La caduta dell’Impero austro-ungarico. Di Benigno Roberto Mauriello.

Generali e alti ufficiali austriaci (1916).

La Prima Guerra Mondiale sancì la fine di quattro imperi, la Germania, la Russia, l’Impero Ottomano e, appunto, l’Impero Austro-Ungarico. La contesa fu dura, si trasformò in una guerra di logoramento, e, alla fine, trionfarono quelle potenze che, grazie al controllo delle rotte marittime, riuscirono a garantirsi tutti gli approvvigionamenti necessari allo sforzo bellico, soprattutto beni alimentari e materie prime, mentre i popoli e gli eserciti degli Imperi Centrali patirono ogni genere di privazione, soprattutto la fame. Infatti, il blocco navale britannico serrò gli stati avversari in una morsa di ferro che influì sul risultato finale, nonostante la guerra sottomarina illimitata scatenata dai tedeschi. La composizione plurietnica dell’Austria-Ungheria costituì un moltiplicatore di tensioni ed ebbe come conseguenza la dissoluzione della compagine statale, mentre gli altri imperi, pur perdendo vasti territori, ebbero una continuità con le repubbliche che seguirono, grazie alla presenza di una etnia maggioritaria, che agiva da fattore di coesione nazionale. Inoltre, essendo l’Impero Asburgico l’unica grande potenza cattolica, si aggiunse, come evidenziato soprattutto da Francois Fejto, l’azione eversiva delle logge massoniche.

Comunque tutte queste cause non sono sufficienti a spiegare da sole i motivi della dissoluzione di un impero e la caduta di una dinastia che godevano di grande prestigio presso i sudditi. Una pubblica amministrazione onesta ed efficiente, un elevato tenore di vita, un sovrano molto amato, una tradizione plurisecolare supportata dalla fede cattolica, furono un magnifico collante per unire il composito mosaico etnico. D’altra parte il blocco navale inglese iniziò a dispiegare i propri effetti dalla metà del 1917, diventando decisivo negli ultimi mesi del conflitto.

L’Austria- Ungheria seppe resistere oltre ogni previsione, spaventando i suoi nemici e smentendo tutte quelle cassandre che ne profetizzarono una fine immediata già all’inizio delle ostilità. Alla fine il legame che univa le popolazioni all’Imperatore venne spezzato dall’andamento poco felice della condotta delle operazioni belliche e, quindi, dalla perdita di quel prestigio che costituiva un formidabile elemento di coesione. La causa della scarsa efficienza militare fu la prima ad indebolire l’impero, incapace di risolvere la contesa in un periodo di tempo più breve, quello consentito dalle risorse disponibili. La composizione plurietnica agì dopo da moltiplicatore di tensione mentre i complotti settari, che sicuramente covavano sotto la cenere, sortirono il loro effetto solo nei giorni immediatamente successivi all’armistizio.

La preparazione militare.

L’Imperatore Francesco Giuseppe.

Dopo il compromesso del 1867 l’impero era costituito da due unità statali unite nella persona del sovrano, Imperatore d’Austria e Re di Ungheria. La politica estera e le forze armate erano gestite in comune, mentre i governi di Vienna e di Budapest erano competenti per le restanti materie. In ciascuno dei due parlamenti erano rappresentate tutte le etnie, secondo uno schema complesso ma efficace. Dal 1870 al 1914 vi fu un notevole sviluppo economico e il benessere era diffuso tra tutti gli strati sociali. Il consenso era largamente maggioritario e l’Imperatore Francesco Giuseppe era molto amato dai sudditi di tutte le etnie. La scelta del benessere diffuso, l’aumento dei consumi, la realizzazione di grandi opere di pubblica utilità, la diffusione della cultura, la realizzazione dell’autarchia economica, fattore di reale indipendenza, ebbero il costo di trascurare la preparazione delle forze armate. Francesco Giuseppe scelse sempre la vita civile alle spese militari, al contrario dei regimi liberali, i cui bilanci di guerra si dilatavano. Si pensi all’Italia post risorgimentale con i suoi governi del sottosviluppo e all’incidenza sul reddito e sul PIL degli abnormi bilanci dei ministeri della guerra e della  marina, mentre milioni di persone erano costrette ad emigrare per l’indigenza e la fame.

