Cummundar-as-Shaitan. A più di un decennio dalla scomparsa del comandante Amedeo Guillet, “Storia Verità” ricorda la figura del leggendario “Lawrence italiano”, protagonista di imprese romanzesche. Di Roberto Roggero.

Amedeo Guillet, il Lawrence d'Arabia italiano.

Contesto storico 

La storiografia ha spesso accostato la figura del comandante italiano Amedeo Guillet (1909-2010) a quella, ben più nota alle cronache, del colonnello Thomas Edward Lawrence (1885-1930), o “Lawrence d’Arabia”. Senza nulla togliere al prestigio e all’intraprendenza dell’ufficiale inglese, è però necessario tenere presente che la sua notorietà dipende prevalentemente dalla massiccia propaganda che il governo di Sua Maestà britannica ha organizzato, nonché dai ben più importanti obiettivi politici e soprattutto dai massicci finanziamenti concessi al colonnello Lawvrence, rispetto al nulla concesso al tenente Guillet, completamente isolato. Per questo, le gesta del certo meno conosciuto ufficiale italiano, assumono ben più vaste proporzioni. 

In seguito all’attentato del 19 febbraio 1937, compiuto da due giovani eritrei della Resistenza locale, il maresciallo Rodolfo Graziani (1882-1955) riportò ferite tali da non poter sostenere oltre l’incarico di viceré d’Etiopia. Morirono sette persone e una cinquantina rimasero ferite: oltre allo stesso Graziani, i generali Italo Gariboldi (1879-1970) e Aurelio Liotta (1886-1948), il vice-governatore Arnaldo Petretti (1878-1952) e il governatore di Addis Abeba, Alfredo Siniscalchi (1885-1954). 

Dopo che al tentato assassinio seguì la feroce rappresaglia culminata nella strage di Addis Abeba, dove furono uccise migliaia di persone, con la distruzione di altrettante abitazioni e una massiccia ondata di arresti, l’azione dei due attentatori venne poi utilizzata dalle autorità italiane per giustificare un pesante allargamento della repressione in tutte le regioni dell’Impero, con operazioni di polizia coloniale, nel tentativo di eliminare con la forza la classe notabile e militare etiopica. L’ampiezza e la ferocia del massacro di Addis Abeba, ma soprattutto del suo allargamento indiscriminato nei mesi successivi, ebbe un effetto determinante sullo sviluppo del movimento patriottico di resistenza etiope degli Arbegnuoc, che impegnò profondamente le forze militari e il sistema di sicurezza italiano durante tutto il periodo dell’occupazione fino al 1941. 

Per sostituire Graziani occorreva un uomo capace di assumersi le responsabilità che tale carica comportava e al tempo stesso sufficientemente preparato su usanze e costumi locali. 

Vittorio Emanuele III (1869-1947), Benito Mussolini (1883-1945) e il ministro per le Colonie, Alessandro Lessona (1891-1991), trovarono la persona giusta in Amedeo di Savoia-Aosta (1898-1942). Il 10 novembre 1937 il maggiore Buselli, segretario privato di Lessona, si recò a Trieste al castello di Miramare, residenza di Amedeo, il quale comandava la divisione “Aquila” di stanza a Gorizia, per comunicargli la nuova nomina. 

Nel 1940 quando il duce dichiarò guerra a Francia e Inghilterra, Amedeo dovette tralasciare la politica di pacificazione e cooperazione, e prepararsi a difendere il possedimento italiano dagli attacchi delle forze britanniche provenienti dal sud, al comando del generale Alan Cunningham (1887-1983). 

Amedeo poteva contare su 70.000 soldati nazionali e circa 180.000 indigeni, non tutti di provata fedeltà. L’armamento era costituito quasi esclusivamente da armi della prima guerra mondiale, molti reparti indigeni avevano in dotazione addirittura il modello 70/80 a colpo singolo. L’artiglieria contava i pezzi 75-A in bronzo, dichiarati fuori uso da oltre trent’anni, e fra i 350 aerei vi erano anche alcuni CA-133 che non superavano i 190Km/h. 

Nonostante l’antiquato armamento, e la quasi totale assenza di mezzi di trasporto, gli italiani riuscirono a rendersi protagonisti di eroiche azioni, come ad esempio quella del 14 giugno ‘41 presso Moiale, in Kenya, o quella del 4 luglio seguente, in cui gli uomini comandati dal generale Luigi Frusci (1879-1949) mossero verso Cassala, importante nodo ferroviario in Sudan, e lo conquistarono. Anche a Gallabat e Kurmuk, sempre in Sudan, i reparti diretti dal generale Pietro Gazzerra (1879-1953) riuscirono a conquistare importanti posizioni. Raggiunte tali zone, venne ordinata un’offensiva nella Somalia Britannica verso il Golfo di Aden. Le divisioni del generale Guglielmo Nasi (1879-971) attaccarono il 3 agosto sia verso il confine della Somalia Francese, sia verso Berbera. In effetti, nella prima fase della guerra in Africa orientale, i successi italiani non furono pochi, né di poco conto. 

All’inizio del 1941 il Negus Haile Selassiè (1892-1975) lasciò Londra e si trasferì a Kartoum, capitale del Sudan, da dove assunse la direzione delle operazioni clandestine per della Resistenza. Il generale Archibald Wavell (1883-1950), comandante supremo britannico del Fronte Mediorientale, dopo aver concesso il pieno appoggio al Negus, cominciò a organizzare le operazioni militari in Africa Orientale, subito dopo la conclusione degli accordi fra Churchill e Roosevelt (Legge Affitti e Prestiti del 7 marzo), che resero possibile l’arrivo degli aiuti americani anche in Africa. La RAF ottenne la assoluta supremazia aerea, e a nulla servirono le 6 batterie contraeree di cui Amedeo d’Aosta disponeva. Lo stato maggiore italiano non fece molto per migliorare le difese in Etiopia: dal novembre 1940 al marzo ‘41 inviò solo 23 bombardieri S-79 e una cinquantina di CR-42, assolutamente insufficienti. 

Da parte loro gli inglesi avevano cominciato azioni di disturbo già dal dicembre ‘40, per saggiare la consistenza dell’esercito del viceré d’Etiopia. Fin dai primi isolati scontri, era risultato evidente che le forze britanniche, completamente motorizzate, avrebbero avuto partita facile contro i presidi italiani fissi e in maggior parte affidati a reparti coloniali. 

In seguito ai primi attacchi britannici, Amedeo si era recato a Mogadiscio dal generale Gustavo Pesenti (1878-1960), comandante del settore di Giuba, che gli chiese l’autorizzazione per avviare trattative con i britannici, che fu respinta. 

