1851: un anno di svolta. Di Giuseppe Moscatt.

Il Generale - Governatore austroungarico Josef Radetzky.

1. Il contesto politico europeo

E’ noto che la manualistica scolastica, da De Sanctis al secondo dopoguerra, individuava un periodo storico preliminare alla seconda guerra di indipendenza fra il marzo del 1849 con la sconfitta a Novara e l’aprile del 1859, quando la Francia di Napoleone III scese in campo a fianco del Piemonte di Vittorio Emanuele II e di Cavour contro l’odiato impero regio governo austro ungarico di Francesco Giuseppe, per annettere le province del Lombardo Veneto, al massimo per poi conquistare l’Emilia e la Toscana. E’ il c.d. “decennio di preparazione” alla riscossa unitaria e indipendente dell’Italia. Il 1851 ci pare ora l’anno più decisivo per la scelta moderata. Quale era il momento politico europeo? Mentre il governo piemontese – con Cavour alla guida del Ministero delle finanze – dal lato estero concludeva vari accordi di libero scambio con la Francia e la Gran Bretagna e del pari approvava un notevole ribasso delle tariffe doganali, fino ad eliminarle per i concimi agricoli e il cotone; l’Austria Ungheria, sulla scia dei primi provvedimenti del Governatore Radetzky di stampo militare, attuava una forte repressione poliziesca contro i patrioti del Lombardo/Veneto. E la retorica post unitaria non mancò di celebrare il ricordo Amatore Scesa, un povero tappezziere che nel 1850 aveva avuto semplici funzioni di fiancheggiamento e di pura propaganda antiaustriaca fra i circoli mazziniani a Milano. La notte del 30 luglio del 1851, venne arrestato dalle pattuglie militari di sorveglianza con l’accusa di aver affisso alcuni manifesti a Porta Ticinese. Sottoposto a tortura perché rivelasse i complici, tacque fino alla fucilazione pochi giorni dopo. E quella retorica di stampo irredentista, alle porte della Prima Guerra Mondiale, venne arricchita, dalla celeberrima frase “Tiremm innanz” che il condannato disse alle guardie che lo conducevano al patibolo in risposta a chi lo sollecitava  a dire i nomi dei patrioti in cambio della presunta liberazione. Dietro l’enfasi dell’episodio, ciò va letto, come vedremo, in ragione del conflitto fra borghesia e governi legittimisti, che proprio dopo il 1848 attuarono la repressione. Era una politica reazionaria rivolta a limitare le libertà concesse fra il 1846 e il 1848, che anzi avevano alimentato le prime rivolte. Era del pari in ascesa la borghesia industriale, a carattere nondimeno antidemocratica, che aveva visto in Francia il contrasto fra Napoleone Terzo – all’epoca Luigi Bonaparte – e la democrazia liberale repubblicana dopo il 1848. Fra il luglio e il dicembre dell’anno in esame, si consumò lo scontro fra il Parlamento Francese e il Bonaparte, divenuto Presidente della Repubblica il 10 Dicembre del 1848 con un’elezione quasi plebiscitaria. Il progetto del futuro Napoleone III era alquanto ambizioso: in agosto combatté un lungo conflitto col Parlamento radicale e democratico  per avere il rinnovo del mandato presidenziale; in autunno si accattiverà l’appoggio dei proprietari terrieri e dei contadini cattolici riottosi a ogni forma di democrazia rispettosa dei diritti civili. In Dicembre sgombra le barricate sollevate nei quartieri operai. E il 21-12, ottenuto il consenso parlamentare, emanerà una Costituzione autoritaria che accentrava ogni potere esecutivo nelle sue mani. Il secondo Impero è ora più vicino. Intanto in Inghilterra, un’ondata anticattolica, capeggiata dai conservatori di Lord Palmerston, fa sì che sia vietata la proprietà dei vescovi cattolici di titoli di proprietà immobiliare. Non solo: la simpatia di quel Ministro per il colpo di stato bonapartista e l’ipotesi di un Governo più duro con gli esuli continentali -per esempio, il Mazzini – provocò l’opposizione dei liberali di Granville che chiedeva il rispetto dei diritti civili e parlamentari. Il suo liberalismo avrà come primo effetto l’apertura a Londra della grande esposizione universale prima in Europa, come segnale del grandissimo sviluppo del capitalismo britannico. Che non raggiunse gli eccessi reazionari francesi in politica. Quanto alla galassia tedesca, caduta la Dieta democratica di Francoforte, di fronte alla dichiarazione di Olmütz che riproponeva la guida all’impero austriaco di Francesco Giuseppe, la Prussia di Bismarck rimaneva per ora in attesa di espansione economica in Europa, ma la libertà di stampa venne soppressa e le deboli riforme parlamentari vennero sospese.