Solo all’inizio del XX secolo, con l’aumento della tensione in Europa e la corsa al riarmo, i circoli militari e l’erede al trono convinsero l’anziano Imperatore a dedicare più fondi alla difesa. Inoltre la crescita esponenziale della Regia Marina , nonostante la presenza di un’alleanza formale , impensieriva i comandanti militari austro-ungarici, che dubitavano, a ragione, della lealtà italiana. In particolare l’arciduca Franz Ferdinand fu il fautore della creazione di una flotta d’alto mare, in grado non solo di provvedere alla difesa delle coste ma anche al controllo dell’Adriatico. La Marina imperiale e reale, sotto l’impulso di tre grandi ammiragli che si avvicendarono al suo comando, Rudolf von Montecuccoli, Hermann von Spaun e Anton Haus, rappresentava una compagine ben preparata. Disciplina e serietà di intenti permeavano l’animo di ufficiali ed equipaggi. Le navi erano tecnologicamente avanzate ed adeguate a misurasi con quelle delle altre flotte schierate nel Mediterraneo, l’italiana e la francese. La conformazione delle coste adriatiche, con la presenza di numerosi porti, baie, insenature ed isole, favoriva la collocazione di un sistema di basi molto efficiente.

Artiglieri austriaci muniti di maschere anti gas.

Essa schierava, nel 1914, tre corazzate tipo dreadnought  (un’altra entrò in servizio durante la guerra), 9 corazzate di tipo vecchio di cui tre equipaggiate con i nuovi cannoni da 305mm della Skoda, due incrociatori corazzati di vecchio tipo, quattro esploratori moderni, utilissimi negli scontri del basso Adriatico, dodici cacciatorpediniere. Scarsi erano i sommergibili, solo sei battelli costieri. Le costruzioni navali erano ripartite tra i cantieri di Trieste, Austria, e Fiume, Ungheria, per distribuire le commesse in proporzione al bilancio della difesa comune. La base principale era Pola, un fiordo naturale ben protetto e vicino ai cantieri principali. Altre basi erano Sebenico e Cattaro. La flotta svolse per tutta la guerra una funzione strategica vitale per l’andamento del conflitto. Essa rifiutò sempre la grande battaglia di annientamento contro la numericamente superiore Regia Marina, che avrebbe potuto d’altra parte beneficiare del supporto della flotta francese, ancorata nel Mediterraneo occidentale perché ritenuta poco idonea a combattere nel Mare del Nord contro la pericolosa e tecnologicamente avanzata Hochseeflotte, e di navi britanniche, svolgendo egregiamente il ruolo di fleet in being  secondo la dottrina navale classica. Rimanendo infatti ancorata nelle proprie basi e facendo perno sugli sbarramenti di mine e sulle batterie postate a terra, che agivano da veri e propri moltiplicatori di forza, la flotta austro-ungarica seppe proteggere la costa istriana e dalmata, consentendo ai sommergibili tedeschi di disporre di un sicuro ancoraggio da dove scatenare quella guerra sottomarina illimitata che tanti danni arrecò all’Intesa. Nel Mediterraneo, infatti, era difficile trovare navi americane, per cui l’attacco indiscriminato dei sommergibili germanici al traffico avversario non dovette subire quella pausa che la Germania si impegnò a rispettare dopo le proteste degli Stati Uniti dovute all’affondamento del Lusitania . La marina mercantile italiana perse oltre la metà del proprio tonnellaggio, mentre la strategia dell’ammiraglio Paolo Thaon de Revel, la lotta nei porti e lo sviluppo dei mezzi d’assalto ebbero un fortunato impatto mediatico ma i risultati furono scarsi, l’affondamento del guardacoste corazzato Wien, una vecchia nave scuola, e della moderna corazzata Santo Stefano , senza tuttavia riuscire ad impedire i movimenti del naviglio subacqueo tedesco fino all’ultimo giorno di guerra.

La corazzata austriaca Santo Stefano.
Un aereo da ricognizione Albatros B1 di fabbricazione tedesca con piloti e tecnici austriaci.

