Tamburi di guerra nel Transvaal: I’eccidio ‘dimenticato’ dei Boeri. Di Paolo Mathlouthi.

Il generale boero Louis Botha.

Alla fine del XIX secolo, nel momento del suo massimo fulgore, l’Impero britannico copriva un quarto delle terre emerse: dalle isole tropicali dell’arcipelago delle Antille fino alle rive del Gange, passando per le oasi del deserto del Sahara, ovunque l’union jack svettava catturata dal vento su sontuose dimore coloniali in stile vittoriano, con prato all’inglese e barboncini annessi, che ad ogni latitudine riproducevano le atmosfere della vecchia Londra. Trecentocinquanta milioni di uomini vivevano e morivano secondo le leggi dettate da Sua Maestà.

 Nel 1898 una sola tribù, stanziata da due secoli nell’Africa australe, si opponeva ancora alla travolgente avanzata delle Giubbe Rosse. I suoi componenti avevano percorso centinaia di chilometri verso Nord per sfuggire all’influenza britannica nella regione del Capo ed avevano già incrociato le armi con gli Inglesi per salvaguardare la propria indipendenza, infliggendo loro una pesante sconfitta a Majuba Hill nel 1881. Si trattava di un popolo di origine europea, i Boeri, discendenti diretti dei primi coloni olandesi approdati lungo le coste del Sudafrica a metà del Seicento. Per Joseph Chamberlain, allora Ministro delle Colonie e teorico della politica espansionistica inglese, la volontà d’indipendenza dei Boeri era intollerabile. Quale la vera ragione di tanto accanimento? Come al solito i calcoli inglesi erano allo stesso tempo strategici ed economici. Nonostante la sempre crescente importanza del Canale di Suez per il commercio britannico con l’Asia, il Capo rimaneva una base militare d’immensa rilevanza per l’Inghilterra, dato che Suez poteva rischiare di venir chiuso nel corso di una guerra europea; rimaneva anzi, agli occhi di Chamberlain, “la pietra angolare di tutto il sistema coloniale britannico”. Allo stesso tempo non era certo di secondaria importanza il fatto che una delle repubbliche boere fosse situata sul più grande giacimento aurifero del globo. Nel 1900 il Transvaal produceva un quarto dell’oro di tutto il mondo, aveva assorbito 114 milioni di sterline di capitale, in gran parte britannico, e si avviava a diventare il centro di gravità economico dell’intera area: un bottino decisamente troppo ricco da lasciare agli Olandesi…

I Boeri, dal canto loro, non si capacitavano di dover dividere le proprie ricchezze con gli Uitlanders, le decine di migliaia di immigrati britannici che si erano riversati in Sudafrica alla ricerca dell’oro. Né approvavano il modo (relativamente) più liberale in cui gli Inglesi trattavano la popolazione nera della Colonia del Capo. Per il loro Presidente Paul Kruger, la vita rigorosamente calvinista dei Boeri era semplicemente incompatibile con il dominio britannico. Il problema per gli Inglesi stava invece nel fatto che questa tribù africana era diversa dalle altre, sebbene la differenza consistesse non tanto nella circostanza che erano bianchi, quanto in quella che erano ben armati. Non si può negare che fu proprio Chamberlain a provocare la guerra contro i Boeri, convinto che sarebbe stato facile intimorirli ed indurli alla resa. La richiesta, avanzata dal governo britannico, che agli Uitlanders fosse concesso il diritto di voto nel Transvaal dopo cinque anni di residenza era, in realtà, un pretesto. Il vero scopo della politica imperiale apparve chiaro nella volontà di impedire che i Boeri stabilissero un collegamento diretto con il mare attraverso la baia di Delagoa, controllata dai Portoghesi, il che avrebbe liberato loro, ma soprattutto le miniere, dalla necessità di servirsi della ferrovia inglese che arrivava al Capo. Ad ogni costo, anche a costo di una guerra, i Boeri dovevano essere sottomessi.