Nel gennaio ‘41 la grande tenaglia inglese si mise in movimento: dal Sudan avanzarono le truppe del generale William Platt (1885-1975) e dal Kenya quelle del generale Cunningham, e il Negus venne nominalmente posto al comando di una truppa battezzata “Gideon Force”. Sul fronte nord il generale Frusci, che comandava 35.000 uomini con 140 cannoni e una quarantina di carri, da subito si trovò di fronte a un dilemma: abbandonare la pianura e ripiegare sull’altopiano, oppure contrastare il nemico in campo aperto, vista la superiorità numerica italiana? L’indecisione fu causa di un ritardo che costò ingenti perdite, finché fu ordinato il ripiegamento sotto la pressione delle truppe di Platt che catturano al completo la 41a Brigata con il comandante, generale Fongoli e l’intero Stato Maggiore. La colonna di punta, comandata dal generale Rizzo, riuscì a scampare abbandonando tutto l’equipaggiamento. 

Il 29 gennaio reparti inglesi e indiani conquistarono Agordat, evacuata dagli italiani che si rifugiarono nella valle di Cheren. Il 2 febbraio il generale Nicola Carmineo (1887-1965) assunse il comando del fronte di Cheren con l’11° Reggimento Granatieri e la 11a Brigata indigena, più due squadroni di cavalleria coloniale e due gruppi di artiglieri per un totale di circa 6.000 uomini. L’8 febbraio gli anglo-indiani giunsero in vista di Cheren, ma un primo attacco venne rovinosamente respinto, in una battaglia definita fra le più drammatiche della storia militare. 

Il terrore degli inglesi 

Mentre giungevano notizie estremamente negative dal Nord Africa, il generale Platt tornò all’attacco, e fu allora che cominciò a diffondersi il nome del tenente Amedeo Guillet, il quale condusse i suoi soldati coloniali in una delle ultime due cariche di cavalleria della storia (l’altra sarebbe stata quella in Russia, con il reggimento “Savoia Cavalleria”). L’attacco produsse un varco nelle linee inglesi, attraverso cui si infiltrarono le truppe di Guillet, che alla fine rimasero isolate dal grosso delle forze. Cominciò così una vera e propria guerra privata dell’ufficiale italiano, travestito da indigeno abissino.   

Il 27 marzo il generale Orlando Lorenzini (1890-1941) cadde in battaglia e la guarnigione di Cheren si arrese poi, il 1°aprile, gli inglesi conquistarono Asmara e l’8 aprile fu occupata Massaua. Sul saliente del fiume Giuba, linea che Amedeo di Savoia e il generale Claudio Trezzani (1881-1955) decisero di difendere, il generale Carlo De Simone (1881-1951) disponeva di 35.000 uomini fra i quali solo 4.000 soldati nazionali. Gli aerei erano in tutto una decina di vecchi Caproni-133 e un solo CR-42 pilotato dal capitano Mario Visintini (1913-1941). L’attacco inglese scattò il 21 gennaio con perfetta sincronia tra le forze di Platt e Cunningham: 20.000 uomini, sostenuti da 300 pezzi d’artiglieria, quasi 10mila mezzi da trasporto e corazzati, e sei squadriglie della South African Air Force, sfondarono le linee italiane e il 26 febbraio il Podestà di Mogadiscio, Giuliana, consegnò la città agli inglesi. Subito dopo cade Harar, fu raggiunta la ferrovia Gibuti-Addis Abeba e, il 31 marzo, Amedeo d’Aosta decise di abbandonare la capitale, occupata il 7 aprile. 

La guerra in Africa Orientale si risolse con la drammatica battaglia dell’Amba Alagi, dove poco meno di 10.000 italiani e coloniali affrontarono 40.000 britannici e 30.000 abissini. 

Gli scontri infuriarono per settimane, poi il duce autorizzò la resa il 14 maggio ‘41 e investì della necessaria autorità il generale Volpini, ma il duca Amedeo decise di resistere a oltranza con tutti i volontari che avessero voluto seguirlo. Pochi giorni dopo Volpini cadde in un’imboscata. La battaglia si protrasse fino al 17 maggio e il giorno seguente i generali Trezzani e Cordero di Montezemolo incontrarono l’emissario inglese, colonnello Russel per i negoziati. Agli italiani viene concesso l’onore delle armi, e la mattina del 19 maggio ciò che rimaneva del presidio italiano si avviò ai campi di prigionia. Il generale Platt prese in consegna il duca che il 5 giugno, dopo un periodo trascorso a Addi-Ugri in prigionia, fu inviato in Kenya, dove morì il 3 marzo 1942. 

Dopo la disfatta dell’Amba-Alagi i britannici iniziarono l’opera di rastrellamento, strenuamente contrastata dai resti dei reparti italiani, come a Gondar, dove il generale Nasi aveva organizzato un campo del perimetro di 250 metri intorno ai capisaldi di Uolchefit e Culquaber (dove il reparto dei carabinieri si sacrificò all’arma bianca per tenere la posizione), difesi da 13 battaglioni nazionali, 15 coloniali, 71 cannoni, 18 mortai e 3 squadroni di cavalleria indigena. Anche qui, dopo una eroica difesa che gli stessi inglesi definirono sorprendente, il 27 novembre Nasi si arrese mentre i fucilieri della 25a Brigata britannica prendevano possesso dei fortini. 

Presso Sidama e Galla, il generale Gazzerra, ufficialmente nominato successore di Amedeo d’Aosta, organizzò ancora la difesa ma senza la necessaria convinzione. La notte del 4 luglio ‘42 si arrese il presidio di Dembidollo, con non più di 4.000 soldati e la guerra in Africa Orientale si concluse. 

Gli inglesi avevano sconfitto oltre 170.000 italiani, catturato 30 generali e una notevole scorta di armamenti e attrezzature. La presenza militare italiana in Africa Orientale cessò con questi ultimi combattimenti e le forze britanniche presero la via del Nord Africa per andare a rafforzare l’esercito opposto alle truppe dell’Asse in Cirenaica, dove Rommel era diventato un pericolo. 

Questo è lo scenario in cui agisce e si distingue il capitano di cavalleria Amedeo Guillet diventato celebre come “Comandante Diavolo” 

Cummundar-as-Shaitan 

Il 20 giugno 2000, al Municipio di Capua, si è tenuta una cerimonia ufficiale alla presenza delle più alte cariche dello Stato, civili e militari, televisioni, stampa, e numerosi rappresentanti di governi stranieri. Lo scopo era il conferimento della cittadinanza onoraria al novantunenne generale Amedeo Guillet, scomparso poche settimane dopo. 

Nonostante i resoconti delle sue imprese abbiano fatto il giro del mondo, non molti conoscono Amedeo Guillet, il cui medagliere comprende 5 medaglie d’argento, un bronzo al merito militare, 5 croci di guerra, il cavalierato dell’ordine militare Savoia e della Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, e molto altro. 

Su di lui sono stati scritti diversi libri, ma nessuno di questi ha finora reso giustizia e giusta fama alla lunga e avventurosa vita del barone, generale di cavalleria e due volte laureato Amedeo Guillet. Fra chi gli ha dedicato diversi articoli, grandi firme del giornalismo come Indro Montanelli (suo intimo amico), e Sergio Romano, che ha scritto parte della biografia ufficiale. Nel 2006 è anche uscito un film sulla sua vita. 

