
Il ‘Santo paradosso’.
Nonostante il fatto che, nella Cina capital comunista i cristiani siano soggetti a stringenti discriminazioni e a vere e proprie persecuzioni, alla luce del forte tasso di crescita registrato negli ultimi tempi, si ipotizza che, fra circa un ventennio, il numero dei fedeli della Croce potrà toccare i 300 milioni (cfr. Rodney Stark, Il trionfo della fede), facendo del gigante asiatico il Paese con il maggior numero di cristiani al mondo (*).
Immagine della Madonna (Cattedrale di Tianjin).

S. Agostino Zhao Rhong (1746-1815), il primo martire cinese cristiano.
La presenza del cristianesimo in Cina risale alla prima metà del VII secolo, con l’arrivo dei primi monaci cristiano-nestoriani: evento ufficialmente attestato dal ritrovamento, avvenuto nel 1625 a Chang An (XiAn), di un’antica stele. Il manufatto, attualmente custodito nel Museo Provinciale dello Shaanxi, venne eretto in un monastero della chiesa siro-orientale a Chang An (attuale Xi’an), capitale della dinastia Tang. La stele, sul cui vertice è apposta una croce, è incisa in caratteri siriaci (probabilmente la comunità nestoriana di Chang An era formata proprio da monaci di questa regione giunti sul posto dopo avere percorso la Via della Seta) e cinesi. Essa riporta un breve resoconto della diffusione del cristianesimo (qui chiamato jingjiao, “Religione della Luce”) in Cina per opera del monaco siriano Alopen, giunto nel 635 a Chang An. Questo testo non è però unico nel panorama del cristianesimo siro-orientale del periodo Tang. Un’altra prova documentale la fornisce, infatti, il Libro sull’ascolto del Messia che, oltre a racchiudere un ritratto del volto di Cristo, ne riporta parte del suo insegnamento, definito come una via da percorrere (dao). In questo testo è possibile notare una riformulazione del messaggio cristiano attraverso l’utilizzo di terminologie e concetti tipicamente buddisti. Colpito dal ritrovamento del testo, l’imperatore Taizhong fece condurre approfonditi studi sulla “Religione della Luce”, permettendone poi la diffusione ed ordinando anche la costruzione di un monastero.
La famosa stele ‘nestoriana’, il primo segno del passaggio in Cina di religiosi cristiani nestoriani.
Dopo una prima fase di penetrazione favorita dall’amichevole atteggiamento delle istituzioni cinesi, nell’845 i monaci nestoriani furono messi al bando dall’imperatore taoista Tang Wu Zang, che governò dall’840 all’846, e che combatté prima il buddismo e poi tutte le altre religioni straniere. Sempre per quanto concerne le fedi monoteiste, va ricordato che durante il VII secolo, attraverso la Via della Seta giunsero in Cina anche diversi mercanti ebrei che in seguito fonderanno quattro comunità, quella di Harbin, di Shanghai, di Canton e di Kaifeng. Quest’ultima, scoperta nel XVII secolo dal grande studioso, esploratore e convertitore gesuita Matteo Ricci, risalirebbe alla dinastia Song (960-1279).
Nonostante l’irrigidimento del potere centrale nei confronti delle religioni, i cristiani non scomparvero totalmente dal territorio cinese. Nell’XI secolo si ha, infatti, notizia di un nucleo, ancora residente a Canton, costituito probabilmente da mercanti persiani, mentre altre nuove comunità continuarono a resistere nei regni settentrionali turco-mongoli dei Liao e dei Jin. Dalla messa al bando dei nestoriani bisognò attendere il XVIII secolo – se si esclude l’ambasceria del francescano perugino Giovanni da Pian del Carpine inviato nel 1245 in Mongolia da papa Innocenzo IV per convincere il Gran Khan ad entrare in guerra contro gli ottomani – prima che il cristianesimo romano iniziasse ad essere predicato in Asia orientale.
Fu grazie al frate minore francescano Giovanni da Montecorvino (1246 – 1328), che, nel 1294 avvenne il primo contatto tra il cattolicesimo e la cultura cinese. Giunto a Pechino, Giovanni da Montecorvino fu accolto amichevolmente dai regnanti della dinastia mongola Yuan (1279-1368), tanto da consentirgli di avviare un’opera di evangelizzazione che egli svolse con un certo successo, tanto da indurre papa Clemente V ad inviare in oriente altri frati e a fondare, nel 1307, a Pechino, una prima arcidiocesi con a capo lo stesso frate pioniere.
