Il petrodollaro sotto assedio: come Cina, Iran e dedollarizzazione stanno ridisegnando l’ordine mondiale. Di Ennore Fancellu.

Una banconota da un Dollaro statunitense.

Il Medio Oriente torna a tremare: la scintilla che ha riacceso l’incendio

Negli ultimi anni, le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono tornate a occupare il centro della scena internazionale con una frequenza quasi ciclica. Episodi militari, sanzioni economiche, attacchi informatici, sabotaggi e crisi nel Golfo Persico hanno scandito un confronto che, pur non sfociando in una guerra dichiarata, è rimasto costantemente sul filo del rasoio. Dopo un primo atto conosciuto come “la guerra dei 12 giorni”, con l’attacco israelo-statunitense del 28 febbraio di quest’anno, il conflitto è deflagrato in tutta la sua violenza, riportando il Medio Oriente in una fase di instabilità che molti credevano superata. L’episodio non può essere letto soltanto come l’ennesimo capitolo della rivalità tra Israele e Iran o come una conseguenza della più ampia crisi regionale. Esso si inserisce in una competizione molto più estesa, nella quale sicurezza, energia, commercio e finanza sono ormai inseparabili.

Secondo fonti militari occidentali, la fase preparatoria del conflitto era iniziata già mesi prima, con un aumento degli attacchi contro le basi americane in Iraq e Siria, attribuiti a milizie sciite legate ai Pasdaran. “Parallelamente, Israele aveva intensificato le operazioni clandestine contro infrastrutture iraniane e obiettivi collegati ai programmi nucleare e missilistico di Teheran. Diversi episodi furono attribuiti a Israele, ma la loro dinamica e i loro obiettivi rimasero spesso non confermati ufficialmente. Tuttavia, per comprendere la portata dell’escalation, non è sufficiente concentrarsi sulla dimensione militare. Ogni crisi nel Golfo Persico coinvolge inevitabilmente i mercati energetici, le rotte commerciali e i sistemi di pagamento internazionali. Il Medio Oriente è infatti il punto di incontro tra la produzione di petrolio, il trasporto marittimo e la finanza globale. Per questa ragione, anche un attacco limitato può produrre conseguenze molto più ampie del suo obiettivo immediato.

L’ombra dell’atomica: ciò che si vede e ciò che si nasconde

La causa ufficiale indicata da Washington e Tel Aviv è la probabilità che l’Iran possa dotarsi dell’arma nucleare in tempi brevi. Una spiegazione che, da sola, non basta più. L’AIEA ha riportato nel 2025 che l’Iran ha accumulato oltre 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, una soglia tecnicamente vicina al livello militare, generalmente indicato intorno al 90%. Inoltre, Teheran ha installato centrifughe IR-6 di nuova generazione a Natanz, capaci di accelerare la produzione di materiale fissile. Questi elementi alimentano il timore che la Repubblica islamica possa ridurre drasticamente il tempo necessario per raggiungere una capacità nucleare militare. La capacità tecnica, però, non equivale automaticamente alla volontà politica di costruire un ordigno. Un Paese può sviluppare competenze, infrastrutture e materiali sufficienti a raggiungere la soglia nucleare senza decidere di superarla. È proprio questa ambiguità strategica a rendere il dossier iraniano tanto complesso: Teheran può usare la propria capacità nucleare come strumento di deterrenza e di pressione senza arrivare necessariamente alla fabbricazione di una bomba. La narrativa nucleare appare quindi insufficiente a spiegare da sola l’escalation. Dietro la cortina dell’atomo si muove un’altra storia: più silenziosa, più profonda e più globale. È la storia della competizione per il controllo delle rotte energetiche e delle infrastrutture finanziarie attraverso cui il petrolio viene acquistato, venduto e trasformato in potere.

Navi militari statunitensi nello Stretto di Hormuz.
Motovedetta lanciamissili iraniana (Stretto di Hormuz).

