
Lo scoppio della Rivoluzione francese coinvolse e destabilizzò fortemente il Regno di Savoia, alleato della Francia dal 1773, ed allorquando, in questo regno, iniziarono a manifestarsi i segnali di una vera e propria Rivoluzione anti monarchica, il Piemonte venne a trovarsi di fatto senza più l’appoggio della corona d’oltralpe che, negli anni precedenti, ne aveva garantito la sicurezza.
Nel 1792, allo scoppio della Guerra della Prima Coalizione, la Francia “rivoluzionaria” propose una alleanza al Piemonte, ma in cambio – in base alla sua interessata visione geopolitica dei confini naturali -chiese la cessione di Nizza e della Savoia, promettendo il proprio appoggio militare affinché il Piemonte potesse strappare agli austriaci la ricca Lombardia. Vittorio Amedeo III di Savoia, che non si fidava dei rivoluzionari francesi,tergiversò a tal punto da indurre, tra il 21 ed il 30 settembre dello stesso anno, il nuovo esecutivo transalpino ad invadere la Savoia e la contea di Nizza: attacco che, tuttavia, venne bloccata dall’esercito piemontese sull’arco alpino[1].L’Austria, da parte sua, non volle impegnarsi in accordi bilaterali con il Piemonte, considerandolo poco affidabile in tema di alleanze, e se invitò i Savoia ad entrare nella propria coalizione, lo fece senza prendere impegni precisi per una eventuale guerra in Italia. Non si può escludere che gli Austriaci fossero intenzionati a servirsi dell’esercito piemontese per logorare i Francesi, e magari, in vista di un possibile accordo di pace, spartirselo di comune intesa. Infatti era ormai chiaro, essendo i Savoia assurti al rango regale nel 1713, che, esclusa l’espansione oltre le Alpi, verso la Francia, l’unica altra possibile direttrice per un espansionismo piemontese era in direzione della pianura padana: eventualità che avrebbe inevitabilmente portato allo scontro con l’Impero asburgico. In questa situazione il governo piemontese era diviso tra l’aristocrazia savoiarda[2] impersonificata dal ministro degli Esteri Joseph François d’Hauteville, e da Thaon di Revel (che voleva una alleanza con l’Austria per combattere i Francesi e riprendersi la Savoia e la contea di Nizza) e l’aristocrazia liberale rappresentata da varie personalità, quali il ministro degli Interni, conte Giuseppe Pietro Graneri de La Roche, il ministro della Guerra Giovanni Battista Fontana di Cravanzana, il conte Gian Francesco Galeani Napione, il marchese di Cavour, Clemente Damiano Priocca, Prospero Balbo e Filippo Asinari di San Marzano. Questi erano favorevoli all’alleanza con la Francia per riprendere il percorso di riforma dello Stato, interrotto allo scoppio della Rivoluzione francese, e per tentare l’espansione nell’Italia settentrionale. Ma il re Vittorio Amedeo III, capì che l’opposizione alla Francia rivoluzionaria e anti monarchica risultava prioritaria anche per prevenire rivolte sobillate da fazioni interne filo-francesi. Per fare fronte a questa situazione, Amedeo si vide costretto a richiedere l’alleanza austriaca, malgrado il suo interesse di espansione verso la Padania.
Louis Antoine de Saint-Just
Che Vittorio Amedeo III avesse compreso bene la situazione ben lo dimostrò la fiera opposizione dei gruppi dei cosiddetti “giacobini”, che miravano alla sua stessa eliminazione pur di proclamare una “Repubblica” in Piemonte e, proprio per questa ragione, si dichiaravano pronti a collaborare con gli invasori francesi. Quella che prese il nome di congiura Barolo rivelò il fondato sospetto che Amedeo III nutriva nei confronti delle società segrete, massoneria in primis; non a caso, il sovrano sabaudo aveva bandito le riunioni di loggia fin dal 1783[3].
Malgrado il divieto i massoni, sostenitori della Rivoluzione Francese, continuarono a riunirsi segretamente nei cosiddetti “club giacobini”[4], che pur avendo il comune intento di far cadere la monarchia, erano divisi sul tipo di “Repubblica” da realizzare al suo posto. Vi era chi voleva una repubblica piemontese, altri che miravano ad una repubblica italiana, alcuni federale, altri unitaria. Insomma li univa solo l’odio verso il Re e la famiglia Savoia. Ma l’uccidere il di Sardegna, Vittorio Amedeo III e famiglia, e far sì che il Piemonte diventasse un possedimento della Francia , era il piano dei congiurati che si riunivano in casa del medico Ferdinando Barolo; un piano, come vedremo, sventato nel 1794, in extremis, grazie ad una confessione molto particolare.