2. La tragedia di Belfiore.

Come è noto, il governo austro-ungarico, nominato dal giovane Imperatore Francesco Giuseppe e guidato dal Ministro di Polizia Bach, perseguiva una politica di marcata prevalenza antitedesca, rivolta a tagliare i vari movimenti nazionalisti, specialmente quelli ungheresi e italiani, individuando al controllo funzionari di lingua tedesca provincia per provincia. Non c’era più spazio per la Costituzione moderata del 1848 e dunque venivano operati arresti e fucilazioni per le province Venete e Lombarde. Anzi, il 31-12 di quell’anno quella Costituzione veniva ufficialmente abrogata. Di quell’epoca, ci piace ricordare due fonti essenziali: da una parte i “ricordi di gioventù: cose vedute o sapute fra il 1847 e il 1860”, raccolti da Giovanni Visconti Venosta; e dall’altra gli eventi e la folta galleria di personaggi citati nelle memorie della Contessa Maffei, nel suo salotto culturale e patriottico di Milano, al numero 21 di Via Bigli. L’inquisizione asburgica trionfava come anticipammo sul drammatico martirio di  Sciesa, ma aveva piuttosto prodotto nuove iniziative del comitato rivoluzionario presieduto da un adepto delle cinque giornate di Milano, Giovanni Battista Carta, fornitore dei famigerati volantini trovati addosso allo Sciesa. E fu un altro cospiratore, Vittorio Ottolini, storico della Lombardia moderna, a dipingere la fine dello Sciesa stesso: “Io vidi lo Sciesa camminare, imperterrito verso il plotone dei fucilatori. Con lo sguardo mi assicurava del suo silenzio”, quasi come quei soldati che obbedirono al fronte del Carso senza discutere. Un altro grande martire, forse il più grande di quel primo gruppo vittime dell’amore di Patria, fu un  modesto sacerdote di Mantova, Giovanni Grioli, di cui bastano due episodi che basterebbero a santificarlo o almeno a ricordarlo civilmente, al di là della retorica nazionalista del primo dopoguerra. Durante il processo, fu accusato di corruzione per aver dato soldi a due soldati di guardia che ne avevano bisogno per i bisogni della famiglia. Nondimeno, anche al nostro sacerdote, in sede di perquisizione, gli furono ritrovati ii volantino del comitato Centrale della Giovine Italia. Blandito dal commissario di polizia Rossi che voleva la di lui confessione dei nomi di quel Comitato, proprio davanti all’esecuzione, disse ai soldati, “fate il vostro dovere!”. Era il 5-11 del 1851. Certamente il salotto della Maffei era sorvegliato e non poteva essere la sede del Comitato Milanese, onde fu deciso di trasferirsi a Mantova la sede direttiva. Emilio Visconti Venosa, Antonio Lazzati, Emanuele Muzio, Bernardo Canal per il Veneto, Padre Enrico Tazzoli – altro valoroso sacerdote del Friuli – Giuseppe Finzi – un nobile di origine ebraica  che diverrà senatore del Regno d’Italia – ma anche i più famosi Tito Speri – eroe della rivolta di Brescia – e Pietro Fortunato Calvi, capo della brigata del Cadore durante la prima guerra di indipendenza, e tanti altri cospiratori borghesi e operai, convennero a Dicembre a Mantova e decisero finalmente di agire. Mazzini da Londra lo imponeva. Nel palazzo del Marchese Benintendi iniziarono la raccolta dei fondi. Sappiamo che questa prima iniziativa fu poco dopo scoperta dalla Polizia forse non per caso: qualcuno soffiò al Commissario Rossi che una cartella del prestito Mazziniano era in possesso di un esattore, coinvolto peraltro nella falsificazione di banconote austriache. La catena degli interrogatori portò a Padre Tazzoli nel 1852 e in quell’anno, fino al 1855, furono eseguite  nella fortezza di Belfiore altre fucilazioni appena fuori Mantova. Chi aveva tradito? Le accuse postunitarie di Giuseppe Finzi contro l’ambiguo Castellazzi riempiranno le pagine dei giornali radicali dall’ultimo ‘800. Certo fu che il salotto Maffei e il “Crepuscolo”, giornale progressista di Milano, erede del “Conciliatore” del Pellico e voce del Cattaneo, furono i luoghi ideologici della borghesia e della nobiltà moderata e radicale, in un sovrapporsi di idee patriottiche e unitarie nello scopo indipendentista, ma fortemente contrapposte nelle modalità di azione, circostanza che peserà per molti decenni sulla politica italiana e europea. Il notissimo tentativo insurrezionale del 1844 da parte dei Fratelli Bandiera e i “Martiri di Belfiore” negli anni successivi, muteranno criticamente  in discussione il progetto rivoluzionario di Mazzini. Anche un elemento psicologico intervenne nella mente di non pochi intellettuali, la morte del capostipite della cultura romantica italiana, Giovanni Berchet. Il salto di qualità dall’entusiasmo radicale, al realismo sociale avrà come ultimo fuoco alternativo l’ideale popolare di Carlo Pisacane.

