Il mandato fiduciario italiano sulla Somalia: oneri e onori. Di Alberto Rosselli.

1950: Data di inizio del mandato fiduciario italiano.

ANTEFATTO STORICO: I RAPPORTI TRA ITALIA E SOMALIA

L’Italia, come nazione colonizzatrice, giunse in Somalia, per la prima volta, quasi per caso. L’esploratore Antonio Cecchi stava infatti per partire per il Congo, quando il ministro degli Esteri Mantini lo dirottò verso “la costa orientale dell’ Africa, nella regione del Giuba”. Era il gennaio del 1885. La grande corsa alla spartizione dell’ Africa da parte delle Potenze europee era in pieno svolgimento. Ma la terra che un giorno si sarebbe chiamata Somalia, e sulla quale l’Italia aveva messo gli occhi, era in realtà un boccone assai poco appetibile, in quanto poverissima. Tanto è vero che per vent’ anni i governi italiani – spiega lo storico Angelo Del Boca – Roma non giudicò opportuno o conveniente gestire direttamente i territori occupati, affidandoli ad enti privati, come la Filonardi o la Societa’ del Benadir, che, tra l’altro, fallirono nella loro missione per mancanza di capitali e di esperienza. Fu soltanto nel 1905, con il governo Fortis, che l’Italia decise di assumere direttamente la gestione dei territori somali, avviando tuttavia una politica amministrativa assai deludente, insipida e mal vista dalle popolazioni locali che, in breve tempo, insorsero con le armi per contrastare l’italianizzazione della regione. Dal 1904 al 1908, la tribù dei bimal contrastò la penetrazione italiana verso l’ interno; tra il 1908 e il 1921, il capo Mohamed ben Abdalla Hassan (chiamato Mad Mullah) riuscì addirittura a rendere precaria la colonizzazione delle coste somale, e tra il 1925 e il 1928 furono le bande migiurtine ad agitare lo stendardo della rivolta e a costringere l’esercito italiano sulla difensiva. Detto questo, occorre sottolineare che queste rivolte non traevano alimento da un’autocoscienza indipendentista delle popolazioni locali o dal sorgere di un vero e proprio fronte nazionalista somalo, bensì dalla sostanziale incapacità e iniquità insite nel ‘tiratissimo’ sistema amministrativo italiano: sistema che riservò quasi tutte le sue attenzioni soltanto ad un ristretto numero di coloni concessionari agricoli italiani i quali si erano spartiti le terre più produttive della regione. In questi stessi comprensori di bonifica, gli unici in cui l’ Italia aveva operato investimenti di un certo rilievo, i contadini somali erano soliti subire un trattamento piuttosto duro e tale da sollevare lo sdegno dello stesso federale fascista di Mogadiscio, Marcello Serra Zanetti (“Il lavoro forzato che si impone ai nativi della Somalia, cinicamente mascherato nel 1929 da un contratto di lavoro, si rivela in realtà assai peggiore della vera schiavitù “). Quando, nel 1941, l’Italia fu costretta dagli eserciti inglesi ad abbandonare la Somalia, di una colonizzazione illuminata non rimaneva praticamente alcuna traccia. Consultando le relazioni dell’epoca si evince che nella suddetta data non esisteva un solo laureato somalo e l’ analfabetismo toccava il 94,4 per cento. In Somalia si contava un solo medico ogni 60 mila abitanti e un posto letto ospedaliero ogni 990. Oltre ciò, soltanto 20.000 cittadini somali disponevano di case in muratura. Dopo la fine della guerra, e nonostante, il ricordo e l’eredità di un’amministrazione non certo brillante (e assolutamente non paragonabile a quella – assai migliore – esercitata in Etiopia ed Eritrea), l’ Italia fece egualmente ritorno in Somalia, nel 1950, dopo che una risoluzione dell’ Onu le affidò, dopo non poche discussioni e contrasti, il ‘mandato’ di condurre ed assistere, a sue spese e nell’arco di un decennio, il Paese all’ autogoverno e all’indipendenza.

