Fernand Braudel: un maestro della storiografia. Di Giuseppe Moscatt.

Fernand Braudel (1902-1985).

Vita ed opere di un maestro.

Mentre fervono preparativi per celebrare i 40 anni dalla morte di un maestro della storiografia come Fernand Braudel, storico francese dal ‘900, prosecutore di quella scuola di pensatori di storia che nel primo dopoguerra ne delinearono alcuni fondamentali di quello che oggi stiamo vedendo, dopo un secondo dopoguerra dove si disse mai più guerre nel mondo; un giovane studioso di storia, Simone Guida, tira le somme delle idee del Maestro pubblicando un sommario di episodi storici di questo secolo, in un ottica geostorica significativa per i rischi di una nuova e più ancora disastrosa guerra di quella cessata dopo lacrime e sangue nella primavera del 1945 (vedi di quell’autore, L’inganno dei confini. Come la geografia governa il mondo, Gribaudo, Milano, 2025). Del Maestro, sulle cui opere scorrono fiumi di inchiostro, possiamo qui dare una prima lettura sull’ambiente di provenienza, la campagna lorenese vicino Parigi, dove il padre insegna alle scuole medie e vede passare la guerra nel 1914 perché vive proprio sul confine con la Germania invadente, andando quindi a sostituire il padre militare nei servizi agricoli fra un campo e l’altro. Malgrado gli studi superiori a Parigi e la laurea precoce in Storia, va in missione francese in Brasile ed in Algeria dal 1932 al 1936. Poi di ritorno in Patria, l’incontro fulminante con un altro Padre della Storia, Lucien Febvre, che con Marc Bloch dirige la rivista storica più famosa del ‘900, Les Annales. Histoire, Sciences sociales, (1929). Un’altra conoscenza virale è poi quella del geografo Lucien Gallois, che rinnovò la geografia francese fin dall”800 e che diede alle stampe la rivista di Annali di geografia, da cui riprende il metodo – l’interpretazione dei luoghi e delle terre per spiegare le ragioni dell’insediamento di immigrati in contrasto con i nativi – e la struttura, cioè la realtà istituzionale e sociale mutevole in superficie, una variabile rispetto alla sostanza delle relazioni viventi. Infine, sottolinea un concetto derivato dai geografi, la resistenza anche millenaria di una costruzione sociale di fronte alla domanda di rinnovamento. In altri termini, adotta la raccolta sistematica ed il riordino di documenti e di fonti storiche e le classifiche secondo le coordinate cartesiane, il tempo e lo spazio, secoli e confini. In questa fase formativa, da discorso sul metodo, pubblica la matrice delle sue ricerche, Il Mediterraneo ed il mondo mediterraneo all’epoca di Filippo secondo di Spagna, (1949), dove illustra ed attua il metodo interpretativo predetto. Del pari, di fronte alla riapertura  nel dopoguerra della rivista Annales da Febvre, lo affianca al posto di Bloch oramai morto da eroe della Resistenza antinazista. E’ una scelta istituzionale e pedagogica, perché ricompatta i collaboratori ed i tempi sociali emersi negli anni ’30, quando la prima serie degli annales inaugurò la cd. microstoria, cioè la storia come rassegna di vita quotidiana, la dimensione dell’esistenza nel tempo e nello spazio, la morte attraverso i secoli, l’inconscio collettivo perfino il Controllo sociale del pudore dell’onore e della morale penale e religiosa. Sottolinea, la lotta dell’Uomo per la sopravvivenza contro guerre, epidemie, carestie e disastri naturali, vale a dire i classici 4 Cavalieri dell’Apocalisse. Solo che a tali parametri razionali di cartesiana memoria, come Galileo opera una serie di passaggi logici estratti dal reale: partendo da un’area geografica – il Mediterraneo – evidenzia quel mare a discapito di un sovrano potente, qual’era Filippo secondo di Spagna, poi dà al tempo un carattere politico. Vale a dire distingue lo scorrere del tempo come Einstein, che da tale determinante fa discendere la teoria fisica della Relatività. Infatti, prendendo ad esempio il Mediterraneo, Braudel rileva che questo sia stato attraversato per 30 secoli da lentissime variazioni  sociali ed ambientali, anche se oggi