Le vicende di Amedeo Guillet sembrano tratte da romanzi di altri tempi. Un uomo di sorprendente cultura, che aveva la padronanza di cinque lingue, e dotato di un coraggio decisamente fuori dal comune, tanto da essere soprannominato “Comandante Diavolo”. 

Intorno al 1860, il cavalier Giuseppe Guillet lasciò St.Pierre d’Albigny, dove era nato nel 1835, e seguì il proprio re, Vittorio Emanuele II, nella conquista del Regno delle Due Sicilie. A Capua, una delle più importanti fortezze del territorio, trovò l’ambiente ideale e sposò Maria Domenica Paggiarino (1848-1924), di una nobile e agiata famiglia locale. 

Il cavalier Giuseppe Guillet, a sua volta rappresentante di una nobile famiglia di tradizione militare, ebbe tre figli, Alfredo (1872-1950), Amedeo (1874-1939) ed Ernesto (1876-1961), tutti avviati ad una carriera militare di grande prestigio. 

L’Amedeo Guillet che a noi interessa nacque a Piacenza il 7 marzo 1909 e fin da giovane venne destinato alla vita militare. Svolse incarichi in tutta Italia, ma restò comunque affezionato a Capua, dove trascorse la maggior parte della giovinezza. 

Amedeo uscì con il grado di tenente di Cavalleria dalla Accademia Militare di Modena nel 1930 e iniziò la propria carriera nel Regio Esercito come uno dei più promettenti cavallerizzi. Ancora poco prima della morte, all’età di 92 anni, lo si vedeva spesso cavalcare nel luogo dove si era ritirato a vita privata, in Irlanda. 

Vinse senza molte difficoltà le competizioni equestri alle quali partecipò, fatto che lo favorì non poco nella carriera militare, e che gli aprì le porte dei salotti della nobiltà. Per altro, in diverse occasioni, l’abilità nel saper stare in sella gli salvò la vita. 

Nel 1934 fu in Libia e l’anno seguente militò nella cavalleria libica “Spahis” in Etiopia, terra che da subito lo impressionò tanto da rimanere nella sua mente per tutta la vita. 

Dopo alcuni mesi in Etiopia si trasferì in Spagna, dove comandò la Compagnia Arditi della divisione “Fiamme Nere”, diventando anche inseparabile amico del colonnello Giuseppe D’Amico, anch’egli di Capua, medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria nel ‘43. 

Amedeo Guillet divenne comandante dei Tabor Marocchini e, dopo un periodo trascorso in Italia, fu inviato nuovamente in Libia nel 1937, come comandante del 7°Squadrone “Savari”, dove stabilì ottimi rapporti con i nativi e riorganizzò efficacemente la componente equestre in occasione della visita di Mussolini, il 10 aprile 1937, per la cerimonia di consegna della “Spada dell’Islam”. 

Tornò a Capua dopo aver contratto la malaria e fu costretto a un periodo di riposo, accudito dalla madre, Franca, e dalla cugina Bice (che in seguito divenne sua moglie), ma appena recuperata la salute, fece richiesta di trasferimento per riprendere servizio. 

Nel 1938 fu inviato in Africa Orientale con il 13° Squadrone “Cavalleria del Monferrato”, e partecipò alla prima azione di guerra del 14° Gruppo Squadroni Amhara. L’anno dopo fu coinvolto in un confuso episodio che lui stesso avrebbe poi chiarito: il 6 agosto, nella zona di Dougur Dubà, il suo reparto venne attaccato da bande di guerriglieri. Guillet riuscì a ribaltare le sorti dello scontro e a mettere in fuga il nemico con una carica di cavalleria, durante la quale il suo cavallo viene abbattuto. Prense il cavallo del proprio attendente ma anche questo venne colpito, e fu costretto a combattere appiedato, riuscendo a manovrare un mitragliatore con il quale mise in fuga gli ultimi attaccanti. Per questa azione venne decorato con la medaglia d’argento al Valor Militare. 

Nel 1940 gli fu affidato il “Gruppo Bande a Cavallo”, formazione indigena scelta, posta al comando di Guillet perché i responsabili sapevano che il segreto del successo di questo reparto consisteva nel legame che si sarebbe instaurato fra il comandante e i propri uomini. 

Successivamente Guillet reclutò numerosi etiopi di diverse tribù, anche in contrasto fra loro, grazie alle conoscenze che si era fatto fra i capi-villaggio locali. Il suo reparto, che sui libri di storia sarebbe diventato famoso come “Gruppo Bande Guillet”, si distingueva sia per coraggio in battaglia che per la correttezza con cui trattava la popolazione, oltre alla sorprendente coesione che, grazie alle capacità di Guillet, si era stabilita nonostante le differenze tribali. La lealtà che Guillet mostrava verso i propri uomini, il valore della parola data, e la propria credibilità, erano pienamente ricambiate: nessuno di loro lo avrebbe mai tradito, ed fu in questo periodo che nacque la leggenda di Cummundar-as-Shaitan, il “Comandante Diavolo”. 

La formazione di Guillet si scontrò con le truppe britanniche sulla strada per l’Amba Alagi, nei pressi di Cherù, mentre proteggeva la ritirata dei reparti del duca Amedeo d’Aosta. In questa occasione, fra gli stessi inglesi Guillet diventò celebre come “Lawrence d’Arabia italiano”, definito tale anche nei bollettini di guerra britannici. 

I cavalleggeri di Guillet caricavano a spada sguainata, sparando all’impazzata, lanciando bombe a mano e ordigni incendiari dai cavalli al galoppo, e questo avveniva praticamente ogni giorno. 

Il Diario di Guerra de comando britannico, nel gennaio 1941, a proposito della battaglia di Cherù, descritta più avanti nei particolari, annotò: “…agiva con l’ordine di proteggere la ritirata dei battaglioni italiani del duca d’Aosta, e con una intuizione e capacità di dare ordini davvero sorprendente. In una sola giornata di battaglia, sia a cavallo che a piedi, conduceva la carica ripetute volte alla testa dei propri uomini contro preponderanti forze nemiche, dando fuoco a carri armati e cannoni, sebbene con perdite sostenute. Il capitano Guillet, in un momento di particolare difficoltà, insisteva poi dinnanzi al manifesto pericolo ordinando la carica contro un reparto di carri armati con bombe a mano e bottiglie incendiarie. Due di questi sono incendiati, un terzo si ritira avvolto dalle fiamme”. 

Nel corso di questi mesi, molti coraggiosi soldati italiani morirono, con essi anche numerosi ed eroici eritrei che combattevano senza paura per un re e un popolo che non era il loro e nemmeno conoscevano. 

Ancora oggi, le gesta del “Comandante Diavolo” suscitano ammirazione e rispetto, sia in Italia, sia fra quella lontana popolazione che lo ha conosciuto come uomo e soldato. Ogni azione condotta da Guillet raggiunse il successo che voleva ottenere, pur nella sconfitta delle armate italiane in Africa Orientale, e il suo operato salvò la vita di migliaia di uomini nei difficili giorni che ebbero l’apice con l’assedio dell’Amba Alagi. 