Arma più importante era l’esercito, essendo l’Impero Asburgico una potenza continentale. Tuttavia i tagli al bilancio e la scelta di opere di pace avevano sminuito un grosso organismo che non era in grado di mobilitare tutte le masse che il paese poteva fornire. Particolarmente grave era la carenza di ufficiali della riserva, per cui non fu possibile formare nuove divisioni in tempi rapidi. L’impero aveva circa cinquanta milioni di abitanti, ma l’esercito attivo, la riserva e la territoriale assommavano a tre milioni di uomini, poca cosa se si pensa che la Germania disponeva di otto milioni e cinquecentomila mobilitabili su sessantacinque milioni di abitanti. L’artiglieria contava 2650 cannoni con una dotazione di cinquecento colpi per pezzo, inferiore non solo a quella russa ma anche a quella serba, stati contro i quali l’Austria-Ungheria scendeva in guerra. Ottima, invece, la disponibilità di mitragliatrici e armi leggere, di modello recente. Allo scoppio delle ostilità, in quella fatale estate del 1914, quando l’Europa si suicidò, l’esercito imperiale e reale riuscì a  schierare quarantanove divisioni di fanteria e undici di cavalleria. Un terzo della forza era composta da divisioni nazionali, composte solo da austriaci tedescofoni oppure da ungheresi. Il resto era formato da unità plurietniche, comunque ben decise a combattere per l’impero e il sovrano.

I piani di guerra e l’andamento delle operazioni.

Il punto di maggior debolezza dell’esercito austro-ungarico erano i suoi generali, particolarmente saccenti e boriosi quanto incompetenti, definiti da Giolitti la camarilla aulica e militare , che rappresentarono il vero tallone d’Achille della plurisecolare monarchia. Comandante in capo dell’armata era il generale Franz Conrad von Hotzendorf, che era diventato anche il leader del partito della guerra dopo l’assassinio dell’arciduca Franz Ferdinand. I piani di guerra elaborati dal Conrad e dal suo staff erano sbagliati e di difficile esecuzione. Inoltre tutto l’ambiente non favoriva l’iniziativa personale e le innovazioni, particolarmente malviste. La cavalleria, per esempio, dette una pessima prova. Era addestrata, nell’epoca della mitragliatrice, all’attacco all’arma bianca, mentre le divise erano ancora quelle di stile ottocentesco, molto vistose. Per contro la cavalleria cosacca, dopo l’esperienza della guerra contro il Giappone nel 1904-1905, era stata addestrata a nuove tecniche di combattimento, spostandosi a cavallo velocemente ma ingaggiando il nemico a piedi nel momento dello scontro, con l’ausilio di moschetti leggeri e mitragliatrici ed equipaggiata con divise mimetiche.

Mortaio pesante austriaco da 305 mm. (Fronte italiano).

I piani di guerra, una cattiva copia di quelli tedeschi, prevedevano un attacco fulmineo per eliminare rapidamente la Serbia dal conflitto e, in un secondo tempo, la concentrazione di tutte le forze disponibili contro la Russia. Conrad, come gli omologhi tedeschi, fidava molto nella lentezza della mobilitazione russa, ai quali, a causa di una rete stradale e ferroviaria poco sviluppata, sarebbe occorso molto tempo per mettere a punto la loro mastodontica ma farraginosa macchina bellica. Così, due armate andarono a gravare sulla frontiera serba, mentre altre quattro furono dislocate in Galizia, al confine con la Russia. Questo portò ad una inutile e pericolosa dispersione di forze, essendo la Serbia una piccola potenza con un esercito che difficilmente avrebbe potuto costituire una seria minaccia per le frontiere imperiali. Ma Conrad voleva impartire una severa lezione ai serbi, il cui governo in effetti aveva trasformato il paese balcanico in un ricettacolo di terroristi. La politica finì per prevalere sulle esigenze di guerra, con conseguenze facilmente immaginabili. Inoltre il granduca Nicola Romanov, comandante dell’esercito russo, aveva pensato di concentrare il grosso delle forze disponibili, quattro armate con 64 divisioni (contro 41), per un attacco immediato, senza aspettare i lunghi tempi della mobilitazione, assumendo un contegno passivo alla frontiera tedesca, a ragione ritenuto il nemico più pericoloso, da affrontare successivamente. Purtroppo per i russi lo Zar diede ordine di attaccare subito anche i tedeschi, dietro pressante richiesta dei francesi, per alleggerire la pressione sul fronte occidentale.

Il generale austriaco Franz Conrad.

