Ugolino e Vadino Vivaldi, grandi navigatori dimenticati. Di Lorenzo Utile.

Galea genovese. Un tipo simile a quella utilizzata dai fratelli Vivaldi.

Due genovesi alla scoperta delle vie commerciali verso Oriente, oltre un secolo prima dei celebri esploratori portoghesi.

I fratelli genovesi Ugolino e Vadino (Guido) Vivaldi furono navigatori coraggiosi e intraprendenti del XIII secolo, la cui fama fu in gran parte oscurata dalle imprese, pur posteriori, dei portoghesi Vasco da Gama e Bartolomeo Diaz, e di Cristoforo Colombo. 

In seguito alla conquista araba dell’importantissimo porto commerciale di San Giovanni d’Acri, e degli ultimi avamposti cristiani in Medio Oriente, gli influenti mercanti genovesi avevano estrema necessità di guadagnare nuove vie per i collegamenti con l’Asia, in particolare per il commercio delle spezie. Genova, all’epoca in una posizione ancora leader per quanto riguardava flotte marittime e commercio, fu da subito in prima linea, con massicci investimenti e finanziamenti da parte della ricca casta di banchieri, armatori, patrizi e mercanti, fra cui Tedisio Doria, il quale investì cospicui capitali per allestire l’impresa che doveva portare alle Indie via mare, cioè la circumnavigazione del continente africano, unica via rimasta praticabile per raggiungere l’Oriente. 

Le navi al comando dei fratelli Vivaldi (due galee battezzate “Sant’Antonio” e “Allegranza”) salparono da Genova alla metà del maggio 1291, con 150 marinai ciascuna, compresi due frati francescani. La navigazione nel Mediterraneo fino a Gibilterra non fu particolarmente difficoltosa, data la conoscenza del Mare Nostrum, quindi oltrepassarono Gibilterra e virarono verso sud. Fino all’altezza di Cape Juby, cioè al confine fra Marocco e Mauritania, sembra non vi siano stati imprevisti, ma da questo punto in poi si perse ogni traccia della spedizione, dalla quale nessuno fece più ritorno, come riporta, fra pochi altri, Pietro d’Abano (1250-1316) nel “Conciliator Differentiarum”. 

Che cosa ne fu della spedizione dei fratelli Vivaldi? Le ipotesi sono diverse, a partire dalla inadatta scelta delle stesse navi: le galee infatti erano imbarcazioni mosse principalmente da rematori, caratterizzate da scafo basso e sottile, già difficilmente governabili nel Mediterraneo, in caso di tempesta, quindi assolutamente inadatte alle rotte oceaniche. Inoltre, all’epoca non era ancora noto l’uso della bussola e la navigazione era praticata essenzialmente con la tecnica del cabotaggio, ovvero con punti di riferimento sulla terraferma e tappe frequenti in approdi sicuri. Probabilmente la “Allegranza” e la “Sant’Antonio” toccarono le isole Canarie (secondo alcuni storici, dalla nave “Allegranza” venne dato il nome a una delle isole dell’arcipelago), dove qualche anno più tardi giunse anche l’altro navigatore genovese Lanzerotto Malocello (1270-1336), considerato lo scopritore delle Canarie, che diede il nome all’isola di Lanzarote. 

Dalle Canarie, le due galee toccarono quasi certamente la foce del fiume Senegal, dove una delle due fece naufragio. L’equipaggio e le merci pare siano stati trasferiti sulla galea rimasta, che tentò di riprendere il viaggio. I resoconti si fermano a questo punto. 

La vicenda fu riscoperta nel 1315, quando Sorleone Vivaldi, figlio di Ugolino, organizzò una spedizione per cercare padre e zio, secondo quanto è scritto in un testo intitolato “Libro de Conocimiento” (attribuito a un anonimo castigliano fra il 1350 e il 1385), nel quale si parlava di alcuni marinai genovesi catturati dagli indigeni della tribù africana degli Abdeselib, nel territorio di Graciona, dove si sarebbe trovato il regno del Presbyter Johannes, meglio noto come Prete Gianni, figura di re-sacerdote cristiano, più leggendario che reale, il quale sarebbe stato anche uno dei custodi del mitico Santo Graal, la cui origine risale alla fine del XII secolo, e che diverse fonti identificano sia con Gengis Khan, che con misteriosi imperatori indiani, o con alcuni re della Persia o sovrani mongoli convertiti al cristianesimo nestoriano, padroni di un non meglio localizzato dominio fra Cina, Etiopia, Nubia e Africa subsahariana, del quale parla anche Marco Polo ne “Il Milione”. 