3. Scelte moderate e scelte radicali: questione aperta.

E’ noto che il romanticismo europeo, con Heine e Puškin, aveva superato la figura dell’eroe vittima del destino e si era concentrato sul modello oggettivo dell’amore per ricostruire la crisi dell’uomo borghese, non più vittima di una sorte malvagia, o di passioni più forti di Lui. Emergeva un secondo profilo, pur nella concezione dell’amore strappato o vilipeso. Non è un caso che due eventi culturali dominano questo secondo romanticismo: furono non solo la traduzione italiana dei “Tessitore della Slesia” di Heine da parte del giovane Carducci, ma anche la prima rappresentazione del “Rigoletto” di Verdi nell’anno in esame. Questi  era ormai pervenuto ad una grave indagine di natura drammatica ormai rinnovatrice, vale a dire la mediazione fra la tradizione estetica musicale mozartiana – la canzone e la declamazione – e la presenza orchestrale più robusta sul modello beethoveniano. Operazione che rispettava la notevole evoluzione della musica operistica francese del “recitar cantando”, con la domanda di superamento del metodo storico puntuale verso “l’invenzione del vero!”. Passaggio culturale del romanticismo più legato alla realtà delle situazioni sociali, che gli intellettuali europei avevano colto nelle ultime produzioni di Goethe e Hugo, senza contare la metodologia soggettiva che impregnava la produzione storiografica di Carlyle e Guizot.  Proprio dal 1850 e fino a tutto il 1851 iniziò nel Mazzini una nuova strategia di contrasto alla reazione legittimista che aveva appena ripreso vigore dalla sconfitta del 1848/49 e che aveva avuto come campione il Bonaparte nella sua ascesa alla guida delle seconda repubblica francese. L’obiettivo radicale stava  in una nuova insurrezione generale senza alcun apporto delle case regnanti moderate, ormai sconfitte insieme alle idee liberali di Costituzioni attuate. Non solo l’Italia, ma l’Ungheria e la Polonia, erano le terre dove avrebbe trionfato l’autodeterminazione dei popoli. Tito Speri, Luigi Dotti e Felice Orsini, al Congresso di Londra del 15-5-1851, furono la nuova leva della “Society of Friends of Italy” che fornì molti contributi alle iniziative mazziniane, che in Italia porteranno però alle esecuzioni di Belfiore, visto che buona parte di quei delegati tentarono di organizzare non poche sommosse nel Lombardo/Veneto nel triennio successivo. Mentre i moderati, come Balbo e D’Azeglio, nonché con l’appoggio di Cattaneo, tentavano un riavvicinamento alla politica del passo dopo passo del Cavour, lentamente ma inesorabilmente rivolta ad attrarre nuove forze moderate all’obiettivo pur limitato di unire al Piemonte il resto del  Nord Italia. Ma un diverso gruppo di intellettuali, ideologicamente orientato da intellettuali d’azione e di pensiero – Giuseppe Ferrari e Carlo Pisacane – proprio nella Francia democratica del 1850-1851, tentava una via sociale di libertà e uguaglianza. Uscivano due “pamphlet – La filosofia della rivoluzione” del Ferrari e “La guerra combattuta in Italia negli anni 1848/1849” del Pisacane. Essi proponevano una via di totale rivoluzione che non fosse frutto di una piccola classe dirigente borghese, quanto e piuttosto delle masse contadine e popolari. Era “una conquista del potere e non di diritti astratti, ma della Nazione vera e dei prodotti del suo suolo”. Il rifiuto di imprecisi primati morali e civili del Mazzini e uno sguardo critico e reale di tutti i  bisogni concreti dei cittadini, derivava sicuramente trassero dall’appena pubblicato “Manifesto” di Marx e Engels. Un romanticismo sociale che però a Sapri cadde sotto le zappe dei contadini meridionali ancora legati al feudalismo millenario e al blocco sociale che imprigionava la crescita culturale della nazione. La vittoria della scelta moderata, non federalista né repubblicana, premiava l’opportunismo diplomatico di Cavour e la rassegnazione di Garibaldi alla via monarchica. Ma questa come si dice, è una altra storia.

Bibliografia:

  1. Sul contesto europeo, vd, SALVATORE LUPO, Il passato del nostro presente. Il lungo Ottocento 1776-1913, Editori Laterza, 2010.
  2. Sui  Martiri di Belfiore, vd. GIOVANI SPADOLINI, Gli uomini che fecero l’Italia, Longanesi, Milano, 1993.
  3. Sulle scelte politiche nel decennio di preparazione al processo unitario, vd. LUCIO VILLARI Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento, Editori Laterza, 2009.

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