Johann Gottfried Herder e la scoperta del linguaggio popolare. Di Giuseppe Moscatt.

Johann Gottfried von Herder.

Nel 1780 la famosa accademia delle scienze di Berlino, presieduta dal Kaiser Federico II di Prussia, conferiva a un teologo – Johann Gottfried Herder – incardinato alla Corte di Weimar, un premio non soltanto onorifico, che il trentaseienne pastore non poteva certo disdegnare, visto che con moglie e già due figli a carico, faceva non poca fatica a sopravvivere, malgrado il sussidio del Principe e l’aiuto dell’amico Wolfgang Goethe. A 240 anni da quel significativo riconoscimento pubblico, già il titolo del saggio appare ancora accattivante: “L’influsso del Potere Governativo sulle Scienze e la reciproca loro influenza sull’attività di Governo”. Nato nel 1744 in un paesino della Prussia orientale, figlio di un modesto docente di una scuola media pietista, come il quasi coetaneo Schiller, non ha altre strade che lo studio e la pratica teologica protestante. Frequenta nel 1762 le lezioni di filosofia a Königsberg di Kant e si lega a un poeta un pò mistico e un pó materialista, Johann Hamann – chiamato il “Mago del Nord” – che lo introduce alla spiritualità delle foreste del Nord e ai miti dei Nibelunghi, nonché all’Edda, la Grande Madre Terra dei ghiacci norvegesi. Appena diplomato, viene assunto a Riga come teologo della Cattedrale e  ne diventa predicatore ufficiale. Qui, vive in un ambiente multilinguistico, visto che la città lettone, parte centrale del Baltico, è attraversata da Russi, Scandinavi, Inglesi e Tedeschi, provenienti quest’ultimi dalle grandi città anseatiche. Tale ruolo, per altro travolgente e attirante masse di lavoratori marittimi di quelle tante nazionalità, non lo soddisfaceva appieno.

2. Contesto storico e opere.

Nelle prime operette -”frammenti sulla nuova letteratura tedesca”; “le selve antiche”; “studi di storia dell’arte” – esprime un senso di insoddisfazione crescente contro l’illuminismo proveniente dalla Francia – per esempio contro Voltaire che viveva all’epoca alla Corte del Grande Federico – nonché non comprendeva molti punti delle “critiche” di Kant e poi cominciava ad avere un po’ di antipatia per quella cultura meccanicistica di un certo Lessing, un giornalista mediocre che si compiaceva del Genio militare di Federico, quando nella guerra di successione austriaca e nella guerra dei 7 anni – 1756/1773 – aveva messo a soqquadro l’Europa, provocando un conflitto razionalmente ineccepibile contro i tradizionali regni assolutisti, resistendo con abilità alle forze della coalizione franco-austriaca, ma mettendo a suolo 100.000 uomini fra morti e feriti. Johann era un passionale, un pacifista, un poeta dello spirito, dotato di un linguaggio immaginifico. Spaziava dalla cultura arcaica, a quella classica, ma preferiva il Medioevo e amava grandi teologi che avevano sfidato ogni genere di potere, specie il laico e il materialista, quasi un Titano che aveva alzato la Bibbia in nome del popolo, come aveva osato fare il giovane Lutero e il puritano John Knox. Nel 1774, dopo aver conosciuto a Strasburgo il giovane Goethe, scrive un ulteriore libello polemico che lo espone alle critiche dei pochi protestanti “politicamente corretti”, “la Bibbia, il più antico documento del Genere umano”, dove scrive scientificamente la storia del popolo ebraico e i mitici loro Padri, dimostrando la loro natura leggendaria e storica ad un tempo, dimostrando come il loro messaggio generò la forza del popolo ebraico e aprì le porte al Cristianesimo. Purtroppo, il parallelo rigetto dell’illuminismo e del neoclassicismo, la stretta adozione della morale protestante, senza alcuna compromissione con l’ateismo religioso – visto che metteva in dubbio i dogmi cattolici e perfino la pratica pietista luterana che giudicava troppo legata al potere dominante – non solo gli impedirono di entrare come professore ordinario all’università di Gottinga; ma lo posero in posizione critica nell’unico ufficio pubblico, a stipendio fisso, che poté ottenere per la raccomandazione dell’amico Goethe, a Weimar, ufficialmente alle sue dipendenze, dove visse dal 1776 fino alla morte nel 1803 e dove ricoprì la carica di sovrintendente teologico di Corte. In quel periodo pubblicò il “plastico”, una dissertazione critica della storia dell’arte neoclassica di Winckelmann; il saggio avveniristico “l’origine del linguaggio”, ancora oggi una tappa miliare insuperata della linguistica; i “Volkslieder” cioè “i canti popolari”, nonché l’opera più importante, “le idee per la filosofia della storia dell’umanità”, più volte rivista dal 1784 al 1791.

