L’espansione russa in Asia Centrale, dalla seconda metà del XVII alla metà del XIX secolo. Di Alberto Rosselli.

Russi zaristi si scontrano con guerrieri kazaki in pieno deserto.

Caratteristiche geografiche dell’Asia centrale.

Sotto il profilo strettamente geofisico, l’Asia Centrale corrisponde ad una vasta area che include il Sinkiang (Cina), la Mongolia occidentale, il Kirghizistan, il Tagikistan, il Kazakistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan, anche se, secondo i criteri esclusivamente climatici adottati dall’Unesco, questa immensa regione comprenderebbe anche altri stati come l’intera Mongolia, tutta la Cina occidentale, il Tibet, il nord-est dell’Iran, l’Afghanistan, il Pakistan settentrionale e occidentale, l’India settentrionale e parte della Russia.

L’Asia Centrale è caratterizzata da un clima continentale, torrido in estate e molto freddo in inverno. Nella sua parte settentrionale, dal basso Volga alla Mongolia passando per il Kazakistan, si stende una vasta steppa dove, fino dall’antichità, hanno coabitato molteplici comunità dedite in buona misura alla pastorizia, ma anche all’agricoltura (esistono reperti archeologici risalenti al VII millennio a.C. che testimoniano la presenza di tribù di agricoltori.).

L’Asia Centrale confina a nord con la taiga e a sud con zone desertiche o semidesertiche. Due sono i deserti principali: uno situato in Turkmenistan, quello di Garagum o Karakum (Sabbie Nere), ed uno quello di Qizilqum o Kizilkum (Sabbie Rosse), in Uzbekistan. Altre non irrilevanti aeree desertiche si trovano anche in Kazakistan, a sud-est e a nord-est del Lago di Aral e a sud del Lago Balkash. Geograficamente parlando, la porzione orientale dell’Asia Centrale corrisponde, come si è detto, alla provincia cinese del Sinkiang che è formata da due depressioni desertiche separate dalle catene del Tian Shan e del Borohoro Shan: il bacino del Tarim a sud e la Zungaria (compresa tra Mongolia, Kazakistan e Russia) a nord.

L’area centro-asiatica sud-orientale è caratterizzata dalla presenza di alte catene, il Pamir, l’Hindukush e l’Himalaya nord-occidentale. Dalle zone montuose del Tagikistan e dell’Uzbekistan discendono verso nord diversi fiumi, come il Syr Darya e l’Amur Darya, un tempo immissari del lago di Aral che, a partire dagli anni Sessanta, in seguito alla dissennata politica agricola sovietica, ha iniziato progressivamente a prosciugarsi. Con lo scopo di favorire l’estendersi delle coltivazioni di cotone, il governo di Mosca fece infatti deviare in canali il corso dei due citati fiumi, provocando il loro inaridimento e di conseguenza quello del bacino dell’Aral, oggi ridotto ad un terzo della sua originale estensione.

I popoli dell’Asia centrale.

I primi a fornire notizie scritte circa le caratteristiche delle regioni e delle genti asiatico-centrali, furono i persiani (che ne assoggettarono alcune porzioni, come la Battriana (corrispondente agli attuali Uzbekistan orientale e Tagikistan), la Corasmia (sita lungo il corso inferiore dell’Amur Darya, l’antico Oxus, a sud del Mare d’Aral) e la Sogdiana (regione corrispondente, grosso modo, a parte dell’Uzbekistan, del Tagikistan, del Kighizistan e del Kazakistan), cui seguirono i greci e i macedoni che con Alessandro Magno conquistarono l’intero impero persiano e le sue province centro-asiatiche. A partire dal 2.000 avanti Cristo, la storia dell’Asia Centrale fu caratterizzata dalla penetrazione di popoli provenienti da est, cioè dalla Siberia e dalla Mongolia orientale, che a poco a poco assimilarono o costrinsero ad emigrare altrove le tribù indoeuropee. Si trattò, in buona sostanza, del risultato di una reazione a catena innescata dall’esplosione demografica verificatasi in Cina tra il 2.500 e il 2.000 a.C. In questo periodo, gli xiongnu costrinsero gli yuezhi a lasciare la regione del Gansu, sospingendo verso occidente i turchi blu (Göktürk) che loro volta sottomisero tutta l’Asia Centrale. I turchi blu furono poi seguiti dagli uigur (anch’essi etnia di razza turca), costretti dai kirghizi a lasciare la Mongolia. Essi si diressero verso il Gansu e il bacino del Tarim, dove assimilarono i tocari e si convertirono all’islam.