Il “Libro de Conocimiento” riporta la seguente annotazione: “Dissero che in questa città di Graciona i Genovesi che si sono salvati dal naufragio di una delle due galee sono arrivati rocambolescamente fino a qui, anche se non è noto cosa accadde all’altra galea. Quando giungemmo presso la città di Magdasor conoscemmo un genovese, detto Sor Leone, che stava cercando suo padre, che era rimasto in una delle due galee. Il re di Graciona diede tutti gli onori a Sor Leone, ma non gli permise di viaggiare attraverso il regno di Magdasor perché il cammino era difficile e pieno di pericoli”. 

Nel 1445, un altro esploratore genovese, Antoniotto Usodimare (1416-1461) scrisse, nelle proprie memorie, di avere incontrato, durante i suoi viaggi in terra d’Africa, un giovane indigeno di pelle chiara che comprendeva e parlava il dialetto genovese, e diceva di essere discendente dei sopravvissuti della spedizione dei Vivaldi. 

Altre antiche fonti affermano che, dopo il naufragio di una delle navi, la seconda sarebbe riuscita a portare a termine l’intero periplo dell’Africa, giungendo in Etiopia, appunto uno dei territori dov’era localizzato, secondo la leggenda, il regno del Prete Gianni. Proprio il sedicente re-sacerdote della dinastia salomonica avrebbe catturato i marinai genovesi e, a questo punto, si perdono le tracce dei navigatori e inizia il più fitto mistero sul loro destino. Una delle poche citazioni successive si trova nel Canto 26° dell’Inferno della Divina Commedia, dove Dante parla di Ulisse e del viaggio oltre le Colonne d’Ercole, richiamando probabilmente la vicenda dei fratelli Vivaldi. 

Le ultime tracce della vicenda risalirebbero al 1953, anno in cui il ricercatore ed etnologo Franco Prosperi, effettuò un viaggio in centro Africa, fotografando una roccia sulla quale erano incise le lettere “V.V.” e la data 1294, che potrebbero corrispondere a Vadino Vivaldi dal momento che la data corrisponderebbe al periodo in cui i due marinai genovesi compirono la spedizione. La roccia fotografata dal professor Prosperi, nella valle del fiume Zambesi, al confine con lo Zimbabwe, non esiste più perché il territorio è oggi sommerso dal lago artificiale creato in seguito alla costruzione della grande diga. 

Ipotesi  storiche 

Di fatto, Ugolino e Vadino Vivaldi anticiparono di oltre un secolo le imprese dei famosi navigatori portoghesi e dello stesso Cristoforo Colombo, passati alla storia per essere riusciti a tornare e rendere conto di quanto avevano portato a termine. Rimangono tuttavia diversi aspetti misteriosi sull’impresa dei Vivaldi, primo fra tutti la loro meta, oltre alla fine della spedizione che, in assenza di prove certe, è destinata a rimanere un mistero insoluto. 

Il primo aspetto oscuro, cioè quale fosse la vera meta della spedizione genovese, è riferito al fatto che all’epoca, cioè nel Medioevo, con l’espressione “raggiungere le Indie”, ci si riferiva a un territorio estremamente vasto che andava dalle coste orientali della penisola arabica, all’attuale India, e fino alla Cina e all’intera Asia. Né accurate analisi dei resoconti stilati da Jacopo Doria (1280-1294) offrono maggiori chiarimenti, eccetto dati già acquisiti sul fatto che, nel maggio 1291 (data della conquista araba di San Giovanni d’Acri), le due navi dei fratelli Vivaldi salparono da Genova, con obiettivo Gibilterra e, successivamente, “per Mare Oceano dirette alle Indie Orientali”, quindi che furono avvistate l’ultima volta nei pressi di Gozora, nel sud della regione di Sus el-Aqsa, ma che non si abbandonava la speranza di ricevere nuove informazioni, che potessero favorire l’apertura di nuove vie commerciali verso Oriente, attraverso il Golfo Persico, riallacciando i collegamenti da Trebisonda e Laiazzo. 

Il già citato Pietro d’Abano, e alcune carte nautiche disegnate fra il XIV e il XVI secolo, riportano la rotta seguita dai fratelli Vivaldi fino agli ultimi avvistamenti e tracce, alcune riportate anche fino alle coste dell’Etiopia, ma per quello che riguarda la critica moderna, le uniche notizie positive, già molto scarse, furono conosciute molto tardi. 

In epoca più recente, nel 1843, lo storico genovese Giuseppe Michele Canale (1808-1890) fece menzione della spedizione Vivaldi ma senza approfondimenti e notizie inedite e, inoltre, in linguaggio non chiaramente intuibile, in quanto appartenente alla Massoneria. 

