L’Opinione. Luoghi comuni del ‘politicamente corretto’. Di Marco Affatigato.

L'assalto dei 'barbari' alla Civiltà del dire e del parlare.

Il “politicamente corretto” è l’uso diffuso della figura retorica che consiste nella formulazione di un giudizio o di un’idea attraverso l’attenuazione o la negazione del suo contrario. Alcuni esempi del “politicamente corretto”: al posto di handicappato si dice “diversamente abile”, al posto di nero o negro “afroamericano” e adesso s’incomincia ad accettare “afroeuropeo”, “non udente” anziché sordo. Certamente può essere utile per sostituire termini che hanno assunto una funzione dispregiativa che, peraltro, dipende da come vengono usati (contesto) e pronunciati (tono). Ma chi realmente è razzista e disprezza i negri continuerà a essere razzista e disprezzerà ugualmente gli afroamericani e gli afroeuropei. Come qualificare il sordo “non udente” di certo non gli restituisce l’udito. Quindi si tratta, il politicamente corretto, di una “truffa linguistica” che non modifica la realtà culturale né facilita la comprensione della realtà sostanziale. Tanto per essere chiari: l’antirazzismo degli antirazzisti può divenire razzismo degli antirazzisti. Questa è la sostanza. E poi viene chiamata “conquista della modernità”. Come si dice: tutti gli uomini (aggiungiamo “e le donne”) sono eguali davanti a Dio e davanti alla legge, e tutti meritevoli di rispetto, ma non si devono negare le differenze non solo e non tanto per il colore della pelle, ma per la diversità culturale che ciascuno di noi ha e/o si porta dietro. Da prima dell’Impero romano la penisola italica è stata oggetto di arrivi di altri popoli e di altre culture (l’Impero romano ha avuto anche imperatori africani), ma chi voleva divenire “cittadino romano” doveva fare il soldato e accettare le leggi di Roma. Per gli immigrati, oggi, che giungono sul nostro territorio e sul suolo europeo, vorrebbe dire che dovrebbero adattarsi alla lingua, agli usi e costumi dei popoli ospitanti (italiano e degli altri paesi europei) e obbedire alle nostre (e loro, quelle degli Stati ospitanti) leggi. Questo significa che dovrebbero rinunciare alla loro identità culturale poiché loro hanno deciso di venire/andare a vivere in altro “territorio culturale”. Diversamente è il fallimento dell’integrazione che può, giustamente identificarsi con una “invasione culturale” perché noi apriamo alla loro cultura e loro si chiudono alla nostra. Vedasi l’esempio di Paesi come l’Inghilterra, la Francia e il Belgio dove esistono intere città che hanno (e di fatto sono stati autorizzati) istituito cultura e legge islamica; oppure anche la Germania , come ha riconosciuto anche la cancelliera Merkel, dove due milioni e mezzo di Turchi nazionalizzati tedeschi che sono nel Paese, nel recente contrasto Germania-Turchia=Merkel-Erdogan, sono stati uniti sostenendo la posizione della Turchia/Erdogan contro quella della Germania/Merkel, malgrado la cittadinanza “integrata” tedesca. Questo perché il rapporto dei cittadini con lo Stato non è di natura contrattuale ma culturale.

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