Adolf Wölfli, ovvero la follia creatrice della “Art Brut”. Di Roberto Roggero.

Adolf Wolfli.

Pittore scrittore, poeta e compositore affascinante. Una vita nella diversità e solitudine di una mente instabile, che ha generato impulsi creativi di irripetibile angoscia e bellezza, e influenzato i movimenti artistici del Novecento.

Quei lavori generati da impulsi creativi puri e autentici, dove le preoccupazioni della concorrenza, l’acclamazione e la promozione sociale non interferiscono, sono più preziosi delle produzioni dei professionisti”. Con queste parole il celebre artista Jean Dubuffet, in “Place à l’incivisme”, definiva la creazione artistica e atipica della personalità di Adolf Woelfli, nato a Nuchtern, un villaggio vicino a Bowil, nella regione svizzera di Emmenthal, il 29 febbraio 1864.

Era il minore di sette fratelli (due morirono in età infantile), con un padre tagliapietre, alcolizzato e sempre oppresso da debiti per i quali fu anche incarcerato, e cresce in condizioni di estrema povertà. Quando Adolf ha 6 anni il padre abbandona la famiglia e la madre si guadagna da vivere come lavandaia. Nel 1872, Adolf e la madre, gravemente ammalata (muore l’anno seguente), sono trasferiti dalle autorità nella comune di Schangau, dove sono separati e impiegati come operai. Nel 1880 Adolf lavora come bracciante e manovale in diversi villaggi dei cantoni di Neuenburg e Berna, intrecciando relazioni di breve durata a causa dell’estrema indigenza. 

Adolf Woelfli (o Wolfli) manifesta i primi sintomi di malessere psichico nel 1890, quando è arrestato e condannato a due anni di prigione per tentato stupro ai danni di due bambine di 14 e 7 anni.

In prigione il disagio e l’isolamento sociale si acuiscono considerevolmente. Viene liberato nel 1895 ma cade nuovamente in flagranza di reato per violenza a una bambina di 4 anni. Ancora arrestato, è rinchiuso per accertamenti psichiatrici nel manicomio di Waldau, vicino a Berna. I medici diagnosticano una grave forma di schizofrenia psicotica acuta con intense crisi allucinatorie, e la sentenza è di internamento fino alla morte, avvenuta nel 1930.

Dal 1899, quando ormai vive in isolamento, Adolf Woelfli comincia a disegnare, ma i lavori di questo primo periodo sono andati persi o distrutti. Le prime opere giunte a noi risalgono al 1904, poi la produzione si scatena intorno al 1909, quando il medico e psichiatra Walther Morgenthaler inizia a lavorare a Waldau, dove rimane fino al 1919. 

Fra il 1908 e il 1912 Woelfli scrive numerose opere, fra cui “Von der Wiege bis zum Graab”, di oltre tremila pagine con illustrazioni a pastello, poi scrive “Geografischen und allgebrainschen Hefte” anche questo di circa tremila pagine, con brani musicali e illustrazioni numeriche.

Un secondo periodo creativo inizia nel 1916, quando Woelfli si firma come S.Adolf II e disegna opere a foglio singolo. L’anno seguente inizia la stesura di “Hefte mit Liedern und Tanzen”, che una volta completo conterà oltre settemila pagine. Al tempo stesso esegue le prime opere sotto commissione per l’ospedale di Waldau. Nascono così le collezioni di disegni su fogli piccoli, raccolte dai medici del manicomio.

Seguito personalmente dal dottor Mongenthaler, Woelfli crea diverse opere nel 1921, quando lo stesso medico pubblica ”Ein Geisterkranker als Kunstler”, monografia sull’opera e la vita del paziente, apprezzata fra gli altri anche da Lou Andreas-Salomè e Rainer Maria Rilke. 

Dal 1924 al ’28 Woelfli scrive gli “Album-Hefte mit Tanzen und Manrschen”, opera di circa cinquemila pagine poi, nei due anni successivi, “Trauer-Marsch”, di oltre ottomila pagine, ma l’ispirazione comincia a calare a causa del tumore allo stomaco che lo divora giorno dopo giorno. Il 6 novembre 1930 Adolf Woelfli muore, e le sue opere cessano di essere divulgate. Saranno riscoperte solo nel 1945 dal pittore francese Jean Dubuffet, durante un soggiorno in Svizzera, e proprio a lui si deve la diffusione a livello mondiale del patrimonio artistico di Woelfli e la fondazione del movimento artistico “Compagnia dell’Art Brut”.