In tutta questa situazione Conrad commise l’imperdonabile errore di ordinare un attacco, nella seconda metà di agosto, in direzione di Lublino, sperando, ma senza avere niente concordato, che i tedeschi facessero altrettanto da nord per chiudere in una morsa il saliente polacco. Mentre l’offensiva russa fallì subito a nord, nella Prussia orientale, dove l’VIII armata tedesca, passata al comando del generale Paul von Hindenburg, distrusse a Tannenberg l’armata del generale Aleksandr Vasilevic Samsonov e, qualche giorno dopo, sconfisse ai Laghi Masuri l’altra armata nemica, agli ordini del generale Paul von Rennenkampf, respingendola oltre frontiera, due armate austriache iniziarono a penetrare in territorio avversario cogliendo qualche successo locale. A questo punto il granduca Nicola ordinò alle sue due armate in Polonia di fermare gli austriaci, mentre le altre due attaccarono dall’Ucraina le due armate più meridionali e più deboli dello schieramento avversario, costringendole alla fuga. Conrad allora ordinò alle due armate avanzanti a nord, le più forti, di convergere rapidamente ad est per parare la nuova minaccia, cacciandole di fatto in una tenaglia tra le armate russe che avevano invaso la Galizia e quelle che difendevano la Polonia, passate ora ad un atteggiamento offensivo. Una serie di pesanti scontri, protrattisi per tutto il mese di settembre, nei quali i russi fecero prevalere il numero e una migliore tattica, mentre la cavalleria austro-ungarica si dissolveva come neve al sole sotto il nutrito fuoco delle mitragliatrici avversarie, causò una grave sconfitta, le perdite ammontarono ad oltre 250.000 uomini, e Leopoli fu occupata. Gli austriaci furono costretti ad una precipitosa fuga verso i Carpazi. Per tutto l’autunno e l’inverno i russi tentarono di forzare i passi montani, ma la carenza di moderne artiglierie a tiro curvo giovò alla difesa austro-ungarica che tenne saldamente le posizioni aiutata dalla conformazione orografica della zona.

Nello stesse tempo la lezione alla Serbia si risolse in un altro grave insuccesso. Il generale Oskar von Potiorek, governatore della Bosnia-Erzegovina, decise di attaccare dalla frontiera bosniaca, per evitare l’ostacolo naturale del Danubio, non tenendo nel minimo conto che l’Austria-Ungheria disponeva di una buona flotta fluviale, al contrario della Serbia. Così i soldati dell’armata imperiale e reale il 12 agosto invasero il suolo avversario nella zona del massiccio del Valjevo, una regione impervia e priva di strade, che favoriva il contendente schierato sulla difensiva, venendo sconfitti da un esercito che non aveva neppure le divise per equipaggiare i riservisti. L’attacco fu reiterato il 7 settembre ancora sulla Drina. I combattimenti logorarono i serbi, che si trovarono a corto di rifornimenti, così che a novembre, sia pur con gravi perdite, gli austriaci iniziarono ad occupare il territorio nemico. Il 2 dicembre cadde Belgrado. Ma il 3 dicembre i serbi, ormai considerati battuti, scatenarono una controffensiva, liberando la capitale e cacciando il nemico.

Un pezzo da campagna austriaco (Fronte italiano).

Il 1914 si concluse così nel modo più drammatico per l’Austria-Ungheria, con i russi che premevano sui Carpazi. Sembra che gli alti comandi zaristi avessero già fatto coniare la medaglia per la presa di Budapest, considerata oramai a portata di mano. La situazione era gravissima e l’opinione pubblica allarmata. Tuttavia nel 1915 giunsero i tedeschi a rinforzare le posizioni dell’alleato, temendone un crollo. L’offensiva germanica nella primavera del 1915 allontanò la minaccia russa e Polonia e Lituania vennero occupate. L’esercito zarista subì perdite consistenti, mentre l’ingresso in guerra dell’Italia dalla parte dell’Intesa non portò a dei cambiamenti consistenti. Favoriti da una migliore situazione strategica gli austriaci seppero fronteggiare con poche truppe questo nuovo avversario, particolarmente odiato in quanto ex alleato, aiutati dalla perdente tattica del generale Cadorna, consistente in ostinati e reiterati assalti alla baionetta, sterili di risultati ma terribilmente costosi in termini di vite umane. Nell’autunno un’armata germanica, agli ordini del generale August von Mackensen, ebbe ragione della Serbia in pochi giorni, volendo la Germania stabilire comunicazioni terrestri con l’alleata Turchia. Comunque l’aiuto tedesco ebbe un prezzo politico molto alto. Esattamente come accadde all’Italia nel 1941, i tedeschi iniziarono a trattare l’alleato da subordinato. Invece la società civile rispose molto bene, mostrando un alto senso di patriottismo. Vennero formate nuove divisioni, con dotazioni più adatte al tipo di guerra che si andava imponendo, mediante nuove leve e l’appiedamento di gran parte della cavalleria. Nel 1916 l’esercito arrivò a schierare 72 divisioni, mentre lo sforzo bellico era condiviso da tutti gli strati sociali e etnici. La produzione industriale aumentò mentre stagnava quella agricola, a causa della massiccia mobilitazione. Ma ancora una volta Conrad riuscì a rovinare la sua patria.