Fra le tante avventure, la carica di Cherù del gennaio ’41, che Guillet guidò a sciabola sguainata, fu tra le azioni più sorprendenti: riuscì a passare incolume attraverso lo schieramento di mezzi corazzati avversari, e gli stessi inglesi non poterono che restare quantomeno sorpresi, e in seguito esprimere sincera ammirazione, per il coraggio dell’ufficiale italiano e per le truppe coloniali da lui comandate. La confusione si diffuse a tal punto che i britannici dovettero in tutta fretta riorganizzare le difese e puntare le artiglierie ad alzo zero contro i cavalleggeri etiopi. Nel frattempo, Guillet tornò indietro nuovamente attraverso le linee inglesi e ordinò una seconda carica, con i proiettili britannici che tagliavano le teste dei cavalli prima di esplodere. Il tenente Guillet, al galoppo sul cavallo bianco Sandor, comandò la seconda carica al grido “Savoia!”, rimasto un ricordo indelebile in ogni soldato britannico che abbia partecipato a quella battaglia. Fu l’ultima carica italiana in Africa Orientale. 

Il reparto di Guillet pagò un alto tributo di vite durante il periodo di guerra, le stime parlano di circa 800 morti in poco meno di due anni. Per di più, nel marzo 1941, le formazioni a cavallo del “Comandante Diavolo” si ritrovarono completamente isolate dal resto delle truppe italiane. Da questo momento, iniziò la guerriglia del “Comandante Diavolo”, che avrebbe dato parecchio filo da torcere al nemico, come ben ricorda lo scrittore Dan Segre nel pregevole volume “La guerra privata del tenente Guillet”. 

Nascosta l’uniforme italiana in una fattoria, indossò tipici abiti arabi e condusse azioni contro le truppe inglesi per circa otto mesi. La sua fama, durante questo periodo, crebbe di giorno in giorno, mentre Guillet diventava un arabo fra gli arabi. Lui stesso, nei suoi ricordi, dice di aver mangiato, pregato, dormito, parlato non come un arabo ma “da arabo”. 

Le bande Amhara 

Per presidiare un territorio vasto cinque volte l’Italia, e in gran parte non ancora ridotto all’obbedienza, gli italiani avevano a disposizione un parco artiglieria di 367 cannoni da 20mm, 388 pezzi da campagna da trasportare a dorso di mulo, 93 cannoni di medio calibro risalenti alla Grande Guerra e circa una ottantina di mortai. I reparti corazzati avevano 125 autoblindo, 39 carri leggeri armati di mitragliatrice e 24 carri medi, più qualche autocarro a cui erano state fissate delle lamiere. Inoltre, 3.300 mitragliatrici (anch’esse quasi totalmente residuati del ’15-’18) e 60.000 fucili in gran parte provenienti dalle armerie del Negus, di cui solo 5.300 automatici. A questi erano da aggiungere circa 6.000 autocarri da trasporto. L’aeronautica disponeva di 244 velivoli efficienti e altri 80 in riparazione. I soldati erano circa 93.000 truppe regolari e oltre 250.000 indigeni. Nel porto di Massaua erano alla fonda sei cacciatorpediniere e otto sommergibili. 

Da parte loro, gli inglesi del generale Oliver Platt, appena giunti in Sudan per organizzare la guerra all’occupazione italiana, potevano opporre non più di mille fucili e una squadriglia di sgangherati “Vincent”, ma presto cominciano a ricevere armamenti e scorte in grande quantità da Londra, che aveva concluso con gli USA il patto di reciproca assistenza. 

In questo periodo, Guillet era ancora un ufficiale in divisa, agli ordini delle autorità di occupazione italiane, quando fu convocato dal generale Frusci, governatore della provincia di Amhara, per una missione particolare. I due ufficiali si conoscevano fin da quando la divisione “Fiamme Nere” era stata inviata a combattere nella guerra civile di Spagna agli ordini del generale Franco. Guillet in breve era diventato aiutante di campo del generale comandante la divisione ma Frusci, cosciente della poca propensione di Guillet per il lavoro d’ufficio, lo aveva lasciato libero di fare le proprie scelte, combattendo in un reparto di carri armati, quindi in un gruppo di Arditi Incursori e poi al comando di un gruppo di Tabor marocchini. 

Le passate esperienze avevano convinto Frusci che l’uomo adatto per formare e comandare una grande unità indigena poteva essere solo Amedeo Guillet, il quale accolse l’offerta con sincero entusiasmo. Per circa una settimana Guillet discusse tutti i dettagli con lo stato maggiore del generale Frusci, nel quale non pochi ufficiali si mostravano contrari ad affidare un simile compito a un tenente quando il grado richiesto sarebbe stato quello di colonnello, dal momento che l’organico del reparto sarebbe stato equivalente a una brigata, ovvero circa 2.000 uomini con basi, rifornimenti e salmerie proprie. Pochi, inoltre, credevano possibile che Guillet, anche se conoscitore della lingua e dei territori in questione, potesse riuscire ad arruolare un numero sufficiente di indigeni, e contare sulla loro fedeltà, con la prospettiva di fondi estremamente centellinati e grandi difficoltà tecniche e logistiche. 

In poco meno di tre mesi, Amedeo Guillet portò a termine l’incarico. Nacque così la formazione Bande Amhara a Cavallo, dove il termine Amhara sottolineava il fatto che era formata dai nuovi sudditi dell’impero. 

In realtà, gli uomini che costituivano il reparto appartenevano a diverse etnie e religioni: provenivano da Yemen, Libia, Arabia, Sudan, molti erano contrabbandieri o banditi ricercati. Guillet aveva contrattato, mercanteggiato, stretto accordi, trascorso notti intere a negoziare con i capi villaggio, e alla fine raggiunse il suo scopo: formare quattro bande a cavallo di circa 200 uomini ciascuna, una quinta appiedata con 400 fanti, e una sesta composta da meharisti, con insegne e distintivi da lui stesso disegnati. Il tutto grazie alla fama che si era guadagnato in precedenza, e al nome che lo precedeva ovunque andasse: Cummundar-as-Shaitan. Fra i pochi italiani che erano con lui, si trovavano Carlo Call, già vice direttore dell’Istituto Sierobatteriologico di Asmara, veterinario di origini altoatesine che gli indigeni chiamavano Gondrand; Piero Bonura, primario dell’ospedale di Agordat; Angelo Majorani, avvocato ad Asmara, arabista, africanista, che aveva lasciato la noia dell’ufficio per seguire Guillet in qualità di topografo; Ambrogio Mattinò, funzionario del ministero per l’Africa Italiana, nominato aiutante, e Fortunato Cirianni, maresciallo promosso sottotenente sul campo. Vi erano poi alcuni ufficiali di carriera: Filippo Cara, ex insegnante di scuola media, al quale è affidata la 3a Banda a Cavallo; Guido Battizzocco, alpino, comandante della Brigata Cammellata; Alberto Lucarelli, tenente effettivo, al comando della 4a Banda a Cavallo; Renato Togni, appartenente alla famiglia celebre nell’ambiente circense, esperto cavallerizzo, il più anziano fra gli ufficiali italiani al seguito e figlio dell’allora comandante dell’Accademia Militare di Modena. 