L’Inghilterra condusse le manovre di mobilitazione in grande stile. A sostegno dei reparti coloniali già presenti in loco, truppe di rincalzo furono fatte affluire da Victoria, dal New South Wales, dal Queensland, dal Canada e dagli Stati della Malesia: come osservò con una punta di amara ironia il deputato irlandese John Dillon, si trattava della guerra “dell’Impero britannico contro trentamila agricoltori”. Ma i Boeri, contrariamente alle previsioni ottimistiche del Ministro delle Colonie, avevano avuto tutto il tempo di prepararsi adeguatamente allo scontro. Sin dal 1895, quando Leander Starr Jameson aveva condotto un primo sfortunato raid nel Transvaal, era chiaro che una resa dei conti sarebbe stata, presto o tardi, inevitabile. Due anni dopo, la nomina di Alfred Milner ad Alto Commissario per il Sudafrica aveva inviato un altro chiaro segnale: convinto suprematista, questi aveva dichiarato apertamente che non poteva esserci posto in Sudafrica per “due sistemi politici e sociali in assoluto conflitto tra loro”.

 Attraverso emissari e mercanti d’armi giunti appositamente dalla vicina Africa Occidentale Tedesca, la Germania, desiderosa in tutta evidenza di indebolire la posizione della rivale inglese nell’area, rifornì i Boeri delle armi più moderne: le mitragliatrici Maxim, che gli stessi Inglesi avevano adoperato con grande efficacia poco tempo addietro per reprimere le rivolte dei Dervisci in Sudan, ma anche la migliore artiglieria della Società Krupp di Essen, oltre a casse su casse dei nuovi fucili Mauser, i quali vennero fatti affluire in grande quantità nel territorio boero nascosti nel doppiofondo di chiatte che risalivano il corso del fiume Orange. Il loro proverbiale stile di vita da pionieri, aveva reso i Boeri ottimi tiratori; ora, grazie al provvidenziale apporto della tecnologia tedesca, erano anche armati a dovere. E, naturalmente, conoscevano il terreno molto meglio dei rooinekke (in lingua afrikaans, “colli rossi”, a causa della pelle arrossata dal sole tipica del soldato inglese).

Soldati Boeri.

Nel Natale del 1899 i Boeri erano già entrati in profondità nel territorio britannico. A quanto sembrava, i tacchini (così gli Inglesi apostrofavano spregiativamente i Boeri) sapevano farsi valere, e nulla dimostrò la loro precisione nel tiro meglio di quanto accadde a Spion Kop. Il generale Sir Redvers Buller era stato mandato in aiuto dei dodicimila soldati inglesi assediati dai Boeri a Ladysmith, nella provincia inglese del Natal. A sua volta, Buller diede al generale Sir Charles Warren l’incarico di penetrare le difese boere nei pressi di una collina chiamata Spion Kop. Il 24 gennaio 1900 Warren ordinò ad una forza mista di Lancasters e Uitlanders di scalare la ripida e rocciosa collina con il favore della notte, approfittando della nebbia. Incontrarono soltanto un picchetto nemico, che fuggì; sembrava che i Boeri avessero ceduto la collina senza combattere. Nella fitta bruma del mattino, gli Inglesi prepararono una sorta di trincea provvisoria, certi di aver riportato una facile vittoria. Ma Warren si era ingannato sull’esatta conformazione del terreno. La posizione britannica era completamente esposta al fuoco dell’artiglieria boera che veniva dalle colline circostanti. Appena la nebbia si alzò, ebbe inizio la strage: ora erano gli Inglesi ad avere il ruolo delle vittime. Un allora giovanissimo Winston Churchill, aggregato alla spedizione britannica come corrispondente di guerra per conto del “Morning Post”, scrisse che “i proiettili boeri piovevano al ritmo di sei o sette al minuto” e non poté far altro che guardare inorridito “il grosso e continuo fiume dei feriti che scorreva verso la retroguardia. Ai piedi dell’altura sorse un villaggio di autoambulanze. I morti e i feriti, deturpati dai proiettili, ricoprivano la vetta divenuta una rovina di rocce insanguinate”. Sarebbe stato difficile immaginare un contrasto più netto tra quella sconfitta e le scene di trionfo alle quali aveva assistito ad Omdurman, sulle rive del Nilo, soltanto diciassette mesi prima, quando ventimila Inglesi, guidati da Herbert Horatio Kitchener, vendicarono la morte di Gordon, avendo facilmente ragione delle pur soverchianti forze del Mahdi. Va detto che il futuro Primo Ministro non era al centro di quella tempesta d’acciaio. Un sopravvissuto raccontò di aver visto i suoi compagni completamente bruciati, spezzati a metà e decapitati. Per i lettori dei giornali in patria, ai quali vennero risparmiati questi sanguinosi dettagli, la notizia parve tuttavia quasi incredibile: la Gran Bretagna era stata sonoramente sconfitta da…trentamila agricoltori olandesi! Decisi a sfruttare il vantaggio acquisito, i Boeri strinsero d’assedio Mafeking, avamposto di frontiera situato lungo la linea di confine tra il Transvaal e la Colonia del Capo, luogo di partenza di tutte le precedenti sortite inglesi in territorio boero. Nelle fila britanniche cominciò a diffondersi il timore che, se Mafeking fosse caduta, i molti Boeri residenti nella Colonia del Capo avrebbero potuto sollevarsi, unendosi ai loro fratelli del Transvaal e del Libero Stato di Orange.