3. Fortuna ed attualità.

Questa ebbe per tutto l’800 una fortuna notevole, tanto da influenzare Mazzini, Carlyle, Nietzsche e tutta la scuola nazionalista di primo novecento tedesco, da George a Spengler, da Junger e Hitler, un consenso alquanto distorto, ma di cui non ebbe colpa, come si vedrà fra breve. Tornato Goethe dal viaggio in Italia nel 1788, il loro rapporto di stretta amicizia personale e intellettuale, andò a sfumare. Il Vate passò il guado verso il neoclassicismo più accentuato e si legò molto di più a Schiller, anche lui a Weimar, dove insieme pubblicarono la notissima rivista “Il Mercurio Tedesco”, che rinforzava la loro ideologia illuminista, spesso legata all’ideologia assolutista e razionalista nell’arte. La morale umanista e l’estetica popolare di Herder sembravano cedere il passo alla sofisticata poesia del “Faust” e del teatro tragico schilleriano, dove la poesia ingenua e popolare non avevano più mordente. Naturale fu invece l’adesione ai principi di un oscuro storico meridionale italiano di metà del ‘600, tale Giambattista Vico di Napoli, che Herder aveva letto a Lipsia nella biblioteca di Leibnitz. Johann ne fu suggestionato e li rielaborò nel modo seguente. In primo luogo, Herder anticipò ai romantici l’idea di una anima che guidava la storia. Questa nell’ottica illuminista, era stata vista dal Montesquieu come un gioco politico – razionale di forze contrapposte. Lo Stato era stato inteso da Hobbes come un male necessario. Herder ne corresse però il senso: c’era una entità morale che lo guidava, il popolo. A dare poi sangue alla macchina statale era Dio che lo indirizzava attraverso la Provvidenza. Dunque, l’Illuminismo francese altro non aveva che individuato la cornice di un quadro che lui si poneva ora a dipingere, la sua nuova filosofia della storia. E la prova di tale innovazione ideologica, Herder la rinveniva nella cultura popolare e nell’arte che questa produceva, soprattutto nella spiritualità della musica etnica e nella relativa poesia delle singole nazioni. La Grecia di Winckelmann e la Francia di Mirabeau non rappresentavano il vero popolo delle origini. Al contrario molti altri popoli, magari senza la forma statuale unitaria di quei paesi, pur nella loro evoluzione storica, erano vive nella loro realtà apparentemente diversa. Era il caso della Germania, preda delle influenze concentriche della Francia e della Russia, dell’Austria e della Gran Bretagna, contro cui l’eroico Federico di Prussia aveva dovuto lottare e che già il giovane Fichte sognava di mobilitare, valori che il nazionalismo antinapoleonico fra poco chiamerà a raccolta. Di pari passo, Herder preconizzava la nascita di una lingua tedesca nuova, capace di unificare quel popolo allora disperso. Già a Riga aveva notato l’autonomia culturale delle popolazioni che nelle loro feste cantavano le rispettive melodie popolari. Egli ne scoprì l’animo unificante: una poesia primitiva, dove convivevano spiriti e sentimenti comuni, mai però prevalenti gli uni sugli altri, dove la cultura dei padri esprimeva una lingua che rammentava la loro storia, dove i giochi, le danze, i proverbi, le leggende, gli usi e costumi offrivano un notevole materiale etnografico. Temi fondanti che un secolo dopo segnalò il nostro Pitrè, che delle conclusioni di Herder fece sicuro tesoro nella ricostruzione della cultura siciliana ed italiana. Nondimeno, Johann insorse contro l’illuminismo troppo meticoloso e superficiale, che secondo Voltaire leggeva nella vicenda biblica di Babele, il separare e punire i popoli per la loro superbia di farsi Dei da sé stessi, scegliendo la pena della differenza formale dei linguaggi. Occorreva invece ribaltare la tesi laicista di una lingua semplice strumento di pensiero, quanto piuttosto l’espressione di una realtà che andasse aldilà della comunicazione del pensiero, come voleva Kant, che in ciò decadde del tutto nella stima di Herder. Questi rovesciò l’assioma: la lingua da oggetto della comunicazione, è il soggetto della stessa, è nella sua origine il motore aggregante della famiglia e della nazione. È la sostanza stessa che aggrega e unisce il popolo. Idea che fulminò ben presto tutti i romantici e che colpì Mazzini, Foscolo e Manzoni, i padri della nostra nazione italiana, ormai a pochi decenni dall’idea unitaria. Ma la folgorazione nasceva già in Germania e dura ancora oggi, dove si sviluppò la tesi che le formule idiomatiche popolari costituiscono i genomi di una Nazione o di una qualsiasi Comunità attorno a qualunque mezzo diffusivo, cosa che è alla base della diffusione del linguaggio e della civiltà dei Computer che tanto ci sta condizionando negli ultimi decenni. Herder negò le parole vuote e lo affermò con dati di fatto, per esempio, quando studiò il linguaggio poetico di Shakespeare, estraneo a termini cervellotici e piuttosto legato a