Nei testi “Nuova Istoria della Repubblica di Genova” e “Degli Antichi Navigatori e scopritori genovesi” (pubblicati a Firenze fra il 1858 e il 1864) Canale tenta una ricostruzione degli Annali della Famiglia Doria, ma senza citare nei particolari date precise, scopi e vicende della spedizione, della quale tentò una ricostruzione ma già intrisa di informazioni sovrapposte a elementi leggendari e interpretazioni arbitrarie che si sono assommate nel corso del tempo. Ne hanno fatto di più gli storici moderni, per mancanza di indizi e tracce sulle quali svolgere ricerche. Solo di recente è stata proposta l’ipotesi che lo scopo dei fratelli Vivaldi potesse essere stato quello di raggiungere l’India verso occidente, e che il viaggio fosse terminato in un punto delle coste marocchine dell’Atlantico. 

Le fonti rimangono attualmente limitate. In sostanza rimangono esclusivamente il già citato “Libro de Conocimiento de todos los Reynos” (Anonimo, sec. XIV) e il testo “Itinerarium Ususmaris”, conservato nella Biblioteca Universitaria di Genova, risalente alla metà del XV secolo, e attribuito al navigatore Antoniotto Usodimare, il quale menziona copia di una lettera indirizzata da Lisbona ai creditori di Genova, nel dicembre 1455, contenente un breve e confuso resoconto del viaggio compiuto con il veneziano Alvise Ca’ da Mosto (1432-1488) alla foce del Gambia, nella quale si accenna alla spedizione Vivaldi, richiamando una leggenda riferita a una carta nautica medievale, resa nota per la prima volta in una pubblicazione del 1802, a cura dello studioso svedese Jacob Graber de Hemso (1776-1847). La leggenda in questione parla di due navi, delle quali una fece naufragio in località ignota, mentre l’altra sarebbe giunta alle foci del fiume Sion (cioè il Senegal) che, nella tradizione cosmografica diffusa nel Medioevo, era considerato un fiume che, dal versante Atlantico, risaliva a congiungersi con il Nilo nella Nubia. La leggenda, da alcuni storici attribuita allo stesso Antoniotto Usodimare, narra inoltre che l’equipaggio di questa nave sarebbe stato fatto prigioniero da un non meglio definito “re-sacerdote d’Abissinia” ma recente si è constatato che il nome di questo fu aggiunto arbitrariamente in margine dall’anonimo possessore del codice, mentre nel testo si legge che la notizia (da questo cancellata) si deve fare risalire a mercanti abissini del Cairo. 

Ulteriori analisi del testo, confermerebbero che la lettera di Antoniotto Usodimare ai creditori genovesi farebbe riferimento a un non identificato territorio fra Senegal e Gambia, dove avrebbe incontrato il già citato indigeno di pelle chiara, discendente dei sopravvissuti della spedizione. Un accenno giudicato contestualmente poco possibile, in quanto pare improbabile che, a distanza di quasi 200 anni dalla vicenda, possa essere esistito un uomo di pelle chiara come i presunti antenati genovesi. Vi è però anche una citazione del veneziano Ca’ da Mosto che parla a sua volta di un genovese incontrato in terra d’Africa, ma probabilmente è proprio Ca’ da Mosto la fonte dello stesso aneddoto riportato da Antoniotto Usodimare. 

Per quanto riguarda il “Libro de Conocimiento” gli storici lo considerano niente di più che un resoconto di un viaggio immaginario in territori sconosciuti, scritto da un anonimo spagnolo, che consiste essenzialmente in un elenco di nomi e luoghi fantastici. 

In questo racconto, gli accenni ai fratelli Vivaldi sono due: nel primo, l’autore narra che nella terra di Aksum sarebbe venuto a sapere che prima di lui erano passati alcuni genovesi sopravvissuti all’incendio di una nave poi affondata all’interno del golfo omonimo, dopo che i marinai avevano tentato di risalire il fiume Eufrate e quindi il Nilo della Nubia; successivamente lo stesso anonimo spagnolo racconta che, nei pressi di Magdasor (Mogadiscio) gli sarebbe stato riferito che un certo Solreone, figlio di Ugolino, era sbarcato alla ricerca dei familiari scomparsi nell’interno, ma che il principe del luogo non gli permise di proseguire. Ciò che suscita interesse è che Solreone Vivaldi è realmente esistito e che quindi alcuni storici ammettono che i fratelli Vivaldi potrebbero essere giunti sulle coste della Somalia e che da qui potrebbero essere stati portati ad Aksum. 

Esiste anche l’ipotesi che Ugolino e Vadino Vivaldi abbiano tentato di raggiungere le Indie navigando verso Occidente, ma gli elementi analizzati fino ad oggi, principalmente la documentazione relativa a “ad partes Indiae per Oceanum”, non accennano a un progetto di vera e propria circumnavigazione dell’Africa, bensì sono limitate al raggiungimento dell’Abissinia risalendo fiumi fantastici dalla costa atlantica. 

