La tragica, ed in parte oscura, fine del volo KAL-007 e il ‘mistero’ coreano. Di Tito Spina.

Un Boeing 747.

Alle 06.30 del 1° settembre 1983, due caccia a reazione Sukhoi-15 dell’aviazione sovietica sono in volo di addestramento sul Mare del Giappone, fra il continente e l’isola Sahalin. Uno dei piloti sta compiendo una manovra di agganciamento verso l’obiettivo predisposto, quindi attiva l’arma e lancia. Alla radio dell’aereo di coppia, il collega sente chiaramente la comunicazione di avvenuto contatto con il bersaglio. Gli strumenti di bordo cercano conferma di tale contatto, per verificare l’efficienza di due nuovi missili, uno a guida a raggi infrarossi e l’altro a guida radar. Proprio in quel momento il Boeing-747/2000-B, volo di linea KAL-007 della Korean Air Lines precipita in mare: uno dei missili pare abbia colpito un motore, l’altro la fusoliera. Tutto ciò che il pilota dell’aereo civile riesce a comunicare è “Korean Air 007…” poi silenzio. 

In meno di un quarto d’ora, il Boeing-747 precipita da oltre 10mila metri e cade appena a ovest della costa dell’isola Sahalin, dove si trovano basi segrete sovietiche, mentre i marinai di alcuni pescherecci giapponesi poco lontano, avvertono il caratteristico e pungente odore del carburante che brucia. 

A bordo del volo KAL-007 si trovavano 270 persone fra passeggeri ed equipaggio: 76 cittadini coreani, 61 americani, e altri di 11 diversi Paesi. L’aereo era decollato dal JFK International Airport di New York intorno alle ore 24.00 (secondo il fuso orario orientale), per fare scalo, sette ore dopo, ad Anchorage, in Alaska, per poi riprendere il volo con circa 40 minuti di ritardo, con un nuovo equipaggio diretto dal comandante Chung-Byung-In, 45enne pilota veterano con quasi 11mila ore di volo al suo attivo, delle quali 6619 effettuate sui Boeing-747, e si dirige verso Seoul, distante 6000 km, dall’altra parte dell’Oceano Pacifico. 

Nelle prime ore seguenti, molte notizie si accavallano creando notevole confusione; alcune fonti comunicano anche che non era stato captato alcun allarme o richiesta di SOS, né i controllori di volo degli aeroporti giapponesi avevano registrato, sui loro radar, la sensibile deviazione di rotta che il volo KAL-007 aveva compiuto, non si sa per quale motivo (anche perchè la trasmissione era data come in corrispondenza dei punti richiesti) discostandosi dal piano di volo Romeo-20, attraversando la penisola della Kamchatka sopra Petropavlovsk, violando in tal modo lo spazio aereo russo. Solo un isolato caccia militare coreano aveva intercettato il Boeing da una distanza di circa 160 km, ed era riuscito a scambiare alcune parole con il comandante Byung-In, ma non aveva scorto alcun motivo per dare l’allarme. I telegiornali di tutto il mondo diffondono la notizia, ma fra ipotesi e congetture nessuno riesce a spiegare le cause del disastro. 

Dopo circa 24 ore dalla tragedia, il ministro degli Esteri americano, George Schultz, comunica la notizia agghiacciante in seguito ai rapporti che i servizi segreti avevano compilato, ricavati dalle analisi dei dati in loro possesso: il volo KAL-007 era stato abbattuto intenzionalmente da aerei militari sovietici. Il presidente Reagan esprime in diretta televisiva tutto il cordoglio del Paese per le vittime, e il Congresso calca la mano, affermando che era come se dei terroristi avessero attaccato un autobus scolastico. 

Nel frattempo, da Mosca non giunge alcun commento per le successive 48 ore, poi viene diffuso, dalla agenzia stampa ufficiale TASS, un comunicato nel quale si legge che un non identificato aereo aveva compiuto una grave violazione dello spazio aereo militare sovietico, e che i caccia russi avevano comunque rispettato le procedure di avvertimento. Mosca definiva l’indignazione internazionale come un “ingiustificato trambusto”, facendo nel contempo circolare voci sul fatto che l’aereo abbattuto potesse essere, in realtà, un velivolo-spia inviato dalla CIA a fotografare le basi segrete dell’isola Sahalin. 

