Religiosita’ e Mito nelle civiltà andine precolombiane e la loro sopravvivenza al giorno d’oggi. Di Francesco Birardi.

La fortezza di Machu Picchu.

In questa sede non abbiamo certo la pretesa di descrivere compiutamente l’universo mitico e culturale andino, ma speriamo però di riuscire almeno a darne un’idea. Poi, chi vorrà approfondire, avrà modo di farlo. E ne varrà la pena perché il mondo andino è straordinariamente interessante per almeno due motivi:per la sua ORIGINALITA’ e per la sua SOPRAVVIVENZA.

ISOLAMENTO E ORIGINALITA’

Le Ande sono state lo scenario di grandi e antiche civiltà, la cui peculiarità è di essersi evolute fin dai tempi più remoti, per millenni, in un sostanziale isolamento rispetto ad altre aree culturali sia del Nuovo che del Vecchio Mondo. Questo è vero per tutte le culture e le civiltà americane del nord, del centro e del sud. Nel Vecchio Mondo popoli e civiltà hanno sempre in qualche modo comunicato e risuonato sia pur indirettamente fra loro: noi abbiamo alle spalle millenni di guerre, scontri, migrazioni e spostamenti di interi popoli; uomini e idee hanno viaggiato avanti e indietro per millenni. In America no. E non solo l’America è stata separata dal resto del mondo, ma anche le varie aree culturali al suo interno sono rimaste sostanzialmente separate le une dalle altre da deserti, giungle, montagne. Tutto ciò che l’indio peruviano è riuscito a realizzare lo deve unicamente al suo ingegno e alle sue capacità.

Le civiltà americane quindi, e quella andina in particolare, rappresentano un caso piuttosto raro nella storia umana, e per questo ancor più affascinante e interessante, di evoluzione parallela e indipendente. E non stiamo parlando di piccole tribù sperdute nella foresta, ma di grandi civiltà urbane, con strutture sociali complesse che coinvolgevano milioni di individui.

E però, per quanto diversi, quei popoli non sono extraterrestri, sono pur sempre esseri umani, ed è interessante vedere come accanto a caratteristiche radicalmente diverse, ve ne sono tante altre che invece sono comuni a noi, segno forse che la psiche umana, come sosteneva Jung con la teoria degli archetipi, ha una struttura di base comune e funziona secondo schemi e categorie mentali che sono comuni a tutti gli uomini.

Civiltà quindi radicalmente diverse dalle nostre, ma non assurde, non incomprensibili.

            Per queste civiltà, la grande tragedia è stata rappresentata dall’arrivo degli Europei. Isolate per millenni, il loro primo incontro con una cultura “altra” ha significato la loro fine. In poco tempo, non tanto le armi o l’aggressività degli invasori, quanto le malattie, hanno cancellato i nove decimi della popolazione americana : il più grande genocidio dell’umanità. Involontario, certo, ma non per questo meno spaventoso. (Ed è a questo spopolamento che si deve poi l’altra tragedia : la schiavitù dei negri africani). Civiltà vive e fiorenti che si erano evolute ininterrottamente per migliaia di anni sono scomparse improvvisamente nel giro di pochi decenni. La Conquista ha ridotto rapidamente ad archeologia le grandi civiltà, e a “indiani”, indios, i pochi sopravvissuti. Questa è un’ulteriore dimostrazione del grande, millenario isolamento in cui quei popoli si erano evoluti.

Tutto cancellato, tutto distrutto, tutti morti, tutto svanito e ridotto ad archeologia. In questa grande tragedia che ha coinvolto un intero continente, la Regione andina –  Perù  e Bolivia – rappresenta una delle poche aree, per non dire l’unica, dove invece una grande civiltà precolombiana è riuscita in qualche modo a sopravvivere e a continuare il suo cammino nel mondo moderno.

SOPRAVVIVENZA

Il secondo punto di interesse delle civiltà andine è dunque questa loro sopravvivenza fino ai nostri giorni. E non parlo ovviamente di una mera sopravvivenza fisica, genetica, ma di una sostanziale sopravvivenza culturale : sulle Ande vivono oggi milioni di persone che tuttora parlano e scrivono in quechua, aymara e altre lingue indigene e che hanno in qualche modo mantenuto tantissima parte della loro cultura, sia materiale che spirituale.