La vera battaglia: il controllo della valuta che controlla il mondo

Secondo un numero crescente di analisti, il confronto tra Stati Uniti e Iran non può essere compreso pienamente senza inserirlo nel quadro più ampio della rivalità strategica tra Washington e Pechino e della crescente sfida al sistema del petrodollaro, pilastro dell’ordine economico globale dal secondo dopoguerra. La domanda è semplice: la dedollarizzazione e il declino del petrodollaro stanno contribuendo ad alimentare le tensioni tra Washington e Teheran? La dedollarizzazione non spiega da sola il confronto, né costituisce un’alternativa alla questione nucleare. Contribuisce tuttavia a collocarlo in un quadro più ampio: ogni crisi nel Golfo incide non soltanto sulla sicurezza regionale, ma anche sulle rotte energetiche, sui sistemi di pagamento e sulla capacità degli Stati Uniti di esercitare pressione economica. Per gli Stati Uniti, la centralità del dollaro non è soltanto un vantaggio commerciale. Essa permette a Washington di applicare sanzioni, controllare l’accesso ai mercati finanziari, monitorare i flussi di capitale e influenzare le decisioni di governi e imprese. Per i Paesi sottoposti a sanzioni, creare circuiti alternativi significa invece ridurre la vulnerabilità politica ed economica.

Bretton Woods: il giorno in cui il mondo cambiò valuta

Per capire la posta in gioco bisogna tornare indietro di ottant’anni, agli accordi di Bretton Woods del 1944. In quella località del New Hampshire, 44 nazioni alleate definirono un nuovo sistema monetario internazionale basato su tassi di cambio fissi ancorati al dollaro statunitense. Il dollaro, convertibile in oro al prezzo di 35 dollari per oncia, divenne la valuta di riferimento per il commercio mondiale. Le altre valute erano collegate al dollaro, mentre istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale venivano create per garantire stabilità finanziaria e sostenere la ricostruzione. Quando nel 1971 Richard Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro, il sistema di Bretton Woods crollò. Il dollaro, tuttavia, non perse la sua centralità. La sua posizione fu sostenuta dalla dimensione dell’economia americana, dalla profondità dei suoi mercati finanziari, dalla forza politica e militare degli Stati Uniti e, soprattutto, dal ruolo assunto nel commercio energetico.

Il patto tra Washington e Riyad: il ciclo che ha finanziato l’egemonia americana

Per comprendere la portata di questo passaggio bisogna ricordare il contesto degli anni Settanta. Il mondo era stato scosso da due crisi petrolifere, nel 1973 e nel 1979, che avevano messo in difficoltà le economie occidentali. L’OPEC aveva acquisito un potere enorme, capace di influenzare il prezzo del greggio e quindi la stabilità economica globale. In quel momento critico, gli Stati Uniti riuscirono a consolidare un’intesa strategica con l’Arabia Saudita. In cambio di protezione militare e sostegno politico, Riyad avrebbe venduto il proprio petrolio prevalentemente in dollari. L’intesa prevedeva inoltre il reinvestimento di una parte dei surplus sauditi in titoli del Tesoro statunitense. Si creò così un ciclo finanziario: i Paesi importatori acquistavano petrolio in dollari, i produttori accumulavano valuta statunitense, una parte di quei dollari veniva reinvestita nei mercati americani e gli Stati Uniti potevano finanziare più facilmente il proprio debito e la propria proiezione globale. Questo meccanismo, più che la semplice denominazione delle vendite petrolifere, costituisce il cuore del petrodollaro. Il dollaro divenne così la principale valuta di riferimento per il commercio petrolifero, garantendo agli Stati Uniti una domanda costante di valuta, la possibilità di finanziare il proprio debito a condizioni relativamente favorevoli, un’influenza decisiva sui mercati energetici e un enorme potere geopolitico attraverso il sistema finanziario. Il petrodollaro non è quindi una semplice convenzione commerciale: è una leva di potere. Ogni tentativo di ridurne la centralità viene osservato a Washington come un possibile rischio strategico, soprattutto mentre il debito pubblico americano ha raggiunto livelli senza precedenti, attestandosi intorno ai 39.000 miliardi di dollari.

