L’enigma cazaro. Di Aldo Marturano.

Popolazione di ceppo turco originaria dell’Asia Centrale, i Càzari, tramite la lunghissima migrazione verso occidente ed alla loro successiva conversione all’ebraismo, furono una vera e propria “anomalia” della Storia.

La storia dei Càzari fonda su due pilastri epistemologici: l’origine turca e l’appartenenza all’ebraismo. Come si relazionano fra loro questi pilastri storicamente e culturalmente? Certe caratteristiche culturali che entrarono nello “spirito ebraico” della Diaspora del Centro Asia e della regione caucasica potrebbero darci una mano? Questi ebrei a stragrande maggioranza erano cittadini quando incontrarono i turchi a partire dal VII-VIII sec. d.C. ed è logico che esercitassero potenti influenze sulle idee e sugli atteggiamenti dei pastori nomadi. Ma con quali turchi ebbero maggiori contatti?

Come primo passo rivolgiamoci alla Torà partendo dall’origine dei popoli.

Al Cap. X della Genesi (Berešit in ebraico) ci imbattiamo nei discendenti di Noè: “1. E queste sono le generazioni dei figli di Noè: Sem, Ham e Jafeth ai quali erano nati dei figli dopo il Diluvio. 2. I figli di Jafeth: Gomer e Magog e Madai e Javan e Tubal e Mešekh e Tiras. 3. E i figli di Gomer: Aškenaz e Rifath e Togarmah. 4. E i figli di Javan: Eliša e Taršiš, Kittim e Dodanim. 5. Presso di loro c’erano le isole dei Gentili…” L’enumerazione dei personaggi continua con tantissimi nomi i cui epigoni avrebbero popolato la Terra. A parte il taglio leggendario dell’inaffidabile tradizione biblica, è difficile collegare Noè coi turchi Càzari. Se, ad esempio, Javan indica l’eponimo dei greci della costa anatolica o Ioni e Mešekh quello della gente caucasica dei Moskhi noti a Erodoto e dei Maskuti delle Cronache armene o Kittim degli gli Ittiti…i Càzari dove sono? Eppure Abulghazi Bahadur, khan di Khivà nel XIX sec. d.C. elencava la propria ascendenza da Noè e vi includeva i Càzari: Jafeth avrebbe avuto otto figli cioè Türk, Čin, Khazar, Saklab, Rus, Ming, Gumari e Khalaj (Jaraj o Taraj, Jarach, nelle ricopiature ci sono errori di lettura e ipercorrezioni). Dopodiché si era stabilito in una regione chiamata Selenkej (Selenga?) e qui aveva inventato la tenda cilindro-conica dei Turchi (la jurta, che propriamente si chiama ger). Il khan affermava di essersi basato su antichissimi documenti circolanti nelle steppe e identificava nei primi sei nomi rispettivamente i Turchi, i Cinesi, i Càzari, gli Slavi, i Russi e i Ming. Gumari sarebbe il Gomer biblico o, tutt’al più, i Cimmeri sul Mare d’Azov.

Passiamo al kaghan càzaro Giuseppe, ora ebreo (sec. X d.C.), che in risposta al visir “spagnolo” Hasdai ben Shaprut scrive: “Tu mi chiedi nella tua lettera: Da quale popolo, da quale stirpe e da quale etnia provieni? Ti faccio sapere in questa mia che io provengo dai figli di Jafeth, dai discendenti di Togarmah. Così ho trovato scritto nelle genealogie dei miei padri: A Togarmah nacquero 10 figli e questi sono i loro nomi: Il più vecchio si chiamava Ujur, il secondo Tauris, il terzo Avaz, il quarto Ugur, il quinto Bizal, il sesto Tarna, il settimo Khazar, l’ottavo Jamur, il nono Bulgar il decimo Savir. Io discendo dal settimo, Khazar.”