diremmo che esso stia cambiando più rapidamente per effetto dell’inquinamento e del succedersi di nuove realtà antropologiche. Infine, il nostro storico parla ora incidentalmente della collaudata storia politica, che emerge a tratti più per rispetto della tradizione che del reale coinvolgimento della vita quotidiana. Nel 1979, dopo un trentennio di marginalità nelle accademie degli storiografi liberali e marxisti, Braudel diffonde una trilogia di studi sulla Civiltà materiale, l’economia ed il capitalismo fra il XV° ed il il XVIII°, dove sostiene che il Capitalismo – nella accezione unitaria di Smith, Marx e Stuart Mill – altro non  era che un Monopolio e che la forma di mercato della libera concorrenza di fatto non era mai stata praticata, malgrado le scuole liberali e socialiste la considerassero quella più politicamente appetibile. Di conseguenza gli Stati erano divenuti protettori di quei monopolisti e la libera concorrenza era solo uno specchietto per le allodole per la politica democratica, una apparenza di libertà, giustizia ed eguaglianza mai raggiunta in Occidente. Con astuzia politica, il Potere economico di una classe commercialmente avanzata si era appropriata delle Istituzioni ed aveva costituito centri di Potere a Firenze, ad Amsterdam, a Venezia, a Londra ed aveva influenzato ogni leva produttiva (ma non era anche la teoria accumulativa di Marx?), assumendo indirettamente la guida dello Stato. Vennero scelte determinate aree per risiedere con sicurezza al fine di riprodurre il Capitale iniziato. Infatti le città marittime divennero uno spazio idoneo al riguardo (per esempio, la lega anseatica sul Baltico, oppure in Italia la pianura padana per il Capitalismo agrario del ‘700). Non era dunque una ideologia come diranno Keynes, Lenin e Mao; ma una opportuna azione politica di una minoranza che si impadronì del Potere spesso frazionato in gruppi rivali. Uno sviluppo lentissimo che andava da strutture basilari della vita economica, fondato sul baratto, poi dallo scambio, fino alla moneta, con cui ci si confronta dentro un contesto anche religioso e scientifico tarato dalle conoscenze di ogni epoca. Una lunga durata col minimo di spostamento e con un movimento di gruppi votato alla conquista lenta del Potere, teoria che Roberto Rossellini riuscì a mettere in forma cinematografica nell’estenuante documentario di 12  puntate, La lotta dell’Uomo per la sua sopravvivenza del 1970. Il filo conduttore di Braudel costituiva una grande sintesi dell’economia moderna mondiale, dove sfere di interesse europee avevano ingabbiato in successione storica l’intera economia mondiale. Quasi 10 anni dopo un altra sua ricerca tentò di ribaltare la stupefacente analisi del suo Colonialismo e sulla Globalizzazione forzata cui si riferiva, peraltro ampiamente critica del Marxismo – Leninismo fondato sulla lotta di classe, oppure il singolare sistema di Max Weber (1864-1920) che vedeva il Capitalismo discendere dall’Etica protestante. Una terza via di lettura che nel 1987 comparve postumo in un suo pamphlet riassuntivo, che sicuramente va letto come un testamento rivolto al futuro. A coloro che contestavano il fulcro della sua teoria sull’origine dal Capitalismo e del lungo periodo della sua durata – oggi visibile nella rilettura dello stesso in forme tecnocratiche che sono collegate con le big – tech nordamericane fautrici del potere politico di Trump – Braudel obiettava: il Capitalismo fu una scelta di pochi… ottenne il Potere con la complicità della politica, della cultura e delle antiche gerarchie feudali…lo Stato moderno lo ha ereditato e spesso lo ha incarnato …a volte lo ha ostacolato, a volte lo ha fatto espandere, ma non ha mancato di autodistruggersi… Soprattutto si è sempre identificato non solo con lo Stato e spesso con la Società, specie quando il primo si è frantumato per combattere con schegge della stessa Società all’interno del territorio di origine o con altre aggregazioni di diversa cultura anche mondiale (si veda al riguardo, il suo Una grammatica della civiltà).