Nel 1793, a Torino, erano attivi tre “circoli” giacobini[5], ma, come accennato, il più pericoloso era quello che si riuniva nell’abitazione di Ferdinando Barolo[6] . Lì si ritrovavano parecchi professionisti, tra cui il medico Carlo Botta, Angelo Picco, l’avvocato Federico Campana, Maurizio Pellisseri e Luigi Ghiliossi. Un secondo circolo era quello del medico Guglielmo Cerise, frequentato dai fratelli Chantel, uno medico e l’altro ufficiale, e dal mercante Giovanni Francesco Junod, tutti valdostani, e dal mercante albese Ignazio Bonafous. Il terzo club, era quello più moderato, sostenuto dal banchiere Vinay, ne facevano parte Giovanni Carlo Dufour, segretario al ministero degli esteri e Francesco della Morra, capitano dell’esercito del Regno di Sardegna. Seppur divisi sull’idea di “Repubblica”, questi tre club, tra l’inverno e la primavera del 1794, furono costretti ad unificarsi dalle pressioni politiche francesi, e progettarono una cospirazione con lo scopo di uccidere la famiglia reale e prendere il potere. Seguendo di fatto le orme dei giacobini francesi, che l’anno prima avevano ghigliottinato Luigi XVI di Borbone e la regina , Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena.
I congiurati repubblicani torinesi agivano agli ordini del ministro francese degli Affari Esteri, il giacobino Jean Tilly,[7] che, per adempiere al meglio a questo incarico, si era trasferito da Parigi a Genova, e fu proprio lui ad disporre l’unificazione dei circoli torinesi, mentre Ferdinando Barolo provvedeva a finanziare i viaggi che spesso gli incaricati giacobini torinesi facevano a Genova per concordare con Tilly i piani di azione. Il tradimento nei confronti del Re fu approntato stabilendo che l’insurrezione dovesse scoppiare contemporaneamente all’offensiva francese del 1794[8], la rivolta doveva essere guidata dai giacobini torinesi e prevedeva l’occupazione della Cittadella, la cattura del Re, la proclamazione della Repubblica e, per l’esplicita insistenza del Barolo, la soppressione dell’intera famiglia reale. Per uccidere il Re, si era pensato ad un metodo semplice e banale: reclutare contadini, che nella convinzione dei giacobini, dovevano essere i miglior alleati della Rivoluzione, costoro dovevano prima prendere possesso dell’Arsenale e della Cittadella di Torino, poi, catturato ed ucciso il Re e la famiglia avrebbero accolto i francesi. Appare chiaro che ai congiurati sfuggisse completamente il sentimento di fedeltà ai Savoia dei contadini piemontesi; per i cospiratori – tutti appartenenti alla buona borghesia – pareva cosa impossibile che i contadini, specie se ben pagati, si schierassero con i “tiranni”[9]. Invece, fu proprio quel che successe, perché a rivelare, ed a far fallire, il complotto fu proprio un contadino, di nome Battistino Fenolio. Ciò che avvenne dimostrerà la veridicità dell’astrattezza dei patrioti che Vincenzo Cuoco rimprovererà ai giacobini napoletani nel 1799; l’incapacità di misurare le scintillanti parole d’ordine dei propri ideali con le concrete condizioni di vita di coloro a cui gli ideali venivano proposti.