Il maggiore Harari 

Il dossier che l’intelligence britannica in Etiopia mise insieme su Amedeo Guillet era il risultato di capillari ricerche in diversi archivi militari, interrogatori di prigionieri, colloqui con persone che lo avevano conosciuto, ritagli di riviste e giornali, resoconti tratti dalla storia dei reggimenti di cui aveva fatto parte, conversazioni con numerosi capi villaggio, sacerdoti, ex combattenti, e naturalmente molte informazioni pagate a caro prezzo. 

Guillet si iscrisse all’università di Messina a diciassette anni. Era dotato anche per la musica, si dilettava al pianoforte e alla chitarra, ed era stato anche in dubbio se intraprendere la carriera musicale o quella militare, optando poi per quest’ultima, uscendo con il grado di tenente del reggimento di Cavalleria del Monferrato dall’Accademia Militare di Modena, già frequentata dal padre e da uno zio. 

Alla scuola di Pinerolo le sue doti di cavallerizzo lo avevano reso celebre, fino a far parte della squadra olimpica, ma alla fine del 1934, a 25 anni, chiese il trasferimento in un reparto di cavalleria coloniale. 

Un fascicolo che comunque non andava oltre la trentina di pagine in tre lingue diverse, pazientemente messo insieme dal maggiore Maximilian Harari, l’uomo a cui venne affidata la caccia al “Comandante Diavolo”. 

Il maggiore Harari era un ebreo inglese nato al Cairo, ufficiale dell’8° Reggimento Ussari di Sua Maestà e responsabile dello spionaggio per la regione eritrea. Non molto diverso caratterialmente dal proprio antagonista, il maggiore Harari era il classico inglese proveniente dall’alta borghesia della capitale egiziana: amava cavalcare, non rinunciava al tè delle cinque o al bagno tiepido prima di cena, ed era giunto appositamente in Etiopia per cercare di porre un freno alle scorrerie delle bande capeggiate da Guillet dopo un lungo periodo di servizio in Nord Africa. Suo padre, Sir Victor Harari, era stato molti anni in Egitto per amministrare i propri possedimenti, e aveva partecipato a varie missioni preso il governo del locale Kedivè. La famiglia frequentava le corti italiana e britannica, e possedeva residenze di lusso a Roma e Londra. 

Alla base del lavoro, Harari pose una sistematica ricerca di informazioni, che però evitava di ricercare presso gli italiani. Quello che occorreva erano informatori indigeni, padroni dei dialetti del luogo e del territorio, ma dove cercarli, quando lui per primo, non essendo inglese a tutti gli effetti, trovava difficoltà prima che con le popolazioni locali, anche e soprattutto presso i propri colleghi? 

Era chiaro che la guerriglia dell’inafferrabile Guillet avrebbe influito sulle sorti del Paese nel quale la guerra era ormai ufficialmente conclusa, ma in che modo e in che misura non era dato saperlo. Bisognava prima di tutto fermare il “Comandante Diavolo” intercettando le sue scorte di armi e munizioni. Lo stesso Harari poi, non era estraneo a una sorta di tacita ammirazione per l’ufficiale italiano. Ne ammirava il coraggio, l’astuzia, la figura di cavaliere romantico che incarnava ai suoi occhi. Probabilmente avrebbe voluto evitare di dargli la caccia, e piuttosto passare una serata a bere tè parlando di cavalli, passione che li accomunava. In ogni caso, dovendo attenersi agli ordini ricevuti, Harari si mise all’opera e, fra i primi provvedimenti, fece circolare un volantino con la faccia di Guillet e l’annuncio della taglia di mille sterline d’oro. 

Da tenere presente che il “Comandante Diavolo” non era il solo ufficiale italiano a capo di bande a cavallo locali che si ostinavano a dare battaglia ai vincitori inglesi: il maggiore Gobbi comandava una formazione nel territorio di Dessiè, il colonnello Rugli agiva in Dankalia, e un altro colonnello, dei Carabinieri, imperversava nell’Ogaden. Vi era poi il capitano di vascello Paolo Aloisi e il seniore della MSVN Luigi Cristiani, nella regione di Asmara e, non ultimo, anzi, considerato pericoloso quasi quanto Guillet, il capitano Edoardo Bellia (già legionario con D’annunzio a Fiume, e inviso anche alla stessa amministrazione italiana in Africa Orientale) che comandava una formazione indigena nel Tigrai e depredava i convogli britannici. Inoltre, fra Etiopia ed Eritrea agivano il capitano Leopoldo Rizzo, il generale delle Camicie Nere Ludovico Muratori, il maggiore De Varda, il capitano Luigi Cristiani, il maggiore Lucchetti e il colonnello Nino Traminonti. Nell’Ogaden vi era il colonnello dei Carabinieri Di Marco, e in Somalia il colonnello Calderari. Nel 1942 poi, numerose azioni di sabotaggio e guerriglia furono portate dal capitano del servizio informazioni militari Francesco De Martini e dalla dottoressa Rosa Dainelli. Vi era poi Hamid Idris Awate, Sciumbasci-capo (grado delle truppe coloniali equivalente a maresciallo-luogotenente) sempre in Eritrea. 

De Martini aveva già agito in Dancalia, nel luglio ’41 fu fatto prigioniero ma riuscì a fuggire e, con alcuni indigeni, cominciò una sorta di guerriglia con mezzi di fortuna. Fra le molte azioni, incendiò i depositi di munizioni di Daga, vicino a Massaua, dove gli inglesi tenevano oltre due milioni di munizioni italiane, preda bellica. Si salvò poi utilizzando una piccola imbarcazione con la quale arrivò nello Yemen, quindi, a guerra finita, ricevette la medaglia d’Oro al Valor Militare. 

Rosa Dainelli, donna di notevoli doti atletiche e non comune coraggio, nell’agosto ‘42 riuscì a penetrare di notte nel più sorvegliato deposito di munizioni inglese di Addis Abeba e lo fece esplodere, riuscendo a salvarsi dopo avere causato notevoli danni. 

Era comunque Guillet che, più degli altri, costituiva un pericolo per la credibilità britannica nel Corno d’Africa, e che andava catturato nel più breve tempo possibile perché Londra aveva espressamente ordinato di disimpegnarsi da quella regione in quanto le forze armate erano necessarie per fronteggiare le armate italo-tedesche in Nord Africa. 

Lo scoppio della guerra, che pose Italia e Gran Bretagna su fronti opposti, non aveva mutato nel maggiore Harari i sentimenti amichevoli per il nostro Paese, né interrotto le amicizie con diverse personalità italiane, ma la sua principale preoccupazione, da quando assunse il comando dell’intelligence in Eritrea, restavano non tanto le azioni quanto le intenzioni di personaggi come Guillet o Bellia, specialmente se fossero riusciti a unire le loro forze. 

