Chiesa e Verità: la prospettiva occamista. Di Martina Vullo.

Il conflitto fra i Regni di Francia e d’Inghilterra, che esploderà nella guerra dei Cent’Anni, la dilagante corruzione e mondanizzazione della Chiesa, la difesa del potere imperiale e la cultura francescana della povertà evangelica sono gli elementi che fanno da cornice al profilo e al pensiero di Guglielmo d’Occam. Su questo sfondo storico si svolge l’opera del filosofo inglese, un’opera che risponde al suo tempo, ai suoi problemi e alle sue angosce.

Nato nel villaggio di Ockham, in Inghilterra, nell’ultimo decennio del Duecento, Guglielmo di Ockham o Occam (1285–1347) entrò nell’ordine dei francescani, studiò ad Oxford ed insegnò in questa università. Nel 1324 venne convocato ad Avignone, alla corte del papa Giovanni XXII (12491334), per essere sottoposto a processo a causa del suo appoggio al movimento dei “fraticelli”, cioè di quei francescani “spirituali” che sostenevano la necessità della povertà assoluta. Nel 1328, anno in cui ebbe luogo una vera svolta nell’esistenza del filosofo, egli dovette fuggire da Avignone. La scomunica papale lo raggiunse a Pisa dove si era unito ai sostenitori dell’imperatore Ludovico IV, detto il Bavaro (12821347). Nel 1342 Guglielmo divenne il capo spirituale del movimento dei “fraticelli”; ma nel 1347, morto l’imperatore Ludovico, Occam restituì il sigillo al capitolo dell’ordine, riconciliandosi in tal modo con la Chiesa. Morì nel 1349, a Monaco di Baviera, dove aveva seguito il Bavaro al ritorno dall’Italia. Il filosofo, figura-ponte tra il Medioevo e l’età Moderna, reputa impossibile l’accordo fra la ricerca filosofica e la verità rivelata e, spogliando la teologia dalla sua armatura scolastica, svuota di ogni significato la metafisica tradizionale. Per negare la possibilità di spiegare razionalmente i dogmi di fede, Occam si serve dell’esperienza. Ogni realtà che trascende l’esperienza non può essere né conosciuta né dimostrata razionalmente dall’uomo. La sola conoscenza è quella intuitiva che ci permette di cogliere l’esistenza di una realtà che è individuale. Le verità teologiche cadono perciò al di fuori dell’indagine filosofica. È possibile solo una fisica basata sull’esperienza, da un lato, ed una teologia fondata unicamente sulla fede, dall’altra. Occam afferma così l’eterogeneità di scienza e fede: esse non possono sussistere insieme. Le verità di fede non sono di per sé evidenti come i princìpi di una dimostrazione, e quindi non sono dimostrabili come le conclusioni di una spiegazione ragionata. In tal modo il filosofo dichiara insolubile il problema scolastico. Ricordiamo che la tradizione religiosa è per il pensiero scolastico la norma della ricerca. In questa prospettiva, la filosofia costituisce un’opera comune che deve ricorrere all’aiuto di coloro che la Chiesa riconosce come particolarmente ispirati e sorretti dalla gratia divina. Il ricorso all’auctoritas nella speculazione è basilare. La filosofia medievale non si propone di formulare ex novo dottrine e concetti: il suo scopo è quello di comprendere la verità già data nella rivelazione. Per i pensatori scolastici, la filosofia viene considerata solo un mezzo: essa è ancilla theologiae. Su questi caratteri è fondata la definizione della filosofia scolastica come “problema del rapporto tra fede e ragione”. Si cerca di trovare un accordo tra rivelazione cristiana e filosofia. Si affronta il problema del ruolo che può avere l’iniziativa razionale del singolo uomo nel cammino verso la verità e, per contro, del ruolo che in tale investigazione spetta all’ordine cosmico e alle gerarchie che lo rappresentano. Con Occam si assiste al dissolvimento della scolastica per la riconosciuta irrealizzabilità della soluzione del problema tra religione cristiana e razionalità, e all’emancipazione del pensiero filosofico dal condizionamento dell’autorità ecclesiastica. Fede e ragione costituiscono due domini eterogenei, la teologia cessa di essere scienza e diviene un coacervo di nozioni pratiche e speculative, del tutto sprovviste di evidenza razionale e di validità empirica. Le stesse prove sull’esistenza di Dio non hanno alcun valore dimostrativo. Si vede in tal modo che la separazione tra teologia e filosofia finisce col portare il Occam al rifiuto della metafisica tradizionale. Al rigetto di una realtà universale, concorre nel pensiero del filosofo il problema della natura. Quest’ultima è considerata come il dominio proprio della conoscenza umana: l’esperienza diviene un campo d’indagine aperto a tutti gli uomini. Questo atteggiamento gli consente la massima libertà di critica nei confronti della tradizione. La libera circolazione delle idee è strettamente connessa alla relazione tra le due potentiae divinae, quella ordinata e quella absoluta. Si pone