LA QUESTIONE AFRICANA E GLI ACCORDI BEVIN-SFORZA

Come riporta la Prof.ssa Ilaria Tremolada, docente di Storia culturale dell’età contemporanea all’Università Statale di Brescia ed esperta di problemi relativi alla Decolonizzazione Italiana, “Il 18 maggio 1949 l’Assemblea delle Nazioni Unite bocciava nel suo complesso il compromesso Bevin-Sforza (che prevedeva la spartizione in tre parti della Libia e l’amministrazione fiduciaria della Tripolitania all’Italia), per accettarne in verità una sola parte: quella che pianificava il futuro di Cirenaica e Fezzan. Per entrambe le regioni libiche si prevedeva una trusteeship (cioè un’ amministrazione fiduciaria) internazionale con responsabilità alla Gran Bretagna nel caso della Cirenaica, e alla Francia per il Fezzan”.

L’accordo che il ministro degli Esteri italiano era riuscito a strappare al suo corrispettivo inglese prevedeva che Roma recuperasse Tripolitania e Somalia, seppure solo per in amministrazione fiduciaria, rinunciando però, come visto, alle altre parti della Libia, e all’Eritrea che veniva ceduta a Etiopia e Sudan. Per quanto in buona misura consolatorio e assai poco rilevante, l’intesa venne annunciata da Sforza come una vera e propria vittoria della diplomazia italiana. L’Italia repubblicana, atterrita nell’orgoglio nazionale da un Trattato di pace (quello imposto a Parigi dalle Potenze alleate vincitrici il Secondo Conflitto Mondiale) severo e umiliante, avrebbe – secondo Sforza – mal sopportato una riduzione o una declassificazione come quella che gli alleati avrebbero voluto infliggerle a Roma proprio attraverso la distruzione del suo ex impero coloniale, così faticosamente e sanguinosamente edificato a partire dall’ultimo ventennio del XIX secolo. Occorreva, dunque, amplificare il risultato raggiunto a proposito della Somalia facendolo passare per una ‘conquista compensativa’ del Paese uscito in ginocchio dalla guerra.

LA BOCCIATURA DEL COMPROMESSO BEVIN-SFORZA

Il compromesso raggiunto con la Gran Bretagna sembrava rispondere a quest’esigenza colta dai leader politici, attenti ad ascoltare, in un momento molto delicato per il paese, l’umore del popolo italiano umiliato dal disastroso risultato bellico. Quella che veniva giudicata la ‘vittoria londinese’ di Sforza non poté però concretizzarsi appieno e con reali vantaggi, almeno in prima battuta. Di fronte ai membri dell’Assemblea delle Nazioni Unite, infatti, l’accordo anglo-italiano venne di fatto cassato grazie al voto negativo espresso dal delegato di una nazione praticamente insignificante, ma schieratasi con gli alleati, e cioè Haiti.

Dalle memorie dei testimoni diretti si evince che la sciagurata votazione assunse connotati tragicomici. Il ministro Sforza ricorda: “Tragicomico apparve quello che si seppe negli Stati Uniti e qualche ora dopo in Europa: e cioè che il solo voto contrario che fece fallire il progetto presentato dall’Inghilterra e calorosamente appoggiato dalla Francia [è da notare che le due potenze erano interessate all’approvazione del progetto in quanto da esso ne avrebbero ricavato l’amministrazione fiduciaria della Cirenaica la Gran Bretagna, e quella del Fezzan la Francia] e dagli USA, fu quello del rappresentante di Haiti, un tipo di cui le personalità più serie di Haiti ammisero, quasi scusandosi, che quella seraera ubriaco e comunque non sapeva nulla della Somalia.”

