1866: una corvetta italiana in Estremo Oriente. Di Mariano Gabriele.

La Corvetta 'Magenta'.

Il Regno di Sardegna aveva regolari rapporti diplomatici con gli Stati europei, con gli Stati Uniti e con i Paesi dell’America latina verso cui si era diretta l’emigrazione ligure nei primi decenni del secolo. Con l’avvento del Regno d’Italia la protezione si estese a tutti  i soggetti di origine italiana e la Regia Marina guarnì con continuità la stazione del Plata. Ma nella nuova dimensione unitaria i rapporti esteri del Regno d’Italia non potevano limitarsi a quelli che erano stati sufficienti per lo Stato regionale: diverse erano le esigenze, diverse le ambizioni. Nella nuova realtà anche l’Estremo Oriente, dove fino ad allora Torino si era appoggiata alla rete diplomatica francese, entrava nel raggio di un interesse diretto, reso più urgente dalla crisi dell’ industria serica in Piemonte e in Lombardia, dove i bachi erano stati colpiti da un morbo talmente grave che se ne temeva la scomparsa; si era tentato senza successo di sostituirli con semi importati dai Balcani, dalla Persia e dall’Australia, ma l’esperienza aveva dimostrato che solo ceppi provenienti dalla Cina e dal Giappone erano abbastanza resistenti per acclimatarsi nell’Italia settentrionale.

 Nel 1862 si progettò di inviare una unità della Regia Marina a circumnavigare il globo (1) – come la fregata austriaca Novara che tra il 1857 e il 1859 aveva condotto con grande risonanza una spedizione scientifica con sette scienziati a bordo – ma la flotta italiana non aveva una nave idonea. Sarebbe stata questa la corvetta Magenta (2), entrata in servizio a fine 1863 e richiamata ai primi di luglio 1864 a Napoli da Sfax – dove era stata distaccata dalla squadra accorsa in Tunisia nell’aprile 1864 a causa di disordini che minacciavano interessi italiani – per prepararsi al grande viaggio, ormai considerato necessario (3), che doveva cominciare a ottobre: comandante designato era allora il capitano di vascello Guglielmo Acton ed era previsto che Cristoforo Negri, capo dei consolati al Ministero degli Esteri, si imbarcasseper raggiungere il Giappone e la Cina e stipularvi  accordi commerciali analoghi a quelli già conclusi da altre nazioni. Il ministro della Marina Cugia emanò il 7 agosto le istruzioni per il viaggio e raccomandò che gli uomini dell’equipaggio fossero ”di bello e militare aspetto”; la nave avrebbe preso a bordo anche qualche illustre studioso e alcuni missionari, fermo restando che motivazione essenziale e primaria della spedizione erano gli interessi commerciali del Paese. Il 15 settembre la Magenta entrò in armamento e il 17 Acton fu convocato a Torino da Cugia in relazione al viaggio. Ma il 6 ottobre la spedizione venne sospesa per avere attuazione dopo un anno con un altro comandante, il capitano di fregata Vittorio Arminjon (4).

