
Il Movimento Goryani, Rоряни (tradotto: ‘combattenti o uomini delle foreste o delle montagne’) fu un rimarchevole fenomeno resistenziale anticomunista e antisovietico attivo dal settembre del 1944 al maggio del 1952: un fenomeno che, tuttavia, è stato poco studiato, almeno in Occidente, al contrario di altri movimenti partigiani anticomunisti d’oltre cortina. Pur non trovandosi in stato di guerra con l’Unione Sovietica, alla fine di Agosto del 1944 le armate russe, che avevano già sconfitto e invaso la Romania, penetrarono proditoriamente in territorio bulgaro con relativa facilità (il Governo di Sofia, alleato con i tedeschi, venne preso ovviamente alla sprovvista) ed instaurarono con la violenza un governo ‘fantoccio’ filo comunista (questo autentico colpo di stato, favorito dal movimento partigiano comunista, già attivo da tempo sul territorio, avvenne il 9 settembre 1944), aprendo una lunga stagione di spietata dittatura manovrata da Mosca. (1) All’indomani dell’occupazione sovietica, un folto gruppo di ufficiali e soldati dell’esercito regolare bulgaro, molti dei quali filo monarchici, decise di darsi alla macchia e di fondare un movimento partigiano che, in breve tempo, prese il nome di Movimento dei Goryani, una delle più durature strutture armate anticomuniste dell’Europa Orientale. Alla fine del Secondo Conflitto Mondiale, in molti Paesi dell’Europa Orientale, tra cui Romania, Ungheria, Polonia, Ucraina, Lituania, Estonia, Lettonia, ma anche Albania e il lontano Azerbaijan si formarono, infatti, numerosi ‘eserciti clandestini’ anticomunisti e antisovietici che per molti anni diedero battaglia, seppur isolati e quasi ignorati dalle Potenze occidentali. Definito dal nuovo esecutivo come ‘movimento sovversivo fascista e filo occidentalista’ (i cui membri venivano chiamati hayduti, cioè banditi), il Movimento dei Goryani era in realtà un fenomeno patriottico e soprattutto trasversale che accolse e reclutò senza ricorrere a costrizioni non soltanto ex militari, ma diverse migliaia di operai, contadini, professionisti e studenti. Si trattò, insomma, di un movimento spontaneo e socialmente e politicamente trasversale. Ciò che diede consapevolezza e forza al Movimento fu senza dubbio due fatti: la cattura e l’assassinio del leader del Fronte Nazionale Agrario, Nikola Petkov nel 1947, e la messa al bando del Partito Operaio Socialdemocratico Bulgaro, nel 1948: accadimenti che anziché deprimere, galvanizzarono ancor più il neonato Movimento. Alla fine degli anni Quaranta, quest’ultimo si espanse in maniera naturale, iniziando anche ad accogliere molti ex partigiani comunisti delusi dall’esecutivo filo sovietico di Sofia, tra questi Traycho Kostov, che venne imprigionato e ucciso dalla nuova Polizia Politica creata dietro direttive di Mosca. Alla fine degli anni Quaranta, i Goryani arruolarono anche membri dell’ex Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone (IMRO), anch’essa di matrice comunista. Ciò che spinse buona parte degli agricoltori e allevatori (a quell’epoca la Bulgaria era un Paese prevalentemente agricolo) ad arruolarsi o a sostenere più o meno palesemente i Goryani furono le campagne di ‘collettivizzazione forzata delle terre’ avviate dal governo, che di fatto sottrassero (come era già accaduto in Russia negli anni Venti) tutti i beni mobili e immobili delle popolazioni delle pianure e delle montagne. Il governo di Sofia denominò questi agricoltori con il titolo dispregiativo di yatatsi (‘fiancheggiatori malviventi’).
La capitale Sofia sotto i bombardamenti alleati (1944).
Consistenza e armamento delle forze partigiane goryane. Tattiche di combattimento.