Immanuel Wellerstein: un controverso seguace della prima ora.

Nato in una famiglia di origine ebraica – polacca già emigrata a Berlino, poi immigrata a New York, Immanuel vi nasce nel 1930. La sua famiglia era molto più impegnata politicamente del Maestro. Si interessa di politica già nei primi anni ’50 ed ottiene tre lauree  alla Columbia University e vari dottorati, poi frequenta le Università di Oxford, Bruxelles, Parigi e Città del Messico. Dal 1951 al 1953, con una tesi magistrale sul Maccartismo, sceglie come carriera professionale, cioé di essere uno storico sociale. Si perfeziona in economia politica e viaggia, studia e pubblica in Africa ed in Asia. Poi rientra alla Yale University di New York e fonda il Center Fernand Braudel, dedicato allo studio delle economie dei Sistemi storici e delle Civiltà. Tra il 2000 ed il 2019, anno della morte, continuerà a lavorare come ricercatore senior nella predetta università americana. Come persona, non diede mai impressione di essere un estremista, ma dimostrò simpatia per gli studenti radicali e sarà da loro sempre rispettato, benché il suo pensiero fosse stato spesso incompreso ed inascoltato. Autore di una dozzina di volumi di storia e sociologia, il maggiore autore cui si riferiva fu proprio Fernand Braudel, conosciuto a Parigi alla École des hautes études en sciences sociales frequentata da entrambi nei primi anni ’80. Il concetto cardine da cui discendeva il suo pensiero, era quello dello storico francese, il già segnalato economia – mondo, che appunto indicava un complesso di economie autonome distinto in un centro economico dirigente e da satelliti meno sviluppati che ad esso si riferivano. Era la figura del colonialismo anglo-franco-olandese – ma anche Venezia fin dal ‘400 – che nella lunga durata aggregò gli altri continenti fino all’Australia, durato fino agli anni ’60 del ‘900. A tale sistema – ripreso dalle potenze statunitense e sovietica dopo la 2a guerra mondiale – va subentrando già negli anni ’50 del ‘900 e poi culminato nel 2000, l’economia/mondo totalizzante, cioè un complesso economico variegato, peraltro in competizione con altre economie sotto l’egida elettronica. Si pensi alla Cina ed ai Paesi non allineati, oggi denominati BRIC, cioè Brasile, Russia, India e Cina, già presenti nella fase comunicativa/mondializzante e poi collegati dalla Globalizzazione anche nella loro evoluzione istituzionale e sociale. Sulla base di questa interpretazione primeggiavano di nuovo scuole di pensiero neoliberiste nordamericane, guidate dal gruppo neocapitalista di Milton Friedman di Chicago. Wellerstein riprende proprio le idee di Fernand Braudel per contrastarle. Nella sua tetralogia The Modern World System, scritta fra il 1974 ed il 2011, lo dichiara come il profeta che più di chiunque altro ci ha reso consapevoli dell’importanza fondamentale della costruzione sociale del tempo – il lungo periodo – e dello spazio ….. cioè la c.d. geostoria dei confini e gli effetti che da essa si producono nella storia sociale, sempre vittima di continue metamorfosi fra imprese. Di più: facendo tesoro di quanto detto dal Maestro per le età imperialiste – epoche che da un altro storico contemporaneo venivano stigmatizzate, a partire dal secolo XIX, Eric Hobsbawm, con le sue narrazioni su Il trionfo della borghesia, 1848-1875 del 1975 e L’età degli imperi, 1875-1914, edito nel 1987 – Wallerstein ribadiva l’attuale sistema sociale come imperi/mondo fondato sull’economia capitalista e finanziaria. Era un lungo periodo in cui l’egemonia inglese ciclicamente era succeduta a quella spagnola, poi decaduta a favore di quella statunitense. Cicli di potere che di volta in volta si sono ripetuti, come Vico e Hegel avevano anticipato per le epoche mediterranee riviste proprio con l’occhio moderno di Braudel. Del quale confermava anche la triade di epoche del Capitalismo, quale quella domestica (pensiamo alle economie tardomedievali di Firenze e di Lubecca), poi quella di primo Capitalismo (Parigi, Londra e New York) e quella attuale (Pechino, Brasilia, Nuova Delhi). Di nuovo Wellerstein crea la figura di semiperiferia, dove l’economia/mondo di Braudel diventa sistema/mondo, in cui la periferia comprende il cc.dd. terzo mondo, fonte delle materie prime, con forza lavoro a basso costo e con la capacità di produrre il prodotto finito (è la delocalizzazione, dove si svolgono le manifatture che poi vengono scaricate nel Mercato, risparmiandosi notevolmente sul costo del lavoro). Solo che negli anni della Globalizzazione – 1990/2008 – alcune semiperiferie – India, Cina, Brasile e Sudafrica – sono uscite dal sottosviluppo e tendono a divenire centrali ed antagoniste del vecchio Centro europeo. E’ la rivoluzione delle vecchie periferie (per esempio i paesi dell’Est Europeo). Senza contare il rischio della proliferazione delle guerre per il possesso di materie prime, dato che alla politica del pacifico libero scambio si va sostituendo la politica dell’influenza militare e dunque quella dello scontro nazionalistico. Ormai, concludeva il preoccupato Wellerstein, che il centro/periferie/semiperiferie/immobili per secoli; oggi, anche per effetto dello sviluppo delle tecniche e delle scienze, tendono ad accaparrarsi il Potere assoluto in economia, rompendo le gerarchie di ricchezze segnati dai confini e dai trattati, di fatto decaduti. Situazione già avvenuta nel ‘900 nei decenni antecedenti i due conflitti mondiali.