Nei primi mesi del 1865 la Magenta si trasferì alla stazione navale del Plata, dove l’Arminjon la raggiunse il 17 gennaio 1866 al comando della fregata Regina, che trasportava anche diversi ufficiali del suo S.M., due scienziati e le provviste per il viaggio di circumnavigazione. Il 4 novembre precedente il nuovo ministro della Marina Angioletti aveva trasmesso le “Istruzioni per la Magenta nelle acque della Cina e del Giappone”, che ricalcavano quelle del Cugia.  La corvetta sarebbe stata dotata di un equipaggio maggiorato – 345 unità – e avrebbe imbarcato due illustri esponenti nazionali di scienze fisiche e naturali, il senatore prof. Filippo De Filippi e il prof. Enrico Hillyer Giglioli, accompagnati da un preparatore e avrebbe accolto a bordo anche un ufficiale danese: era quindi necessario adeguare gli alloggi a bordo. La spedizione, per la quale venne stanziata la forte somma di 300.000 lire, aveva scopi politici, commerciali e scientifici, e per conseguirli si faceva conto sulle buone relazioni correnti con i Paesi esteri che avevano riconosciuto il Regno. Verso l’impero austriaco, che invece non l’aveva fatto, occorreva mantenere una “prudente riserva” e applicare una stretta reciprocità nei confronti dei bastimenti austriaci che si fossero incontrati; in caso di guerra, poi, la Magenta doveva tornare in patria per la via più rapida evitando di impegnarsi con forze superiori, ma se lo scontro fosse stato inevitabile, si doveva difendere l’onore della bandiera e la nave (5). A nome del governo, il ministro sottolineava che “togliendo a questo viaggio il carattere di un giro intorno al Globo nell’interesse principale della Scienza, si pensava di fare oggetto supremo di esso la conclusione di un trattato di commercio con la Cina e col Giappone nell’interesse  principalmente dell’industria serica del paese. La S.V. avendo di mira questo scopo subordinerà ogni altro alla migliore riuscita di esso”. Sui Cina e Giappone, inoltre, veniva chiesta una miriade di informazioni di natura economica, amministrativa, finanziaria, legislativa, “ed infine sulla sicurezza personale” degli stranieri. Per gli aspetti scientifici del viaggio erano state consultate le più prestigiose istituzioni di settore; erano state rese disponibili a bordo numerose pubblicazioni, compresa la relazione della Novara e la traduzione delle conclusioni che ne aveva tratto Humboldt. La rotta da percorrere andava da Montevideo al capo di Buona Speranza, e poi, attraverso l’oceano Indiano, alle le Indie olandesi sfruttando i monsoni di libeccio. Le istruzioni, prolisse e inutilmente particolareggiate, concludevano con una specie di fervorino diretto all’Arminjon, cui si ricordava che “la Magenta porta per la prima volta in lontane regioni la Bandiera nazionale, faccia che da per tutto essa rappresenti la politica leale, disinteressata, e civilizzatrice del Governo del Re; abbia presente che l’Italia fiera della sua indipendenza vuole dovunque rispettare quella degli altri popoli”. Chiariva infine che le istruzioni erano solo norme generali e l’Arminjon aveva libertà d’azione: ”se grande è perciò la responsabilità che il Governo del Re lascia alla S.V., grandissima è la fiducia che in lei ripone”. Il comandante, comunque, si attenne il più possibile alle istruzioni originarie e a quelle che successivamente il nuovo presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Lamarmora gli fece pervenire a Singapore, insieme alle lettere credenziali, e a Shanghai. Le nuove istruzioni, sostanzialmente non innovative, confermavano l’assistenza e l’appoggio delle rappresentanze francesi e inglesi  in Estremo Oriente.

Percorsa la rotta prevista fino a Batavia, e visitati i porti dell’Asia meridionale e sud-orientale indicatigli, la nave da guerra italiana giunse nella baia di Yedo il 4 luglio. La situazione interna del Giappone non era tranquilla poiché il potere temporale dello Shogun Yoshinobu era contestato dai grandi feudatari. Tuttavia, lo Shogun conservava ancora il governo dell’impero e il potere esecutivo, per cui l’Arminjon  propose l’apertura dei negoziati all’amministrazione shogunale. L’agente diplomatico francese Roches, che curava gli interessi italiani, dubitava che fosse possibile ottenere concessioni in quel momento. L’11 luglio pervenne la risposta nipponica, “cortese ma non entusiasta”, che poneva paletti alla trattativa: l’Italia non doveva chiedere più di quanto era già stato concesso alla Prussia, e cioè l’ammissione delle proprie navi soltanto nei porti già aperti al commercio estero; in tal caso potevano “essere forse accordati i diritti della nazione più favorita”, che comportava per l’avvenire l’ammissione ai porti che fossero stati aperti al commercio di altre potenze. Le trattative, autorizzate dallo Shogun il 5 agosto, ebbero inizio l’11 tra la delegazione giapponese, che comprendeva tre ministri, e quella italiana, composta dall’Arminjon, che si avvalse anche dei consigli del senatore De Filippi, e da due giovani ufficiali di bordo (Sanfelice e Arese) in veste di segretari. Il negoziato procedette costruttivamente e il 25 agosto venne firmato il trattato (6): constava di 23 articoli, più 6 regolamenti commerciali, una convenzione addizionale di 11 articoli e le tariffe. Il trattato sanciva, all’art. 1, ”pace perpetua ed amicizia costante” tra i sovrani e i popoli d’Italia e Giappone; l’art. 3 apriva le città e i porti di Kanagawa, Nagasaki e Hakodate, empori scelti per il traffico internazionale, al commercio e ai sudditi italiani, che vi potevano risiedere e professarvi liberamente la propria religione (art. 4); l’art. 8 estendeva ai cittadini italiani il diritto di operare in “tutti i porti del Giappone aperti al commercio”; l’art. 19 attribuiva all’Italia la clausola della nazione più favorita: “E’ espressamente stipulato che il governo di sua Maestà il Re d’Italia ed i suoi sudditi godranno liberamente… di tutti i diritti, immunità, privilegi e vantaggi che siano stati accordati in avvenire da Sua Maestà il Taicoun del Giappone al Governo e ai sudditi di ogni altra nazione”(7).