Alla fine del 1944, i guerriglieri goryani risultavano scarsamente armati e se si escludono le armi leggere che gli ex militari erano riusciti a portare con sé (pistole, fucili, bombe a mano e poche mitragliatrici), parte dei combattenti fu costretta ad armarsi con fucili da caccia o armi sottratte al nemico durante i combattimenti. La tattica dei goryani fu, ovviamente, quella della guerriglia che, tra l’altro ben si prestava ad un territorio come quello bulgaro, caratterizzato da fitti boschi e montagne (soprattutto quelle a sud del Paese) quasi inaccessibili. Ricordiamo che a quell’epoca il selvaggio territorio bulgaro era carente di strade e ferrovie: inadeguatezza logistica che metteva in seria difficoltà gli spostamenti dell’Esercito regolare e della Polizia Politica. Di qui la scelta, da parte dei partigiani di attuare rapidi colpi di mano a colonne isolate e caserme ed altrettanto rapidi spostamenti, evitando con cura scontri in campo aperto contro un avversario dotato di mezzi e armamenti terrestri (camion, blindati, mitragliere, cannoni e mortai) e addirittura aerei forniti con sollecitudine dall’Unione Sovietica. Tra il 1944 e il 1952, radi risultarono le azioni militari vere e proprie o quelle di disturbo dei partigiani nei centri urbani.
Lo zar di Bulgaria Boris III assiste a manovre militari a bordo di un carro armato leggero (1942 o 1943).
Nel 1947, le bande Goryane, chiamate Chetas, risultavano presenti, come si è detto, soprattutto nelle zone montane e si calcola che, in quella data, la consistenza complessiva dei partigiani ammontasse a circa 2.000 unità suddivise in 28 Chetas (‘bande’): dispositivo militare che poteva avvalersi del sostegno di oltre 8.000 civili (soprattutto contadini e montanari) che fornivano ad essi cibo, riparo e informazioni circa i movimenti del nemico. All’inizio degli anni Cinquanta, grazie alle sue unità addestrate dai sovietici, la Polizia Politica del DS era riuscita a quantificare una forza complessiva di circa 160 Chetas: dato che palesa la forte misura di crescita registrata nell’arco di appena tre anni del movimento partigiano. Fonti di Stato riportarono anche altre informazioni, alcune delle quali del tutto inattendibili o false. Nel 1949, con lo scopo di denigrare agli occhi della popolazione il Movimento, la Polizia Segreta sostenne a voce alta che ben 52 Chetas ‘fascisti’ risultavano “riforniti e armati dalle forze imperialiste occidentali attraverso il confine greco e turco”: cosa abbastanza inverosimile in quanto, fino a quel momento, l’Europa libera sapeva ben poco se non nulla circa l’attività partigiana anticomunista in Bulgaria. Alla metà del 1948, il Movimento raggiunse comunque il suo apice in quanto ad attività bellica, soprattutto in Bulgaria meridionale, e in particolare nelle località di Silven, Stara Zagora, Velingrad e Pirin Kray. La Cheta che più si distinse nei combattimenti fu quella comandata da Gerasim Todorov che controllava la maggior parte della contea di Sveti Vrach (l’attuale Sandaski) nel sud-ovest. I reparti di Tododov batterono ripetutamente le forze regolari, spingendosi fino alla valle della Mesta a Razlog(località del nord-est, Esse dilagarono anche nell’area di Nevrokop (oggi Gotse Delchev) e in quella di Gorna Dzhumaya (l’attuale Blagoevgrad), più a nord. A fronte dell’aumento degli attacchi, tra la primavera e l’autunno del 1948, il governo di Sofia fu costretto ad implementare il suo dispositivo militare antipartigiano, arruolando e mobilitando decine di migliaia di nuovi poliziotti e riarmando in maniera più pesante gli effettivi della famigerata Narodna Militsia. Per due settimane, un contingente governativo di non meno di 5.000 uomini venne inviato d’urgenza nella zona del Pirin settentrionale, riuscendo, infine, dopo aspri combattimenti, ad accerchiare i reparti di Todorov che, il 31 marzo, vista l’imminente sconfitta decise di togliersi la vita con un colpo di pistola. Le poche centinaia di partigiani del suo gruppo finirono in parte impiccati e in parte incarcerati. Alla fine del 1948, le rimanenti forze del comandante goryano Borislav Atanasov, affiancate da ex combattenti di un altro nucleo (l’IMRO), venute a conoscenza della sconfitta di Todorov, decisero di ritirarsi ancora più a sud, per poi attraversare il confine greco.

Partigiani anticomunisti bulgari Goryani (1945).
