L’OMICIDIO MONTESI: UNA STORIA SPORCA. Di Lorenzo Utile.

Il delitto, ancora irrisolto, di una giovane ragazza romana scuote l’opinione pubblica ed arriva fino in Parlamento, coinvolgendo nomi eccellenti della Democrazia Cristiana.

Aveva 21 anni, abitava in un quartiere povero della capitale, in via Tagliamento, era figlia di un falegname e fidanzata con un poliziotto che da li a breve avrebbe dovuto sposare. Come tante, sognava il bel mondo, la fama, Cinecittà. Avrebbe voluto fare l’attrice.

A trovare il corpo della giovane Wilma Montesi la mattina dell’11 aprile 1953, vigilia di Pasqua, sulla spiaggia di Torvaianica, un manovale, Fortunato Bettini, che stava facendo colazione. Riferisce di avere notato qualcosa che sembrava un corpo spogliato, parzialmente immerso in acqua, sulla battigia, in posizione supina. Mancavano la borsa con effetti personali e documenti, le scarpe, la gonna, e la biancheria intima.

Il rapporto del medico legale annota che la ragazza non avrebbe subito violenza sessuale, anzi, in una prima nota si afferma la verginità integra della ragazza, e registra come possibile causa della morte “sincope dovuta a pediluvio”…

In seguito ad un secondo e più approfondito esame, un altro medico, il professor Pellegrini, afferma invece che la presenza di sabbia nelle parti intime è un chiaro segno di “violazione sessuale”.

Le prime indagini non convincono la stampa

A parte il fatto che il padre di Wilma, Rodolfo Montesi, viene a conoscenza del fatto dalla stampa, i giornali si gettano nella notizia. Pare che la giovane non fosse rientrata a casa dal 9 aprile, come rivelano in seguito la sorella Wanda, la madre, e la portiera dello stabile, che dichiara di averla vista uscire intorno alle 17.30. Alcuni testimoni affermano di averla vista sul treno Roma-Ostia.

La polizia inizialmente concentra le indagini sul suicidio: Wilma si sarebbe affogata, ma la deposizione della sorella fa suffragare tale ipotesi, a partire dall’esame di un eczema al tallone, che veniva semmai alleviato dall’acqua di mare. La ragazza sarebbe quindi entrata in acqua, dopo essersi levata scarpe, calze e gonna, camminando sulla battigia, ma la debolezza fisica, dovuta al ciclo mestruale, e il freddo avrebbero causato un malore e la morte. Le onde avrebbero poi trascinato il corpo da Ostia fino alla spiaggia di Torvaianica dove avviene il ritrovamento.

Così la Polizia chiude il caso Montesi. Per i giornali invece è tutt’altro che chiarito.

Il 4 maggio, il quotidiano monarchico “Roma”, esce con un articolo: “Perché la Polizia tace sul delitto Montesi?”, firmato da Riccardo Giannini, in cui si pensa che esista un vero e proprio complotto montato ad arte per coprire i veri assassini che farebbero parte del mondo politico.

L’idea del giornalista Giannini viene sostenuta anche da altri giornali, fra cui “Paese Sera” e “Il Corriere della Sera”, oltre ad alcune testate che si occupano di gossip e organi della stampa di partito, come il comunista “Vie Nuove” che, il 24 maggio 1953, pubblica un articolo di Marco Sforza Cesarini nel quale si afferma che uno dei personaggi coinvolti in prima persona nelle indagini, e fino ad allora chiamato “il biondino”, sarebbe il noto musicista jazz Piero Piccioni,  fidanzato con l’attrice Alida Valli. Ma ciò che desta scalpore è che “il biondino” è il figlio di Attilio Piccioni, già vicepresidente del Consiglio, ministro egli Esteri, figura di primo piano della Democrazia Cristiana ed erede di Alcide De Gasperi.