Giovanni da Montecorvino (1247-1328).
Verso la metà del XVI secolo, grazie all’opera del missionario Francesco Saverio (Francisco de Javier y Jaso, 1506–1552) i gesuiti sbarcarono a Goa (India), per poi visitare la penisola di Malacca, il Giappone e la città cinese di Macao, da dove iniziarono a penetrare all’interno del vasto impero (nel 1552, proprio durante questi spostamenti, Francesco Saverio morì sull’isola di Sancian). Il consolidamento definitivo del credo cattolico in terra cinese ebbe modo di realizzarsi soltanto alla fine del XVI secolo Nel 1582, il già citato gesuita maceratese Matteo Ricci fece, infatti, breccia a corte, guadagnandosi, in virtù del suo carisma e del suo acume, la stima delle più alte cariche imperiali ed anche il titolo di “Maestro del grande Occidente”.
Uno dei maggiori meriti dei gesuiti fu quello di fare scoprire all’Europa – dopo l’entusiasmante esperienza compiuta, tra il 1271 e il 1288, dal veneziano Marco Polo da suo padre Niccolò e dallo zio Matteo – il misterioso pianeta Cina. Anzi, si può dire che Ricci e il missionario e linguista Michele Ruggieri (1543 –1607) andarono ben oltre, creando addirittura una nuova scienza, la “sinologia” (quell’insieme di studi e ricerche che riguardano la cultura cinese nei suoi vari aspetti e nelle varie epoche storiche). Sotto il profilo dell’evangelizzazione, la predicazione di Ricci ebbe successo poiché basò la sua prassi sull’adattamento del cristianesimo ai valori cinesi derivati dal confucianesimo. Un tipo di predicazione, quello di Ricci, non ben visto tuttavia da una parte dei vertici della chiesa cattolica. Non a caso, nel 1707, il rappresentante del papa in Cina e India, il piemontese Charles-Thomas Maillard De Tournon (1668-1710) vieterà il “rito cinese” (introdotto da Ricci), rendendo il cattolicesimo inviso all’imperatore. Per la cronaca, tale cerimoniale religioso verrà riesumato un secolo più tardi dalla Propaganda Fidei, dicastero della Santa Sede fondato nel 1622 da Papa Gregorio XV con il duplice scopo di diffondere il cristianesimo nelle zone pagane e di difendere il patrimonio della fede nei luoghi ove le eresie avevano messo in discussione la genuinità del credo.
Matteo Ricci (1552-1610).
Quando Matteo Ricci giunse a Pechino, la dinastia Ming – Manciù stava vivendo il suo crepuscolo, dissanguata dalle guerre ingaggiate lungo il confine mongolo e in Corea, Paese, quest’ultimo, insidiato dall’impero giapponese. In questo agitato contesto, i gesuiti, come si è detto, riuscirono comunque a guadagnare rapidamente ampi consensi e notevole prestigio, grazie alla loro elevata preparazione culturale e scientifica e alle loro spiccate doti diplomatiche. Fino dall’inizio della loro missione, i membri della Compagnia di Gesù cercarono di applicare gli insegnamenti tratti dall’esperienza fatta in Giappone (dove si erano installati nel 1580), non interferendo con l’autorità statale, acquisendo nomi cinesi (mentre al contrario i battezzati cinesi ricevevano un nome cristiano) e adattandosi agli usi locali. Nella fattispecie, i gesuiti adottarono il costume tradizionale dei bonzi, anche se nel 1594, Ricci preferì passare a quello dei letterati cinesi: cambio indotto da svariate ragioni. Ricci si accorse, ad esempio, che in Cina lo statuto dei bonzi non era vantaggioso come in Giappone e che la chiesa buddista (come d’altra parte tutte le altre) veniva sottoposta ad un controllo abbastanza serrato da parte dello Stato. In secondo luogo, Ricci reputava che l’elegante abito in seta conferisse ai missionari un carisma che li avrebbe facilitati a rappresentare e a propagandare il cristianesimo sia tra il popolo sia tra le classi più elevate. Atteggiamenti e scelte, questi, che fecero indubbiamente colpo tra le masse e tra le élite di governo, inducendo, nel 1692, l’imperatore della dinastia Qing, Kang Xi (1654-1722) a proclamare l’editto di tolleranza religiosa con il quale autorizzò la predicazione e le conversioni al cristianesimo, annullando di fatto le precedenti leggi anti cristiane. Kang Xi concesse inoltre ai missionari di edificare chiese e luoghi di raduno. Insomma, li mise nelle condizioni di lavorare nel modo migliore.
