L’Opinione controcorrente. Rivolta in Campidoglio: America ‘proletaria’ alzati in piedi! Di Louis de Touche.

L'America non è soltanto Wall Street.

Cerco di riassumere qui’ la mia posizione circa quanto è avvenuto negli Stati Uniti, ovvero l’assalto al Campidoglio da parte di persone sostenitrici, la classe popolare e operaia, del presidente uscente Trump e preciso subito che il suo movimento incarna il futuro delle società occidentali.

Mi rammarico in particolare della caricatura fatta di Donald Trump. Nei media si vede una sola riga: ‘Trump divide l’America, Trump spinge per la guerra civile, Trump è orribile’. Ma è arci-falso! Coloro che hanno decostruito, e alla fine disintegrato l’America, non è Trump, sono i movimenti di estrema sinistra degli anni ’60, che nascono nei campus americani contro la guerra del Vietnam e ora siedono sulle poltrone della finanza internazionale, compreso il FMI.

In verità, questa classe operaia americana [quella che ha votato Trump] stava aspettando il suo campione, nessuno osava alzare la bandiera e confrontarsi con questi movimenti di sinistra che tenevano i media, la finanza, il GAFA dopo. E Trump si è alzato in piedi e ha combattuto. Magari avessimo avuto o avessimo attualmente una figura come Trump in Italia.

Penso che il trumpismo rimarrà ancora il movimento del futuro. Per un semplice motivo: ci sono le classi lavoratrici, e ora le classi medie di tutti i paesi occidentali che stanno vivendo la grande sostituzione e il grande spostamento sociale. Questi due movimenti di società continueranno de lanceranno le grida di chi non vuole morire e, queste persone, continueranno a combattere. La domanda è semplice: Trump avrà la forza fisica ed economica per continuare a “combattere” in difesa dei suoi elettori e direi del Mondo Occidentale (non dimentichiamo che le lobbies della sinistra hanno azionato tutto ciò che hanno come armamentario, giuridico e finanziario e mediatico mondiale contro di lui – come accadde in Italia e in Europa contro Berlusconi dal 1996 al 2010 i cui strascichi ci sono ancor oggi…se pensa di nuovamente di fare azioni politiche tese a modificare l’asset istituzionale di sinistra in Italie e nell’Unione Europea) ?

E a questa domanda si pone una successiva: in Italia potrà esserci qualcuno/a che, come Trump, alzi la bandiera e accetti di lottare per questo?

Nota:

LE ELEZIONI STATUNITENSI RUBATE E NON SAREBBE LA PRIMA VOLTA, GIA’ NEL 1824

Non parlerò di queste ultime elezioni, il cui verdetto sarà emesso il prossimo 6 gennaio. Andro’ a quelle di due secoli fa quando….nessun candidato avendo raccolto la maggioranza assoluta dei voti da parte dei “grandi elettori” lascio alla Camera dei rappresentanti scegliere il nuovo Presidente degli Stati Uniti!

Il 10 dicembre del 1824, dopo che il voto per le elezioni presidenziali fu contato, gli Stati Uniti si trovarono in una situazione unica. Nessuno dei quattro candidati in corsa durante i trentacinque giorni di votazione, in un’Unione che allora contava solo 24 Stati, aveva ottenuto la maggioranza dei voti necessari per essere eletto.

In testa, Andrew Jackson aveva ottenuto il 43% dei voti popolari e 99 su 261 dai “grandi elettori”. Fu seguito da John Quincy Adams, che aveva il 32% dei voti e 84 dai “grandi elettori”. Il terzo, William Harris Crawford, ha il 12% dei voti e 41 “grandi elettori”. Henry Clay è l’ultimo, con il 13% dei voti e 37 “grandi elettori”. È forse perché provengono tutti dal Partito Democratico Repubblicano, l’unico partito presente a livello nazionale, che i 353.000 americani consultati (elettori maschi, liberi e proprietari) non sono stati in grado scegliere fra i candidati alla Casa Bianca? O forse perché c’erano troppe candidature? O forse potrebbe essere già visto come un effetto delle divisioni regionali che già attraversano la giovane Unione?