Il capitano Bellia era un caso affidato al comando di Addis Abeba, mentre di Guillet, che operava in Eritrea, avrebbe dovuto occuparsi il maggiore Harari. Inizialmente le informazioni erano molto lacunose e l’unica traccia era una sbiadita fotografia recuperata in un archivio italiano con un articolo del giornale “Azione Coloniale” del 1940, con un intervista curata da un corrispondente di guerra inviato appositamente da Roma in cui, per la prima volta, in Europa si diffuse il nome di Cummundar-as-Shaitan, con un Amedeo Guillet descritto come un corsaro del deserto, con un tatuaggio arabo sulla parte sinistra del petto, profondo conoscitore dei dialetti della regione del Sudan egiziano e dell’Eritrea. Il colloquio era avvenuto nella tenda di Guillet, arredata con una pelle di bue, un lume ad olio, l’inseparabile moschetto, l’altrettanto inseparabile scimitarra, e alcuni libri. 

Per catturare il Comandante Diavolo, il maggiore Harari faceva molto affidamento sul proprio vice, il capitano Sigmund Reich, per il quale la guerriglia era diventata una sorta di ossessione. Nato a Schoenbrunn, in Austria, Reich era il prototipo dell’intellettuale askenazita. Figlio di un ingegnere galiziano di profondi sentimenti austro-ungarici, si era trasferito in Palestina dopo la fine della Grande Guerra. Anche il capitano Reich era stato educato nelle più prestigiose scuole del Cairo e d’Inghilterra e, nonostante il nome e l’aspetto fisico (alto, biondo, occhi azzurri, portamento tipicamente prussiano) era profondamente contrario a tutto ciò che il nazismo rappresentava. Entrato nell’intelligence dopo la proverbiale “gavetta” attraverso i vari gradi della gerarchia militare, anch’egli appassionato di equitazione, era uno studioso della cultura mediorientale e, come il suo superiore e lo stesso Guillet, conosceva alla perfezione l’arabo e vari dialetti locali. Se però il maggiore Harari considerava Guillet un “nemico onorevole”, degno di stima e rispetto, per il capitano Reich il “Comandante Diavolo” era solo un bandito la cui cattura giustificava l’uso di ogni mezzo disponibile. 

Per scoprire l’ufficiale italiano travestito da indigeno, Harari e Reich decisero che isolarlo dai suoi uomini poteva essere più efficace della sconfitta in combattimento. Usare insomma la popolazione locale, come aveva fatto il colonnello Wingate in Palestina, che aveva fatto combattere ebrei contro arabi, e come era successo nella stessa Etiopia, con i britannici che avevano utilizzato gli abissini contro gli italiani, o come aveva fatto il celebre Lawrence d’Arabia. 

Era altresì vero che il colonnello Lawrence, così come Wingate, avevano alle spalle lauti finanziamenti per corrompere, comprare, investire, mentre Guillet agiva senza alcun collegamento con i servizi segreti del proprio Paese, senza risorse inviate da Roma. 

Uno degli aneddoti che videro protagonista Amedeo Guillet in Eritrea racconta che, dopo molti tentativi e indagini, il capitano Reich ricevette una segnalazione: un ricognitore dell’artiglieria, in volo per una missione di osservazione, aveva visto una cinquantina di uomini muoversi in file ordinate attraverso una landa desertica. Non avendo animali da soma, i piloti avevano escluso si trattasse di una carovana di mercanti, e inoltre procedevano tenendosi ben lontani da piste e strade battute. Non poteva che essere una formazione irregolare e inoltre avevano notato un cavallo bianco, dettaglio che rafforzava particolarmente l’ipotesi che si trattasse di Guillet. Harari ordinò immediatamente che due compagnie di fanteria intercettassero la banda con l’ordine di attaccare e, possibilmente, catturare Amedeo Guillet vivo. Lo stesso capitano Reich avrebbe condotto la missione. 

Il Comandante Diavolo si era accorto di essere stato scoperto dall’aereo e stava ragionando sul tempo a disposizione prima dell’inevitabile scontro, che gli inglesi avrebbero cercato indubbiamente prima del tramonto, per impedirgli di sfruttare l’oscurità e dileguarsi, come già era accaduto altre volte. 

Erano circa le nove del mattino, Guillet aveva quindi a disposizione almeno tre ore prima che le truppe inglesi lo raggiungessero. Chiamò a raccolta i propri uomini ed espose la situazione: il nemico gli avrebbe mandato contro, con molta probabilità, reparti di fanteria coloniale, dal momento che non disponevano di reparti a cavallo. Sicuramente non avrebbero impiegato carri armati, certo si sarebbe combattuto, e se quello doveva essere il loro ultimo giorno, lo avrebbero vissuto da guerrieri: “Maktub”, quel che è scritto è scritto. A passo accelerato, rimanevano due possibilità per guadagnare tempo e terreno: dirigersi verso l’altopiano, o prendere la direzione di Cheren. Dal momento che la pista per Cheren sarebbe stata più facilmente percorribile anche per gli inglesi, scelse la via degli Uadi. 

Distaccate alcune sentinelle, il resto della banda si diresse a piedi verso la parte più scoscesa del deserto. Tutti i 50 uomini al seguito di Guillet erano convinti che da lì a poco si sarebbe accesa una battaglia senza esclusione di colpi. E così fu: avvistati gli ufficiali inglesi e la truppa sudanese, Guillet ordinò l’attacco concentrato verso un punto dello schieramento nemico, che preso alla sprovvista, non ebbe altra scelta che disimpegnarsi, riorganizzarsi e attaccare a sua volta. 

I britannici potevano contare su una sola ora di luce, poi Guillet e i suoi si sarebbero dileguati. Il Comandante Diavolo riuscì a scampare con la maggior parte dei suoi, subì alcune perdite, diversi rimasero feriti, pochi dispersi. 

Circa una settimana dopo, il maggiore Harari fu convocato a Nairobi dal generale sir William Platt, comandante in capo delle forze britanniche in Africa Orientale, al quale erano giunte voci confuse su uno scontro fra inglesi e ribelli eritrei ed era al corrente della presenza di ufficiali italiani al loro comando. 

Il generale Platt voleva un rapporto particolareggiato sulla situazione e sui motivi che impedivano alle truppe britanniche presenti in Africa Orientale di essere trasferite in Egitto, dove erano più che mai necessarie. 

Harari fece un quadro esaustivo della situazione, descrisse Guillet al proprio superiore e affermò che l’ufficiale italiano e i circa 2.000 uomini da lui diretti stavano dando parecchi problemi. Dopo una breve discussione sulle imprese di Guillet, sui suoi contatti con gli indigeni, sulla fedeltà di questi nonostante non percepissero compenso alcuno, il generale Platt congedò il suo ospite. 