Lerelazioni diplomatiche ottocentesche tra Occidente e Cina.

Il 1° settembre la Magenta lasciò il Giappone, che era alla vigilia di grossi rivolgimenti (8), e diresse per la Cina: 8 giorni dopo era a Wu Sung, piccolo porto nello Yang Tse Kiang, ma poiché il pescaggio della nave non consentiva di risalire il fiume, la corvetta si ancorò a Ta-Ku. L’Arminjon e due suoi ufficiali (Marocchetti e Candiani)  partirono in palanchino per la capitale cinese, distante circa 150 km, dove fu anzitutto necessario – con l’aiuto dei diplomatici europei amici – superare un problema di violazione del protocollo (9). Tuttavia il comandante riuscì ad accattivarsi la stima del principe reggente Kong e il 9 ottobre furono nominati i plenipotenziari cinesi, due prestigiosi mandarini: Tsung-heu, vice presidente del Ministero della Guerra, e Tan-tu-Shiang, consigliere alle Finanze e agli Esteri. Il negoziato ebbe inizio il 16 ottobre e già il 19 venne raggiunto l’accordo, ma la firma slittò al 26 per la redazione di 4 esemplari bilingui autentici. Il trattato di amicizia, commercio e navigazione – che teneva conto dei precedenti accordi stipulati da Pechino e specialmente di quello recente cino-danese – si articolava in 55 articoli, cui si aggiungevano, allegati come parte integrante, i regolamenti commerciali e le tariffe all’importazione e all’esportazione delle singole merci, bozzoli inclusi. Il testo iniziava proclamando che vi sarebbe stata ”pace costante e amicizia perpetua” tra il Re d’Italia e l’imperatore della Cina, i quali potevano accreditare reciprocamente un agente diplomatico (art. I, II); i Consoli italiani avrebbero goduto “di tutte le immunità e di tutti i privilegi concessi ai Consoli delle nazioni più favorite”(art. VII); in Cina gli italiani potevano professare e insegnare la religione cristiana, come pure viaggiare in ogni parte dell’interno (art. VIII, IX); al traffico marittimo italiano venivano aperti 15 porti nominativamente indicati, al di fuori dei quali navi e carico rischiavano la confisca (art. XI, XLVII), le navi italiane potevano visitare qualunque porto con intenzioni pacifiche (art.LII) ed era infine “espressamente stipulato che il Governo ed i sudditi italiani avranno di pieno diritto e in eguale misura tutti i privilegi, immunità e vantaggi che sarebbero stati o saranno nell’avvenire concessi da Sua Maestà l’Imperatore della China al Governo od ai sudditi di ogni altra Nazione” (art. LIV). In tal modo l’Arminjon concluse positivamente la sua missione diplomatica; aveva fatto del suo meglio, ma il suo mestiere era un altro e lo scrisse in una lettera del 12 luglio 1866 alla madre: ”Io sono militare prima di essere diplomatico. Vorrei finirla il più presto possibile col Giappone e la Cina per ritrovare il posto che mi spetta nella squadra”(10). Otto mesi dopo la  firma dei trattati giunse in Estremo Oriente Vittorio Sallier de la Tour, primo rappresentante diplomatico italiano presso le Corti di Yedo e Pechino, che stabilì la residenza in Giappone.