Come mai è sopravvissuta? In parte perché la Regione andina era un’area molto densamente popolata, ma soprattutto perché era protetta e isolata fra montagne impervie, a grandi altezze, dove l’uomo bianco respira male e non vive facilmente. Le Ande hanno isolato, ma anche protetto, i suoi figli. Un destino diverso da quello del Messico, dove invece vincitori e vinti si sono rapidamente mescolati in un’unica popolazione meticcia, e ben poco è rimasto della lingua, usi e cultura della Civiltà azteca e di quelle che l’hanno preceduta.

In Perù invece, vincitori e vinti sono rimasti separati, e tali rimangono sostanzialmente anche oggi : geograficamente, culturalmente, geneticamente, linguisticamente, ecc. I bianchi lungo la costa e gli indios sulla sierra. In mezzo, una piccola frangia di meticci, disprezzati dagli uni edagli altri, e che pure rappresentano una delle forze più vive e vitali del Perù moderno : quello che un grande scrittore come José Luis Arguedas chiamava El Perù hirviente de estos dias.

E in effetti si tratta di un Paese estremamente affascinante e complesso, da tutti i punti di vista, sia geografico – ci sono degli scenari, dei panorami che mozzano il fiato, le Ande sono delle montagne impressionanti – che umano in quanto il Perù è un paese di tante stirpi, di tanti popoli che, forse proprio per queste caratteristiche geografiche, non sono mai riusciti a fondersi insieme in un unico popolo.

E’ solo ultimamente – diciamo negli ultimi 50 anni – che queste due popolazioni si vanno incontrando, grazie soprattutto alla televisione e alla grande migrazione interna che ha portato centinaia di migliaia di indios e meticci a scendere dalle montagne alle città della costa, soprattutto a Lima, che in pochi anni ha triplicato la sua popolazione, riempiendosi di sobborghi e favelas.

Da un punto di vesta geografico si può considerare il Perù come diviso in tre grandi aree verticali, da nord a sud. La costa è un deserto aridissimo interrotto da brevi strisce di verde lungo il corso dei fiumi che si gettano nell’Oceano. In mezzo c’è la catena andina, anzi, le varie catene andine, complesse e intricate come un foglio accartocciato. Al di là delle montagne si stende la sterminata giungla amazzonica, ancora in gran parte intatta, almeno per ora. A ognuna di queste aree corrispondono economie diverse, popoli diversi, lingue diverse : i bianchi sulla costa, indios e meticci sulle Ande, gli indios della selva nella foresta amazzonica.

Sì, è un Paese strano. E’ un mondo frammentato, isolato. Sulle Ande ogni valle è come un mondo a sé. Ogni comunità, ogni villaggio, vive un po’ per conto suo, autarchico e autosufficiente. Vedi un paesino lì di fronte, che ti sembra quasi di toccarlo, e ci vogliono tre giorni di cammino per arrivarci, bisogna scendere giù fino a 2000 metri e poi di nuovo su fino a 4000. E scendendo e salendo cambiano rapidamente il clima e le coltivazioni. In un’ora si passa dall’inverno più gelido all’estate tropicale. E siccome a ogni altezza crescono piante diverse, ogni villaggio ha le sue terre, i suoi fazzoletti di terra sparpagliati a varie altitudini: come tante isole del cosiddetto Arcipelago verticale.

Poi chiaramente, ci sono le feste, i mercati, insomma le occasioni di incontro e di scambio. E di questo isolamento, di questo frazionamento, risente moltissimo la cultura andina, l’organizzazione sociale e culturale. Raramente nella sua storia c’è stata unità. Gli storici parlano di una Evoluzione policentrica delle culture nei tanti microambienti – sia della costa che della sierra – ove era possibile praticare un’agricoltura intensiva. Ma raramente una di queste culture si è imposta sulle altre, diffondendosi aldilà di un determinato e ristretto ambito regionale. Gli Inca stessi sono solo gli ultimi arrivati sulla scena andina. L’impero incaico esisteva da poco più di un secolo quando sono arrivati gli spagnoli. Esisteva dunque una pluralità etnica e culturale che, dopo la Conquista, è stata appiattita e i sopravvissuti ridotti tutti a “indios”.

RELIGIONE  E  MITO.