Delle vicende di Guillet e della resistenza etiopica in genere, in Europa e in Italia se ne sapeva ben poco, e per ovvi motivi: non era una pubblicità molto favorevole far sapere che nelle colonie conquistate dal regime vi erano agitazioni e disordini. Tanto meno era conveniente che si diffondessero voci sul fatto che lo stesso regime, portatore dei valori dell’uomo nuovo e del progresso, era tenuto in scacco da pochi ribelli male armati, soprattutto dopo che, una volta ultimata l’occupazione, nel ’36, anche alcuni capi etiopi avevano deciso di passare dalla parte degli italiani, come Ras Hailù e Ras Seyum. Di contro, nell’interno del Paese, le restanti forze locali si erano frammentate in numerosi gruppi decisi ad opporsi all’occupante, comandate da personaggi divenuti veri e propri modelli per le tribù abissine: Ras Destà con alcune migliaia di uomini della zona di Sidamo, Dejac Aberrà nel territorio di Fiché, Dejac Balcha nel Garage, Ras Immirù nel Wallega. Ras Abebe Aregai, designato dal Negus in esilio, aveva assunto il compito di coordinare la resistenza a livello nazionale. 

La guerriglia era nata spontaneamente, non come conseguenza delle azioni di alcune bande, quanto per reazione davanti alla palese inesperienza italiana nella gestione di una colonia tanto lontana dai confini nazionali. Restavano però molte zone nelle quali le truppe italiane non erano arrivate e Rodolfo Graziani, nominato viceré d’Etiopia, non aveva esitato nell’usare il pugno di ferro. I guerriglieri, inoltre, non erano i tipici selvaggi armati di lance e spade, ma maneggiavano armi automatiche, e utilizzavano tattiche di battaglia sorprendentemente moderne. 

Per assicurare la propria autorità in tali zone, alla fine del giugno 1936 aveva inviato tre aerei con una quindicina di ufficiali italiani nella provincia di Lekemti, nel sud-ovest, con il compito di reclutare indigeni. Tutti i membri della spedizione furono uccisi il giorno stesso del loro arrivo dagli studenti della scuola di Halettà, tranne un missionario che faceva da guida e interprete, padre Borello. Appena informato dell’accaduto, Graziani ordinò un bombardamento aereo su Lekemti come rappresaglia, naturalmente con particolare attenzione agli studenti autori del massacro che a loro volta furono sterminati. Tali azioni causarono da entrambe le parti una serie di azioni di repressione e ribellione che, nel febbraio 1937, culminano con il tentato assassinio dello stesso Graziani ad Addis Abeba. La rappresaglia che ne seguì mise a ferro e fuoco il Paese. 

Parallelamente, alcuni ufficiali, fra cui Guillet, avevano il compito di presidiare le zone più remote e di pacificarle. Fu durante una missione di esplorazione e perlustrazione con il proprio reparto, con l’obiettivo di recuperare alcuni bovini rubati a Semien, che Amedeo Guillet incontrò la persona che sarebbe rimasta al suo fianco per molto tempo: Kadija, figlia del capo villaggio Yusef. 

Guillet e il suo gruppo intercettarono i ladri di bestiame presso il guado di un fiume e li costrinsero ad abbandonare il bestiame e fuggire, rientrando poi al villaggio di Yusef con gli tutti animali e con il pieno diritto di riscuotere il dieci per cento per aver compiuto il recupero. Guillet decise di rinunciare alla parte che gli spettava e destinare gli animali ad una festa fra i suoi uomini e la gente del villaggio, e Yusef accettò. 

Un altro capo ribelle era Uvené Tessemmà, figura non comune fra gli etiopi. Aveva il titolo di Fitaurari, che militarmente significa “capo dell’avanguardia” e nella gerarchia civile “fedele all’imperatore”. Durante i primi tempi dell’invasione italiana era “Barambaras”, comandante di un forte, e il suo nome era diventato celebre quando era saltato su un carro armato leggero italiano, uccidendo con la sciabola in pugno i due uomini di equipaggio. Dopo la vittoria italiana era stato fra i primi ad entrare in clandestinità, insieme a un altro Fitaurari, tale Melfin, con 2.000 uomini circa, nascondendosi nel territorio fra Ermaciocò e Tseghedé. 

L’autorità di occupazione italiana aveva messo una taglia sulla testa di Tessemmà che, nel frattempo, agiva indisturbato, uccidendo e depredando i convogli e le carovane fra Asmara e Gondar, usando con molta astuzia gli stessi informatori indigeni dei quali si servivano gli italiani. Fra la popolazione era noto come “Amorà”, l’avvoltoio, ed era considerato invincibile. 

Amedeo Guillet e il 14° Gruppo a cavallo ricevettero ordine di catturare Tessemmà, il quale, dopo avere evitato più volte la cattura era ormai un pericolo più che manifesto per l’autorità italiana. Guillet ne analizzò i movimenti e scoprì che usava spostarsi sempre in direzione opposta a quella comunicata dai suoi informatori agli italiani. Confrontando le tracce di questi movimenti con le false indicazioni, Guillet era sicuro di poter interpretare il segreto degli spostamenti del suo nemico. Ricevuta l’informazione che Tessemmà stava preparando un attacco in una certa zona, Guillet mosse tutto il proprio reparto e diversi uomini del Dejac Ayerà e del capo Arayà Gheremedin (passati con gli italiani) nella direzione opposta. La scelta si rivelò esatta: nei pressi di Dongurduba, lungo la direttrice diametralmente opposta a quella rivelata dagli informatori, la formazione di Guillet si scontrò con la banda di Tessemmà e mentre Guillet ordinava a Gheremedin l’attacco sul fianco, condusse il reparto comando in un assalto frontale nel bosco dove gli indigeni di Tessemmà si erano nascosti. Lo scontro si risolse con la sconfitta dei ribelli e Tessemmà che riuscì a salvarsi, ferito, gettandosi in un dirupo. Avrebbe ripreso le armi due anni più tardi, al rientro del Negus Haile Selassie sul trono, e avrebbe poi costretto alla resa il generale Nasi nella battaglia di Gondar, per altro con un messaggio in cui ringraziava gli italiani per le opere pubbliche realizzate nel Paese, che non era più in condizioni antiquate. 

Dopo la battaglia, Guillet decise di non eseguire gli ordini di passare per le armi tutti i ribelli. Riunì invece i prigionieri, ai quali si rivolse senza esitazioni: “Il vostro capo è stato sconfitto, non era invincibile e la sua causa non era giusta come vi aveva detto. Vi ha trascinati nell’inganno. Io sono più forte di lui, io ho vinto! Dovrei fucilarvi tutti sul posto, secondo la legge di guerra, oppure inviarvi a Gondar, dove fareste la stessa fine…Ma sono un soldato e riconosco il valore del coraggio, perciò vi offro di arruolarvi ai miei ordini. Non avrete nulla da temere finché mi obbedirete, ma chiunque tenterà di tradire se la vedrà con me!”. Dopo un giorno, tutti accettano la proposta. Da quel momento rimasero fedeli guerrieri di colui che sarebbe diventato il Comandante Diavolo. 