La Cina rompe l’incantesimo: yuan, BRICS e nuova geografia del petrolio

È in questo contesto che la dedollarizzazione assume un significato geopolitico profondo. Da anni la Cina rappresenta il principale competitore degli Stati Uniti sul piano economico, tecnologico e finanziario. La crescita dei BRICS ha ulteriormente alimentato la percezione di un ordine internazionale meno centrato sull’Occidente. Il grande sviluppo industriale cinese ha reso Pechino il Paese più energivoro al mondo. Per sostenere questa crescita, la Cina ha stretto accordi con grandi produttori di petrolio, tra cui Venezuela e Iran. Gli accordi prevedono, fra le altre clausole, la possibilità di regolare una parte degli scambi in yuan. Nel 2025 la Cina ha acquistato circa 1,2 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano, pari a oltre il 90% dell’export totale di Teheran. Una quota crescente di queste transazioni avviene tramite il CIPS, il Cross-Border Interbank Payment System. Il CIPS non è soltanto un’alternativa tecnica a SWIFT: è uno degli strumenti con cui la Cina sta costruendo una propria infrastruttura finanziaria globale. La differenza è importante. La dedollarizzazione non consiste semplicemente nel sostituire una valuta con un’altra. Richiede banche, sistemi di compensazione, assicurazioni, linee di credito, mercati valutari e strumenti finanziari autonomi. Pechino sta cercando di creare proprio questo ecosistema, offrendo ai Paesi sanzionati o politicamente ostili a Washington un canale di pagamento meno dipendente dalle istituzioni occidentali. Anche il Venezuela si è avvicinato a questo modello. Nel 2023 Caracas ha firmato accordi per la costruzione di infrastrutture petrolifere finanziate dalla China National Petroleum Corporation, con pagamenti in yuan e, in parte, attraverso forme di compensazione energetica. Il baratto moderno non elimina la finanza internazionale, ma può ridurre la quantità di dollari necessaria per regolare gli scambi.

Lo Yuan cinese.

La ‘crepa’ saudita: quando l’alleato storico guarda altrove

A rendere il quadro ancora più significativo è il comportamento dell’Arabia Saudita, storico alleato degli Stati Uniti. Riyad accetta sempre più frequentemente lo yuan per le vendite destinate al mercato cinese. Nel 2024 ha inoltre ricevuto l’invito ad entrare nei BRICS, ma anche se ad oggi non abbia ancora ratificato formalmente l’adesione, per bilanciare i suoi interessi con le storiche alleanze, è un segnale che ha sorpreso il mondo politico occidentale. Nello stesso periodo, Aramco ha concluso contratti di fornitura con Sinopec e PetroChina che prevedono la possibilità di regolamento in yuan per volumi destinati esclusivamente al mercato asiatico. Non si tratta necessariamente della fine dell’alleanza con Washington, né dell’abbandono immediato del dollaro. È piuttosto il segnale che i produttori del Golfo vogliono diversificare i propri strumenti e non dipendere da un unico partner. Questa è la caratteristica principale della fase attuale: non una sostituzione improvvisa del dollaro, ma una progressiva pluralizzazione. I produttori energetici cercano maggiore libertà di scelta; i compratori asiatici vogliono ridurre i costi e i rischi sanzionatori; la Cina vuole internazionalizzare lo yuan; gli Stati Uniti cercano di difendere un sistema che continua a garantire loro vantaggi considerevoli.

