Contro gli orrori della Modernità. La nozione di ‘bello’ secondo San Tommaso d’Aquino. Di Paolo Pasqualucci.

Il Duomo di Orvieto.

Un tema oggi inconsueto: la nozione del bello secondo san Tommaso d’Aquino. L’arcigna Scolastica, apogeo del Medio Evo nella speculazione, si è dunque occupata del senso del bello, ha elaborato un’estetica? Certo che se n’è occupata ed esiste ovviamente una letteratura specialistica al riguardo, debitamente citata ed egregiamente discussa nel libro che andiamo a recensire. Dal punto di vista dell’uomo della strada può, tuttavia, sembrar buffo andare a ritrovare l’idea del ‘bello’ proprio nel pensiero medievale, noto per il suo dogmatismo e la sua tendenza al misticismo, e in fama di aridità per quanto riguarda la considerazione dei sentimenti e delle passioni degli uomini. La rivalutazione della bellezza nella nostra vita non è apparsa soprattutto con l’Umanesimo e il Rinascimento, per l’appunto dopo le eccessive chiusure medievali alla dimensione sensibile-sensuale della nostra esistenza? Certamente, però con una impostazione antropocentrica che ha finito con il separare il bello dal divino, innescando in tal modo un processo involutivo, che sembra giunto (si spera) al suo ultimo stadio proprio nelle aberrazioni della nostra epoca, affogata nella carnalità.

San Tommaso d’Aquino in un dipinto di Sandro Botticelli. 

La nostra epoca ha smarrito la vera nozione del ‘bello’.

credo che poche epoche della storia abbiano, come la nostra, necessità di riacquistare un’autentica nozione del bello. Il nostro tempo è purtroppo caratterizzato dai cattivi costumi presentati come se fossero virtù, dalla volgarità, dal pessimo gusto, da una bruttezza manifesta e ovunque diffusa. Basti pensare alle forme sbilenche, storte, contorte che dominano nelle arti figurative e persino nell’architettura, ove ci si compiace di costruire edifizi senza capo né coda, rannicchiati in volumi enormi e sfuggenti da tutte le parti o storti, obliqui, pencolanti, come se dovessero crollare da un momento all’altro o disperdersi in un’onda di vetro-cemento.  C’è il culto della forma impura: anche certi famosi grattacieli altissimi e sottili sembrano contorcersi; e quando no, appaiono comunque fuor di proporzione nei loro segmenti, che rinviano all’immagine di pezzi di materia, di schegge, di frammenti, non si sa perché rivolti in alto. L’architettura contemporanea, nelle sue ultime forme, sembra inseguire l’idea del disordine, del caos, come se le costruzioni dovessero rappresentare elementi in rivolta.

Mostruosità architettoniche moderne.

Ma la bellezza dei corpi umani, che mai come oggi sarebbe vicina alla perfezione delle forme, della quale tanto si vanta il Secolo ipernutrito e iperpalestrato, quella non conta? Il fatto è che tutta questa “perfezione”, oltre ad apparire fredda, asettica, muscolare ed esibita in modi non conformi al decoro e alla pudicizia, troppo spesso è frutto di artificio, di sapienti e meno sapienti chirurgie estetiche. Ciò si nota soprattutto in molte donne di oggi. Per non dir nulla della bruttezza addirittura allucinante nella quale è caduta l’architettura religiosa, che, nella migliore delle ipotesi, appare semplicemente insignificante. Chiese cattoliche con facciate da cinematografo o grandi magazzini, o inespressive; chiese circolari, come grandi torte schiacciate e con campanili ridotti ad inespressivi simboli filiformi.  Un esempio forse inarrivabile di questi orrori è la nuova chiesa costruita a Fatima, sul luogo delle celebri apparizioni mariane di un secolo fa.

‘Antidoti’ architettonici al ‘brutto’: il Duomo di Siena.

Difficile negare che il nostro gusto si è corrotto di pari passo con i nostri costumi. Anzi, si potrebbe dire che la depravazione della nostra sensibilità estetica è cominciata già con la musica atonale, il surrealismo, l’astrattismo, ben prima dell’esplodere del consumismo di massa, della rivoluzione sessuale, della ribellione della gioventù nel 1968, della pornografia, e, per quanto riguarda l’Italia, delle oscene volgarità disseminate nei vergognosi film della c.d. “commedia all’italiana”, imperversanti negli anni Settanta del secolo scorso. A nulla potevano servire le critiche e le denunce avanzate da isolati osservatori anticonformisti sulla decadenza e in pratica l’estinzione delle arti figurative (per non parlar della musica e della letteratura) possedute da uno spirito sempre più deviato e tenebroso[1]. L’imbarbarimento dell’arte “ufficiale” continua oggi all’insegna di una vera e propria “estetica del disgusto”, cioè di una produzione (in genere priva di vero talento) che vuole scandalizzare e addirittura suscitare disgusto e repulsione: tipico prodotto di quello che  si può definire un vero e proprio “inverno della cultura”[2].

Recuperare l’autentico senso del bello sembra pertanto di vitale importanza per il futuro della nostra civiltà.  Ben venga, allora, l’eccellente studio di Miriam Savarese, tesi di dottorato così intitolata: La nozione trascendentale di bello in Tommaso D’Aquino[3].

Note:

[1] Ricordo, tra gli altri: Hans Sedlmayr, La morte della luce. L’arte nell’epoca della secolarizzazione, tr. it. di Marola Guarducci, Introduzione di Quirino Principe, Rusconi, Milano, 1970.   Nell’Ottocento ad un certo punto la luce scomparve dal colore: “a cominciare dall’epoca di Cézanne, la luce viene inghiottita dal colore, al quale ora passano la dignità, la forza e la potenza della luce […]  Il colore diviene ora il surrogato della luce, anzi della luce interiore” (op. cit., pp. 26-27).  Si veda anche tutto il capitolo dedicato alla “secolarizzazione dell’Inferno” nelle arti figurative (ivi, pp. 33-58).  Sulla decadenza dei costumi dell’Occidente nell’ambito di un vero e proprio “tramonto dei valori tradizionali”, dovuto anche al diffondersi dell’irreligiosità di massa, resta esemplare l’analisi di Augusto Del Noce, in contrapposizione al filosofo Ugo Spirito: Tramonto o eclissi dei valori tradizionali? In:  Ugo Spirito-Augusto Del Noce, Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?  Rusconi, Milano, 19725, pp. 61-313.  

[2] La terminologia è del critico francese Jean Clair, L’hiver de la culture, Flammarion, Skira 2011, che ho trovato citato sul Corriere della Sera di qualche anno fa.   L’autorevole trimestrale francese Catholica, a quanto ne so, è l’unico che si sia occupato in modo sistematico (con numerosi e puntuali articoli) della presente decadenza delle arti, dalla letteratura alle arti figurative alla musica, anche in relazione allo scadimento impressionante della Liturgia cattolica.

[3] Miriam Savarese, La nozione trascendentale di bello in Tommaso D’Aquino, con Presentazione di Alberto Strumia e Prefazione di Giovanni Ventimiglia, Studi e Strumenti SISRI, EDUSC, Roma, 2014, pp. 240.

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