Manifestazioni antisovietiche di protesta hanno luogo in diverse parti del mondo, specialmente nei paesi di appartenenza delle vittime: a Seoul è organizzata una marcia di protesta alla quale partecipano migliaia di persone; in Italia il Partito Comunista chiede, unitamente a quello giapponese, che da Mosca fosse resa pubblica una spiegazione ufficiale, e in molti Paesi europei le ambasciate russe sono invase da messaggi diplomatici di sdegno e protesta.  

Al Palazzo di Vetro di New York, sede delle Nazioni Unite, l’ambasciatore statunitense Jeane Kirkpatrick fa ascoltare all’assemblea la drammatica registrazione delle parole pronunciate dal pilota del caccia sovietico che ha fatto partire i missili, fatta pervenire dal ministero della Difesa giapponese, prova che l’aereo civile era stato abbattuto intenzionalmente, poi rivolge un messaggio formale che afferma come, in tempo di pace, un aereo non militare che viola lo spazio aereo di un Paese civile, non compie di certo un atto da considerare come dichiarazione di guerra.  

Da Mosca, il ministro degli Esteri, Gromiko, dirama un comunicato sorprendentemente freddo e distaccato: il territorio sovietico e i suoi confini sono sacri e inviolabili, e chiunque compia atti provocatori deve assumersi la responsabilità delle conseguenze. 

Intanto, si era messa in moto la grande macchina dei soccorsi e dei recuperi, per cercare di trovare la chiave del mistero contenuta nelle “scatole nere” del KAL-007, con le registrazioni di tutte le comunicazioni e i dati di volo, basandosi sulle segnalazioni del trasmettitore di bordo, il cui segnale poteva essere captato fino a un raggio di 8 km e da una profondità massima di 6000 metri, ma che si sarebbe esaurito entro 30 giorni. I primi ad arrivare nei pressi del luogo dell’impatto sono americani e sovietici, e in così gran numero che la portaerei statunitense Stertett rischia anche la collisione con unità russe e altre della stessa marina americana, dato il ristretto spazio di mare in cui operavano le unità di superficie. 

Nonostante l’impiego di mezzi tecnologicamente all’avanguardia, le “scatole nere” non sono ritrovate. Le acque del Mare del Giappone restituiscono solo alcuni resti non identificabili, pochi frammenti di metallo e oggetti personali appartenuti ai passeggeri. 

Le ricerche continuano fino al 7 novembre, anche in condizioni meteorologiche avverse e nonostante la grande profondità del tratto di mare in questione, poi arriva l’ordine di interrompere le operazioni. A questo punto, l’unica possibilità di sapere la verità sull’accaduto (o quantomeno tentare di farlo), rimaneva l’analisi dei dati raccolti dai computer, dalle registrazioni effettuate dalle apparecchiature dei servizi segreti e dal tracciato di rotta. 

La ricostruzione a cui si giunge è la seguente: il KAL-007 lascia Anchorage e, dopo circa 4 ore di volo, stabilisce il contatto aereo con Tokyo, comunicando i dati di volo come se fosse sulla rotta prestabilita verso Seoul. Alle 17.07 (ora di Greenwich, corrispondente alle 05.07 ora di Sahalin) comunicava di sorvolare il punto di riconoscimento denominato “Nippi”, ma nei fatti stava sorvolando lo spazio aereo sovietico sopra Petropavlosk. Alle 18.15, l’aeroporto di Tokyo riceve richiesta di autorizzazione per salire alla quota di 10.000 metri e il permesso viene concesso, quindi i controllori di volo di Tokyo ricevono la conferma della avvenuta correzione di quota e, dopo alcuni minuti, odono la voce del comandante Byung-In che, con tono concitato, dice solo “Korean Air 007…”. Tokyo richiede di cambiare frequenza per ripetere la trasmissione, ma non riceve risposta. Nello stesso momento, era stata intercettata un’altra comunicazione, quella fra il pilota del caccia sovietico Sukhoi-15, maggiore Gennadje Osipovich (numero di identificazione 805), e la base aerea di Sokol, sull’isola Sahalin, (il cui comandante era il generale Anatoli Kornukov), dove alla radio risponde il tenente colonnello Gerashimenko, comandante operativo del 41°Stormo Caccia. La trasmissione, udita anche dal caccia di coppia pilotato dal capitano Tarasov (numero 121) e dal comandante Titovnin del Centro Controllo Radio di Sahalin, è registrata dalle apparecchiature giapponesi sull’isola di Hokkaido, ed è la stessa ascoltata dalla Assemblea dell’ONU. Lo stralcio più inquietante è il seguente: 18.12 “…Lo vedo sullo schermo radar, ed è anche in contatto visivo…” – 18.13 “…Gli strumenti di bordo hanno agganciato l’obiettivo, ma non ho risposta alla richiesta di identificazione…” – 18.14 “…Ho innescato il sistema di puntamento e mi sto avvicinando…” – 18.19 “…Non  mi vedono…” 18.20 – “Sto sparando alcune raffiche traccianti di avvertimento…” – 18.23 “…Ora provo con un razzo…” – 18.29 “…Lancio eseguito…” – 18.30 “…Bersaglio centrato…obiettivo distrutto…”. 