Purtroppo le corrispondenze fra la genealogia di Abulghazi Bahadur e del kaghan Giuseppe con le altre trascritte dall’autorevole Rašid-ed-Din Tabibi (di ascendenza ebrea) del XIII sec. d.C. o da al-Juweini per i Turchi sono poche, benché le ricerche di H. Vambéry (turcologo del XIX sec. d.C.) ci confortino col dire che gli alberi genealogici (šecere in turco, šagiarat in arabo) rispecchiavano tradizioni orali effettivamente antiche in giro nelle steppe. Insomma, pur pieni di fantasie, in una logica mitica della parentela delle genti turche col resto dell’umanità includevano a buon diritto Càzari e Bulgari! Il Centro Asia fa poi parte del mondo steppico, ma non ci sono i Càzari nell’epopea nazionale dei persiani zoroastriani, lo Šahname (Nomi dei Re, poema persiano del X sec. d.C.) di Firdausi, quando il poeta contrappone la sua patria, il paese degli Arya o Iran, ai nomadi pastori considerati da lui selvaggi e inferiori o Turan.

Rivolgiamoci allora agli annalisti armeni che scrivono del Caucaso e del Centro Asia. Nella Geografia di Mosè di Corene (V sec. d.C.) ecco apparire i Khazirk (insieme con i Savirk). Inoltre nella Storia dell’Abvania (l’Albania caucasica delle fonti romane) di Mosè Kalankatvatsi (pure del V sec. d.C.) si parla di un assalto di Càzari, nel 450 d.C.

Forse si tratta di capire che cosa s’intenda, oggi e ieri, per etnia o stirpe e se i Càzari (e i Bulgari) ne costituissero una a sé e, come tale, partecipassero a certi piani di colonizzazione di terre nuove in Occidente. Ma chi e quando riesce a aggregare un gruppo di persone intorno a sé e con loro stendere un piano di interessi comuni da realizzare, staccandosi dalle tradizioni e dai confini dove finora è vissuto? E chi, incontrandosi o scontrandosi col nuovo gruppo, gli attribuirà un nome distintivo, un soprannome, come nel nostro caso khazar, che funga da etnonimo. Khazar è parola turca, ma è impossibile risalire oggi alla sua esatta etimologia dopo tanto tempo e quando gli studi sul turco e sulle lingue uralo-altaiche sono ancor giovani.

Dalle fonti apprendiamo che con lo sfascio dell’Impero Unno si costituirono diverse entità etniche in Centro Asia e che, nel 551 d.C., molte furono conglobate nel nome generico di Turchi o Türk in un grande kaghanato (embrione di Stato o meglio una lega di clan, in turco oğlanlar). Il kaghanato si avviava a esercitare un’influenza militare e politica dalle rive orientali del Caspio fin nella lontana Cina. Dopo una più o meno lunga durata kaghanato si spaccò in due e cioè i Türk Orientali e i Türk Occidentali. Un bel giorno, una nuova lega di oğlanlar all’interno di uno dei kaghanati, capeggiata da Cazari (Khazar) e Bulgari (B’lgar), decide di affrontare l’avventura e si immerge nell’ignoto cammino verso Occidente. Durerà anni, se non generazioni, lungo la famosa Strada della Steppa o, come la chiamavano essi stessi, la Cintura della Terra che, lunga circa 15 mila chilometri, univa il Pacifico col Danubio. Attraversava praterie semiaride e deserti, come quello terribile del Gobi in Mongolia, costeggiava il Lago Baikal, passava a nord o a sud del Mare di Aral, incontrando ancora un paio di deserti. Dopo il Mare d’Aral l’itinerario, più noto come Via della Seta settentrionale, diventava impervio giacché c’era da superare il Deserto delle Sabbie Nere e le micidiali paludi del basso Volga a nord del Caspio, prima di svoltare nelle steppe ucraine. Finalmente, superato il fiume Ural, si arrivava nella pianura Russa.