La circumnavigazione dell’Africa è stato un elemento introdotto principalmente dagli storici genovesi del XVI secolo, come Agostino Pantaleone Giustiniani (1470-1536) che riferisce di un “viaggio nuovo e inusitato di volere andare in India di verso Ponente”. 

Nel 1581, il cronista e storico Oberto Foglietta (1518-1581) fa riferimento all’impresa (“fretumque herculeum egressi cursum in occidentem direxerunt”: “e uscirono dal mare di Gibilterra verso ovest, mantenendo i loro uomini sulla rotta”) ma precisando che il successo dell’impresa sarebbe spettato a Cristoforo Colombo. 

Nel 1579, un altro storico, non genovese, Pietro Bizzarri da Sassoferrato (1525–1586), racconta del viaggio dei fratelli Vivaldi verso Occidente, (“novas insulas et regiones ad occidentem orbem vergentes”: “verso nuove isole e regioni che si estendono verso il mondo occidentale”), ma tale menzione dovrebbe tenere conto che nessuno storico genovese avesse preso in debita considerazione il racconto di Antoniotto Usodimare e abbia accennato ad alcun progetto di circumnavigazione dell’Africa, tenendo conto che una simile impresa poteva apparire fattibile nel XIII secolo, ma solo perché il perimetro del continente africano poteva appariva notevolmente meno esteso di quanto fosse in realtà, mentre era ben noto che l’Africa si estendesse molto al di sotto dell’Equatore, e che i navigatori arabi si erano spinti oltre il Tropico del Capricorno, come appare evidente anche dal mappamondo disegnato nel 1318 dal cartografo genovese Pietro Vesconte (morto intorno al 1325). 

Conclusioni 

Oggi sappiamo che il concetto della sfericità del pianeta, i valori cartografici dei gradi, la relativa vicinanza fra le sponde occidentali e orientali dei continenti, cioè i fondamenti dell’impresa di Colombo, erano già noti nel XIII secolo, anche in seguito agli studi di personalità come Roger Bacon (1214-1294) che aveva esposto le proprie teorie nella “Opus Maius”, o come il cardinale Pierre D’Ailly (1350-1420) che fu fonte diretta per i calcoli elaborati dallo stesso Cristoforo Colombo. 

A questo punto, raccogliendo tutte le informazioni a disposizione, è possibile tentare una ricostruzione del viaggio di Ugolino e Vadino Vivaldi. Come già esposto nella parte iniziale del presente articolo, dal porto di Genova le due galee costeggiarono la costa francese e spagnola fino a Gibilterra, quindi virarono a sud costeggiando il Marocco e giungendo alle isole Canarie, ultima tappa prima di avventurarsi nell’oceano aperto. Dopo avere lasciato le Canarie, le navi furono colte da una tempesta, o forse attaccate da pirati berberi, dal momento che il Regno del Marocco a quell’epoca era in guerra con la Repubblica di Genova, o probabilmente una affondò e l’altra venne attaccata dai pirati. In ogni caso, dopo il fatto, gli equipaggi vennero condotti all’interno della costa africana e, da quel momento, non si ebbero più notizie. 

Nei resoconti, la somiglianza dei nomi Magdasor (Mogadiscio, in Somalia) e Mogador, porto della costa marocchina (già segnato sulle più antiche carte nautiche), avrebbe generato la ulteriore versione della nave superstite che sarebbe riuscita a circumnavigare l’Africa, ma quasi sicuramente tale fatto non avvenne. La stessa confusione avrebbe tratto in inganno anche Sorleone Vivaldi, nel tentativo di rintracciare il genitore e lo zio dispersi. 

L’unico dato certo è che i due navigatori genovesi sono stati i precursori delle più celebri imprese della navigazione dei tempi antichi, ben prima di Vasco da Gama e Cristoforo Colombo, e che la loro impresa, proprio perché avviata alla fine del XIII secolo, costituisce un unico esempio nella storia dell’esplorazione marittima di ogni tempo. 

BIBLIOGRAFIA 

“Ugolino e Guido Vivaldi” – A. Magnaghi; 

“Precursori di Colombo. Il tentativo transoceanico dei genovesi fratelli Vivaldi nel 1291” – A. Magnaghi 

 “Dawn of Modern Geography” – Charles Raymond Beazley; 

“Histoire du commerce du Levant” – Wilhelm Heyd; 

“Annali Genovesi di Caffaro e de’ suoi continuatori” – L.T. Belgrano; 

“Nota sulla spedizione dei fratelli Vivaldi del 1291” – L.T. Belgrano; 

“Degli antichi navigatori scopritori Genovesi” – Giovanni Antonio Canali; 

“Der Alteste Versuch zur Entdeckung des Seeweges nach Ostindien” – Georg Heinrich Pertz; 

“Due vele per un sogno” –  Franco Prosperi; 

“La découverte de l’Afrique au M.Age” – Ch. De la Roncière. 

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