l’Ambasciatore Tarchiani si spinse ancora più in la: “Quel rappresentante (quello di Haiti), ottenuto un relativamente lauto compenso per cambiare parere all’ultima ora, bevve un doppio whisky ed entrò deciso  nell’aula per votare contro.” Tragedia del ridicolo e dell’incredibile, come lo erano state alcune ‘esperienze’ coloniali dell’Italia pre mussoliniana. Va infatti ricordato che – pur senza dimenticare alcune iniziative positive e fortunate – il processo di colonizzazione africana dell’Italia si era quasi sempre palesato al pari di una rassegna operativa di tentativi falliti e di episodi che tutto esprimevano fuorché la virilità e la determinazione di un paese in realtà interessato fino allo spasimo nel mostrare i propri, peraltro avvizziti, muscoli ai ben più forti ed esperti ‘concorrenti’ europei (Francia e Inghilterra). L’Italia, che aveva perso, firmando il Trattato di pace di Parigi, l’Albania, l’Etiopia, l’Eritrea, la Libia e il Dodecaneso, era stata dunque ridimensionata, anzi, evirata nelle sue ambizioni di espansione oltre mare. Una situazione umiliante che Roma cercò però di mitigare inducendo Sforza a trattare con Bevin per cercare, a tutti i costi, una soluzione di parziale riscatto almeno per la Somalia, attraverso l’ottenimento di un ‘mandato’ fiduciario.

Va ricordato, a questo proposito, che fino a pochi giorni prima della ‘pugnalata alla schiena’ inferta dal rappresentante di Haiti, il personale di Palazzo Chigi si era impegnato al massimo nella difesa della presenza italiana in Africa. Difesa per altro condivisa da molti settori della società italiana. Nel biennio 1947-1949, il tema del ‘mandato’ sugli ex territori africani trovò anche consenso e diffusione in numerosi settori del mondo politico e dell’opinione pubblica, concordi nel sostenere la necessità, per l’Italia, di conservare come minimo una parte delle proprie colonie conquistate prima del Ventennio fascista.

La convinzione circa la necessità di continuare ad esercitare potestà d’imperio sui territori oltremare andava però riqualificata – soprattutto dopo la Pace di Parigi – ed affiancata da argomenti validi, in grado cioè di ridare credibilità ad un colonialismo – quello italiano – tutt’altro che privo di ombre. Si trattava di un’operazione, in realtà, molto ardua, anche in virtù dell’ostilità francese  e sovietica. Si tentò quindi di puntare sullo sforzo esercitato dall’Italia per imprimere una direzione di progresso alle economie arretrate di Libia, Eritrea, Etiopia, Somalia, e ancora si parlò di valorizzazione delle risorse locali, di necessità di salvaguardare gli interessi dei connazionali residenti in Africa e dell’idea di una ‘missione civilizzatrice’. Si trattava di argomenti che riprendevano nella sostanza i concetti utilizzati dal fascismo per giustificare l’impresa etiopica, ma si scontravano con la verità storica circa talune violenze e soprusi legati sia alla conquista dell’Etiopia che a quella, precedente, della Libia. Nonostante la loro manifesta pretestuosità queste argomentazioni trovarono il sostegno sia del governo sia delle opposizioni e diventarono la base di quella politica di cooperazione con i paesi arabi che caratterizzò in quegli anni, fino al maggio ’49, la strategia mediterranea italiana.

LA STRATEGIA ITALIANA

Il notevole sforzo con il quale Palazzo Chigi sostenne la strategia coloniale, anche quando era divenuto ormai chiaro che gli alleati non avevano nessuna intenzione di dare soddisfazione all’Italia”, dipendeva dalla convinzione, ormai radicata – come si è visto – nell’opinione pubblica, che l’affermazione della ‘tesi coloniale’ sarebbe equivalsa alla sopravvivenza dell’Italia come potenza europea, seppur di seconda linea. Ragion per cui, fino al maggio del 1949, Roma fece di tutto per indurre le nazioni vincitrici a non umiliare l’Italia – già sufficientemente ‘piegata’ – anche sul fronte coloniale.

Ragion per cui, a più riprese, l’Italia tentò di mercanteggiare, con molta determinazione, ma assai poco realismo, l’adesione al sistema atlantico associata (così si auspicava) alla richiesta di una concessione di amministrazione fiduciaria su Libia, Eritrea e della Somalia, senza tuttavia rendersi conto che da parte degli alleati questa possibilità era ormai esclusa, e forse non era mai stata presa in considerazione”. Solo alcuni diplomatici più avveduti come l’ambasciatore a Parigi, Pietro Quaroni, e quello a Washington, Alberto Tarchiani, ebbero il coraggio di avanzare critiche e perplessità, denunciando le ambizioni coloniali governative come ‘anacronistiche e sostanzialmente inattuabili’.

