‘Il Realismo letterario degli anni Trenta’. Di Tito Spina.

La testata L'Universale.

Negli anni in cui Mussolini raggiunse l’affermazione, alcuni intellettuali, pur rimanendo allineati, criticarono il regime, esaltandone l’ideologia ‘rivoluzionaria socialista’ degli albori. Altri invece imboccarono strade diverse attraverso opere e scritti.

Era il 1933 quando il “Manifesto Realista” appare sulle pagine de “L’Universale”, per sostenere i principi originari della rivoluzione socialista, con feroci critiche contro la classe capitalista borghese e la cultura propugnata dal Concordato fra Stato e Chiesa. Un periodo più che mai ricco di manifestazioni intellettuali, da quelle allineate al regime a quelle diametralmente opposte. 

All’interno dell’ambiente culturale comincia un’aspra battaglia per la supremazia dell’opinione fascista, che tenta in tutti i modi di escludere ogni forma di dissenso a cominciare dalla carta stampata. Ma anche all’interno dello stesso ambiente fascista esistono contrasti e divergenze di opinione. E’ il caso, ad esempio, de “Il Bargello” settimanale edito dalla Federazione Fascista di Firenze, dove i giornalisti e gli intellettuali che prestano la propria firma, manifestano evidenti intenzioni di autonomia, in nome della cultura popolare e della rinascita dei principi sociali e socialisti del primo movimento fascista. 

Molti rimproverano a Mussolini il mutamento che ha voluto imprimere al movimento, inimicandosi non poche prestigiose personalità del mondo culturale italiano e non solo. “Il Bargello” e “L’Universale” sono casi emblematici: pur essendo pubblicazioni fasciste sono fra i primi a denunciare la direzione definita di “imborghesimento” verso la quale stava andando il partito e, di conseguenza, l’intero Paese. Direzione incarnata da Giovanni Gentile, filosofo allineato, definito troppo legato a vecchi e anacronistici ideali liberali. 

Intellettuali e giornalisti, dalle pagine di giornali come “Il Bargello”, “L’Universale” e altri, vogliono richiamare il duce ai motivi ispiratori del socialismo rivoluzionario pre-fascista, per tornare poi durante gli ultimi mesi della Repubblica Sociale. Un esempio per tutti, il decreto sulla “Socializzazione dell’industria” che Mussolini affida al ministro Angelo Tarchi (il “programma Tarchi” appunto) che, pur di ispirazione socialista, non sortisce l’effetto sperato. 

Tutto questo ha un’origine, o meglio, una base sociale, che va cercata nelle condizioni del Paese nell’immediato primo dopoguerra e nelle aspirazioni di tutti coloro che, dopo aver combattuto fra gli orrori e la carneficina della trincea, si sono trovati in un’Italia preda di miseria, disoccupazione, inflazione, di fronte a una ristretta oligarchia che invece dalla guerra aveva tratto enormi profitti e accumulato cospicui patrimoni. Una situazione simile a quella tedesca, dove le conseguenze si manifestano diversamente. 

I circoli intellettuali che si raccolgono intorno a “Il Bargello”, “L’Universale”, “Il Selvaggio”, diventano quindi etichettati come “la sinistra fascista” che fanno dell’anticapitalismo e delle aspirazioni indipendentiste popolari, il proprio motivo conduttore, prendendo le distanze da altre testate come “Solaria” che tende invece a mantenere separati il mondo della cultura dall’agone della politica. 

A monte di tutto questo i legami fra “Solaria” e “Il Bargello” esistono comunque su diversi terreni, primo fra tutti l’interesse per la cultura e la divulgazione del romanzo. 

Fra il 1933 e il 1934, Elio Vittorini, collaboratore de “Il Bargello”, proprio su “Solaria” pubblica “Il garofano rosso”, suo primo romanzo, poi censurato dai guardiani della propaganda di regime, non tanto perché racconta di un giovane rampollo della classe borghese che, disprezzando le proprie origini sociali, vuole avvicinarsi al mondo dei lavoratori e ne viene respinto proprio in quanto esponente della borghesia, ma perché la vicenda è inserita storicamente nel periodo del disgregarsi dello stato liberale, che il protagonista esprime in modo decisamente antiborghese e tutt’altro che “eroico”, come prescrivevano i canoni del regime. Dalla sinistra fascista, poi, Vittorini si distacca quando Mussolini sostiene apertamente le aspirazioni rivoluzionarie del generale Franco in Spagna, manifestando in “Conversazioni in Sicilia” (1938) il disprezzo nei confronti di ogni discriminazione sociale e dell’oppressione del potere politico. E’ questo romanzo espressione piena del Realismo letterario degli anni Trenta, e modello per molte trame di futuri romanzi, fra cui l’ironico “Don Giovanni in Sicilia” (1941) di Vitaliano Brancati, altro personaggio proveniente dagli ambienti della destra del primo dopoguerra, appassionato ammiratore di Chaplin, inizialmente pervaso da ideali incarnati da forti personalità come quella di Gabriele D’Annunzio, e in seguito divenuto antifascista. 