Fernand Braudel.

Un discepolo moderato: Maurice Aymard.

Dalle poche note esposte del suo pensiero, il legame fra Wellerstein e Braudel, va a diminuire nell’ultimo ‘900, quando sfuma l’originale unitarietà fondata sull’Uomo Universale, fino ad aderire ad una visione frammentaria meno cara al Maestro francese. Sicuramente, la visione del capitalismo contemporaneo, globalista, ad alto tasso di comunicazione e di conoscenza sovranazionale, in cui sociologia, storia, economia, esulavano dagli influssi eurocentrici. Wellerstein accettava le nuove scienze interpretative della storia in modo integrato e sovrapponibile. Scelta che lo riportavano verso una profonda deviazione filomarxista, convincendolo verso una fine della Storia sul modello dello storico coevo Fukuyama, che intendeva vicina la caduta del Capitalismo ed una  nuova primazia assoluta del Socialismo. Invero, riemergeva un altro discepolo del vecchio Braudel, il dissidente Joseph Schumpeter. Saranno proprio due storici marxisti a proseguire il solco di Braudel. Ma anche non per caso due sociologi di area socialista, Karl Polanyi e Ilya Prigogine, diventeranno essenziali nel riproporre il Maestro francese. Soprattutto, essi si dedicarono ad illustrare alcune considerazioni del sociologo americano un po’ eretiche rispetto al Maestro. Tuttavia va segnalato un discepolo più moderato, che lo ha ricordato a Procida, a fine settembre del 2025, per i quaranta anni dalla morte del Maestro: Maurice Aymard. Storico pure discepolo di Braudel, critico di alcune considerazioni finali di Wellerstern, quando già nel 2006 pubblicò un saggio critico avverso alle scuole storiche liberali che lo avevano accusato di avere abusato di alcune situazioni storiche a proprio favore, specialmente perché le sue ipotesi avrebbero trascurato la dimensione culturale dell’attuale sistema economico globalizzato, l’arma vincente contro le aporie umanistiche del processo economico capitalista. Insomma, il determinismo sociopolitico ed economico, il political correct, degli Stati Nazionalisti poteva essere contenuto e paralizzato dal ruolo impegnato di intellettuali – pensiamo ai nostri Vittorini, Calvino e Pasolini – che nei decenni del secondo dopoguerra contestavano il linguaggio e la filosofia liberoscambista che copriva le scelte di conquista dei Paesi in via di sviluppo. Però Maurice Aymard è andato a rileggere le considerazini di Wellerstein sull’ultimo stadio del Maestro, cioè il saggio Comprendere il mondo, introduzione alla sua analisi dei sistemi/mondo, al fine di correggere le accuse di determinismo socioeconomico lanciategli proprio da Milton Friedman. Wellerstein  aveva indicato nella Rivoluzione Francese un nuovo modo di interrompere il vecchio mondo economico dopo la rivoluzione industriale (e qui un altro storico seguace di Braudel, Karl Kerenyi sviluppa singolari idee sulla genesi genuina o falsificata del Mito). Piuttosto dal 1789  l’Europa capitalista svilupperà i diritti civili, come anticorpi idonei ad assorbire i vizi del Capitalismo, senza però abbatterlo perché non andava perduta la dinamica di accumulazione delle risorse per gli investimenti destinati allo sviluppo sociale. E’ questa sarebbe la c.d. geo-cultura, il complesso di tutte le istituzioni ed ideologie legate alle scienze sociali nate nello spazio e nel tempo. Un’interpretazione conseguenziale alla teoria del lungo periodo che rimane immutata. Una rilettura di Aymard che individuerà negli anni più recenti la equivalenza fra la Storia del Mediterraneo e la Storia del Mondo, rifuggendo da letture spesso unilaterali o di stampo marxista o filoliberiste.