È facile immaginare la meta ultima dei Càzari e dei Bulgari: la favoleggiata capitale dell’Impero Romano d’Oriente, Roma sul Bosforo, corrotta nelle lingue locali in Rum, Hrim, Frum o Fu-lin. E non erano le uniche ondate di migranti a aver scelto da qualche secolo ormai questa meta e quindi è immaginabile come ogni movimento nelle steppe non appena giunto alle orecchie bizantine mettessero la diplomazia in grande allarme. Come erano armati? Quanti erano? Come deviarli o fermarli? Sulla base di interrogatori dei prigionieri di guerra o di mercanti si tentava di definire le questioni. Ma a volte tali spie mandate a saggiare il terreno raccontavano favole davvero irreali per compiacere l’interrogante…

Alla fine nel VI sec. d.C. la corte imperiale romana allestì un’ambasciata con a capo il notabile bizantino Zemarchos. Costui si recherà nella steppa eurasiatica per incontrare il kaghan turco, Dizabulus. In realtà quest’ultimo nome nella grafia greca non è identificabile né suona come il nome di un kaghan e per il turcologo H. Vambéry non è un nome di persona, ma una carica temporanea. Insomma lucciole per lanterne da parte degli informatori di corte sicuri di avere i contatti giusti! Al di là dell’avventurismo della corte bizantina, l’ambasciata di Zemarchos parte anche perché deve rispondere a quella precedente dei Sogdiani (persiani) arrivata sul Bosforo intorno al 568 d.C., che proponeva per conto del kaghan Ištemi un’alleanza contro i Sassanidi. I Sogdiani riportarono come il kaghan fosse irritato con “Roma” per aver accolto gli Avari in Pannonia, sottraendoli alla sua autorità, che al contrario aveva previsto per gli Avari una punizione per aver sconvolto l’ordine stabilito: ricacciarli immediatamente nelle steppe e rimandarli verso est. Evidentemente il kaghan ignorava che gli Avari avevano preso la Pannonia ai Gepidi già lì residenti e che l’Impero Romano era rimasto a guardare. Che cosa c’era in gioco? I Sogdiani agivano nell’ambito del progetto di dominare i traffici commerciali che passavano nel Centro Asia diretti a Derbent, le Porte di Ferro del Caucaso sulla riva sinistra del Caspio. Sotto la loro spinta il kaghan aveva già una volta cercato di espugnare Derbent da sud, ma davanti alle formidabili fortificazioni ricostruite dal re persiano Cosroe Anuširvan, ma risalenti nientedimeno ad Alessandro Magno, aveva rinunciato. Di qui ne era seguita la prima ambasciata a Costantinopoli del mercante Maniakh di Samarcanda, autoelettosi ambasciatore-paladino del nuovo kaghan contro il predominio persiano sulla seta. La storia pregressa di Maniakh era vecchia di anni quando costui, offerta una partita di seta alla corte persiana, era stato ricevuto dallo scià che gliel’aveva pure acquistata al prezzo da lui richiesto. Poi però aveva bruciato il carico per umiliare Maniakh a conferma dell’intenzione di non farsi soffiare da lui il commercio del preziosissimo prodotto, che la Persia pure fabbricava e mandava a Costantinopoli. Maniakh non l’aveva mandata giù e si era rivolto ai turchi che furono d’accordo ad appoggiare ogni sua mossa contro lo scià. L’influenza sogdiana sui turchi era forte. Un generale cinese contemporaneo lo aveva notato: “I turchi sono dei sempliciotti e facilmente si possono mettere l’uno contro l’altro. Purtroppo i Sogdiani che vivono fra loro sono astuti e insidiosi e fanno loro da maestri e da consiglieri.” Così l’offerta turca per Costantinopoli, tramite Maniakh, diventò di non ostacolare l’itinerario che passa a nord del Caspio e che sbocca sul Mar Nero per concludersi a Soldaia, base sogdiana di Crimea, perché sotto l’egida turca. Condizioni dure per il Bosforo. D’altronde non aveva l’Impero Romano anni prima tentato di saltare Persiani e Sogdiani e avere la seta via India? Procopio di Cesarea ci racconta dei contatti con i re cristiani d’Etiopia e dello Yemen affinché facessero da intermediari per la seta cinese e racconta pure come tutto fosse finito nel nulla. Insomma l’ambasciata del 568 d.C. confermava che finalmente era giunta l’occasione giusta e che Zemarchos, più che controbattere alle accuse turche, una maschera diplomatica per le spie persiane residenti a Costantinopoli che ascoltavano i discorsi fra imperatore e mercanti, avrebbe dovuto rendersi conto di persona dell’eventuale potenza del kaghan e dei suoi legami con i mercanti della seta.