L’idea del viaggio di circumnavigazione nacque dalla convinzione che era necessario far compiere a una nave militare italiana il giro del mondo per motivi di prestigio e di emulazione politicamente importanti; e poiché il periplo avrebbe condotto la corvetta a toccare i mari dell’Estremo Oriente, venne colta l’occasione per cercare la soluzione di un problema di politica estera e commerciale realmente sentito e condurre lungo la rotta ricerche oceanografiche e su flora e fauna marine. Il viaggio della Magenta fu la prima campagna oceanica della R. Marina. A parte la missione diplomatica, ebbe significato e valore politico di per sé, poiché la comparsa di una nave militare del Regno d’Italia in porti dell’Asia e dell’Oceania modificava in meglio le condizioni del commercio marittimo nazionale e stabiliva un rapporto con nuclei di italiani emigrati. Né va sottovalutato il rilievo della nuova esperienza oceanica, con le ripetute traversate atlantiche e quelle degli oceani Indiano e Pacifico. La dura prova delle tempeste incontrate sulla rotta collaudarono felicemente le capacità marinaresche degli uomini della Magenta, e anche la grave avaria del timone occorsa il 22 febbraio 1867 – nel fortunale che investì la nave intorno al 20° parallelo sud e la costrinse a tornare a Batavia per le indispensabili riparazioni – non dipese da errori, ma dalla forza del mare e del vento. Anche in Australia il cattivo tempo perseguitò la corvetta, costretta alla fonda nel porto di Sidney per 72 ore, ma poi, toccata la Nuova Zelanda, l’oceano Pacifico fece onore al suo nome e in 49 giorni la Magentaraggiunse il Perù e poi per i canali di Patagonia e di Magellano tornò sul versante atlantico, attraccando a Montevideo, da dove era partita quasi due anni prima, il 17 dicembre 1867 (11).

Dell’importanza attribuita nel piano del viaggio alla ricerca scientifica, affidata agli scienziati senatore prof. De Filippi e prof. Giglioli, è larga traccia nelle istruzioni del ministro Angioletti e nell’attenzione che la Società Geografica Italiana vi dedicò al ritorno. Purtroppo il De Filippi, dopo la partenza dalla Cina, fu colpito da una malattia che lo condusse alla morte ad Hong Kong, dove era ospite del residente britannico, il 19 dicembre 1866. Ma le ricerche e gli studi compiuti dettero risultanti rilevanti: fruttò raccolte geologiche, pelasgiche, botaniche, minerali, etnologiche, stimolò monografie scientifiche originali, al museo di storia naturale di Torino fu possibile offrire circa 6.000 spoglie di animali appartenenti a 2.000 specie diverse. Nel marzo 1868 Vittorio Arminjon, promosso capitano di vascello dal 1° gennaio, ricondusse la corvetta a Napoli (12). Anche la Società Geografica gli conferì una medaglia d’oro della quale il comandante andava particolarmente fiero.

Bibliografia:                                                                                                       

(1) Archivio Centrale dello Stato, Roma, Ministero Marina, Uffici Diversi – Gabinetto (in seguito indicato con ACS), busta 3, fasc. 29; busta 6, fasc. 97; busta 14, fasc. 242; busta 16, fasc. 307 e 308.

(2) Pirocorvetta in legno ad elica, venne costruita nel cantiere di Livorno, varata nel luglio 1862 ed entrò in squadra a fine 1863. Dislocava 2.522 tsl, disponeva di un’ampia velatura su tre alberi e di un apparato motore che sviluppava 1.900 HP effettivi e una velocità di 10 nodi; era armata da 20 cannoni. L’equipaggio standard contava 14 ufficiali e 294 sottufficiali e marinai.

(3) Nel maggio 1864 una missione diplomatica nipponica si recò a Parigi e Torino sperò – gli interessi italiani in Estremo Oriente erano allora affidati alla rete diplomatica francese – di risolvere con l’occasione la questione del commercio del seme serico, ma gli inviati giapponesi non avevano i poteri necessari per trattare con gli italiani. L’anno successivo Shibata-Hingano-Komi, capo di una nuova missione nipponica in Francia, non avrebbe nascosto all’Arminjon le difficoltà derivanti dai pregiudizi correnti in Giappone verso gli stranieri e dal conflitto in corso tra lo Shogun e i grandi feudatari. Cfr F. Leva, Storia delle campagne oceaniche della R. Marina, Roma, ristampa 1992, I, pp. 65-67.

(4) Nato a Chambery, in seguito al trattato di Torino del 24 marzo 1860 aveva optato per la Francia e il successivo 14 luglio era stato nominato luogotenente di vascello nella Marina Imperiale francese, nell’aprile 1861 si era dimesso volontariamente per tornare alla Regia Marina, nei ranghi della quale aveva raggiunto il grado di capitano di fregata di 1° classe nel febbraio 1864.