Per avvicinarmi a questo mondo io ho scelto la via del mito, la via delle credenze religiose.

Perché il Mito? Perché questo interesse per favole, leggende, tradizioni e credenze popolari, tutte cose apparentemente secondarie nella cultura di un popolo?

Perché nel Mito, nelle credenze religiose di un popolo, si riflette la sua visione del mondo, della vita, la sua visione di se stesso.

Ogni popolo, nelle sue credenze religiose, rappresenta in realtà l’immagine che egli ha di se stesso, e dell’Universo; l’immagine della Realtà e l’ordine e il senso che egli dà al Mondo.

Aldilà della storiella che racconta, il mito, la leggenda, ha un senso, un significato che si riferisce all’organizzazione sociale e mentale degli uomini che lo hanno elaborato. La mitologia, le credenze religiose, sono quindi una chiave per capire una cultura diversa dalla nostra, sono anzi una delle vie più dirette per accedere all’anima di un popolo.

Spetta a José María Arguedas il merito di aver rivelato la bellezza del mondo mitico andino. Negli anni Cinquanta, le sue ricerche sulla letteratura orale indigena hanno gettato nuova luce sugli antichi miti raccolti dai cronisti spagnoli, consentendo l’inizio di studi seri e moderni sull’argomento. Dopo di lui, torme di antropologi, etnologi, sociologi hanno cominciato a percorrere in lungo e largo le Ande, armati di registratore, e in pochi anni hanno raccolto una mole enorme di materiale mitico, di leggende, storie, credenze popolari. E si sono accorti con stupore che esse corrispondevano sostanzialmente alle vecchie storie precolombiane raccolte dai cronisti al tempo della Conquista. Gli attori mutavano, al posto degli dèi si trovavano i santi cristiani, ma le funzioni che essi svolgevano, il senso, le storie erano le stesse : un intero patrimonio mitico era sopravvissuto, conservato per cinque secoli in questa specie di grande frigorifero che le Ande sono state fino ad oggi.

Naturalmente, essendo un mondo così frammentato, anche la sua mitologia è frammentata, ogni comunità ha i suoi dèi protettori, i suoi riti, le sue storie. Sulle Ande ci troviamo di fronte quindi non a una mitologia, ma a tante mitologie. Che però hanno comunque delle basi comuni, diciamo che rispondono a una stessa ideologia di base.

Vediamone le caratteristiche principali :

1. Non esiste un Dio panandino, né un Pantheon panandino. Non esiste un Giove o un Odino che estenda il suo potere su tutte le Ande e che sia a capo di una comunità di esseri divini. Non c’è un’Olimpo andino dove vive una comunità di déi governata da un capo. E’ un mondo frazionato, isolato, dove ogni valle è un mondo a sé, e quindi ogni comunità ha i suoi propri numi tutelari, le sue Huacas, identificate in genere con l’eroe fondatore. Concetto di Huaca : Huaca è stato tradotto con “idolo”, ma in realtà è molto di più. Huaca è il Sacro, in tutte le sue forme e in tutte le sue manifestazioni: è il dio, ma anche l’idolo che lo rappresenta, il tempio ove abita, la montagna in cui si incarna; le mummie degli antenati; è una sorgente, una roccia particolare (che è una divinità pietrificata), è una pietra di forma strana, una pannocchia abnorme, ecc. Tutto ciò che esula dalla sfera del quotidiano e dell’ordinario, tutto ciò che è stra-ordinario, appartiene di diritto alla sfera del Sacro, è una manifestazione del Sacro.

La gran parte delle divinità andine sono quindi divinità locali, che estendono il loro potere su alcune comunità o su alcune vallate. Il che non esclude che vi siano stati anche grandi dèi : Cuniraya, Pachacamac, Pariacaca, Viracocha. Ma raramente il loro culto superava l’ambito regionale di una particolare etnia. Si dice che gli Inca erano adoratori del Sole. E’ vero, ma il culto solare di Inti, il Sole, era in fondo riservato solo al sovrano e alla classe nobiliare. Il popolo continuava ad adorare le huacas locali, huacas che gli Inca d’altronde, al pari degli antichi romani, incorporavano nel pantheon incaico via via che sottomettevano nuovi popoli. E anzi, ne avevano addirittura trasportato gli idoli (il che vuol dire il dio stesso) nella loro capitale, il Cuzco : grande onore, e al tempo stesso ostaggio e garanzia contro le ribellioni.