Il generale tedesco Erich von Falkenhayn.

In un colloquio avuto con il suo omologo germanico, Erich von Falkenhayn, egli prospettò un piano per linee interne, in modo da sconfiggere la più numerosa ma meno coesa coalizione avversaria. Il principio era giusto, ma la richiesta di iniziare dall’Italia, il cui peso militare era strategicamente irrilevante, insospettì il generale tedesco, il quale pensò giustamente che l’alleato avesse in mente di impostare un’operazione di carattere più politico e morale che militare, come già fatto con la Serbia nel 1914. Il rifiuto alleato irritò Conrad che, come al solito, agì di impulso. Sguarnì irresponsabilmente il settore del fronte russo meridionale, difeso dalle truppe austro-ungariche, senza informare i tedeschi. Con queste forze lanciò un attacco massiccio conosciuto come Strafexpedition, o spedizione punitiva, contro l’Italia, esercitando una forte pressione sugli altipiani tra il Veneto e il Trentino, per prendere alle spalle lo schieramento italiano sul fronte del Carso. L’attacco, lanciato con un enorme supporto di artiglierie, non diede l’esito sperato, non tanto per la reazione italiana, male organizzata e ancora peggio condotta, con truppe che affluivano al fronte a piccoli scaglioni che si andavano a sovrapporre alle truppe di prima linea, spesso in ritirata, ma per i russi che, dietro richiesta italiana, scatenarono a loro volta un’offensiva in Galizia per alleggerire la pressione sull’alleato. L’errore di Conrad diede presto i suoi frutti. L’esercito austriaco sul fronte orientale fu annientato, le perdite ammontarono a 400.000 unità, l’offensiva contro l’Italia venne sospesa, dovendo spostare ingenti truppe sul fronte russo. I tedeschi dovettero accorrere per fermare l’invasione della Galizia e i romeni, nel frattempo scesi in guerra. Alla fine i tedeschi sconfissero i russi e invasero la Romania, ma l’Austria-Ungheria perse qualsiasi residuo di credibilità non solo agli occhi dell’alleato ma anche presso la propria opinione pubblica. Inoltre la morte del vecchio Imperatore Francesco Giuseppe, il 21 novembre del 1916, sembrò la conclusione di un’epoca. Ormai, sotto la spinta dei nazionalismi, delle delusioni e dei disagi, gli austriaci tedescofoni iniziarono a guardare all’Impero Germanico, alla sua efficienza e alla sua potenza, mentre gli slavi diventavano sempre di più pacifisti nei confronti di una guerra che stava diventando una prova di forza del nazionalismo tedesco contro gli altri popoli europei, grazie anche all’azione corrosiva della propaganda inglese. Solo gli ungheresi sembravano rimanere fedeli alla dinastia, non avendo altri punti di riferimento. Infatti il nuovo sovrano, il Beato Carlo d’Asburgo, si fece incoronare prima Re d’Ungheria e poi Imperatore d’Austria, mentre cercò, abbastanza ingenuamente, di avviare trattative per porre fine alle ostilità, non tenendo conto che, deposta la dinastia dei Romanov in Russia ed entrati in guerra gli Stati Uniti, il conflitto si trasformava in competizione ideologica tra due blocchi contrapposti, dove i governi democratici, forti delle investiture popolari, non riconoscevano pari dignità alle altre forme di reggimento sia pur compendiate dalla dottrina classica (Aristotele, San Tommaso, Montesquieu), delegittimando un avversario ormai stremato dallo sforzo bellico.

L’ultimo imperatore: il giovane Carlo I d’Austria e IV d’Ungheria.

