancora una volta la potenza di fuoco dei loro fucili li salvò da una situazione disperata. Deluso dall’andamento della campagna, Leutwein preferì fermare l’offensiva ed attendere dalla Germania ulteriori rinforzi. Ma il Comando di Berlino, scontento del suo operato, lo rimosse sostituendolo con il generale Lothar von Trotha che arrivò in Africa l’11 luglio. Von Trotha era un ufficiale coloniale esperto che aveva combattuto in Africa Orientale e in Cina. Era un duro e aveva poca pietà per gli indigeni. Tra il maggio e il giugno, dalla Germania giunsero notevoli rinforzi e von Trotha arrivò a disporre di ben 10.000 uomini e 32 pezzi di artiglieria. A quel punto, il generale tedesco marciò spedito verso le montagne di Waterburg dove 6.000 combattenti e 4.000 civili Herero si erano trincerati in attesa dello scontro finale che ebbe iniziò l’11 agosto, quando l’artiglieria germanica aprì un violento fuoco preparatorio sulle posizioni ribelli. Terminato il bombardamento, la fanteria prese ad avanzare costringendo gli Herero ad un combattimento frontale. Travolti dalle addestrate fanterie, gli indigeni superstiti tentarono di fuggire nel deserto dove molti di essi morirono di sete e di inedia. La ribellione era stata frantumata, ma a von Trotha tutto ciò non bastava. Nel 1905, infatti, il generale individuò gli ultimi nuclei ribelli che vennero catturati e sterminati.

LA RIVOLTA DEI MAMA

Finiva una ribellione e ne iniziava un’altra, seppure molto più modesta e dagli esiti scontati. In ottobre (anno), la tribù dei Mama, alla guida dell’ormai ottantenne Hendrik Witbooi. Tentò di rivoltarsi contro il governatorato. I Mama disponevano di non più di 1.000-1.500 uomini di cui soltanto un terzo armato di fucili, mentre i tedeschi potevano mettere in campo qualcosa come 17.000 soldati perfettamente armati ed equipaggiati. Ciononostante, gli indigeni, prima di venire sopraffatti, effettuarono oltre 200 piccoli attacchi contro villaggi e postazioni. E nel corso di uno di questi, nei pressi di Tses, vi perse la vita il vecchio Hendrik Witbooi. Il comando dei rivoltosi passò allora Jacob Morenga che alla fine fu comunque costretto ad arrendersi ai tedeschi. E quando nel 1907 la campagna ebbe termine, circa metà dei Mama risultarono sterminati.

LA CAMPAGNE IN CAMERUN

La penetrazione tedesca in Camerun ebbe inizio nel 1884, quando lungo la costa di questa regione alcuni commercianti siglarono una serie di trattati con i capi Dovala. Tuttavia, a causa delle asperità del territorio, fino al 1889, i tedeschi non tentarono di espandere il loro controllo oltre la linea del litorale. Verso la metà del 1890 venne tentato un ampliamento della zona di influenza commerciale verso ovest, ma questa manovra provocò subito l’ostilità di diverse tribù. Fu a quel punto che i coloni tedeschi dovettero fare ricorso alla protezione di un corpo armato. Nel novembre 1891, venne creata la Poliztruppe il cui compito era quello di scortare i coloni e i commercianti e tutelare i nuovi insediamenti. Il primo corpo armato venne formato da 370 indigeni acquistati nel Dahomei da un esploratore tedesco, il capitano Freiher von Gravenreuth che, in cambio di un riscatto in oro, salvò la vita a questi disgraziati che il loro capo tribù era intenzionato a sacrificare ad un dio locale e a farne cibo per un lauto banchetto propiziatorio. L’intervento della Poliztruppe non risolse, tuttavia, il problema. Nel corso di uno scontro nei pressi del monte Camerun con una bellicosa tribù dell’entroterra (i Buea), Gravenreuth perse la vita: disgrazia che provocò l’ammutinamento del reparto del Dahomei che si rivoltò contro il neo governatore tedesco Leist, un uomo gretto e brutale. Il 9 giugno 1895, il governatore organizzò 10 compagnie, in seguito aumentate a dodici, ciascuna delle quali formata da 150 ascari. In totale la forza della Poliztruppe arrivò a contare 1.550 africani e 185 ufficiali e sottufficiali tedeschi. E proprio nel corso dei successivi, vittoriosi scontri con la tribù dei Buea ed altri nuclei ribelli, le Schutztruppe ebbero modo di dimostrare tutto il loro valore, ripristinando rapidamente l’ordine su tutto il territorio.

LA CAMPAGNE IN TOGO

Il Togo fu l’unica colonia tedesca africana a non disporre di un corpo di Schutztruppe. Essa infatti si affidò alla protezione di una speciale forza di polizia paramilitare, simile però per molti aspetti alle Schutztruppe. I componenti di questa forza erano indigeni, regolarmente vestiti con divise di ordinanza kaki e armati con vecchi fucili Mauser Modello 71. I loro ufficiali e sottufficiali erano tedeschi e provenivano dalle file dell’esercito regolare. Questa forza di polizia era divisa in plotoni estratti da varie tribù locali. Nel 1914, la forza consisteva di due ufficiali, sei sottufficiali e 560 soldati. Come in Camerun, il corpo venne impegnato in una serie di combattimenti contro le tribù più riottose della colonia, come ad esempio i Dagombe, irritati per le intromissioni dei mercanti tedeschi. Nel 1897, i Dagombe si ribellarono con i loro alleati Konkomba contro il governatorato germanico. Nel maggio dello stesso anno, il tenente Valentine von Massow alla testa di 91 ascari riuscì però a sedare la rivolta dopo avere sostenuto un’epica battaglia svoltasi nei pressi di Adibo. Attaccata nel corso di un’imboscata da quasi 7.000 guerrieri Dagombe e Konkomba, la colonna di von Massow fece quadrato, trincerandosi, e grazie alla ferrea disciplina degli ascari e al fuoco ordinato e concentrato di appena 90 fucili Mauser e tre mitragliatrici Maxim, i tedeschi respinsero tutti i furiosi attacchi, causando al nemico 500 morti e altrettanti feriti e costringendo i Dagombe e i Konkomba a ritirarsi. Successivamente, la colonna di von Massow conquistò Yenbli, la capitale dei Dagombe, dandola alle fiamme e ponendo così fine alla ribellione.

FINE

BIBLIOGRAFIA:

Helmut Bely, Southwest Africa Under German Rule 1894-1914.
Ross Anderson, The Forgotten Front, The East African Campaign, Tempus Publishing Limited, 2004
Henri Wesseling, La spartizione dell’Africa 1880-1914, Casa Editrice Corbaccio, Milano, 2001
Rochus Schmidt, Deutschlands Kolonien, Berlino, 1898 (Ristampa 1998)
L.H. Gann e P. Duignan, The Rulers of German Africa, 1884-1914, Stanford, Cal., 1977
M.E. Townsend, The Rise and fall of Germany’s Colonial Empire, New York, 1930
Byron Farwell, The Great War in Africa 1914-1918, Norton & Company, New York London, 1989.
Alberto Rosselli, L’Ultima Colonia – la Guerra coloniale in Africa Orientale Tedesca 1914-1918, Gianni Iuculano Editore, Pavia, 2005

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