Tema che esprime il Realismo degli anni Trenta è anche il romanzo “Tre Operai”, che Carlo Ternari riesce a pubblicare nel 1934 fra le molte difficoltà poste dalla censura, per la quale già il titolo stesso significava favorire manifestamente il proletariato del Sud Italia che avversava l’èlite del regime, e un impegno politico e sociale contrario all’ideologia fascista, nello scenario storico dell’occupazione delle fabbriche durante gli anni Venti. 

Allo stesso modo, il Realismo letterario si manifesta con Ignazio Silone e “Fontamara” considerato un vero e proprio manifesto stilistico e fotografico di quel meridione immerso nella propria drammaticità, caratterizzata da una rigida differenza di classe. La vicenda di “Fontamara” è emblematica: scritto durante l’esilio, nel 1930, per mostrare al mondo la condizione in cui il regime si ostinava a tenere le classi meno abbienti, non può essere pubblicato dall’editore tedesco Fisher che ne era interessato a causa dell’avvento di Hitler. E’ pubblicato a Zurigo nel 1933 e l’anno seguente, a spese dello stesso Silone (esiliato per le simpatie comuniste e contrastato dal regime molto più di Vittorini, Brancati, Pavese, Moravia), che lo fa stampare in una tipografia di esuli italiani a Parigi, ed entra clandestinamente in Italia e solo dopo la guerra, nel 1949, Mondadori ne acquista i diritti. Si deve però attendere il 1958 per la prima edizione definitiva. 

Non sorprende che, come maestro di narrativa e stile, gli intellettuali del Realismo degli anni Trenta abbiano unanimemente considerato Verga e “I Malavoglia”, specie in riferimento alla scelta di ambientare le proprie trame nella povertà del Mezzogiorno d’Italia. Soprattutto Silone, che ha ricoperto cariche di primo livello nella dirigenza comunista dell’epoca, prima di distaccarsi dalla sinistra per reazione alle purghe staliniane. 

L’autore di “Fontamara” doveva ben conoscere l’acceso dibattito intellettuale sul Realismo letterario che in quel periodo imperversava in Unione Sovietica e per questo dipinge come positivi, nonostante il substrato storico, i propri eroi, facendone portatori di una precisa ed esplicita presa di posizione politica, di denuncia e impegno sociale. 

Da sottolineare il fatto che, pur adottando a modello il Verismo verghiano, la letteratura Realista degli anni Trenta è ben lontana da essere un passivo ritorno ai “Malavoglia”. Anzi, vi si può scorgere il germe di futuri canoni letterari che all’epoca sono allo stadio sperimentale. Carlo Emilio Gadda, icona della neo-avanguardia nel periodo del “Pasticciaccio brutto di via Merulana” ad esempio, esordisce proprio sulla rivista “Solaria” con un articolo su Manzoni, e Vittorini stesso, già nel 1929, richiama molti punti in comune con grandi romanzieri come James Joyce e Marcel Proust. 

Un nome, poi, da menzionare per completare il quadro, è quello di Cesare Pavese, che ha molto in comune con Vittorini, a partire dalla grande considerazione che i due avevano della letteratura americana, sulla quale compiono approfondite ricerche linguistiche e contenutistiche, e delle grandi firme come Sinclair Lewis, Sherwood Anderson, Hermann Melville, Walt Whitmann, avversati con la massima decisione dai censori del regime. 

Da ricordare che nel 1942, in pieno conflitto, Luchino Visconti elabora “Ossessione”, tratto dal romanzo “Il postino suona sempre due volte” di James Cain, che introduce “Roma città aperta”, “Sciuscià”, “Ladri di biciclette”, “Paisà”, stagione non a caso ricordata come Neorealismo, regalo che a loro volta gli autori americani hanno entusiasticamente accolto, specialmente da parte italiana. 

Bibiografia 

“Dal Fascismo alla Resistenza nella letteratura italiana” – R.Contarino/M.Tedeschi, 1980; 

“Storia della letteratura italiana contemporanea 1940-1965” – G.Manacorda, 1974; 

“Il Novecento – Apparati ideologici, ceto intellettuale, sistemi formali nella letteratura italiana contemporanea” – R.Luperini, 1974 

“Storia del cinema italiano” – G.P.Brunetta, 1993; 

“Il cinema italiano. Dalle origini agli anni Ottanta” – C.Lizzani, 1982; 

 “Histoire du Cinema Mondial, des Origines à nos Jours” – G.Sadoul, 1966; 

“Il Cinema Neorealista, da Rossellini a Pasolini” – M.Verdone”, 1977.

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