Artiglieria britannica.

L’assedio di Mafeking venne dipinto in Inghilterra come l’episodio più glorioso della guerra, il momento in cui finalmente era prevalso lo spirito dei campi da gioco dei college inglesi. La stampa britannica descrisse l’evento come una sorta di competizione sportiva: una partita a cricket di sette mesi tra Inghilterra e Transvaal.

 Per 217 giorni il Colonnello Robert Stephenson Baden – Powell, a capo del I Reggimento del Bechuanaland, sostenne l’assedio di una forza boera molto più consistente e dotata di un’artiglieria di potenza superiore: gli assediati disponevano infatti di due pezzi da sette libre ad avancarica, contro i nove cannoni Creusot “Long Tom” da 94 millimetri di Cronje. Quando infine, il 17 maggio 1900, l’assedio fu levato e la cittadina sudafricana liberata, vi furono per le strade di Londra scene di isterica esultanza, come se, per dirla con Wilfrid Scawen Blunt, “avessero sconfitto Napoleone”: per celebrare l’evento fu emesso un francobollo commemorativo che, sotto l’intestazione “Libera Repubblica di Mafeking”, recava in effige la testa di Baden – Powell al posto di quella della Regina e l’ex allievo di Charterhouse fu premiato con il comando di una nuova forza, la South African Constabulary.

A partire dall’estate del 1900 la guerra parve cambiare direzione a favore degli Inglesi. L’esercito britannico, comandato ora dal veterano della campagna d’India Lord Frederick Sleigh Roberts, aveva liberato Ladysmith e si era spinto in profondità nel territorio boero, espugnando sia Bloemfontein, capitale del Libero Stato di Orange, sia Pretoria, capitale del Transvaal. Benché avessero perso le loro principali città, i Boeri rifiutarono ostinatamente di arrendersi, passando a tecniche di guerriglia. Esasperato, Roberts adottò una nuova implacabile strategia, destinata a colpire i Boeri dove erano più vulnerabili. Già da qualche tempo vi erano state distruzioni sporadiche delle loro fattorie, in genere con il pretesto che alcune davano asilo ai cecchini o rifornivano i guerriglieri con cibo e notizie. Ora le truppe inglesi furono autorizzate a bruciare sistematicamente le case dei Boeri. Si poneva però il problema degli sfollati: che fare delle donne e dei bambini che i Boeri si erano lasciati dietro per unirsi ai loro reparti e che adesso, a migliaia, erano senza un riparo? La tecnica della terra bruciata avrebbe dovuto costringere presto i Boeri alla resa, se non altro per proteggere i propri cari. Dato però che questo non avveniva, i civili diventavano responsabilità dell’amministrazione inglese. Roberts era dell’avviso che “nutrire persone i cui parenti erano in guerra contro l’Impero non avrebbe fatto altro che incoraggiare questi ultimi a prolungare la resistenza”. Decise quindi di stipare donne e bambini in campi di concentramento. All’Inghilterra va storicamente riconosciuto il triste merito di essere stata la prima nazione europea a fare ricorso, in epoca moderna, al sistema concentrazionario come mezzo teso all’eliminazione scientifica di un popolo nemico. A questo proposito è interessante rilevare che Sir Nevil Henderson, ambasciatore britannico a Berlino negli Anni Trenta, ricorda nelle sue memorie che quando protestò con Hermann Goering per la brutalità dei campi di concentramento nazisti, quest’ultimo prese dalla libreria un volume dell’enciclopedia tedesca e, aprendolo alla voce Konzentrationslager, lesse: “usati per la prima volta dagli Inglesi nella guerra sudafricana”…

Truppe britanniche entrano a Pretoria.