Matteo Ricci (a sinistra).
Ciononostante, con il passare del tempo i gesuiti si accorsero di essersi impegnati in un’operazione che andava ben oltre le loro limitate forze. Rispetto alla massa dei fedeli da istruire e convertire, il numero dei missionari, ma anche quello delle strutture e dei mezzi a loro disposizione, risultava infatti del tutto insufficiente. Ragione per cui furono costretti ad escogitare soluzioni decisamente originali ed assai poco ortodosse per continuare nella loro opera e per accelerare e semplificare le procedure dei vari riti. Per superare l’ostacolo rappresentato dalla diversità linguistica, fu introdotta, ad esempio, la confessione a tre, cioè con la presenza di un interprete: pratica che, tuttavia, venne biasimata da non pochi alti prelati romani. “Nel 1700 – annota lo storico americano Liam Brockey, autore del saggio, Journey to the East. The Jesuit Mission to China, 1579-1724 – il gesuita José Monteiro inventò il primo manuale di conversazione rapida in mandarino, intitolato Vera et unica praxis breviter ediscendi, ac expeditissime loquendi sinicum idioma, suapte natura adeo difficile. Questo semplice ma utile dizionario conteneva le frasi essenziali per catechizzare i cinesi, ed anche espressioni necessarie per la vita quotidiana. Nel tentativo di aprirsi un varco nella società, nella mentalità e nel cuore di questo popolo, i gesuiti decisero di avvalersi degli espedienti e degli insegnamenti del loro pioniere, padre Ricci, cercando cioè di adattare, almeno in parte, il cattolicesimo alla cultura locale. Il confucianesimo inteso come filosofia, ad esempio, non venne mai trattato come elemento di fede avverso, ma alla stregua di una pratica morale in grado di conciliarsi con i principi cristiani, “così come un cristiano europeo – commenta Brockey – poteva apprezzare Aristotele senza essere sospettato di eresia”.

Jesuit missions to China. Historical artwork of three Jesuit priests (altar at left) who worked and studied in China in the 16th and 17th centuries. From left, they are: Matteo Ricci (1552-1610), Adam Schall (1592-1666), and Ferdinand Verbiest (1623-1688). Ricci (from 1582), Schall (from 1618) and Verbiest (from 1659) established themselves at the royal court. Schall was Director of the Beijing Observatory, assisted by Verbiest who later replaced him. Both display astronomical and navigational equipment. Artwork from ‘Description geographique, historique, chronologique et physique de l’Empire de la Chine et de la Tartarie Chinoise’ (1736).
A tale riguardo, i gesuiti tesero ad interpretare e a citare Confucio come una sorta di “maestro di vita”. La stessa tolleranza e malleabilità venne anche applicata nei confronti degli antichi riti di venerazione degli antenati, molto diffusi sia in Cina che in Giappone. Fu da questa sorta di atteggiamento pragmatico e illuminato che scaturì il già citato cattolicesimo di “rito cinese” che, tuttavia, nella seconda metà del XVII secolo i nuovi missionari domenicani e francescani contesteranno tenacemente nell’ambito di un più generalizzato attacco alla politica dei gesuiti: avversione che favorì l’infelice iniziativa di de Tournon che tenterà di imporre all’imperatore Kang Xi la presenza in Cina di un Superiore di tutti i missionari cattolici, creando così i presupposti per uno scontro frontale tra impero e cattolicesimo.
Dopo essersi rifiutato di accettare la nascita, all’interno del suo regno, di una sorta di “gerarchia religiosa parallela ed obbediente ad un sovrano straniero”, nel dicembre 1706, Kang Xi cambiò bruscamente registro emanando un nuovo editto molto restrittivo nei confronti dei missionari. Da quel momento, infatti, per esercitare il loro credo, i preti cattolici avrebbero infatti dovuto chiedere allo stesso imperatore una speciale licenza, il piao. “L’imposizione del piao – annota Brockey – rappresentava di fatto un esercizio del controllo imperiale sui missionari, non diverso dal principio di autorità a cui dovevano sottostare i monaci buddisti e taoisti. Esso divenne in pratica uno strumento per dividere i sacerdoti tra buoni e cattivi”.