Ma per meglio spiegare ciò che avvenne useremo le parole dello stesso Barolo: «Quando si cominciò nel nostro club a trattare di rivoluzione, si progettò tosto d’impadronirsi di tutti li posti già da me ieri spiegati (arsenale, cittadella, padiglione palazzo reale) […] Si disse tosto che nell’impadronirsi del palazzo Reale dovessimo contemporaneamente assicurarsi del Re e di tutta la famiglia Reale, locchè venne da tutti approvato. Io fui il primo a dire che nell’impadronirsi di tutte le persone reali dovessimo far fine delle medesime. Alcuni che non saprei precisamente spiegare chi approvarono il mio sentimento. […] Dopo vari dibattiti concorsero poi tutti nel mio sentimento, cioè di dover far fine di tutte le persone reali subito dopo il loro arresto»[10]. E proprio questa sua volontà omicida ed il successivo discolparsi che farà passare alla storia Ferdinando Barolo come un “infame”.[11]
Tutto era pronto per il colpo di Stato. Tuttavia, i congiurati giacobini non avevano fatto i conti con la coscienza di Battistino Fenolio, questi era un contadino, la cui moglie era stata la balia della figlia del mercante Junod, uno dei congiurati , che lo aveva circuito , incaricandolo di radunare qualche centinaio di persone per una “impresa ben pagata”. I dettagli della congiura, all’inizio molto generici, furono rivelati al Fenolio man mano che costui provvedeva ad arruolare i contadini per l’impresa[12]. «Si sarebbe dato il fuoco al Teatro o a qualche casa in vicinanza di Piazza Castello per ivi trattener la truppa, e il popolo, che sarebbe accorso; e intanto nel Palazzo del Re vi sarebbero in tutti li appartamenti persone appostate decisamente intese di uccidere con stiletti il Re, e tutti i principi Reali nei propj letti, e chiunque si fosse opposto»[13].
Quando Fenolio si rese conto che Junod stava, con la sua complicità, organizzando un massacro, la coscienza gli si rivoltò contro, al punto che non dormiva più la notte per il tormento di quello che stava per compiere. La moglie, che era all’oscuro di tutto, visto lo stato d’animo del marito gli consigliò di confessarsi o chiedere consiglio ad un sacerdote. Battistino, allora, decise di confidarsi con il priore della basilica di Superga, padre Cesare Dionigi Garretti di Ferrere[14]. Quel giorno, pioveva a dirotto e quando Fenolio giunse a Superga, era fradicio e in uno stato pietoso, al punto che sembrava un delinquente: «Io – scriverà il Garretti – pensai che costui avesse ucciso qualcheduno, vedendolo così turbato, e che cercasse consiglio, o rifuggio in questa Casa Ecclesiastica».
Vittorio Amedeo III di Savoia.
Fenolio, per liberarsi la coscienza, si confessò e pregò la Madonna con il priore, poi raccontò tutto, e padre Garretti, che ascoltava incredulo, scrisse nel suo resoconto della vicenda, conservato in Archivio di Stato a Torino :«Io nell’intendere questo racconto mi sentiva il sangue a gelar nelle vene, e un tremito alle gambe a potermi appena reggere in piedi»[15]. Inutile dire che le indicazioni fornite di Battistino Fenolio furono indispensabili per individuare i congiurati e fermare la sommossa e l’assassinio del Re e della sua famiglia.
Ed è in questo frangente che Ferdinando Barolo mostra tutta la sua meschinità. Il suo nome non era fra quelli che Battistino Fenolio aveva fatto, ma quando il 24 maggio la cospirazione viene scoperta, dopo i primi arresti, il nostro medico per timore di essere fermato a sua volta e sperando in una pena più mite si auto-accusa, tra lo stupore della stessa Polizia. Arrestato, viene rinchiuso alle Porte Palatine, dove Barolo al magistrato rivela ogni dettaglio della congiura, tradendo tutti i suoi amici, e “fratelli” di Loggia , e rivelando in un’ampia delazione, piani e nomi di ogni partecipante. Molti, tra cui il Botta,[16] il Pellisseri, il Cerise e Bonafous, avvertiti per tempo del tradimento, riusciranno a mettersi in salvo con una partenza precipitosa per la Francia, ma un centinaio di cospiratori, massoni e giacobini, implicati in questo brutto affare verranno arrestati. Un tribunale speciale istruirà i processi che si concluderanno con dure condanne, molte delle quali però in contumacia. La repressione, tuttavia, sarà in fondo mite vista la gravità delle accuse, in quanto Vittorio Amedeo III avendo gravissimi problemi al confine, la guerra con la Francia era in pieno svolgimento, non voleva esacerbare ulteriormente gli animi. Così, verranno condannati a morte in dodici, ma grazie all’intervento del Re, solo due condanne saranno realmente eseguite, quelle di Giovanni Chantel,. e di Giovanni Francesco Junod, che verranno impiccati il 9 dicembre 1974.