Comunque Carlo non si fece scoraggiare, mentre Conrad, dietro richiesta tedesca, era già stato allontanato alla fine del 1916 dal comando. Nel 1917 una riforma rese più snella la divisione e molte grandi unità vennero sciolte, compensando così le falcidie di personale che non era più possibile compensare con nuove leve. L’atteggiamento poco incline del sovrano alla prosecuzione dello sforzo bellico, il ridimensionamento dell’esercito e l’aumento degli effettivi dell’esercito italiano impensierivano i tedeschi, i cui nuovi comandanti, Hindenburg e Erich Ludendorf, guardavano con preoccupazione alla tenuta dell’alleato.

Ogni autunno, con deprimente puntualità, i tedeschi erano soliti sbranare un satellite dell’Intesa, prima della pausa invernale. Nel 1915 era toccato alla Serbia, nel 1916 alla Romania, ricca di grano e petrolio, nel 1917 toccò all’Italia. Sei divisioni tedesche, specializzate nelle più moderne tattiche d’assalto, si aggiunsero alle 39 divisioni austro-ungariche veterane del fronte carsico-isontino. Di fronte c’erano ben 69 divisioni italiane, più pesanti, 12 battaglioni contro 9, di quelle avversarie. Il generale tedesco Otto von Below, schierò le sue truppe nel settore di Caporetto, dove il nemico non si aspettava un’offensiva. I tedeschi volevano colpire l’Italia con un’operazione di alleggerimento, invece l’attacco, che ebbe luogo il 24 ottobre, si trasformò in una drammatica rotta del Regio Esercito. Per fortuna degli italiani  le truppe germaniche, dopo aver sfondato il fronte, lasciarono il resto delle operazioni all’alleato. L’allungamento delle linee di rifornimento, l’arrivo tempestivo di rinforzi franco-britannici e la superiorità numerica degli italiani, anche dopo le gravi perdite subite, consentirono di fermare l’offensiva austro-ungarica sulla linea del Piave. Conrad, cui era stato affidato il comando delle forze nel Trentino, non riuscì a cooperare efficacemente all’offensiva e i suoi assalti si risolsero in un nulla di fatto, nonostante il deplorevole stato morale in cui versava l’esercito italiano.

Un sommergibile austriaco di piccolo tonnellaggio in Adriatico.

La fine.

L’inverno 1917-18 fu particolarmente duro per l’Austria-Ungheria e per le sue forze armate. La carenza di beni alimentari e la liberazione, dopo la capitolazione, dei prigionieri di guerra, 400.000 uomini, da parte della Russia, opportunamente indottrinati dai bolscevichi, fece aumentare lo scontento. All’inizio del nuovo anno ebbero luogo manifestazioni, proteste, riunioni non autorizzate; il leader socialista, dr. Victor Adler, decise che non era ancora giunto il momento della rivoluzione, ma che bisognava attuare tutti gli sforzi politici per accelerare la democratizzazione dell’impero. Il 16 gennaio l’Arbeiter Zeitung, organo del partito socialista, pubblicò un appello simile ai quattordici punti del presidente Woodrow Wilson: “Cessate la guerra immediatamente! Per una pace senza conquiste dichiarate o nascoste! Per una pace basata sul diritto all’autodeterminazione dei popoli!” . Il 18 gennaio molte categorie scesero in sciopero, da Vienna fino all’Ungheria e alla Polonia. Il 22 gennaio lo sciopero si estese agli operai dei cantieri di Pola. Il governo iniziò a far affluire truppe nei punti caldi. Il 1 febbraio si ammutinò la flotta di Cattaro, sull’incrociatore corazzato Sankt Georg, l’unità più potente della base, fu issata la bandiera rossa. Comunque la rivolta non ebbe successo, i manifestanti e gli ammutinati non seppero coordinare le proprie azioni sfaldandosi anzi in numerosi comitati a secondo delle etnie di provenienza.

Dopo questi torbidi l’Imperatore Carlo cercò di correre ai ripari. In particolare un giovane ufficiale,  Miklos Horty de Nagybànya, già protagonista di una brillante azione navale nel 1917, fu posto al comando della flotta. Un’intera generazione di ammiragli e ufficiali anziani venne posta in congedo. Il nuovo comandante disarmò buona parte delle navi, lasciando in servizio solo le più moderne, e molti equipaggi, gli elementi più riottosi, vennero sbarcati, al fine di prevenire altre insurrezioni. Ai primi di aprile molti agitatori cechi, croati, rumeni e polacchi convennero a Roma, firmando un patto per lottare contro il nemico comune, iniziando a costituire unità combattenti con i prigionieri di queste nazionalità. Ormai, vista la situazione, l’Imperatore e i generali decisero di giocare l’ultima carta per risollevare le sorti dell’impero. Un’offensiva contro l’Italia era imminente, nonostante il parere contrario dell’alleato germanico. 