Verso la fine del 600 d.C., dalla Persia giunsero in Asia Centrale gli arabi che imposero il credo islamico e soppressero le antiche religioni praticate, come quella iraniana (di origine battriana), cioè lo zoroastrismo, e il buddismo diffusosi in Asia Centrale all’inizio dell’era cristiana. Nel corso della loro espansione militare in Asia Centrale, gli arabi riuscirono a fare penetrare la loro fede anche nel Sinkiang, anche se in seguito alla vittoria ottenuta nel 751 sul fiume Talas (Kirghizistan) contro le armate imperiali cinesi, essi rinunciarono ad occupare questa regione. Più dei sogdiani e dei battriani, erano stati però i tocari ad abbracciare con maggiore fervore il buddismo, religione che, attualmente, sopravvive nella steppa situata tra il basso corso del Volga e il Caucaso, dove viene praticata dalla popolazione calmucca.

Va comunque ricordato che, prima ancora della penetrazione arabo-islamica in Asia Centrale si erano diffuse altre fedi, come il manicheismo (nel 762, il khan degli uigur si convertirà a questa religione) e il cristianesimo nestoriano, sviluppatosi in Siria e Persia, che raggiunse anche la Mongolia e la Cina (per la cronaca, sembra che alcuni familiari di Gengis Khan professassero questo credo).

Nel corso della sua storia, l’Asia Centrale fece anche parte di vasti imperi, come quelli di Gengis Khan e Tamerlano che, tuttavia, con la scomparsa dei loro fondatori non sopravvissero a se stessi, disgregandosi in numerosi piccoli potentati. I popoli di origine turca (kirghizi, uzbeki, kazaki, turkmeni e uigur) che attualmente abitano gran parte dell’odierna Asia Centrale, non giunsero in quest’area che in epoca relativamente recente. Gli uzbeki, ad esempio, si installarono in Uzbekistan soltanto a partire dal XIV secolo, dopo aver sconfitto i discendenti di Tamerlano.

L’espansione russa in Asia centrale e in Caucaso.

Fino al XV secolo l’Asia Centrale e i suoi popoli vissero un periodo di relativa autonomia per poi essere inglobati in un nuovo potente impero, quello della Russia zarista. Conscio dell’importanza commerciale e militare delle regioni centro-asiatiche, punto di incontro strategico tra est e ovest, tra il 1440 e il 1460, Vasilij II, Gran Principe di Mosca, aveva intrapreso una serie di campagne militari che, in un primo tempo, lo portarono a contenere, ad ovest, il Granducato di Lituania, e in un secondo a spostare le sue mire a sud-est e a sud della Russia, sul decadente regno mongolo dell’Orda d’Oro. Si dovette però attendere la metà del 1500 per assistere all’inizio dell’offensiva generale russa ai danni dei kanati mongoli (sorta di principati nati in seguito alla disgregazione dell’Orda d’Oro), attacco scatenato dallo zar Ivan IV il Terribile che, nell’ottobre del 1552, come prima mossa, assediò e conquistò Kazan, capitale dell’omonimo kanato tartaro, aprendosi quindi un varco verso l’oriente.

A partire dalla seconda metà del XVII secolo, la progressiva annessione russa delle regioni asiatico-centrali venne organizzata con notevole scientificità. Sotto lo zar Pietro I il Grande (che nel 1696, grazie all’utilizzo di una flotta fatta costruire appositamente, conquistò Azov, l’ultima grande fortezza tartara di Crimea), il governo imperiale favorì la nascita di ministeri e dipartimenti incaricati di pianificare la conquista e lo sfruttamento economico delle nuove regioni orientali già sottomesse o in fase di assoggettamento. Strategia, questa, che venne poi proseguita dalla zarina Caterina II, che con una serie di guerre consolidò il dominio russo sulle sponde settentrionali e orientali del Mar Nero, ai danni dell’impero ottomano e del regno di Persia.