Agli uomini di chiesa si impose quindi una duplice drammatica alternativa: non solo scegliere tra l’autorità papale e quella imperiale, ma anche fra continuare il loro apostolato o rinunciarvi. “Un dilemma – osserva Liam Brockey – destinato ad anticipare quello che dovranno vivere i preti cinesi nel 1957, quando Mao Ze Tung istituirà la Chiesa Patriottica, l’unica autorizzata dal Partito Comunista, i cui vescovi e sacerdoti verranno nominati dal governo dopo avere giurato fedeltà al regime. E come accadde nella Repubblica Popolare – continua Brockey – anche la scelta compiuta dai sacerdoti europei del XVIII non risultò compatta”. Quarantuno domenicani scelsero infatti l’esilio, mentre una cinquantina di gesuiti accettarono il piao, rimanendo entro i confini dell’impero, nella speranza, forse, di guadagnare tempo e riuscire a fare cambiare idea al papato. Un piccolo gruppo di missionari, infine, entrò in clandestinità, continuando a predicare in alcune regioni rurali della Cina meridionale, proprio come ai giorni nostri stanno facendo ai preti cinesi della cosiddetta “Chiesa sommersa”. (1)
Ritratto ufficiale dell’imperatore Yongzheng. Taipei National Palace Museum.
Nel 1723, con la morte di Kang Xi e l’avvento al trono di suo figlio Yongzheng, per i cristiani le cose peggiorarono ulteriormente. Il nuovo imperatore promulgò infatti un nuovo editto di totale condanna del cattolicesimo, fede giudicata alla stregua di una “setta perversa”. Ben presto si scatenò la repressione: parrocchie e seminari furono sequestrati e adibiti a scuole, ospedali e depositi. Nella provincia del Fujian, i luoghi di culto furono trasformati in templi per gli antenati. “E nell’ottobre 1724 – annota Brockey – tutti i gesuiti che avevano sfidato papa Clemente XI accettando il piao, furono arrestati dalle milizie imperiali, deportati a Canton e da lì imbarcati per l’esilio a Macao”. Per la cronaca, sempre nel 1724, con il preciso scopo di riaffermare il totale controllo su tutti i culti, l’imperatore ordinò anche la distruzione dei templi buddisti e lo sterminio di oltre un migliaio di monaci. Il 21 luglio 1773, data in cui papa Clemente XIV decretò con l’enciclica Dominus ac Redemptor l’abolizione dell’ordine dell’Ordine dei Gesuiti (che tuttavia verrà ricostituito nel 1814 da Pio VII) ebbe termine la prima fase dell’avventura missionaria gesuitica in Cina, con la cacciata di tutti i rimanenti fratelli.
Seminaristi cinesi (1900).
Oggi, anche se a distanza di quasi tre secoli, l’espulsione dei gesuiti dal territorio cinese e le complesse ragioni che la determinarono, non sono state dimenticate dalla Chiesa, ma al contrario ampiamente rivisitate e ponderate, anche alla luce dell’attuale, drammatica situazione in cui vive la chiesa cattolica in Cina. Una riflessione che ha indotto anche ad ipotizzare – seppure attraverso l’utilizzo di una politica diversa – un possibile, seppur remoto, ritorno nel Paese della Compagnia.
(*) https://aliseoeditoriale.it
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Mondadori “Le Scie”, Milano 2005.
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F. M. Sirignano, Gesuiti e giansenisti. Modelli e metodi educativi a confronto, Liguori, Napoli 2004.
G. Sartori, Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla
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H. Schmidt-Glintzer, La Cina Contemporanea [Das neue China], trad.
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A. Giovagnoli (a cura di), Roma e Pechino. La svolta extraeuropea di
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Università degli studi di Padova, Facoltà di lettere e filosofia, master in studi interculturali cinesi residenti in Italia e cattolicesimo: Conversazioni sulla religione, relatrice: prof.ssa Amina Crisma; corsista: Angela Verso, matr. n. 876128. Anno accademico 2004-2005.
‘Il Timone’, rivista di apologetica (gennaio 2007), Chiesa in Asia: l’identità cristiana è la missione, di P. Piero Gheddo
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Sito www.chiesa, Cina e Vaticano. I punti del disaccordo, articolo di Sandro Magister
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Sito Uigur.org East Turkistan Information Center, http://www.uygur.org/wunn03/2003_06_10.htm
Sito Aliseo; https://aliseoeditoriale.it








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