(5) La questione fu poi risolta per via diplomatica con la neutralizzazione della corvetta. Cfr Archivio Storico del Ministero degli Esteri, Roma, busta 1491, fasc. 2; ACS, busta 4, fasc. 35.

(6) La lettera di Arminjon al ministro della Marina del 26 agosto incominciava così: “Ieri sera ebbe luogo la firma del trattato dell’Italia col Giappone”, Archivio dell’Ufficio Storico della Marina militare (indicato in seguito con AMR), Fondo Base, busta 2184, fasc. 1866, dove sono anche le istruzioni del ministro Angioletti datate Firenze, 4 novembre 1865.

(7) Leva, cit., I, pp. 67-68

(8) Lo Shogun morì 4 giorni dopo la partenza della Magenta e l’imperatore a dicembre. Nella confusa situazione interna che seguì il giovane successore Matsu-Hito recuperò il potere imperiale e portò la capitale a Yedo, ribattezzata Tokyo (capitale dell’Est), dando inizio all’era Meiji.

(9) “ Il signor conte di Belmont, avendo dal canto suo esplorato le intenzioni del governo Chinese, ebbe per risposta che il Mandarino Tchong-Heu residente a Tien-tsin aveva lui solo facoltà d’informare ufficialmente il governo dell’Imperatore del mio arrivo in qualità di Plenipotenziario. Era dunque necessario ch’io mi rivolgessi a questo alto funzionario; ma intanto si dava assicurazione che non appena la lettera di Tchong-Heu fosse pervenuta a Pekino, tosto ( per James = subito) i plenipotenziari per le trattative coll’inviato italiano sarebbero nominati da Sua Maestà l’Imperatore. All’interprete della legazione russa sig. Popoff si disse che la mia condotta era sembrata alquanto strana perché, avendo il governo Chinese collocato a Tien- tsin un suo funzionario con missione di ricevere le persone di alto rango che vogliono recarsi a Pekino,io avevo continuato la mia strada per quella città senza neppure farmi annunziare. Una tale condotta, a giudizio dei Chinesi, certamente era contraria ai riti e suscettibile di censura, poiché in più non si entra in una casa senza avvertire il portinaio. Il Principe Kong non acconsentì di ricevere da parte mia nessuna comunicazione uffiziale, prima ch’io mi facessi annunziare da Tchong-heu. Scrissi allora a Tien-tsin e cinque giorni dopo il Tribunale degli affari Esteri faceva conoscere al conte di Belmont che il decreto per la nomina dei plenipotenziari chinesi era stato presentato alla firma dell’imperatore”, Arminjon al ministro della Marina, Pekino 10 ottobre 1866, AMR, busta 2184, fasc. 1866.

(10) Tratta dall’archivio di famiglia, è citata nel discorso del 22 ottobre 1983, dal titolo Un Savoyard, marine e diplomate, tenuto all’Accademia di Savoia di Chambery dal discendente Henry Arminjon.

(11) Tra l’isola di Wellington e la Patagonia la corvetta condusse un breve ciclo di esplorazione, a testimonianza del quale rimasero i nomi della nave, del comandante e di ufficiali del suo S.M. a 3 baie (Magenta, Arminjon e Libetta) e a 2 isole (Candiani e Basso). Quanto alla bibliografia concernente il viaggio, basti citare: V. Arminjon, Il Giappone e il viaggio della corvetta Magenta nel 1866, Genova, 1869, e La Cina e la missione italiana del 1866,Firenze, 1885, ed E. H. Giglioli, Viaggio intorno al globo della pirocorvetta Magenta. Milano 1876, opera monumentale di oltre 1000 pagine.

(12) Vi giunse il 28 febbraio e a riceverla a terra non c’era nessuno, cosa che dispiacque a chi ricordò con quanto calore e partecipazione popolare aveva avuto luogo il ritorno della Novara a Pelagosa e Trieste. Ma se le accoglienze non vengono organizzate, può accadere anche ad altri la stessa esperienza di Napoli: il 25 aprile 1919, quando la nave che riportava in patria la 42° divisione americana – la Rainbow che tanto si era distinta sul fronte occidentale – entrò nel porto di New York, il comandante Mac Arthur rimase sconcertato nel vedere che non c’era una folla ad accoglierli; c’era solo “un ragazzo che gli chiese chi fossero. ‘Siamo quelle della famosa 42°’ rispose. Allora il ragazzo gli domandò se erano stati in Francia”, M. Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Milano, 1998, p. 617.

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