In testa, il generale Andrew Jackson, 57 anni, ha goduto di un innegabile popolarità tra i suoi elettori. Combatté nella guerra d’indipendenza in giovane età, ma è soprattutto nelle guerre del 1812 contro l’Inghilterra e poi contro gli Amerindi (Creeks, Seminoles) che si è fatto conoscere, conducendo operazioni brutali ma efficaci. Lo schietto parlare insieme al ruvido carattere di questo uomo autodidatta contrastano con i modi più educati dell’establishment di Washington, ma contribuiscono alla sua immagine di “uomo del popolo”.

In assenza della maggioranza assoluta, il destino delle elezioni spetta alla Camera.

John Quincy Adams, anche lui 57 anni, senza una vera e propria personalità, è prima di tutto un erede. Suo padre, John Adams, era il secondo presidente degli Stati Uniti, dietro George Washington. Da adolescente si recò in Europa e studiò all’Università di Leida nelle Province Unite, la prima repubblica del Vecchio Continente. Laureato ad Harvard, si iscrisse al Boston Bar, ma presto fu inviato come ambasciatore nelle Province Unite, poi in Portogallo, infine in Prussia. Tornato negli Stati Uniti, fu eletto senatore all’età di 35 anni e divenne Ministro degli Affari Esteri nel 1817.

William Harris Crawford, 52 anni, invece incarna la continuità. Questo ex senatore della Georgia fu Ministro della Guerra nel 1815; dal 1816 diviene l’inamovibile “segretario permanente del Tesoro”, ministro delle Finanze. E anche se fu indebolito da un attacco che in parte lo paralizzava, venne sostenuto dagli ex presidenti Thomas Jefferson e James Madison, così come dalla stragrande maggioranza dei leader del Congresso.

Infine, l’ultimo dei quattro, Henry Clay, un ricco avvocato del Kentucky e presidente della Camera dei Rappresentanti, credeva, per un certo periodo, che il suo status gli avrebbe permesso di imporre un compromesso attraverso la sua candidatura – ma sarà vano.

In assenza di una maggioranza assoluta ottenuta da uno dei quattro elettori, il destino delle elezioni spetta alla Camera dei Rappresentanti. La disposizione è stata prevista dalla Costituzione sin dal dodicesimo emendamento del 1804. Infatti, nelle elezioni del 1800, il virginiano Thomas Jefferson e il newyorkese Aaron Burr erano arrivati in parità con 73 grandi elettori ciascuno. L’elezione fu dichiarata nulla e i rappresentanti furono chiamati a decidere su chi dei due avesse vinto – il che richiedeva… 36 turni di votazioni per vedere finalmente Jefferson vincere con 10 dei 16 Stati che all’epoca costituivano l’Unione!

Il dodicesimo emendamento stabilisce che, nel caso in cui nessun candidato abbia ottenuto la maggioranza assoluta dell’elettorato, “allora la Camera dei Rappresentanti procederà con un voto per selezionare un presidente tra le tre persone con il maggior numero di voti”. Ma, prosegue lo stesso testo, “quando si sceglie il presidente, i voti saranno conteggiati per Stato, con la rappresentanza di ogni Stato che avrà un voto”. Se, tuttavia, non emergerà una maggioranza (a causa dell’incapacità dei rappresentanti di ogni Stato di accordarsi su un unico nome) , il vicepresidente, che all’epoca è eletto separatamente  “farà funzione di presidente”.

Le nove settimane che prevengono l’annuncio dei risultati della prima votazione del 1° dicembre 1824 e la sessione della Camera dei Rappresentanti prevista per il 9 febbraio sono caratterizzate da aspre operazioni dietro le quinte. Ed è Henry Clay, eliminato perché arrivato quarto, che deciderà l’esito delle elezioni a seconda che voterà per l’uno o l’altro dei tre che rimangono in corsa…il “perdente” ottiene un ruolo importante nelle elezioni.

I fattori personali svolgeranno un ruolo altrettanto importante delle considerazioni politiche nella sua manifestazione. Tra Henry Clay e Andrew Jackson, il contenzioso è vecchio. Sei anni prima, nel 1818, durante la guerra contro i Seminole, il primo aveva denunciato il secondo per l’invasione armata della Florida, allora sotto il controllo spagnolo, che aveva agito di propria iniziativa senza riferirlo a Washington.