espressioni popolari. Affermò che alcune creazioni di un illuminista come Lessing fossero “a tesi”, cioè frutto di un pensiero astratto di perfezione da cui scaturivano parole insensate e fuori della realtà quotidiana, spesso non comprese dal pubblico che assiepava i teatri della città e che quindi potevano risultare manipolate. E qui chiamò a testimone i tragici greci, che avevano utilizzato il greco popolare di Atene per rappresentare alcuni miti proprio in lingua familiare. E quindi la rilettura del mito, arricchendo l’olimpo di Goethe, Schiller e Winckelmann con la lingua dei Nibelunghi, nonché degli eroi della Bibbia, perfino gli Dei indiani, convinto che Dio avesse dato un messaggio di pace e di sviluppo a tutto il mondo. Anzi, l’integrazione del Pantheon omerico col Pantheon degli Dei del nuovo mondo aveva dato rilancio al mondo medievale, operazione planetaria che giungeva perfino alle origini primitive, richiedendo un tempo di radici che il popolo attuale gli sembrava invocare. Idea ulteriore che lo portava a magnificare il Dio della natura di Spinoza, riabilitato proprio da Lessing e dall’amico, ormai un pó a lui freddo, Goethe. Fu sempre vittima degli strali di Schiller e di tutta la scuola romantica di Heidelberg, che allo scoccare dell’800 cominciava però a diffondere  materialmente il suo pensiero. Infatti, il mito del ritorno dei valori, la nostalgia del medioevo, il richiamo delle radici preistoriche, l’idea della resurrezione continua del corpo con dentro un’anima sempre viva, la equiparazione fra teologia morale e teologia teoretica, presente in Paolo e Agostino, ma anche la volontà di fare la storia dell’uomo dalla fanciullezza alla morte, sembravano effetti del suo credo sempre più vicino al pensiero dell’allora oscuro professore senza cattedra di Napoli, quel Giambattista Vico che meriterà in altra sede pari attenzione. Se a questi ideali aggiungiamo la coscienza della separazione fra Stato e Chiesa, ritroveremo suoi discepoli in Novalis, Schleiermaier, Barth e Guardini, Bachofer e Freud, perché a pochi giorni della sua morte così scrisse a Goethe, che da lui restò sempre affascinato: “Noi uomini non siamo soli perché in noi vivono spirito e ombra, demoni, ma anche educatori, amici, immagini e paure…” Purtroppo per la frammentarietà del suo pensiero, fu inteso in un modo distorto da alcuni autori romantici che la deformarono. Idee che vennero esposte proprio nel 1780 nello scritto premiato a Berlino. Tuttavia primeggiò all’inizio del ‘900 una ideologia illiberale, dove gli stessi suoi epigoni caddero spesso in un pericoloso pangermanesimo. E della pericolosità degli influssi reciproci fra Scienza e Politica se ne accorse pure Max Weber nel 1919, in tempo di pandemia spagnola. Nel libretto “La scienza come vocazione”, le sfere della Scienza e del Potere, rappresentano due variabili indipendenti. Lo scienziato già nel saggio di Herder era l’illuminista, che doveva essere ben distinto dal politico. Questi si doveva limitare a fornire allo scienziato una semplice analisi propositiva fondata su giudizi di fatto. E i cittadini o meglio, il popolo,  doveva dare al politico un appoggio sui Valori. Ma quando i politici forzarono le regole tecniche per contenere i rischi della lunghezza naturale della ricerca scientifica, la situazione sembrò essere sfuggita di mano al politico e si ebbe la tremenda ripresa di quelle epidemie. Del pari, neppure gli scienziati furono immuni dalle sue critiche, perché non valutarono correttamente la stanchezza del popolo nel rispettare i tempi per le misure di contenimento. All’epoca – e “Dio non voglia” che la profezia di Herder si ripeta! – già le epidemie di vaiolo e di colera – che flagellarono l’Europa al seguito delle armate napoleoniche – rialzarono la testa, come la rialzò appunto la “spagnola” nel 1920. Un altro merito di Herder che andrebbe condiviso con Weber anche alla luce della pandemia che ci sta colpendo: la separazione fra fatti e valori che Herder aveva precisato; ma che i politici attuali non sempre riescono a mediare, ondeggiando spesso fra i due poli della fermezza scientifica e della liberalizzazione politica senza adeguato consenso popolare, che proprio la revisione del linguaggio dovrebbe favorire.

Bibliografia:

Per la vita, vd. Arturo Farinelli, L’umanità di Herder, 1908; Karl Gustav Gerold, Johann Gottfried Herder, Bonn 1978.

Sul contesto storico e sulle sue opere, vd. Italo Alighiero Chiusano, Vita di Goethe, 1981, pagg. 78 e ss.

Sulla fortuna vd. Storia della letteratura tedesca di Ladislao Mittner, tomo II, parte seconda, dal Pietismo al romanticismo, (1700-1820), 1978, pagg. 307 e ss.

Per l’attualità in materia di linguaggio vd. I. Berlin, Herder e Vico. 1978, nonché G. Baioni, Goethe, classicismo e rivoluzione, 1988.

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