Joseph Schumpeter: Un dissidente discutibile.

Come si è potuto vedere, Braudel, Wellerstein ed Aymard hanno studiato il Capitalismo, focalizzando nell’evoluzione tecnologica uno dei suoi motori. Tutti convergevano – dietro i modelli classici di Smith, Say e Marx – sul fatto che questa era fatta di strutture che andavano verso l’obsolescenza, poi autodistruttesi ed infine ricomposte. Schumpeter, un austriaco esiliato in America, coniò appunto una formula illuminata che ritenne l’unica matrice del Capitalismo, il processo di distruzione creatrice, cioè la ricerca del dato tecnico atto a sostituire i fattori della produzione per aumentare il guadagno degli imprenditori. Abolire la concorrenza, acquisire presto nuovi mercati ed avere il monopolio di fatto, eliminando ogni rischio di caduta del saggio di profitto, tale era il processo alternativo patrocinato dopo al crisi del ’29. Ecco perché nuove navi più veloci solcheranno i mari ed abbandoneranno il Mediterraneo per acquisire l’Asia e le Americhe e poi l’Africa ed il mondo ultimo, l’Australia e l’Artico, ancora appetito dagli U.S.A. di Trump. era una lettura disumana, meccanicistica e determinista, che Schumpeter traeva non solo da Marx, ma anche dagli economisti socialisti anglosassoni che fin dagli anni del primo ‘800 insorgevano contro il macchinismo delle macchine a vapore,  non del tutto innocente per la caduta dell’indice di occupazione che in ogni epoca sembrava la spia più evidente della ricorrente crisi del Capitalismo. Ciò che però Schumpeter contesterà a Braudel è la visione del lungo periodo, che il maestro si ostinava a ribadire. Era invece la perversione del sistema/mondo che pervadeva quel lungo filone di pensiero qui tratteggiato. Ma la parallela rottura uomo-macchina non poteva continuare in infinito. Era una conseguenza che rendeva fallace ed impossibile la convivenza sociale. Una realtà che non poteva essere più tollerata, proprio emersa nell’attuale Capitalismo tecnocratico, quando ci si rende sempre più conto che guerre, epidemie, carestie e disastri naturali minano la vita dell’uomo. Dunque un tecnicismo salvezza per l’uomo, altro che un lungo periodo statico  più disumano del progresso scientifico. Una dissidenza da dimostrare.

Bibliografia:

  • GIOVANNI ARRIGHI, Adam Smith a Pechino: genealogie del ventunesimo secolo, Mimesis, Milano, 2021.
  • Sulle scuole neoliberali risalenti alla figura di Milton Friedman, GAETANO PECORA, Il liberalismo anomalo di Friedrich August von Hayek, Rubbettino, 2002.
  • Per la rilettura positiva ed attuale di Braudel, FABIO MILAZZO, Fernand Braudel e la lunga storia della Civiltà del Capitale, in www.pandorarivista.it, 11.9.2017.

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