Nel corso del XVIII secolo, i russi iniziarono a sviluppare anche una politica di espansione territoriale verso sud con lo scopo di raggiungere i “mari caldi”. Il primo serio tentativo si ebbe nel 1722 quando le armate zariste invasero una porzione del Daghestan, venendo però respinti dai persiani. Nel 1770, con il pretesto di una richiesta di aiuto da parte dei ceceni occidentali che si erano convertiti al cristianesimo ed erano per questo perseguitati da un’altra etnia caucasica, quella dei circassi della Cabarda (Caucaso settentrionale), i russi invasero l’intera Cecenia, compresa la parte orientale che non aveva chiesto alcun aiuto. In quest’area la popolazione stava passando gradualmente dalla religione tradizionale all’islamismo, nella variante predicata da confraternite sunnite fortemente mistiche, sufiste (il sufismo o tasàwwuf è una forma di ricerca mistica tipica della cultura islamica), tra le quali quella della naqshbandiya. Si trattava di ordini di iniziati che accettavano la guida di uno shaikh (sceicco). I ceceni orientali, sino ad allora sostanzialmente liberi, si ribellarono e trovarono nell’islam, in una situazione di scarsa coscienza della propria formazione etnica, l’elemento identitario che serviva a dar coesione alla propria nazionalità permettendo loro di resistere all’invasore.

Verso la fine del XVIII secolo, un frate domenicano italiano, Giovan Battista Boetti ([1]) – che prese il nome di Mansur Ushurma dopo essersi fatto predicatore musulmano – si mise alla testa della rivolta che cominciò nel 1773 e si protrasse fino al 1791, e durante la quale egli cercò di riunire sotto la bandiera dell’islam altri popoli caucasici, tra i quali i daghestani e i circassi, venendo infine sconfitto e catturato. La ribellione di Mansur innescò da parte russa una dura repressione che, tuttavia, non riuscì a sopprimere la confraternita naqshbandiya che continuava nella clandestinità la propria opera di proselitismo, unico canale di difesa dell’identità etnica. Per la cronaca, gli iniziati naqshbandi scatenarono in seguito un’altra rivolta nel Daghestan (che era stato strappato dalla Russia alla Persia nel 1813) che durò dal 1824 al 1859 sotto la guida dello shaikh daghestano Imam Shamil che riuscì a costruire un vero e proprio stato islamico comprendente una porzione del Caucaso, Cecenia inclusa.

Giovan Battista Boetti.

Sempre nel XVIII secolo, vennero fondate l’Imperiale Accademia delle Scienze e l’Università di San Pietroburgo da Pietro il Grande su suggerimento del filosofo tedesco Gottfried Wilhelm von Leibniz. La sua istituzione fu ufficialmente approvata con un decreto del Senato dell’8 febbraio 1724. Queste nuove istituzioni potevano contare su uno speciale dipartimento avente l’incarico di monitorare e studiare, sia sotto il profilo geografico ed economico sia sotto quello socio-politico, le regioni e i popoli asiatici centrali. A partire dal 1860, lo Stato maggiore zarista inizierà a consultare con sempre maggiore frequenza il “bureau asiatico” con il preciso scopo di ottenere informazioni utili per organizzare spedizioni militari in Asia Centrale, regione di cui all’epoca assai poco si sapeva. Oltre a ciò, gli zar coinvolsero anche la Chiesa ortodossa alla quale fu affidato il compito di “convertire” le popolazioni centro-asiatiche e di favorirne una slavizzazione dei costumi.

Dopo la sconfitta subita dai russi nella Guerra di Crimea (1853-56), San Pietroburgo intensificò il processo di penetrazione e di colonizzazione delle terre situate ad oriente del Volga e del Mar Caspio, ma anche quello di conquista e di stretto controllo – in funzione anti-ottomana – dell’area caucasica abitata da popolazioni musulmane cecene, circasse e daghestane.

Truppe zariste in Asia Centrale (metà XIX Secolo).