Nella primavera del 1918, liberati dagli impegni sul fronte russo, i tedeschi, per la prima volta in parità numerica contro i franco-britannici, lanciarono delle offensive nella Francia settentrionale, arrivando quasi alle porte di Parigi e infliggendo pesanti perdite al nemico. Nel giugno anche gli austriaci sferrarono un’offensiva contro l’Italia, che si tramutò presto in un insuccesso. Invano Carlo aveva chiesto allo stato maggiore germanico quelle quattro o cinque divisioni per battere gli italiani. Come al solito l’esercito imperiale e reale, da solo, non fu in grado di portare a termine l’offensiva, sia per gli errori degli alti comandi, sia per la mancanza di superiorità numerica sull’avversario, nonostante l’arrivo dalla Russia di 21 divisioni che si aggiunsero alle 39 già presenti. Inoltre il fronte venne diviso in due comandi separati, autonomi di fatto l’uno dall’altro. Conrad, infatti, comandava le armate del Trentino mentre il generale Svetozar Boroevic von Bojna, detto il leone dell’Isonzo, un ufficiale capace che si era distinto al comando della Isonzo Armee, aveva ai suoi ordini tutte le unità schierate sul Piave. Si aggiunse anche il maltempo, con delle piogge torrenziali. L’attacco partì il 13 giugno, sotto cattivi auspici, essendo stata silurata e colata a picco, il 10 giugno al largo di Premuda, dal MAS di Luigi Rizzo, la corazzata tipo dreadnought Szent Istvan, mentre navigava in direzione del Canale di Otranto. Si cercò un punto di rottura dove far affluire le riserve, ma non vi fu coordinamento tra i due gruppi di armate a causa dell’inimicizia tra i rispettivi comandanti, mentre l’Imperatore stentava ad affermare la propria autorità. Forse sarebbe stato molto più saggio congedare Conrad! Il 24 giugno l’offensiva cessò, e con essa ogni residua speranza di sopravvivenza dell’impero. Il 18 ottobre l’Austria-Ungheria venne trasformata in stato federale, ma ormai ovunque prevalevano i fautori dell’Intesa, coadiuvati da elementi massoni nemici dell’impero. Il 27 ottobre il generale Armando Diaz, dopo una serie di attacchi locali lanciò l’offensiva finale contro l’esercito imperiale e reale, l’unica struttura che di fatto univa ancora i popoli dell’impero, incontrando una tenace e imprevista resistenza. Con singolare tempismo la Cecoslovacchia, sotto la guida di due personalità legate al presidente Wilson, Edward Benes e Tomislav Masaryk, proclamò l’indipendenza il 28 ottobre e il 29 a Zagabria il Consiglio dei Serbi, Croati e Sloveni fece altrettanto. Si trattava in realtà di formazioni elitarie organizzate che agivano in mezzo a masse scontente e disilluse. Ebbero facile gioco sui demoralizzati funzionari imperiali grazie agli appoggi internazionali. Essi si appellarono ai Quattordici Punti di Wilson, strumentalizzando la stanchezza e le sofferenze dei popoli. In queste condizioni non fu più possibile resistere. La resa fu chiesta il 3 novembre diventando operativa il giorno successivo.

Presto Carlo dovette abdicare, non essendo possibile alcun tipo di convivenza fra questo sovrano, Beato di Santa Romana Chiesa, e gli ambienti laici e massonici dai quali provenivano i nuovi dirigenti. Particolarmente intolleranti si dimostrarono i governanti “democratici” degli stati dell’Intesa. Lo smembramento dell’Austria-Ungheria portò ad un vuoto di potere nell’Europa, una instabilità che si avverte anche ai nostri giorni. Francois Fejto afferma che dopo il crollo dell’impero la sola possibilità che si presentava ai piccoli stati danubiani e balcanici era la scelta tra l’alleanza con la Germania contro la Russia oppure con la Russia contro la Germania.

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