La sovversione culturale

Oggi Adolf Woelfli è considerato universalmente come uno dei maggiori esponenti di quella che comunemente è chiamata Art Brut, insieme a Heinrich Anton Muller e Aloise Corbaz. E’ una corrente artistica decisamente diversa dal comune concetto di espressione creativa, dove i presupposti dell’arte come è comunemente intesa in senso occidentale, sono radicalmente capovolti, distrutti e annullati, specialmente per quanto riguarda la prospettiva, il dettaglio, la distinzione fra parola e immagine. La percezione e l’esigenza sensoriale ed espressiva si distaccano dai canoni comuni, in quanto questi ultimi sono sentiti come grande limitazione. Una caratteristica che, per altro, ha sempre accomunato due categorie ben distinte, il bambino e il malato mentale, che in Woelfli sono evidenziate nel periodo delle creazioni raggruppate sotto il titolo “Dalla culla alla tomba”.

Woelfli raffigura, come di solito chi esprime creatività, il proprio mondo interiore, ma con la visualizzazione della drammatica coscienza della realtà in cui è coinvolto, quella di un istituto psichiatrico chiuso al mondo esterno, nei primi anni del ‘900, dove tuttavia acquista gradualmente coscienza di essere un artista, fino a litigare violentemente con gli altri internati, che non apprezzavano o non comprendevano le sue creazioni. Comprensibilmente, Woelfli si rinchiude nel proprio universo e comincia a dipingere, oltre che fogli di ogni misura, anche pareti, porte, mobilio dell’ospedale, inizialmente più per sfogo personale che con intento creativo.

E’ l’incontro con il dottor Morgenthaler, studioso della creatività in ambito psicopatologico, che gli infonde fiducia e fornisce il materiale, a segnare l’inizio del cammino artistico. Morgenthaler si accorge che “esprimersi” era per Woelfli una assoluta necessità psichica e soprattutto fisica, e che per soddisfare questo bisogno si appropriava morbosamente di immagini, parole, frasi tratte da riviste, giornali, e li rielaborava secondo il proprio metodo e sistema. Opera dopo opera si definisce un vero e proprio stile personale, caratterizzato dalla ripetitività della singola immagine, eliminando così il concetto di pezzo unico tipico dell’arte occidentale. In molti dipinti si nota il ripetitivo rincorrersi degli stessi elementi e motivi descrittivi, a intervalli regolari, fino a creare singolari effetti decorativi che ricordano in alcuni punti i mandàla dei monaci tibetani.

Il tema di Woelfli è comunque la natura umana, animale, intersecata da poemi e composizioni musicali a cornice del soggetto dominante. Sostanzialmente si può definire un artista a tutto tondo, ossessionato dal rapporto fra decorazione e narrazione di un tema, come si legge anche nelle note autobiografiche sotto il nome di S. Adolf II, nelle quali descrive con minuzia di particolari la presa di coscienza della propria condizione e della propria demenza.

Anche astrattisti come Pollock e Jean Michel Basquiat avrebbero risentito dell’influenza creativa di Woelfli, rielaborando poi le proprie creazioni, ed è altresì comprensibile come la personalità di Woelfli abbia affascinato anche Sigmund Freud, oltre all’ammirazione dei maggiori surrealisti del periodo, fra cui Andre Breton, che lo considerava un illuminante esempio di automatismo psichico e stimolo allo studio del rapporto fra malattia mentale ed espressione creativa.

Del resto, gli esempi, ognuno un universo a parte, non mancano, come Vincent van Gogh, o il nostro Antonio Ligabue.

Bibliografia 

“Ein Geisteskranker als Kunster: Adolf Wolfli”- W. Morgenthaler, 1921; 

“Adolf Wolfli: Ein ganzes Universum” – Eva Demski, 1988; 

“Oltre la Ragione – Figure, maestri, storie dell’arte irregolare” – Bianca Tosatti, 2006; 

“The Art of Adolf Wolfli” – Elka Spoerri, 2003. 

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