2. Un Dio Animatore e Trasformatore, ma non Creatore

Nelle religioni precolombiane non esisteva il concetto della creazione ex nihilo. Il termine che i cronisti hanno tradotto con “creare”, camay, indica in realtà la trasmissione della forza vitale da una forza “animante”, il  camac – in genere un dio regionale o un antenato – a un essere o a un oggetto “animato”. Non si tratta quindi di creare dal nulla, ma di animare, infondere vitalità a qualcosa che già esiste in potenza, far divenire reale e manifesto ciò che è virtuale e latente : esprimere le potenzialità insite nella loro natura, assicurare il passaggio dal potenziale al reale: un uomo può vivere cento anni, il raccolto può essere abbondante, ecc. Adesso questo ruolo è svolto dai Santi cristiani, ma sempre allo stesso modo delle antiche huacas andine.

Questa è una cosa che i missionari spagnoli non sono mai riusciti a capire, e che è stata all’origine di infiniti malintesi, errori e distorsioni : la gran parte del materiale mitico andino ci è giunta attraverso la visione distorta dei Conquistatori che tentavano in ogni modo di costringere gli dèi andini nei canoni tradizionali del Dio cristiano.

Nella visone andina, il mondo, i fiumi, le montagne, sono sempre esistiti. L’uomo, gli animali, le piante, sono scaturiti dalle viscere della terra, della Pachamama, la Madre Terra, e ogni comunità ha la sua propria Pakarina, il suo luogo di origine, che è sempre un’apertura, una “fenditura” della superficie terrestre : una caverna, un lago o una sorgente, in genere localizzata sulla cima della montagna che domina il paesaggio locale. E infatti quella montagna è la divinità protettrice del villaggio. La montagna è una specie di ventre gravido della Madreterra, da cui scaturiscono i vegetali, base dell’alimentazione umana, ma allo stesso modo anche gli animali e gli uomini che su quella montagna e di quella montagna vivono. Alla montagna si fanno offerte, sacrifici, richieste. Il dio andino, il padre e protettore della comunità, è sempre identificato con la montagna più grande dei dintorni.

La Donna Sminuita : La Pachamama nei miti è spesso rappresentata da una donna in qualche modo “sminuita” : povera o stupida, sola, derelitta, abbandonata, vedova, affamata. Essa è una metafora della Terra sterile, selvaggia e improduttiva, prima dell’incontro col dio fecondatore solare. E’ la natura selvaggia prima dell’avvento della cultura, il mondo del buio e della barbarie prima dell’avvento della luce e della civiltà.

La Donna Ricca : Altre volte invece è rappresentata da una donna ricca, o appartenente a un mondo ricco, oppure molto bella : ricchezza e bellezza desiderate dal Dio che invece si presenta lui come povero e brutto.

Questo diverso ruolo femminile dipende dal diverso tipo di contrasto su cui il mito vuol porre l’attenzione :  barbarie/civiltà nel primo caso, e povero/ricco nel secondo.

In entrambi i casi, funzione della donna è quella di fungere da “ponte”, di garantire il transito fra un’era e l’altra : figlia dell’età passata, essa è sposa o madre del Dio o dell’Eroe dell’età presente.

3. Non è un Dio onnipotente, né eterno : può essere sconfitto da altri dèi più potenti, da Gesù Cristo per esempio. Oppure non svolge bene il suo compito, e allora può essere abbandonato in favore di un’altra divinità più efficace.

Questo perché più che un Dio, nel senso tradizionale del termine, il dio andino è una sorta di Super-sciamano, uno Stregone potente, dotato di un grande “potere”, di una grande forza magica, che gli permette di dominare le forze cosmiche e usarle per i suoi scopi. E ciò non gli vieta quindi di uscire sconfitto e depotenziato dal confronto con un dio più potente.