la differenza tra ciò che Dio può fare rispettando l’ordine che egli stesso ha imposto alla natura (potentia ordinata) e ciò che può fare a prescindere da quest’ordine e dalle sue leggi (potentia absoluta). Dio può modificare la series rerum. L’onnipotenza assoluta di un Dio non vincolato da alcuna necessità naturale è connessa alla rivendicazione della necessità di una riforma della Chiesa che lasci spazio all’iniziativa libera dell’individuo. Il modello di un Dio libero s’impone nella Weltanshauung occamista generando una forte richiesta di libertà come il massimo dei valori morali per l’uomo. Il filosofo difende la libertà di ricerca in quegli ambiti non riguardanti le verità rivelate dalla fede. A questa reciproca autonomia di fede e scienza, Occam fa corrispondere in ambito politico la mutua indipendenza della sfera spirituale rispetto a quella temporale. Egli mira a rivendicare contro l’assolutismo papale la libertà di coscienza. Il pensiero politico occamista è volto a contestare il possesso, da parte del papa, della cosiddetta plenitudo potestatis, cioè della pienezza di potere sia in ambito religioso che secolare. All’interno della stessa Chiesa il potere papale deve essere limitato. Il frate riconosce la possibilità che il papa eserciti una forma di potere legittimo, il quale, tuttavia, non si estende, di regola, sino ad investire le questioni temporali. Il pontefice può assumere una giurisdizione secolare in circostanze straordinarie, ossia in cui il suo intervento è dettato da interessi vitali della comunità. Egli si avvale di una simile potestas indirecta solo qualora non vi sia nessun altro in grado di operare per il bene comune. È inoltre importante il princìpio dell’assoluta condizionalità delle dotazioni ecclesiastiche, secondo cui tutto ciò che i membri del capo sacerdotale possiedono è stato loro assegnato in dotazione temporanea dai governanti secolari. In casi di emergenza, il governo può attingere alle risorse ecclesiastiche. Proprio l’An princeps, un breve pamphlet politico dedicato al re Edoardo III (1312-1377), sviluppa l’idea secondo cui la Corona può servirsi in modo legittimo dei beni ecclesiastici, senza che sia necessaria alcuna autorizzazione da parte del papa. Tutto ciò che la Chiesa inglese possiede le è stato affidato dal re, il quale può rientrarne in possesso in qualsiasi momento. In tal modo l’An princeps sottrae ai membri della gerarchia clericale inglese ogni possibile argomentazione cui riferirsi per negare al re i sussidi dei quali egli ha necessità per finanziare le spese militari dello scontro contro la Francia. Oltre alla descrizione del rapporto tra Corona inglese e potere religioso, Occam sottolinea come Edoardo III incarni in toto il suo ideale di libertà. Il re inglese deve verificare in coscienza se è un suo diritto difendere la successione al trono francese (la madre di Edoardo era Isabella di Francia, figlia di Filippo IV il Bello). L’intento del filosofo è quello di salvaguardare l’autonomia della coscienza: Edoardo può decidere in libertate spiritus se rivendicare il Regno di Francia oppure no. Il processo decisionale avviene in interiore homine senza l’influenza di giudizi esterni. In questo modo si evoca l’indipendenza del sovrano rispetto al pontefice. La stessa libertà di giudizio riguarda anche la comunità dei fedeli. Occam nega l’infallibilità del papa, sostenendo che solo la Chiesa nella sua totalità, cioè la libera congregazione dei credenti, è infallibile. In virtù di questo ideale di Chiesa, il frate combatte il papato avignonese, che pretende di erigersi ad arbitro della coscienza religiosa dei fedeli. Un papato ricco e dispotico appare agli occhi del filosofo come la negazione del modello cristiano della Chiesa, quale comunità libera, aliena da ogni preoccupazione mondana e in cui l’autorità papale sia solo il presidio della libera fede dei suoi membri. La prospettiva occamista animò l’ordine francescano nella lotta contro il progetto teocratico di Giovanni XXII. La tesi della povertà evangelica fu l’arma di cui Occam si servì per difendere i valori cristiani. Si riflette sul diritto di resistenza nei confronti di eventuali decisioni ingiuste assunte dal pontefice, in base al principio secondo cui la legittimità delle azioni di quest’ultimo dipende dal fatto che esse abbiano un fondamento nella Scrittura. In caso contrario, egli commette un’eresia e un papa eretico è ipso facto scomunicato e privato di ogni autorità. Da questo punto di vista, la tesi sostenuta dal papato – secondo cui l’autorità imperiale si origina da Dio solo tramite il papa e soltanto quest’ultimo possiede il potere assoluto sia nella sfera spirituale sia in quella temporale – doveva considerarsi eretica. Tale infatti appare a Occam, osservando che l’impero non è stato