Riproponiamo un vecchio articolo di S.V. poiché lo riteniamo di stringente attualità. Etica ed Economia: un divario incolmabile? Di Danilo Campanella.

Ludwig von Mises.

Raccontava Ernst F. Schumacher: “Un giorno un architetto, un astronomo e un economista erano seduti insieme discutendo su quale delle loro professioni fosse la più antica. L’architetto diceva che era la sua perché era stato un architetto a pianificare e costruire il Giardino dell’Eden, la prima casa dell’umanità. No, diceva l’astronomo, prima del Giardino c’è stata la creazione del cielo e della terra, e ci deve essere stato un astronomo a studiare quel cielo. Bene, disse l’economista, hai ragione, ma Dio ha creato il cielo e la terra dal caos – e, disse, chi credi abbia creato quest’ultimo? ”. Ernst F. Schumacher (1911-1977), filosofo ed economista tedesco, in auge soprattutto negli anni ’70, lavorò come consulente economico del National Coal Board, in Gran Bretagna. Da buon filosofo, in seno a questa istituzione, cominciò a covare molte domande, che culminarono in una convinta e aspra critica nei confronti delle economie occidentali, alle quali opponeva, in alternativa, l’adozione di tecnologie umane e decentralizzate. Nel suo libro “Small is Beautiful”, Piccolo è bello, parlò di sistemi locali, basati su risorse e consumi locali per combattere la crisi innescata dal gigantismo economico-finanziario di motore capitalista. Il filosofo comprese che i problemi economici sono anzitutto legati alla “questione morale” o, meglio, al decadimento etico della società, formata da uomini che, ad un certo punto della storia, interrompono quel filo conduttore che li teneva in contatto con la sfera “sacralizzante”. La fine del “senso del sacro” porta a quella che Nietzsche definì come “trasmutazione (termine alchemico) di tutti i valori” soggettivizzando tutto, anche il valore stesso delle cose.

In quella che, probabilmente, è la sua più importante opera, Socialismo[1] (1922), Ludwig von Mises (1881-1973) si chiede se non potrebbe essere possibile armonizzare la dottrina cristiana con un’etica che promuova la vita sociale, e utilizzare così le grandi forze del cristianesimo a servizio della civiltà. E’ forse il “mercato” il più efficace strumento della solidarietà? Se il mercato è il meccanismo che genera il maggior benessere per tutti, è sbagliato vederlo come uno dei mezzi che contribuiscono a realizzare il “comandamento” dell’amore?

L’imprenditore, che lavora nella libera concorrenza, è un ladro o un promotore del pubblico benessere? In conclusione: non è forse necessario, come auspicava Mises, un incontro tra Chiesa Cattolica e libero mercato[2]? Il mondo protestante ha i parte risolto questo tema, dando facoltà all’imprenditorie di investire come meglio crede la sua fortuna, e al cristiano la convinzione che “opere” e “salvezza” siano due realtà radicalmente separate. In questo ambiente culturale ha proliferato la convinzione che, in fondo, sia l’economia a guidare le sorti della società, in cui il singolo deve solamente “adeguarsi” a produrre sempre più ricchezza, in favore della stessa economia. L’economicismo racchiude i tratti del razionalismo di stampo illuministico, l’utilitarismo e il materialismo: l’homo oeconomicus. Impegnato sul fronte del cattolicesimo liberale Giuseppe Toniolo (1845-1918) evidenzierà, forse per primo, come l’economia sia il mezzo, noi il fine, della società umana. Toniolo si colloca “nell’alveo della secolare tradizione italiana che considerava l’iniziativa economica dei singoli ordinata al bene comune attraverso istituzioni intermedie liberamente costituite, capaci di contemperare l’interesse individuale con quello collettivo[3]”. Per l’economista essa è insufficiente a proporre soluzioni ai mali dell’industria, perché “orfana” dell’etica, pur accennando a impianti teoretici propri di una metafisica dell’utile, non riusciva a trovare, ieri come oggi, soluzioni a quei problemi sociali che essa stessa aveva contribuito a generare nel mondo moderno. Volgendo lo sguardo al presente, potremmo porci molte domande. Le prime due fra queste sarebbero “I tedeschi lo sanno che gli italiani non sono protestanti?” Un quesito che racchiude in se le insidie peggiori celate nel progetto di Unificazione Europea, in un mondo “globalizzato” dove, è evidente, i deboli vengono inglobati dai più forti. La seconda domanda sarebbe questa: “c’è qualcuno che persegue lo scopo di imporci un’etica protestante in vista  dell’unificazione politica dell’Europa?” Una cosa è certa, la crisi economica sarà rimossa soltanto tramite un reale processo di distribuzione delle risorse, non soltanto con le politiche di austerità che la Germania e altri Paesi dell’Eurozona hanno imposto ai Paesi dell’area mediterranea. Urge, dopo 150 anni dall’Unificazione Nazionale dell’Italia, sollevare la questione fiscale, in modo da sviluppare quella cittadinanza attiva che porterà l’italiano ad essere Cittadino emancipato, riscoprendo valori che vanno oltre quelli nazionali, valori messi in risalto da intellettuali, statisti, economisti che hanno fatto della loro vita di ricerca un continuo servizio al loro Paese e all’umanità intera.


[1] L. Von Mises, Socialismo: analisi economica e sociologica, (a cura di) Dario Antiseri, Rusconi, Milano 1989.

[2] In particolare, la Centesimus annus mette bene in evidenza che il mercato è solo uno strumento, non un fine, sottomettendolo rigidamente ad un’etica economica, denunciando i rischi dell’economicismo, che riduce l’uomo alla sola dimensione economica e materiale. Per Giovanni Paolo II è la famiglia ad essere la panacea, presentata come struttura fondante, “ecologia umana”, parte della “cultura della vita”.

[3] Vera Zamagni, “Il pensiero economico di Toniolo in rapporto all’industrializzazione”, in Questione sociale e democrazia nel pensiero di Giuseppe Toniolo, I libri del Corriere della Sera, Milano 2012, p.13.

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