Ferdinando Barolo, l’infame che più di tutti avrebbe meritato il patibolo, si salvò ed anzi, più tardi quando cambiò il vento politico, cercherà di giustificare la sua delazione come il frutto di un “momento di debolezza e di un abile raggiro poliziesco”, ma troppo lucide, precise e circostanziate erano le informazioni contenute nelle sue denunce, nei verbali degli interrogatori e nei confronti con i congiurati, perché qualcuno gli potesse ancora credere. Ferdinando Barolo trascorse sette anni in carcere, prima a Torino poi a Ivrea, finché nel 1800, quando i suo ex-amici francesi di fatto governavano Torino da due anni [17], per riabilitarsi si rivolse ad un noto giornalista ed editore , Giovanni Ranza, che appoggiò la sua causa nel proprio giornale L’Amico della Patria (20 vendemmiale IX: 12 ott. 1800). L’azione del Barolo ebbe effetto e , visto il clima politico, che ormai giustificava i regicidi rendendoli “eroi della Patria e della Libertà”[18], si poteva scarcerare anche Barolo. Infatti nell’ottobre dello stesso anno fu rilasciato con un ordine del suo antico compagno di cospirazione Carlo Botta, divenuto membro, insieme con Carlo Bossi e Carlo Giulio, della Giunta Esecutiva di governo istituita dai Francesi. Ma i suoi ex-compagni non gli perdoneranno il tradimento e, appena uscito dalla galera, fu “invitato” a lasciare immediatamente il Piemonte. Malgrado ciò il Barolo chiese ed ottenne, ancora per intercessione del Ranza, di poter restare per il tempo necessario a pubblicare la propria difesa. Un libretto che uscirà alle stampe nel novembre 1800 con il titolo “ Il cittadino F. B. ai suoi concittadini e ai patrioti del Piemonte”. Nello scritto, in cui cerca inutilmente di ripristinare un onore ormai perduto, dopo aver rivendicato il suo passato “patriottico”, cioè quando pretendeva dai congiurati l’uccisione del Re e di tutta la sua famiglia, Barolo rifacendo la storia dei clubs e dei contatti con il ministro francese Tilly, tenta di dare la colpa allo “ stato di incertezza e di confusione esistente nell’ambiente della cospirazione nel maggio del 1794, a causa del rifiuto del ministro francese di impegnarsi a fondo e di concedere le sovvenzioni necessarie”. Ovviamente accusa, come prassi di tutti i vili , uno di coloro che furono giustiziati a causa sua e che non poteva più difendersi ,Giovanni Chantel, attribuendo a lui le “prime imprudenze” che avevano provocato l’intervento della polizia, lo accusa inoltre di essere l’esponente della fazione intransigente che voleva la rivoluzione immediata senza aspettare l’arrivo dei Francesi. Nella sua “difesa” dichiara infine di essersi costituito solo per accusare se stesso (?!)e di essersi poi smarrito di fronte “all’abile giuoco inquisitorio” usato nei suoi confronti dal ministro Granieri e dal senatore Durando.
Ma ormai nessuno poteva prestar ascolto alla difesa di un “infame”, tanto meno i suoi vecchi “fratelli di Loggia “. In una breve nota apparsa , subito dopo la pubblicazione il 23 novembre, sulla Gazzetta nazionale piemontese a firma dei giacobini Carlo Botta[19] e Maurizio Pellisseri il libretto veniva definito del tutto privo di serietà. Perduta definitivamente la speranza di far riaprire il suo processo, il Barolo si vede costretto ad emigrare; si trasferisce a Tunisi, dove per lunghi anni eserciterà la professione di medico. Con la Restaurazione gli sarà permesso di rimpatriare e in seguito entrerà, paradossi della vita, al servizio della Casa reale come medico della servitù. Lui che avrebbe voluto assassinare il Re e la sua famiglia. Morirà a Spigno (Alessandria) il 28 marzo 1821.
[1]D. Carutti,Storia della corte di Savoia durante la rivoluzione e l’impero francese, Torino-Roma 1892, 1, pp. 274 ss.
[2] Era inoltre contraria alle riforme iniziate negli anni settanta da Vittorio Amedeo III, questa era appoggiata dai tre figli del re: Carlo Emanuele, principe di Piemonte, Vittorio Emanuele, duca d’Aosta, e Carlo Felice, duca del Genovese
[3]C. Francovich, Storia della Massoneria in Italia, i liberi muratori dalle origini alla rivoluzione francese, Ghibli, Milano, 2013, p. 429
[4] G. Sforza, L’indennità ai giacobini piemontesi perseguitati e danneggiati (1800-1802), Torino 1909, pp. 2,50-258
[5] I club comprendevano anche giacobini e massoni che faranno fortuna negli anni della Rivoluzione in Piemonte e nel periodo napoleonico; altri congiurati erano Secondo Salsetti, ed i radicali Guglielmo Cerise e Ignazio Bonafous.