Il Venezuela e la risposta americana

Questa dinamica ha indotto gli Stati Uniti a intraprendere misure di contrasto alla dedollarizzazione globale. Non è un caso che alcuni osservatori interpretino la pressione statunitense sul Venezuela anche come un tentativo di contrastare il crescente ruolo cinese nel settore energetico locale. La ragione dell’interesse strategico degli USA, verso il Venezuela è spiegato dai numeri. Il paese sud americano possiede il 17,5% delle riserve mondiali di petrolio accertate e controlla il 5,2% della quota di mercato della produzione. Inoltre, con il 17% dei giacimenti di gas, è secondo solo alla Russia (19,9%) e scende al terzo posto nel livello di produzione con il 6,4% del totale mondiale di estrazione di gas. Le sanzioni del 2019, previste dall’Executive Order 13884, hanno congelato gli asset della PDVSA (compagnia petrolifera e del gas di proprietà statale del Venezuela) e impedito alle compagnie americane ed europee di acquistare liberamente greggio venezuelano. Parallelamente, Washington ha riconosciuto Juan Guaidó come presidente ad interim, nel tentativo di ristrutturare la governance del settore energetico. Nel 2023, con la parziale revoca delle sanzioni, Chevron è tornata a operare nel Paese, riportando una parte dell’export venezuelano nel circuito del dollaro. La vicenda dimostra che sanzioni e concessioni possono essere utilizzate non soltanto per influenzare la politica interna di uno Stato, ma anche per orientare i suoi rapporti commerciali e finanziari.

La dedollarizzazione misurata: numeri che raccontano un cambiamento silenzioso

Negli ultimi anni, diversi Paesi hanno iniziato a ridurre la propria dipendenza dal dollaro negli scambi internazionali. Secondo gli ultimi dati disponibili COFER del Fondo Monetario Internazionale, nel 2025 la quota del dollaro nelle riserve globali è scesa al 56,9%, mentre lo yuan si è attestato intorno al 2,1%. Il dato cinese resta ancora ridotto, ma il suo significato politico non va sottovalutato. La valuta cinese è frenata da limiti importanti: controlli sui capitali, convertibilità incompleta e minore trasparenza istituzionale rispetto ai mercati occidentali. Per questo lo yuan non è ancora in grado di sostituire il dollaro come principale valuta globale. Tuttavia, la centralità monetaria non dipende solo dalla quota posseduta nelle riserve. Conta anche la capacità di creare circuiti regionali, accordi bilaterali e sistemi di pagamento che rendano possibile commerciare senza passare per le infrastrutture americane. Ancora più significativo è il dato sulle transazioni internazionali: nel 2024 SWIFT ha registrato un ulteriore e più rapido incremento della percentuale degli scambi internazionali in yuan. La moneta cinese potrebbe nel giro di qualche anno scavalcare l’euro come seconda valuta più utilizzata nei pagamenti globali, grazie soprattutto agli scambi energetici asiatici. Anche in questo caso, un eventuale sorpasso non significherebbe che lo yuan possa diventare una moneta dominante, ma conferma una tendenza: il monopolio pratico del dollaro è ormai meno assoluto.

Hormuz: il collo di bottiglia del mondo e la leva strategica dell’Iran

La Cina è il principale acquirente di petrolio iraniano e ha tutto l’interesse a pagarlo in yuan. Pechino ha firmato con Teheran un accordo venticinquennale di cooperazione economica e infrastrutturale e sostiene la creazione di circuiti finanziari alternativi al dollaro.

La Russia, dal canto suo, dopo le sanzioni occidentali seguite alla guerra in Ucraina, ha accelerato la transizione verso sistemi di pagamento non occidentali. Oggi Mosca e Pechino utilizzano lo yuan per una parte crescente dei loro scambi bilaterali. In questo scenario, lo Stretto di Hormuz assume un’importanza decisiva. Attraverso questo passaggio transita ogni giorno una quota compresa tra il 20% e il 30% del petrolio mondiale, l’80% del quale, diretto verso l’Asia. Hormuz, Malacca e Suez, sono i check point energetici globali da dove transita complessivamente il 50% del traffico marittimo mondiale di petrolio e gas.

L’Iran ha sviluppato una strategia basata sui “punti di pressione”: non necessariamente chiudere lo Stretto, ma renderlo instabile attraverso attacchi mirati a navi commerciali, sequestri temporanei e interferenze con i sistemi GPS. L’obiettivo di una simile strategia è aumentare il costo assicurativo delle rotte e dimostrare che la sicurezza energetica dipende dalla capacità di Teheran di influenzare il traffico marittimo. In caso di crisi, gli operatori asiatici potrebbero essere spinti a utilizzare circuiti finanziari alternativi, spesso denominati in yuan. Non è una conseguenza automatica, ma è una possibilità che accresce il peso negoziale dell’Iran e della Cina.