Gli aerei russi, come si sarebbe scoperto in seguito, erano decollati e avevano seguito il Jumbo coreano per circa due ore, con la traccia radar a distanza, prima che sconfinasse, e pare fossero almeno sei (quattro Mig-23 e due Sukhoi-15), ma solo due erano stati registrati regolarmente in volo di addestramento e ricognizione. Poco prima e subito dopo l’abbattimento, altri quattro caccia a reazione si erano aggiunti alla squadriglia in volo, probabilmente in funzione di supporto e rifornimento. Il pilota sovietico n.805, infatti, aveva i serbatoi praticamente vuoti quando intercetta il KAL-007, con un’autonomia residua di circa 35 minuti per terminare la missione e rientrare. Stando alla sua testimonianza, immediatamente dopo che il sistema di puntamento automatico aveva inquadrato il Boeing coreano, il pilota aveva trasmesso la richiesta di segnale IFF (“Identify Friend of Foe”, cioè “Identificarsi Amico o Nemico”) senza ottenere risposta, e quindi aveva agito secondo la procedura. Il fatto è, però, che il Jumbo civile volava quasi certamente a non più di 870 km/h, velocità che permette una chiara identificazione da parte di un pilota militare addestrato a riconoscere ogni tipo di aereo, tanto più che, in una precedente relazione, lo stesso pilotan. 805 aveva affermato di avere distintamente visto le luci di posizione e anticollisione del KAL-007. Tale versione è poi confermata dal rapporto di uno degli altri piloti sovietici che volava a circa 10 km di distanza, e aveva affermato di poter distinguere sia l’aereo del comandante Byung-In che il collega del Sukhoi-15. Da considerare, inoltre, che la sagoma del Boeing-747 è una delle più riconoscibili fra gli aerei civili in circolazione per la tipica forma della fusoliera con il bulbo che ospita la cabina di pilotaggio. 

In un’altra versione, il pilota sovietico responsabile dell’abbattimento, riferisce di avere sparato almeno 150 raffiche traccianti di avvertimento, ma le analisi radar e le registrazioni effettuate dalle stazioni giapponesi lo smentiscono. Appena il volo KAL-007 aveva raggiunto il punto massimo di tolleranza prima dello sconfinamento, cioè a circa 20 km dal limite dello spazio aereo sovietico, il caccia russo, già a corto di carburante, aveva dato inizio alla procedura di puntamento e lancio missili, come d’altra parte è testimoniato dai brevissimi intervalli di tempo della trasmissione radio che era stata fatta ascoltare all’Assemblea delle Nazioni Unite. 

Una settimana dopo il disastro, il capo dello stato maggiore supremo sovietico, generale Nikolaj Orgakov, fornisce una nuova interpretazione dei fatti: ammetteva che i caccia russi potevano anche avere “fermato” (questo è il termine usato) il Jumbo coreano, lanciando missili aria-aria, ma nel giustificare l’avvenimento, propone due versioni contrastanti: da una parte ammette l’equivoco da parte dei controllori della base di Sahalin, che hanno scambiato il Boeing-747 con un aereo spia americano RC-135 in volo parallelo; dall’altra rivolge accuse di spionaggio a favore degli Stati Uniti allo stesso pilota del KAL-007. L’ordine di abbattimento sarebbe poi stato impartito ai piloti dei caccia da un comandante intermedio del quartier generale dell’Estremo Oriente, allarmato per il fatto che sull’isola Sahalin si trovavano una base della marina militare, sei centri dell’aviazione di grande valore strategico, e perchè lo spazio aereo in questione era utilizzato come area di addestramento e collaudo per armi tattiche a lunga gittata. Il mare di Ohotsk, per di più, era zona di riparo per i sottomarini a propulsione nucleare della flotta del Pacifico, dotati di missili intercontinentali programmati su obiettivi americani. 