Gli anni Cinquanta
All’inizio degli anni Cinquanta, il Movimento dei Goryani, lungi dal volersi arrendere alle forze regolari comuniste, tentò di riorganizzarsi. disponevano di una stazione radiofonica Radio Goryanin, che trasmetteva in Bulgaria dalla Grecia. A metà del 1951 la radio trasmise un appello per la formazione di un esercito nella zona centrale di Sliven, dove il movimento era più forte. Circa 13.000 poliziotti e soldati governativi si addentrarono nella regione montagnosa Sliven, manovra che non sfuggì al leader bulgaro Valko Chervenkov. La Cheta più numerosa, guidata da Georgi Stoyanov-Tarpana, noto anche come Benkovski dal nome di un eroe popolare bulgaro del XIX secolo, fu accerchiata da 6.000 tra soldati e gendarmi. Li combatté il 1° e il 2 giugno, riuscendo a rompere l’accerchiamento e a salvare i feriti.
Pochi caddero prigionieri delle autorità. Circa 40 Goryani furono fucilati o impiccati, ma il comandante della Cheta riuscì a fuggire nei boschi con un piccolo manipolo. Stoyanov fu catturato dalla polizia segreta della DS alla fine del 1951 e fu poi processato e giustiziato. L’anno successivo la Cheta continuò a resistere alle autorità e a conquistare villaggi. Così, nel 1952, catturò e tenne il villaggio di Rakovo, vicino a Sliven, per tre giorni. Nello stesso periodo, una quindicina di Goryani si paracadutarono nelle aree di Kazanlak e Ihtiman da campi di addestramento ubicati in Austria e, sembra, in Francia.
Il capo partigiano Goryani Gerasim Todorov. Fu giustiziato dai comunisti nel 1948.
Nonostante la tradizione popolare bulgara di una resistenza basata sugli altipiani, le montagne e i boschi, il movimento era attivo anche nelle aree agricole e di pianura. L’area di Dobrudzha, nel nord-est della Bulgaria, vide una forte attività di resistenza e molti villaggi furono catturati per brevi periodi. Anche l’area di Ruse, in pianura, vide l’attività dei Goryani guidati da Tsanko Ivanov Tsankov-Mecheto e Tsvetana Popkoeva-Tsena. I goryani di Ruse fecero un giuramento formulato da Todor Tsanev. Il loro comandante Tsankov fu fucilato in combattimento, mentre Popkoeva fu processata in contumacia, per essere catturata e uccisa senza processo in tempo per celebrare il Primo Maggio 1952. Todor Tsanev fu catturato, imprigionato e mandato in campi di punizione per 11 anni, per poi morire pacificamente nel 1989.
Una rara immagine di Georgi Stoyanov Tarpana, comandante partigiano Goryani giustiziato dai comunisti nel 1952.
Bibliografia:
Goryanite. Sbornik dokumenti. Tom 1 (1944-1949), Sofia, 2001.
Bilgarskata opoziţiya i organiziranata siprotiva v Bilgariya 1944-1954 g., Sliven, 2000, Gorceva D.
dvijenie v Kjustendilsko i Gornodjumaysko po sidebnite dokumenti ot Arhiva na MVR, Minailo, kniga 1, 1995.
Nikolay Yordanov, Gudjo i goryanskoto dvijenie v Trinsko i Breznişkiya rayon, Sofia, 2004, p. 144; Horozov.
Goryanskoto dvijenie v Rusensko (1949 – 1952), Ruse, 2003.
sekrenite arhivi na Direcţiya na Dirjavna sigurnost, Sofia, 1999, p 186; Yanakneva V., Sformiraneto na pirva goryanska ceta v Slivenska (1950-1952).
The Iron Fist and the People’s Will: An Analysis of the Bulgarian Anti-Communist Movement and Meanings of Democracy Mariela Mihaylova University at Albany, State University of New York
Sitografia:
Anka Todorova Ignatova. Documents about the goryani movement in Bulgaria from the funds of the Central military archive of Bulgaria, Veliko Tarnovo. https://despredemnitate.wordpress.com/wp-content/uploads/2011/06/goryani-through-the-archives.pdf
La Resistenza dimentica. Di Daniela Gortcheva, https://despredemnitate.wordpress.com/goryani/goryani-the-forgotten-resistance/




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