Nel 576 arriva un’altra ambasciata (ce ne furono parecchie in entrambi i sensi) da parte di Tardu, succeduto a Ištemi (suo figlio?), con altre lamentele dirette stavolta all’Imperatore Tiberio II per non aver attaccato la Persia, come invece si era d’accordo. E in queste vicende troviamo coinvolti i clan bulgaro-cazari, giacché due cronachisti abbastanza affidabili, Michele Siro e Gregorio Bar Hebraeus, raccontano che ai tempi dell’Imperatore Maurizio (582-602) un clan turco di ben 30 mila persone con a capo tre fratelli giungessero sotto il fiume Don alla ricerca di un posto al sole. Il primo fratello, Bulgarios o Bulgaris, attraversò il fiume e si stabilì lungo la frontiera romano-balcanica, mentre il secondo e il più anziano dei tre, Kazarig, si fermò presso gli Alani nel nord del Caspio nella regione detta allora Barsalia/Bersilia e oggi Daghestan.

È possibile perciò che Cazari e Bulgari, se all’epoca di Zemarchos e compagni erano già in cammino, partecipassero effettivamente a un progetto di conquiste di Ištemi. Se però è un primo coinvolgimento dei Càzari in Europa, non lo è per i Bulgari giacché nel 482, dopo la morte di Attila, l’Imperatore Zenone li conosceva già avendoli impiegati contro i Goti. Anche questo si trova in Michele Siro e Gregorio Bar Hebraeus. Vuol forse dire che il contingente bulgaro proveniva dal clan di Bulgarios e che i 30 mila turchi nelle steppe ucraine avevano deciso di far da baluardo per conto bizantino? E che, non appena maturate condizioni più favorevoli, i Bulgari avessero chiesto ai Càzari, restati in retroguardia, di farlo anche loro? Non sappiamo come andò, tuttavia, più che a discordanze nelle fonti, si può pensare a un piano ben congegnato di colonizzazione in corso.

In breve due clan turchi (Ghuz) delle lontane steppe orientali decidono di migrare. Mettono insieme un gruppo di qualche centinaio di cavallerizzi armati e li lanciano verso occidente alla ricerca di terra. In ogni tappa che faranno tutto può accadere e, quando finalmente avranno trovato lo spazio privo di impedimenti locali insuperabili, si sistemano e mandano l’informazione ai congeneri rimasti in attesa e la migrazione dei Ghuz si mette in moto. Oggi ciò può farsi in una settimana, persino con migliaia di migranti, ma allora occorrevano più generazioni.

Nelle Cronache Armene le menzioni di passaggi di turchi nomadi nelle terre caspiche sono frequenti, ma elencare ogni menzione dei Càzari nelle fonti scritte per spiegarci la loro presenza nella regione non serve e rimandiamo il lettore a lavori più specializzati.

Vediamo allora che le “visite turche” risalivano addirittura ai primi secoli dell’era cristiana allorché il Regno di Abvania (già nominato) dominava la detta Bersilia/Barsalia. Purtroppo gli assalitori-disturbatori sono ricordati sotto nomi diversi nelle loro azioni militari e rimane aperta fra gli archeologi la questione di riconoscere quali fra i reperti degli scavi in loco siano bulgari o càzari e quali siano da attribuire a altri popoli. In epoca sovietica si diffuse ad arte l’idea che negli scavi non potessero trovarsi oggetti da attribuire ai Càzari “ebrei”…