Nel 1859, dopo essere riuscite ad avere la meglio sull’esercito del capo ribelle ceceno Shamil, le armate zariste ripresero la loro sistematica penetrazione in Asia Centrale, avviata in maniera massiccia sotto Nicola I, conquistando tutto l’attuale Kazakistan, la città di Taskent e abbattendo il kanato di Quqon, parte del quale fu annesso nel 1866. L’anno seguente i russi ampliarono le loro conquiste asiatiche creando la Guberniya, ossia il Governatorato Generale del Turkestan con capitale Taskent, e nel 1868 sottrassero Samarcanda al kanato di Bukhara. Questi ultimi ampliamenti territoriali portarono la Russia ad avvicinarsi ai confini dell’India britannica. Proprio per non allarmare Londra, i russi decisero di arrestare la loro espansione in Asia Centrale, concedendo l’indipendenza al kanato di Bukhara ed evitando di penetrare in Persia e in Afghanistan.

Lo zar Alessandro II. Sotto il suo regno la Russia si impossessò di gran parte delle regioni centro asiatiche.

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, le regioni assoggettate dell’Asia Centrale vennero colonizzate per volere degli zar da numerosi elementi slavi e tedeschi. Oltre a ciò i russi trasferirono in quest’area circa 300.000 lavoratori (200.000 dei quali cinesi, mancesi e coreani) che vennero impiegati per la costruzione di una vasta rete ferroviaria necessaria per collegare la Russia europea ai nuovi possedimenti orientali. Oltre alla redditizia estrazione di prodotti minerali, l’amministrazione russa intensificò la coltivazione del cotone che l’industria tessile nazionale poté quindi utilizzare al posto di quello americano (1860). Questa politica finì però con l’alterare e danneggiare gravemente i due pilastri su cui poggiava da sempre l’economia dei popoli asiatici centrali, e cioè l’agricoltura e l’allevamento.

Cosacchi russi si scontrano con cavalieri turkestani.

Come si è accennato, l’insediamento russo in Asia Centrale fu fonte di notevoli contrasti con la Gran Bretagna, che in occasione del Congresso di Berlino (1878), il cancelliere tedesco Otto von Bismarck cercò di mitigare, offrendosi come “mediatore onesto” tra Londra e San Pietroburgo. Sta di fatto che Bismarck privilegiò però la Gran Bretagna, accordandole il possesso dell’isola di Cipro e assicurandole il controllo del Mediterraneo orientale, mettendo in atto una politica che, se da un lato fece contento il primo ministro inglese Benjamin Disraeli, dall’altra irritò non poco i russi che da quel momento raffreddarono i loro rapporti con Berlino, spostando l’asse della loro alleanza verso la Francia. Ciononostante, verso la fine del XIX secolo, l’impero zarista e quello britannico riuscirono a trovare un’intesa atta a stabilire le rispettive zone di influenza in Asia Centrale e a concordare un confine tra i territori russi asiatici e l’Afghanistan che da quel momento in poi sarebbe diventato una sorta di stato “cuscinetto” posto sotto il controllo – in realtà assai fragile data la costante irrequietezza del paese – della Gran Bretagna.


[1] Il padre domenicano Giovan Battista Boetti nacque nel 1743 a Piazzano, nel ducato del Monferrato. Fu frate, seduttore, missionario in Mesopotamia e nel Kurdistan, predicatore plurilingue, guaritore e speziale del sultano di Costantinopoli, agente segreto della Sacra Porta, di Francia, di Russia, della Repubblica di Venezia e di Persia. Verso la fine del XVIII secolo, la vita di questo straordinario personaggio si sovrappose a quella altrettanto straordinaria di un famoso – ma falso – profeta, Al-Mansur (il Vittorioso), proclamatosi imam e mahdi e promotore di una sincretica riforma dell’islam. Alla testa di una variopinta armata di guerrieri curdi, ceceni, tartari, circassi, Al-Mansur, alias Giovan Battista Boetti, condusse brillanti campagne contro i russi (1785-1791) divenendo signore del Caucaso, ma venendo infine sconfitto e catturato dagli zaristi.

Un testo per approfondire.

Bibliografia:

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