Paese Sera” parla di come Piero Piccioni si sia presentato in questura portando gli abiti mancanti della vittima. Su “Il Merlo Giallo”, giornale di estrema destra, appare una vignetta che raffigura un piccione in reggicalze all’entrata di una questura. Riferimento più che chiaro. Intanto, il Paese è in pieno clima elettorale per le elezioni politiche.

Piero Piccioni comincia a querelare i giornalisti. Il PCI si dissocia dai contenuti dell’articolo incriminato, Marco Sforza Cesarini è interrogato dalla polizia e accusato di “sensazionalismo” ma rifiuta di rivelare le fonti, dicendo solo che la notizia veniva da ambienti molto vicini ad Alcide De Gasperi. Il padre del giornalista, eminente docente di filosofia alla Sapienza, interviene, come famosi avvocati quali Francesco Carnelutti e Giuseppe Sotgiu. Alla fine Cesarini è costretto a ritrattare, ma lo scandalo era ormai di pubblico dominio. Le acque si placano e per un po’ di tempo, il caso scompare dalle pagine dei giornali.

I “Capocottari” e le ragazze del jet-set

Dopo alcuni mesi, il periodico “Attualità” diretto da Silvano Muto pubblica un articolo, “La verità sul caso Montesi”, in cui si cita una giovane dattilografa che, nella speranza di sfondare nel mondo del cinema, frequentava il “bel mondo” romano, Adriana Bisaccia, la quale racconta di aver partecipato, insieme a Wilma Montesi, ad un festino orgiastico a Capocotta presso Castelporziano, nella villa di Ugo Montagna, marchese di S.Bartolomeo e protagonista del jet set della Roma-bene, non distante la dove è stato ritrovato il corpo. Alla serata avrebbero partecipato nomi famosi del mondo politico e figli di importanti personalità della Repubblica. Secondo la ragazza, Wilma Montesi avrebbe assunto un micidiale cocktail di alcol e droga e si sarebbe sentita male. Per non creare scandalo, alcuni partecipanti avrebbero trasportato il corpo sulla spiaggia dove poi il manovale, Bettini, lo trova la mattina dell’11 aprile. Adriana Bisaccia fa anche il nome di Piero Piccioni.

La stampa non tarda a definire gli ospiti del festino come “i Capocottari”, che in quanto figli di personalità importanti ed influenti, venivano protetti dalla polizia. Nonostante che Silvano Muto venga legalmente perseguito dal procuratore capo Angelo Sigurani, la notizia viene ripresa da tutti i maggiori quotidiani e presentata come la ideale soluzione del caso.

In seguito, probabilmente a causa di minacce, Adriana Bisaccia ritratta le dichiarazioni e prende le distanze dall’articolo di Muto, ma spunta all’improvviso una seconda testimone che rilascia altre rivelazioni compromettenti. Maria Augusta Moneta Caglio Bessier d’Istria, detta “cigno nero”, figlia di un rinomato notaio milanese, amante di Ugo Montagna e, a sua volta, attrice di belle speranze, che aveva già rilasciato la stessa dichiarazione alla Questura, ma era stata ignorata. Aveva agito per gelosia, in quanto Wilma Montesi pareva essere diventata la nuova amante di Montagna. Rientrata a Milano, sotto consiglio del padre, consegna il memoriale a don Alessandro Dall’Oglio, un sacerdote gesuita. Il documento, grazie al sacerdote, arriva nelle mani di Amintore Fanfani, ministro dell’Interno, nonché in Vaticano. Il materiale contenuto contribuisce a fare sospendere il processo a carico di Silvano Muto, mentre una parte della DC continua a gettare discredito sulla testimonianza.