Dall’armistizio alla fine del conflitto 

Dopo la resa italiana in Africa Orientale, il tenente Amedeo Guillet diventò Ahmed Abdallah Al Redai, esule yemenita rifugiato in Eritrea, e il timore e il rispetto che ispirava nei nemici era così forte che anche i suoi atti di sabotaggio apparivano come dei meriti. 

Il suo travestimento era a tal punto perfetto che nemmeno un altro profondo conoscitore del mondo arabo, il capitano inglese Gibbs, fu capace di riconoscerlo come straniero, e si intrattenne con lui bevendo té e conversando senza alcun sospetto, mentre indagava, con un reparto dell’intelligence appositamente creato, per trovare il rifugio del famigerato “Diavolo”, per la cui cattura, vivo o morto, il governo britannico aveva posto una taglia di mille sterline d’oro, una somma decisamente considerevole in quel periodo e in quell’ambiente. 

Alla fine, il “Comandante Diavolo” decise di lasciare il suo cavallo Sandor, il fedele servitore Dubat e il suo miglior combattente, la giovane e bellissima principessa Kadjia e, dopo numerose avventure, lasciò l’Eritrea e raggiunse lo Yemen, dove per circa due anni addestrò i soldati dell’armata dell’Imam, il cui figlio Ahmed diventò uno fra i migliori amici dello stesso Guillet. Divenuto un personaggio scomodo per la casa reale yemenita, lasciò anche quel Paese e, su una nave della Croce Rossa, fece ritorno in Italia, dove giunse alcuni giorni prima dell’armistizio. 

Sbarcò in Puglia e da subito si prodigò presso il governo legittimo per ottenere armi, navi e soldati da inviare in Eritrea per aiutare la popolazione ma, dopo l’8 settembre ’43, le cose cambiarono radicalmente. 

Promosso maggiore per meriti di guerra, e assegnato al SIM (Servizio Informazioni Militari) fu poi richiesto dagli ex nemici inglesi per alcune missioni ad alto rischio nella parte d’Italia ancora sotto l’occupazione nazifascista. 

Nella sua nuova veste il maggiore Guillet, come in Africa, continuò a mostrare un sorprendente sprezzo del pericolo. In diverse occasioni si mise anche contro i nuovi alleati per portare a termine gli incarichi, di frequente insieme a un giovane Vittorio Dan Segre, ufficiale assoldato dai servizi segreti britannici comandati da quel maggiore Maximilian Harari che aveva cercato per mesi e inutilmente, di catturare Guillet in Africa Orientale. 

Con la fine della guerra, e il passaggio dalla monarchia alla repubblica, Amedeo Guillet scelse di lasciare l’Italia. Informò il reggente Umberto II delle sue intenzioni, ma quest’ultimo, per non perdere un cittadino di tanto valore, gli promise un ruolo di primaria importanza nella nuova Italia. Ligio al giuramento di obbedienza verso il suo re, Guillet accettò di rimanere e insegnare antropologia all’università. Fra le molte qualità e note professionali, infatti, oltre ad essere barone, era anche laureato in Legge e Scienze Coloniali, ma sopra ogni cosa era profondamente innamorato dell’Africa e del mondo arabo, che conosceva alla perfezione per quanto riguardava costumi, abitudini, mentalità, religioni, compresa la lingua e numerosi dialetti locali. 

Dopo la guerra 

All’età di soli 40 anni, Amedeo Guillet aveva accumulato un bagaglio di esperienze realmente fuori dal comune, che avrebbero appagato chiunque…ma non lui. Grazie alle molte e importanti conoscenze acquisite, entrò in diplomazia e inoltrò domanda per affrontare la normale carriera, senza approfittare di favoritismi, e contando solo sulle proprie capacità. In un concorso per 15 posti, su oltre 400 partecipanti, ottenne il quinto posto e, nonostante le felicitazioni e le congratulazioni, il suo sdegno per non essere arrivato primo appariva senza dubbio lampante. Iniziò la carriera diplomatica in Egitto, quindi fu in Yemen, Marocco, Giordania e India, fino al 1975, ed ogni volta che tornava in Italia non mancava di far visita alla anziana madre, che viveva a Capua, e ai figli Paolo e Alfredo, cadetti alla Accademia Militare della Nunziatella. 

Nei periodi di riposo amava stare con gli amici più intimi, a ripercorrere le vicende della vita passata in Africa, con sorprendente umiltà. Ne è un esempio la vicenda vissuta alla fine degli anni Cinquanta, quando era ambasciatore nello Yemen e incontrò nuovamente l’Imam Ahmed, che lo aveva ospitato per due anni. Guillet non aveva particolari discorsi di presentazione ufficiale da proporre e non aveva idea di come comportarsi nel ruolo diplomatico che ricopriva, dinnanzi all’autorità del suo ospite, per altro persona molto suscettibile e influente. Trascorse sette anni nello Yemen in rapporti più che fraterni con l’Imam, senza mai dimenticare quali fossero i propri incarichi, curando con zelo gli interessi italiani, anche se la sua attività diplomatica era sempre in secondo piano rispetto alle imprese nel deserto. 

Il Guillet diplomatico è da poco tempo oggetto di approfonditi studi da parte di alcuni enti e gruppi di lavoro in Irlanda dove, com’è noto, il “Comandante Diavolo” trascorse diversi anni seguendo la passione per i cavalli. Il suo immenso archivio, d’altra parte, è fonte copiosa di notizie e testimonianze dirette in particolare sulla parte decisamente di primo piano svolta dall’Italia in uno dei periodi cruciali della storia del Medio Oriente. 

Fedele al proprio carattere, Amedeo Guillet intendeva infatti la diplomazia con la stessa ottica, nel giusto contesto, di una attività tutt’altro che di riposo e rappresentanza, e in un’area del mondo incontestabilmente critica. 

L’attitudine della famiglia Guillet per la vita avventurosa è d’altra parte celebre: il nonno, i genitori, gli zii e anche il cugino Paul, che prese parte alla battaglia di El Alamein. Altrettanto celebre l’amicizia con Lord Mountbatten, Indira Gandhi, re Hassan II, e Hussein di Giordania, al quale si rivolgeva familiarmente chiamandolo “zio”. 

Amedeo Guillet visse la Guerra dei Sei Giorni, e salvò numerose vite durante una rivolta in Marocco. In Giordania aiutò molte famiglie di origine tedesca a espatriare durante le manifestazioni dell’integralismo islamico. 

Bibliografia 

“Gli Italiani in Africa” – S. De Canio, A. Umiltà; 

“Vita, avventure e amori di Amedeo Guillet, eroe italiano in Africa Orientale” – S. O’Kelly; 

“The late commemoration of Amedeo Guillet” (1909-2010), B.M. Scianna; 

“La guerra privata del tenente Guillet” – V. Dan Segre; 

“La Resistenza in AOI” – E. Cernuschi; 

Sotto due bandiere. Lotta di liberazione etiopica e resistenza italiana in Africa Orientale” – F. Di Lalla;  

“Storie segrete” – A. Rosselli. 

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