Sia come sia possiamo dire che il primo Stato organizzato da questi turchi, secondo gli schemi bizantini nel VII sec. d.C., sarà bulgaro e sarà conosciuto col nome di Grande Bulgaria del Ponto su un territorio che va dal Mare d’Azov e la steppa a sud di Kiev, città quest’ultima probabilmente non ancora pienamente sviluppata, per arrivare fino alla riva sinistra del Danubio. L’esistenza della Bulgaria del Ponto è imperniata su un unico personaggio, noto da un documento scritto in Egitto dal vescovo di Nicea Giovanni (X sec. d.C.) come re degli Unni, Kuvrat/Kubrat (in greco Koubratos). Questi è ricordato per gli intrighi amorosi con l’Imperatrice Martina, moglie di Eraclio, ed il vescovo informa del forte legame esistente fra i due e come Martina, da vedova, avesse richiesto il di lui aiuto quando, insieme col patriarca Pirro, aveva ordito una congiura per mettere sul trono suo figlio Costantino III di soli 11 anni. La storia è complicata e a noi interessa solo dire che le frequentazioni di Kuvrat denunciano come il bulgaro fosse già battezzato, altrimenti i contatti con la nobiltà non avrebbero potuto aver luogo. Benché Kuvrat si fosse poi impegnato a cristianizzare i sudditi, non lo fece e le lotte interne dei clan per il potere fra i Bulgari, intense e cruente, non implicarono la questione religiosa dello Stato. È importante notarlo perché i paganesimi turco, caucasico etc. restavano ancora diffusissimi e, in Crimea e nel Bosforo Cimmerio, convivevano con il Cristianesimo, nonostante l’azione evangelizzatrice della Georgia e dell’Armenia in tutta la regione caucasica. L’Ebraismo non mancava benché dominasse di più fra i mercanti costantinopolitani. L’Islam al contrario era ancora da venire.

Kuvrat (o Kurt, lupo in turco, nell’elenco dei sovrani Bulgari del Danubio) apparteneva all’oğlan Dulo (un ramo dei carismatici Ašina) e starà al potere per 58 anni. Dopo la sua morte (642 d.C.) fra i figli non c’è accordo ed Asparukh, il più giovane a cedere secondo le leggi turche, emigra coi suoi verso il Danubio decidendo per l’amicizia di Costantinopoli, mentre il fratello Bat-baian rimane nel Ponto. L’altro fratello Kotrag muove verso nordest e si ferma presso i Càzari. Gli eventi evidentemente indeboliscono i Dulo della Bulgaria del Ponto e sono i Càzari ad approfittarne. Inglobano ciò che resta dei bulgari e giungono a diretto contatto nell’area del Danubio ed in Crimea con Costantinopoli. Lo storico bizantino, Teofane, informa che verso il 627 d.C. dei turchi orientali chiamati Càzari partecipassero con l’imperatore Eraclio contro i Persiani all’assedio della città georgiana di Tiflis (Tbilisi). La notizia però è un anacronismo giacché gli scontri con i Persiani in Georgia risalgono al tempo del sassanide Hormizd IV (578-590), ma è curioso accennarvi. L’assedio risultò in un fiasco completo e i Càzari in ritirata furono dileggiati dai georgiani con tante maschere fatte con le zucche infisse lungo le mura che ridicolizzavano il viso del comandante càzaro. Costui giurò di vendicarsi e l’anno dopo i Càzari entrarono vittoriosi a Tiflis e brutalizzarono la popolazione ed i suoi capi.

Teofane non parla però di uno Stato càzaro. Per lui i Càzari restano dei nomadi selvaggi. D’altronde l’Impero Romano riconosceva uno Stato solo se lo si potesse descrivere con una religione, una lingua comune e un sovrano o, al limite, se avesse il riconoscimento dell’altra maggiore potenza del tempo ossia della Persia. Eppure un dominio càzaro nel VII sec. d.C. è noto nel Libro della storia dei Tang (Tang shu), dove si parla della Choresmia (Ho-li-si-mi) intorno al fiume Oxus (Wu-hu) che confina a sudest con i Persiani/Fars (Po-r-sz’) e a nordest con i Ko-sa(r) tü(r)-küe ossia i Càzari-turchi. Conclusioni? Verso la metà del VII sec. d.C. i Càzari ci sono almeno come gente a sé e ancora non come Stato. Dominano da un centro caspico un certo numero di genti caucasiche sedentarie cristiane e un certo numero di clan nomadi pagani, ma non sono ancora ebrei, né tanto meno cristiani.

A. Koestler, The Thirteenth Tribe, Random House 1976;

K.A. Brook, The Jews of Khazaria, Rowman & Littlefield Publishers 2006;

N. Ritvin, History of Khazar-Jews, AuthorHouse 2010;

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L. N Gumilev, New data on the History of the Khazars, Perikin 1967.

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