Tutta la mitologia andina – o gran parte di essa  – è costituita in realtà dalle storie di questi conflitti fra un dio e un altro. E in genere si tratta di un dio di un Passato che deve svanire sconfitto dal dio di un Presente che si va instaurando. Il Passato, il più delle volte, è relegato in un tempo oscuro di oscurità e barbarie : il Purun Pacha, mentre il Presente è visto invece come il tempo della luce e della civiltà : il dio vincitore è sempre il Padre della comunità, l’Eroe civilizzatore, che viaggia in continuazione per insegnare agli uomini le arti e le tecniche : agricoltura, tessitura, ceramica. Ed è un ordinatore del mondo, che determina l’assetto geografico della regione, assegna agli animali e alle piante il proprio ruolo, le proprie caratteristiche, il posto che devono occupare nel mondo.

Ma non sempre è così. A volte è il Passato che viene visto come una perduta età dell’oro, di cui si vagheggia il ritorno, di fronte a un presente vissuto come triste, umiliante e oppressivo. Il Mito di Inkarrì – l’atteso ritorno dell’Inca-Re di tante leggende andine attuali – è l’esempio più lampante del rovesciamento del senso di questo eterno conflitto fra Passato e Presente per conquistare il Futuro.

4. La Reciprocità : Nel mondo andino antico non esisteva il denaro, e tutti i rapporti economici si svolgevano sulla base dello scambio : scambio di merci, ma anche scambio di lavoro, scambio di aiuto, assistenza reciproca. Le comunità si aiutano l’un l’altra, e i vari clan familiari (chiamiamoli così) in cui una comunità si suddivide, collaborano fra loro nei lavori agricoli, nella costruzione delle case, dei ponti, delle strade, ecc.

I Ricchi hanno il dovere di essere generosi, i Poveri hanno il dovere di essere servizievoli.

La stessa reciprocità vale per i rapporti col Sacro, con la divinità. E’ una visione molto pragmatica : l’uomo fa offerte e sacrifici, ma il dio deve funzionare, altrimenti lo si butta via e se ne prende un altro. Capita ancor oggi ad esempio che, se non soddisfa le necessità del villaggio, la statua de Santo protettore venga gettata  in un lago e ne venga scelto un altro…

5. La Bipartizione : Il mondo è visto come frutto di un gioco degli opposti, della dinamica bipolare di coppie contrapposte e complementari, come una specie di yin/yang cinese, a cui in effetti molto somiglia : uomo/donna, giorno/notte, luce/buio, caldo/freddo, ricco/povero, ecc. Una delle coppie più importanti è quella Alto/Basso : Hanan Pacha e Hurin Pacha, il Mondo di Sopra e il Mondo di Sotto. Questa bipartizione attraversa diametralmente l’intera società andina a tutti i livelli. A livello spaziale  : la Costa e la Sierra : due ambienti totalmente diversi, ma economicamente legati e interdipendenti. E sulla sierra abbiamo gli uomini dell’Alto, dell’altipiano (indios, pastori) e gli uomini del Basso, delle valli (meticci, contadini) : questa rivalità-contrapposizione pastori/contadini è precolombiana e si riferisce a due diversi ambienti e a due diverse economie : la Puna, il freddo Altipiano dove si può solo praticare la pastorizia, e le Valli, che sono invece adatte all’agricoltura. Abbiamo poi le due metà di sopra e di sotto in cui sono divise tutte le città andine, metà antitetiche ma complementari, contrapposte, quasi nemiche, eppure indissolubilmente unite più di due fratelli siamesi.

E poi a livello temporale : il Passato e il Presente, il mondo di ieri e il mondo di oggi, l’umanità e gli dèi di ieri, del passato, e la nuova umanità e i nuovi dèi di oggi, del presente. Anche la Conquista spagnola viene inserita in questo contesto mitico e interpretata in questo modo : l’arrivo di una nuova umanità e di un nuovo Dio, che prendono il posto degli uomini e degli dèi del passato.

Abbiamo cioè un mondo del Passato a cui si contrappone il mondo del Presente. Quasi tutti i miti andini, sia quelli antichi che le leggende attuali, parlano del transito da un epoca di oscurità e barbarie – il Purun Pacha, un mondo e un epoca oscura – a un tempo di luce e civiltà. Quasi tutti i miti andini si situano in questa cesura fra Ieri e Oggi, e tutti gli dèi andini sono Eroi Civilizzatori che danno vita a un mondo nuovo dopo aver distrutto l’umanità primitiva del Purun Pacha.