L’escamotage della terra bruciata, unito ai campi di concentramento, sortì alla lunga gli effetti sperati: fiaccati dal regime poliziesco instaurato da Kitchener che, subentrato a Roberts nel novembre del 1900, ricoprì il paese di posti di blocco e reticolati di filo spinato, i Boeri vennero infine costretti a sedersi al tavolo dei negoziati.

La resa degli ultimi reparti boeri.

Lo storico americano Niall Ferguson ha scritto che il Transvaal è stato per l’Inghilterra ciò che il Vietnam ha rappresentato per gli Stati Uniti. Affermazione senza dubbio iperbolica e volutamente provocatoria, ma non priva di fondamento, almeno per due ordini di ragioni: l’enorme prezzo pagato in termini economici e di vite umane (45.000 tra morti e feriti a fronte di una spesa complessiva di 250 milioni di sterline) ed il mancato raggiungimento – nella sostanza se non nella forma – dell’obiettivo iniziale. Certo, con il Trattato di Vereeniging (31 maggio 1902), le due repubbliche boere perdevano l’indipendenza ed entravano a far parte dell’Impero britannico. Ma questo significava che gli Inglesi dovevano sobbarcarsi l’onere della ricostruzione e inoltre il Trattato rimandava il problema della concessione del diritto di voto agli Uitlanders all’indomani dell’instaurazione di un governo autonomo. Il periodo di interregno consentì ai Boeri di avvantaggiarsi politicamente. Nel 1910, otto anni dopo la fine del conflitto, fu creata l’Unione del Sudafrica, con un governo a maggioranza afrikaaner di cui Louis Botha, comandante dell’esercito boero, fu nominato Primo Ministro, mentre molti altri eroi di guerra facevano parte del Gabinetto. In sostanza, ora i Boeri governavano non soltanto quelli che erano un tempo i loro Stati, ma anche i territori inglesi del Natal e della Colonia del Capo e, con l’introduzione nel 1913 del Native Land Act, che limitava il possesso della terra per i neri al decimo meno fertile del territorio, avevano compiuto i primi passi per l’introduzione della legislazione segregazionista dell’apartheid. Milner si era augurato che il futuro fosse “due quinti di Boeri e tre quinti di Inglesi: pace, progresso ed integrazione”. Ma non c’era numero sufficiente di immigrati britannici in Sudafrica perché l’auspicio potesse realizzarsi. Paradossalmente, le conseguenze della guerra anglo – boera furono più profonde in Inghilterra che in Sudafrica, perché fu lo sdegno suscitato nell’opinione pubblica per il modo in cui era stata condotta a spostare decisamente a Sinistra la politica inglese negli anni successivi. Le indagini della Commissione Fawcett, incaricata dal Parlamento di far luce sugli abusi compiuti dall’esercito inglese nei campi, portarono alla ribalta i numeri della tragedia: nel breve volgere di poco meno di due anni erano decedute, a causa della malnutrizione e delle pessime condizioni igieniche, 27.927 persone tra donne e bambini, pari al 14,5% dell’intera popolazione boera, un numero di gran lunga superiore a quello dei caduti boeri in azioni militari dirette. Riferendo sull’esito dell’inchiesta di fronte alla Camera dei Comuni, David Lloyd George dichiarò: “Una guerra di annessione contro un popolo orgoglioso non può non essere una guerra di sterminio, e malauguratamente sembra proprio ciò a cui ci siamo applicati – bruciare case e cacciare donne e bambini…la barbarie che ne deriverà macchierà questo Paese per sempre”.

Bibliografia:

Alberto Caminiti, Le guerre anglo – boere, Ermanno Albertelli Editore, Parma 2008.

Byron Farwell, The great boer war, Wordsworth Military Library, Ware, Hartfordshire, 1999.

Saint – Loup, Boeri….all’attacco!, Ritter Edizioni, Milano, 2010

Bernard Lugan, Storia del Sudafrica, Garzanti, Milano, 1989.

Thomas Pakenham, The boer war, Abacus History, Londra, 1992

Fonti informatiche

http//: www.volkstaat.it Spazio web per l’indipendenza del popolo – nazione boero.

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