L’Europa nella tempesta: tra opportunità e vulnerabilità

Le conseguenze di questa trasformazione non riguardano solo le grandi potenze. Anche l’Europa si trova esposta a rischi e opportunità. L’Unione importa circa il 97,7% (dato Openpolis) del petrolio che consuma e una parte molto significativa delle transazioni energetiche avviene in dollari. Una dedollarizzazione parziale potrebbe ridurre i costi di cambio per alcune imprese europee, ma aumentare la complessità dei contratti a lungo termine. Le aziende dovrebbero gestire più valute, più sistemi di pagamento e maggiori rischi di oscillazione.

La BCE osserva inoltre con attenzione la crescita delle swap line della People’s Bank of China. Come riportato da Bloomberg, l’utilizzo di queste linee di credito sono arrivate a coprire oltre 30 paesi, con un valore complessivo di circa 4,52 trilioni di yuan. Questo permette ai Paesi emergenti di ottenere liquidità senza passare dal dollaro. La frammentazione valutaria potrebbe indebolire la capacità dell’euro di fungere da valuta rifugio durante le crisi energetiche, ma potrebbe anche offrire all’Europa l’occasione di rafforzare il ruolo internazionale della propria moneta. Il vecchio continente è dunque spettatore, ma anche potenziale protagonista. Per esserlo, però, dovrebbe sviluppare mercati finanziari più profondi, rafforzare l’autonomia energetica e usare maggiormente l’euro negli scambi internazionali. La guerra non per il petrolio, ma per le infrastrutture del potere globale

Quel che è certo è che la dedollarizzazione non segue un percorso lineare né appare inevitabile. Il dollaro resta la principale valuta di riserva, il mezzo di pagamento più utilizzato e il riferimento dei mercati energetici e finanziari. Lo yuan è in crescita, ma deve ancora superare importanti ostacoli strutturali. Il sistema internazionale sta tuttavia entrando in una fase di competizione valutaria. Il petrodollaro conserva la propria centralità, ma non è più incontestato. Stati Uniti, Cina e Iran si confrontano sul piano militare, economico, energetico e tecnologico, mentre la posta in gioco si sposta sempre più verso le reti che sostengono la finanza e il commercio globale. Non è in discussione soltanto il prezzo del petrolio o la valuta con cui viene scambiato, ma l’insieme dei meccanismi che orientano i flussi di capitale e di merci. I sistemi di pagamento possono indirizzare gli scambi; una valuta dominante consente di imporre sanzioni e finanziare il debito; il controllo delle rotte energetiche permette invece di incidere su prezzi, assicurazioni e decisioni politiche.

La partita tra Washington, Pechino e Teheran si gioca dunque anche lontano dai campi di battaglia: nelle banche, nei porti, nei mercati delle materie prime e nei circuiti digitali che regolano il commercio mondiale. Il petrolio resta una risorsa strategica, ma il suo peso dipende anche dall’unità di conto utilizzata e dalle infrastrutture che ne rendono possibile lo scambio. Per questo, mettere in discussione il petrodollaro significa incidere sugli equilibri dell’architettura globale. Non implica che il dollaro sia destinato a scomparire, né che un nuovo ordine monetario sia già compiuto. Indica piuttosto che il sistema costruito dopo il 1944 sta entrando in una fase di trasformazione. A conferma del peso strategico del sistema del “petrodollaro” per Washington, Bloomberg riferisce che il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, in una recente intervista ha spiegato che, nell’ambito degli accordi con Teheran, l’Iran sarà tenuto a fatturare in dollari le proprie esportazioni di petrolio. Una scelta che, secondo Bessent, punta a riportare i proventi del greggio iraniano all’interno del circuito finanziario statunitense. E mentre il Medio Oriente continua a tremare, la contesa decisiva potrebbe quindi svolgersi altrove: attorno alle reti finanziarie, alle rotte energetiche e alle valute in grado di sostenere il prossimo ordine mondiale.

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