[6] Ferdinando Barolo, come tutti i capi rivoluzionari non era povero. Nato nel 1751 a Giaveno , in provincia di Torino, si laureò in medicina a Torino ed esercitò all’inizio la libera professione. Le sue idee repubblicane lo posero presto al centro del movimento giacobino piemontese, che, nel corso dei 1793, a Torino e in altre città, assunse forme organizzative più solide in vista di una decisa azione rivoluzionaria per prendere il potere.
[7] Incaricato d’affari a Genova nell’aprile 1793 da Lebrun, vi rimase fino al settembre 1794, quando il nuovo potere termidoriano lo richiamò in patria.
[8] L’offensiva francese del 1794 contro il Regno di Sardegna-Piemonte, era stata preparata per consolidare il controllo sulle Alpi Marittime e minacciare direttamente il Piemonte, aggirando le forti difese austro-piemontesi. Il piano era stato ideato dal giovane generale Napoleone Bonaparte ,comandante dell’artiglieria dell’Armata d’Italia.
[9] Evidentemente male informati , perché in Francia furono proprio i contadini della Vandea che si ribellarono alla Rivoluzione Francese nel marzo 1793 al grido di “Re e Patria”, spinti sia dal rifiuto della coscrizione di massa, che dalla forte religiosità tradizionale Questi contadini, unendosi a nobili e clero refrattario, formarono l’Esercito Cattolico e Reale, (1793-1796) , prima di essere repressi nel sangue con le “colonne infernali” giacobine, in quello che alcuni storici definiscono un genocidio.
[10] G. E. Cavallo, La tirannia della libertà, il Piemonte dai Savoia a Napoleone, Chiaramonte, Collegno, 2016, pp. 12-13
[11] Costa di Beauregarde, Vecchio Piemonte nella bufera, Torino, Fogola, 1985
[12] L. C. Bollea, Il carteggio di un rivoluzionario piemontese (L Belmondo), luglio 1800-dicembre 1801 Torino 1912, pp. 4, 26, 40
[13] G. E. Cavallo, La tirannia della libertà, il Piemonte dai Savoia a Napoleone, Chiaramonte, Collegno, 2016, p. 14.
[14] G. Candeloro, Storia dell’italia moderna, I, Milano 1956, pp. 182 s
[15] G. E. Cavallo, La tirannia della libertà, il Piemonte dai Savoia a Napoleone, Chiaramonte, Collegno, 2016, p. 13 e 14.
[16] G. C. Bogino, Biografia medica piemontese, II, Torino 1825, P. 433; N. Bianchi, La verità trovata e documentata sull’Arresto e prigionia di Carlo Botta, in Curiosità e ricerche di storia subalpina, II, Torino 1876, pp. 106-109;
[17] Il 3 luglio 1798 i francesi occuparono Torino, venne istituito un governo provvisorio, e Carlo Emanuele IV venne costretto ad abbandonare la corona, raccomandando ai suoi sudditi l’obbedienza agli invasori.
[18] Robespierre e i Giacobini più radicali, furono tra i più accesi sostenitori della condanna a morte di Re Luigi, vista non come un omicidio ma come un atto politico e legale, un “diritto” del popolo .“Uccidere il re è un dovere” riassume il pensiero di chi, come Saint-Just e Robespierre, riteneva la sua eliminazione non un crimine ma un dovere civico e morale per il bene della Repubblica.
[19] Botta era un massone e giacobino, coinvolto nella congiura, fu arrestato la sera del 27 maggio 1794 e tradotto il 28 dello stesso mese nel carcere militare di Acqui. Rilasciato nel 1795, emigrò ovviamente in Francia, per ritornare in Italia l’anno dopo come chirurgo nell’armata francese guidata da Napoleone Bonaparte. Nel 1799 farà parte del Governo provvisorio della Nazione Piemontese istituito dopo la cacciata del re Carlo Emanuele IV e nel 1801 sarà uno dei triumviri insieme con l’anatomista Carlo Giulio e Carlo Bossi; sostenitore di una politica filofrancese, sarà favorevole all’annessione del Piemonte alla Francia, proclamata l’11 settembre 1802. Con il ritorno dei Savoia in Piemonte nel 1814, si ritirerà a vita privata ma, per poi rifugiarsi in Francia, assumendone anche la cittadinanza.
di Michele Tosca





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