Il caso si riapre: guerra fra stampa e politica

Le indagini, riaperte nel gennaio 1954, e gli interrogatori cui è sottoposta la Caglio, rivelano anche il nome di Tommaso Pavone, capo della polizia, al quale Montagna e Piccioni si sarebbero rivolti in cerca di protezione. Dietro a tutto, pare che all’interno della DC esistesse una corrente contraria ad Attilio Piccioni, per cui il nome del figlio sarebbe stato appositamente messo in mezzo al caso Montesi per motivi politici, a quanto pare da Giorgio Tupini, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Nonostante questo, Attilio Piccioni è confermato al ministero degli Esteri.

Intanto si scoprono altri segreti: da ulteriori approfondimenti si scopre poi che Ugo Montagna era stato un agente della Polizia Segreta Fascista, la famigerata OVRA, nonché informatore della Gestapo, e per questo aveva accumulato un notevole patrimonio. In seguito alle rivelazioni, Tommaso Pavone si dimette da capo della Polizia e il governo affida al nuovo responsabile, Raffaele De Caro, un’indagine ufficiale sull’operato delle forze dell’ordine nel caso Montesi.

Il 14 marzo ’54, sull’ “Avanti!”, il giornale socialista, Pietro Nenni scrive sulla teoria del complotto  e afferma che esisterebbe una corrente formata da una parte della stampa, dalla Chiesa e da alcuni organismi privati, che avevano lo scopo di screditare la sinistra parlamentare. Rincara la dose Palmiro Togliatti dalle pagine de “L’Unità”, pretendendo la verità e gridando contro “l’omertà delle istituzioni, la corruzione, il regime clericale che sostenevano loschi personaggi del passato fascismo, come Ugo Montagna”.

Il colpo di grazia per cui l’opinione pubblica si convince dell’esistenza di una “cricca” interna della DC viene da “Paese Sera”, che il 17 marzo pubblica una foto del presidente del Consiglio Scelba insieme a Montagna, alle nozze del figlio, giovane deputato democristiano.

Nuovi scandali e processo

Il titolare delle indagini, il giudice Raffaele Sepe, dopo aver ordinato una nuova autopsia sulla salma di Wilma Montesi, ed aver effettuato un’ulteriore serie di interrogatori e verifiche, dimostra l’esistenza di un preciso legame fra Piccioni, Montagna e i comandi della Polizia. I due sono arrestati e rinviati a giudizio per omicidio, favoreggiamento, possesso e smercio di stupefacenti. Con loro, scattano le manette anche per il Questore di Roma, Saverio Polito, e altri nove, fra alti funzionari della Polizia e nobili della Roma-bene, fra cui il principe Maurizio d’Assia.

Il 19 settembre 1954, Attilio Piccioni travolto dallo scandalo, si dimette da ogni incarico ufficiale.

I primi ad essere convinti dell’innocenza di Piero Piccioni sono però i genitori di Wilma Montesi, insieme al giornalista Fabrizio Morghini de “Il Messaggero”, il quale ventila l’ipotesi di una responsabilità dello zio della vittima, Giuseppe Montesi che, secondo le indiscrezioni, sarebbe stato invaghito della nipote. Interrogato, Giuseppe Montesi rifiuta di rispondere e fornire un alibi, poi, pressato dai giudici, rivela di aver trascorso la notte del delitto con la sorella della sua fidanzata.

Intanto, negli stessi giorni, due giornalisti di “Momento Sera”, che indagavano sulla morte di Pupa Montorzi, una ragazza deceduta per overdose in circostanze analoghe a quelle del caso Montesi, scoprono una casa di appuntamenti e fotografano, all’entrata, il celebre avvocato Giuseppe Sotgiu in compagnia della moglie, alla quale pare piacesse avere rapporti multipli, specie con minorenni.

Il processo si apre il 21 gennaio 1957, a Venezia. La sentenza emessa il 28 maggio successivo, proclama la innocenza con formula piena di Saverio Polito, Ugo Montagna e Piero Piccioni.

Alle elezioni politiche la DC non raggiunge la maggioranza assoluta e perde così il premio di maggioranza. La verità sull’omicidio di Wilma Montesi è ancora oggi ignota.

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