istituito dal pontefice, giacché esso esisteva prima ancora dell’avvento di Cristo. Il più importante obiettivo della letteratura anti-ierocratica del XIV secolo è rappresentato dalla pretesa di quanti ritengono condizione indispensabile per la legittimità e la validità dell’elezione del sovrano che essa sia suggellata dai vertici ecclesiastici. Ad assegnare il potere temporale, in realtà, non è il papa, bensì Dio, attraverso il popolo. Non vi è alcuna necessità che il vicario di Cristo confermi quanto viene deciso dai sudditi. Il potere politico ha il suo fondamento nel consenso popolare e non necessita di alcuna legittimazione da parte dell’autorità pontificia. Ogni forma di potere del papato sull’impero è esclusa. Fu la posizione assunta dall’imperatore Ludovico il Bavaro a decretare la definitiva scissione fra i due poteri universali. Al tentativo di Giovanni XXII di controllare la nomina dell’imperatore, Ludovico di Baviera rispose affermando nella dieta di Rhens (1338) il principio giuridico secondo il quale spettava ai principi tedeschi la designazione del re di Germania, che avrebbe automaticamente ottenuto il titolo imperiale senza la necessità di conseguire la corona d’Italia e la ratifica pontificia. Occam accoglie la teoria dell’indipendenza reciproca dei due poteri, teoria che fu affermata per la prima volta da papa Gelasio I alla fine del V secolo. Il filosofo mantiene la distinzione fra le due autorità, riconosce che ognuna di esse ha il proprio dominio e solo in caso di negligenza o di carenza il potere temporale può sostituirsi a quello spirituale e viceversa. L’autorità religiosa è destinata a promuovere la salvezza eterna dell’uomo, quella politica il bene temporale. Il clero deve incarnare l’ideale della povertà francescana ed essere un semplice “servizio” reso dai successori di Pietro alla comunità dei fedeli. L’Ecclesìa è così liberata dai legami con il potere e con un sistema di diritti che concerne solo i corpi e i beni deperibili della terra. Si delineano nel pensiero occamista due livelli. Uno spirituale in cui l’uomo è considerato libero e capace di vincere le carenze derivategli dal peccato originale e di instaurare una comunità di pari non dominati dall’autorità coercitiva e non repressi dalla legge. Gli uomini che vivono sulla terra, i viatores, devono guardare alla congregatio fideliium come ad un modello che è anche un antefatto da restaurare: nella Chiesa ogni credente in forza della sua fede non è sottoposto a nessuno e la salvezza è il fine comune di questo popolo. Gli strumenti della salvezza devono essere alla portata di tutti: la Scrittura, liberata dal vincolo di una pretesa scientificità teorica (per Occam la teologia è sapere pratico e non speculativo), diviene l’oggetto di una fede spontanea. Le istituzioni clericali appaiono sprovviste della garanzia della perfezione del magistero. Il secondo livello è dato dalla dimensione storica creatasi dopo il peccato originale. Dalla genesi negativa di quest’ultimo, il potere secolare rimane caratterizzato. Il compito del sovrano è quello della repressione della violenza scatenata all’origine dalla competizione aggressiva sui beni della terra. Lo scopo del regnante è quello di conservare uno stato di non conflittualità tra gli individui. Il governo deve essere funzionale in un senso circostanziato, ossia deve tener conto della situazione e del tempo in cui si svolge il suo operato. Questa affermazione è connessa all’altra per cui l’autorità civile è in funzione dei governati. La forma del governo dipende dalla qualità del suddito e migliora solo nel caso che la libertà di questo sia salvaguardata. È il progetto della riforma religiosa per una Chiesa povera ed evangelica a decidere il netto divario fra la sfera spirituale e quella temporale. L’Ecclesìa è libera perché priva di potere materiale: l’azione dell’organo religioso si riferisce alle anime, che vanno accudite e non represse in questa vita. Nella prospettiva occamista risulta fondamentale il tema della libertà che lega il progetto politico alla riflessione religiosa sulla Chiesa: in essa è centrale l’idea di un Dio onnipotente e libero così come la libertas conscientiae nella ricerca esistenziale di ogni uomo.

Bibliografia:

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M. Bettetini – L. Bianchi – C. Marmo – P. Porro, Filosofia medievale, Cortina, Milano, 2004.

A. Cortonesi, Il Medioevo. Profilo di un millennio, Carocci Editore, Roma, 2011.

Guglielmo d’Occam, La spada e lo scettro. Due scritti politici, testo latino a fronte, a cura di S. Simonetta, BUR, Milano, 2009.

S. Vanni Rovighi, Storia della filosofia medievale. Dalla patristica al XIV secolo, a cura di P. Bassiano Rossi, Vita e Pensiero, Milano, 2011.

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