Nell’ottobre 1947, Quaroni scrisse al ministro degli Esteri, Sforza: “Bisogna che noi cominciamo col dire che noi vogliamo che le nostre ex colonie siano indipendenti, indipendentissime: che cominciamo col dire come sarà e come dovrebbe essere organizzato questo Stato nuovo che dovrà prendere vita sul territorio delle nostre ex colonie; e come noi intendiamo aiutare nel più breve tempo possibile questo Stato nuovo ad essere del tutto indipendente”.Secondo l’ambasciatore la difesa delle colonie era infatti persa in partenza. Le osservazioni di Quaroni non smossero tuttavia Palazzo Chigi che, forse per rintuzzare le accuse di debolezza fatte da un’opposizione di una Sinistra (a dir poco bizzarra), ritrovatasi improvvisamente paladina di un espansionismo nazionale, continuò fino all’aprile del 1949 a rivendicare addirittura tutti i possedimenti coloniali persi in seguito alla guerra.

In seguito, il 6 maggio 1949, si giunse all’accordo stipulato tra i due ministri degli Esteri (Bevin e Sforza), ma la delusione per la bocciatura dell’ONU alla suddetta intesa furono profonde. Il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri ritennero, a quel punto, e di comune accordo con Quaroni di abbandonare la partita, pur continuando ad esprimersi pubblicamente in modo contrario onde da evitare all’Italia, già ferità dal duro Trattato di Pace, ulteriori umiliazioni.

CONSEGUENZE DELLA BOCCIATURA DEll’INTESA BEVIN-SFORZA

Nei giorni successivi alla bocciatura del piano anglo-italiano da parte dell’ONU, l’esecutivo venne travolto da una valanga di critiche mosse da un’opinione pubblica indignata e da un partito comunista che, in maniera subdola, ne approfittò (dietro probabile imbeccata di Mosca) per attaccare l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico: patto che a parere loro aveva reso Roma schiava di Washington e Londra. Verso la fine di maggio, questo attacco congiunto provocò una grave crisi governativa che indusse l’esecutivo a rivedere radicalmente la strategia politica mediorientale italiana.

L’obiettivo ultimo rimaneva quindi lo stesso: assicurare la presenza del Paese nel Mediterraneo, mentre gli elementi predisposti per raggiungerlo subivano una radicale revisione. La nuova strategia doveva, infatti, adeguarsi, e in fretta, ad una situazione completamente nuova. Ciò che maturò nell’arco di una settimana fu una svolta imposta da una serie di fallimenti e non da un processo autonomo di ripensamento. “La nuova politica era figlia di una situazione di debolezza e dell’esigenza di capovolgere in segno positivo una circostanza negativa: l’anticolonialismo era la risposta italiana alla crisi del suo colonialismo.”

LA NUOVA LINEA ITALIANA

Il varo della nuova linea ebbe luogo il 31 maggio. Il presidente del Consiglio ne illustrò i contenuti ai delegati libici ed eritrei di passaggio a Roma nel viaggio di ritorno da Lake Success. Alcide De Gasperi dichiarò che il governo italiano intendeva favorire la piena indipendenza delle sue ex colonie: indipendenza che a suo avviso poteva realizzarsi subito per l’Eritrea e la Libia e in poco tempo per la Somalia. Le ragioni di questo ripiegamento furono causati dalla necessità di far fronte ad una sconfitta che altrimenti avrebbe portato l’Italia all’esclusione totale dal Mediterraneo. Ponendosi su questo piano il Paese anticipava il processo di decolonizzazione che di lì a poco avrebbe investito anche Francia e Inghilterra.