Nei miti precolombiani, il mondo del Passato è spesso visto come un mondo buio e barbaro, popolato di mostri, di falsi dèi e da un’umanità indegna, eppure ricco, o rappresentato da una donna molto bella o molto ricca. L’Eroe, o il dio della situazione ci arriva travestito da povero mendicante straccione. Non viene riconosciuto né onorato come gli spetterebbe. Allora mostra tutto il suo potere e distrugge quel mondo indegno, però salva o sposa la donna, e dà vita a una nuova umanità, alla luce e alla civiltà : il Presente.

Attualmente invece le cose si sono invertite: Il passato incaico viene mitizzato come una perduta età dell’oro, cui è subentrato un nuovo Purun Pacha – una nuova era di oscurità e barbarie –  con un nuovo Dio e una nuova umanità. E si spera nel ritorno dell’Inca e in un nuovo rovesciamento delle cose.

Abbiamo quindi una visione ciclica del tempo.

6. Visione ciclica del Tempo: Per noi il Tempo è lineare, comincia da una parte e si va avanti all’infinito. L’indio andino invece ha una visione ciclica del Tempo. Il mondo ha conosciuto varie ere cosmiche, vari Soli, varie umanità, che ciclicamente si susseguono e si alternano. Ogni volta c’è una fine del mondo drammatica, uno sconvolgimento totale, un’Apocalisse, il Pachacuti. Poi comincia una nuova era, con un nuovo Sole, una nuova umanità. Il tempo è un po’ come una frittata che si rigira. La Conquista spagnola per esempio è stata interpretata così, all’interno di questa ottica, come un nuovo Pachacuti, una fine del mondo violenta e drammatica, a cui è seguito l’avvento di una nuova era, con una nuova umanità – l’uomo bianco –  e un nuovo Dio, Gesù Cristo.

Insomma c’è come una lotta fra il Passato e il Presente. Il Mondo così com’è oggi scaturisce dalla tensione fra queste due forze. Il Passato è sconfitto ma non muore mai del tutto, mai per sempre, rimane lì in agguato, pronto a tornare, e a essere il nuovo futuro, se le cose dovessero cambiare. Ed è buffo vedere come, a seconda dei casi (ad es. se si tratta di indios o di meticci), questo Passato in agguato è visto come una minaccia oppure come una speranza : a volte il Passato è un toro minaccioso o un grande serpente che il Dio attuale, quello che regna sull’attuale ordine del mondo, ha sconfitto e cacciato in fondo a un lago, ma che però sta lì e minaccia sempre di risvegliarsi e di sconvolgere questo ordine del mondo. In altri casi invece è un dio buono, il dio di un’epoca di prosperità, sconfitto da una divinità cattiva e da un’epoca di miseria e di sofferenza. E allora questo ritorno del passato è una speranza di fronte alle miserie del presente.

Insomma, chi sta bene teme il ritorno del Passato, chi sta male invece lo vive come una perduta età dell’oro e ne aspetta ansiosamente il ritorno.

Ed è proprio su questa visione ciclica del Tempo che si basa la speranza messianica del ritorno di un passato felice, di un ritorno dell’Inka-Re, il Mito di Inkarri : Quando l’Inka-Re tornerà, l’uomo andino riprenderà il suo posto in alto, comanderà, e l’uomo bianco starà in basso e ubbidirà : una sorta di Millenarismo andino. Ne è esempio questa risposta che un contadino dette a un antropologo che lo intervistava : “Nel mondo futuro tu zapperai la terra e io starò qui col registratore a farti domande”.

Una speranza che io fortemente condivido, non tanto come condanna dell’Uomo bianco a finire nel “mondo di sotto”, ma bensì come speranza per la cultura andina di sopravvivere all’aggressione della modernità. Ma più che aggressione direi piuttosto alla sfida della modernità, perché la modernità non è certo il male : speranza quindi non nel senso di un impossibile ritorno dell’Inka, né di una impossibile resistenza alla modernità. Ma che la cultura andina, che ha dimostrato questa incredibile capacità di sopravvivenza e di fedeltà a se stessa, possa trovare il modo di interpretare e accogliere la modernità, di sopravvivere nell’era della globalizzazione, e dare anzi il suo contributo a questa modernità.

E questo contributo è la sua diversa visione del mondo, i suoi valori che sono diversi, la sua voce che è una voce diversa. E la diversità è sempre ricchezza.

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