Clay è un uomo di compromessi sapientemente negoziati, convinto in sostanza che l’arte della politica equivalga a prendere accordi reciprocamente vantaggiosi. Diversamente, Jackson è un uomo di colpi improvvisi e iniziative, a volte intempestive. Uno, misurato in tutto, è un calcolatore mentre l’altro, nervoso, si affida al suo istinto. Clay accusa Jackson di essere un ” piccolo capo militare imbevuto del suo potere”, mentre Jackson accusa Clay di essere “ignorante, appassionato, ipocrita, corrotto, facilmente manipolato dalle feccia del suo entourage”.

Sulle grandi questioni del momento, i due uomini svilupparono la stessa incompatibilità. Clay difese i dazi protezionistici per proteggere l’industria settentrionale, mentre Jackson si oppose, così come i coltivatori di cotone del sud. Clay vuole uno stato federale più interventista, specialmente per la costruzione di strade e canali, quando Jackson diffida di qualsiasi rafforzamento dell’amministrazione centrale.

Per tutto il gennaio 1825, il Presidente della Camera dispiegò la sua forza persuasiva con i suoi colleghi parlamentari al fine di bloccare Jackson. Stato per Stato, i membri della Camera devono votare in blocco per il loro candidato, poiché ogni Stato ha un voto. Ci vogliono 13 voti per essere eletti.

Il 9 febbraio, lo “election day”, al primo turno John Quincy Adams ottenne solo 7 voti, Jackson 7 e Crawford 4. E Clay? Manovrava così bene che anche i funzionari eletti del Kentucky votarono per Adams quando invece l’assemblea di questo Stato chiese loro di sostenere Jackson. Fu l’ultima umiliazione per Jackson poiché spettò al suo avversario Clay, caduto in disgrazia, in qualità di Presidente della Camera, proclamare il risultato delle elezioni. Proprio così, il grande perdente farà l’elezione del presidente.

Così il 4 marzo 1825, John Adams prestò giuramento come sesto presidente degli Stati Uniti. Una delle sue prime decisioni fu quella di nominare… Henry Clay come Ministro degli Affari Esteri.

Per Jackson, è la prova provata! Furioso nel vedere le elezioni presidenziali sfuggirgli di mano malgrado che abbia vinto a novembre con la maggioranza dei voti popolari, grida alla “complotto e alla contrattazione disonesta e alla corruzione” che lo hanno derubato della vittoria. Non riconoscerà mai la validità morale dell’elezione di Adams.

Ma l’amarezza non è sempre un ostacolo all’azione.

Il giorno dopo le elezioni, il Partito Democratico Repubblicano esplose. Jackson formerà con i suoi sostenitori un nuovo movimento per “sbarazzarsi dei teppisti” e dedicato a difendere gli interessi dei “cittadini comuni”, sarà il Partito Democratico! Dall’altra parte della strada c’è il Partito Whig, il precursore del Partito Repubblicano.

Questa sarà la fine di quella che gli storici chiamano “l’Era dei buoni sentimenti” e l’inizio della bipolarizzazione della vita politica americana così com’è ancora.

Quattro anni dopo la sua umiliazione, Andrew Jackson otterrà la sua vendetta.

Nelle elezioni del 1828, dopo un’intensa campagna, l'”uomo del popolo”, così com’era definito, sconfisse il presidente Adams, che era in corsa per un secondo mandato, e infine si stabilì alla Casa Bianca. Jackson fu rieletto nel 1832, nonostante le sue relazioni conflittuali con il Congresso, contro… Clay, che aveva corso contro di lui! Nonostante questa doppia vittoria, il generale non perdonò mai Clay per aver “rubato” le elezioni del 1824.

Ritiratosi dalla politica, Jackson avrà questa parola definitiva: “Ho due rimpianti: non aver sparato a Clay con un revolver e non aver fatto impiccare Calhoun [il suo vicepresidente]”.

Quasi due secoli dopo, nel gennaio 2017, uno dei primi atti di Donald Trump al suo arrivo alla Casa Bianca è stato quello di avere fatto mettere un ritratto di Andrew Jackson appeso nello Studio Ovale, quello presidenziale.

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