In virtù di questa svolta, l’Italia si ripresentava dunque in Medio Oriente come garante dei Paesi arabi. L’opzione anticoloniale diventava così uno strumento positivo per una politica di avvicinamento ai popoli arabi ancora sottoposti a limitazioni di sovranità. Nell’impostare questa nuova politica, le autorità italiane non dovevano però sottovalutare gli inconvenienti che essa portava con sé. L’Italia doveva lavorare affinché l’anticolonialismo non venisse interpretato come nuovo colonialismo mascherato da buone intenzioni, e in secondo luogo, doveva dimostrare agli alleati come una politica filoaraba fosse in qualche modo compatibile con gli impegni atlantici.

L’Italia era quindi costretta a sciogliere l’eterno dilemma della sua politica estera che, per tradizione, era sempre stata divisa tra slancio europeistico e velleità mediterranee. La soluzione ideale venne trovata nell’assunzione da parte dell’Italia di una nuova funzione di cooperazione e mediazione tra Oriente e Occidente. I grossi vantaggi economici e politici che potevano scaturire da una penetrazione nel mondo arabo acquistavano ora maggior valore poiché sembravano in grado di fare rivestire al Paese il ruolo di cerniera di collegamento tra la civiltà europea e quella araba.

OBIETTIVI DELLA NUOVA LINEA ITALIANA

“Tradotta su un piano concreto, l’aspirazione italiana era di assumere la leadership di un processo di rinnovamento morale e culturale del mondo mediterraneo, agendo da punto di raccordo fra civiltà occidentale e civiltà araba. Su questo terreno avveniva la saldatura tra interessi nazionali e interessi della comunità atlantica e europea.” Oltretutto, non era da trascurare il fatto che con questa politica l’Italia avrebbe contribuito a creare una barriera utile per respingere eventuali pressioni sovietiche sul Medio Oriente. Grazie a questa funzione anticomunista insita della manovra, Roma sperava raccogliere il consenso degli alleati occidentali. Altre circostanze sembravano poi confermare la bontà della scelta filo araba. Messi alle strette dalla ‘questione palestinese’, i movimenti nazionalisti arabi erano entrati, infatti, in aperta rotta con la Gran Bretagna e la Francia (potenze già mandatarie in Medio Oriente) e stavano anche covando un crescente sentimento anti americano in quanto Washington stava mostrando di volere appoggiare lo stato di Israele.

Tutto, insomma, sembrava aprire nuovi spazi all’Italia che potendo contare su un’invidiabile posizione geografica e su una multiforme ed antica tradizione di contatti con il mondo arabo sembrava essere – almeno giudicando da queste premesse – un ideale sostituto delle vecchie potenze coloniali. La realizzazione di queste premesse ipotetiche era però resa difficile se non impossibile dalla debolezza del Paese e dalla ristretta libertà di movimento in politica internazionale concessa a Roma dagli alleati. La scarsa influenza diplomatica che l’Italia avrebbe potuto esercitare nell’ambito delle discussioni inerenti i delicati equilibri del settore mediorientale era la conferma del perdurare di quella congenita povertà di risorse economiche e politiche che ostacolava la realizzazione dei progetti sostenuti da palazzo Chigi. L’ordine internazionale instauratosi dopo il 1945 aveva, infatti, imposto  nuove dinamiche tra gli stati. Il processo di decolonizzazione costringeva l’Europa a guardare in faccia una realtà nella quale il centro politico mondiale non era più rappresentato dal Vecchio Continente. Senza considerare che nella definizione dei due blocchi contrapposti (sovietico e occidentale) si ridisegnava un equilibrio di potere all’interno del quale l’Italietta sarebbe stata costretta a muoversi con molta attenzione. Per queste ragioni, la politica estera venne radicalmente ripensata da De Gasperi e Sforza, convinti del fatto che il Mediterraneo vedeva riconfermata la sua centralità. Con i nuovi strumenti indicati dall’assetto postbellico, Roma si apprestava dunque a proseguire, senza soluzione di continuità, una politica mediterranea che fin dall’inizio della storia unitaria del Paese si era presentata come un elemento di primario se non vitale interesse.

AMMINISTRATORI ONU ITALIANI IN SOMALIA

21 Novembre 1949 / 1953, Giovanni Fornari

1954 / 1957, Enrico Martino

1957 / 1958, Enrico Anzilotti

1958 / 01 Luglio 1960, Mario De Stefani

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