In effetti, si ha la conferma che un aereo americano RC-135 era effettivamente in volo, ma a oltre 140 km dalla rotta del Boeing-747 coreano, circa due ore prima dei fatti e in direzione opposta. Inoltre, il pilota del caccia russo ha affermato, nelle comunicazioni a terra, che l’aereo coreano aveva tutte le luci di posizione e anticollisione in funzione, cosa che un aereo spia evita accuratamente di fare, oltre al fatto che un 747 è almeno due volte più grande di un RC-135

La teoria dello spionaggio a carico del comandante Byung-In è inoltre curiosa. Numerosi piloti dell’aviazione civile coreana avevano trascorsi di attività militare, e lo stesso Byung-In era anche stato selezionato come pilota personale dell’aereo del presidente Chun-Doo-Hwan, ma non esistevano elementi per far pensare che stesse effettuando una missione di spionaggio, mettendo a repentaglio la vita di oltre 250 persone, tanto più alla quota di 10.000 metri, a meno che il Boeing non fosse stato dotato di sofisticatissime apparecchiature, per altro rilevabili dagli strumenti sovietici e nettamente visibili dai piloti dei caccia. Inoltre, è da tenere presente che, per effettuare rilevamenti di un certo tipo, ormai da tempo si utilizzavano i satelliti e non più aerei-spia. 

Ancora oggi, molti interrogativi sono senza risposta. Ad esempio: perché il pilota del volo KAL-007 ha compiuto la fatale deviazione dalla rotta Romeo-20 stabilita dal piano di volo, oltretutto con a bordo un apparato formato da ben tre diversi sistemi di navigazione inerziale (INS), giroscopi, misuratori di altitudine e di accelerazione computerizzati, che solitamente guidano un aereo lungo una rotta pre-calcolata? Va precisato che i tre sistemi INS, inoltre, per evitare errori di calcolo e rotta, ricevono le informazioni da tre fonti separate e indipendenti, ed è molto improbabile che tutti e tre avessero elaborato informazioni sbagliate. Da cosa è stato generato quindi, l’errore che fa comunicare al pilota di trovarsi a 180 km a sud-est dell’isola giapponese di Hokkaido, quando invece si trovava nella posizione opposta di 180 km a nord della stessa isola? E perché neanche i controllori di volo a terra avevano registrato l’errore? 

E’ altresì noto che tutti i piloti coreani avevano un ben preciso motivo per stare alla larga dal confine dello spazio aereo sovietico: nel 1978, aerei russi avevano sparato a un velivolo civile coreano che aveva sconfinato. L’aereo, un Boeing-707, era stato colpito da un missile e aveva perso quota per circa 9.500 metri, prima che il pilota potesse riprendere parzialmente il controllo ed effettuare un rovinoso atterraggio di fortuna vicino a Murmansk. In quell’incidente erano morti due passeggeri, 13 erano rimasti feriti e il governo sovietico aveva in seguito inviato alla Corea una nota ufficiale di scuse oltre alla cifra di 100.000 dollari a titolo di riparazione. 

L’avvenimento rischiava di trasferirsi sul piano politico e di sfociare in una aperta crisi fra le due superpotenze. Il presidente americano Reagan aveva inoltre rivolto a Mosca precise accuse di “crimine contro l’umanità” e aveva pubblicamente invitato tutti i Paesi a sospendere i traffici aerei sia passeggeri che soprattutto commerciali con la Russia. 

L’opinione politica internazionale tende però a mitigare le ritorsioni per non fare precipitare irrimediabilmente la situazione, e le reazioni sono quindi contenute, soprattutto perché appare chiaro che una vendetta, di qualunque tipo, non avrebbe certamente favorito il progresso verso la pace mondiale, tenendo presente i lavori di allestimento per la Conferenza sul Disarmo Nucleare in quel periodo in corso a Ginevra. 

Restava solo da indagare sulle cause del disastro, per fare i modo che incidenti del genere non si potessero mai più verificare, anche se, purtroppo, accade la stessa cosa il 3 luglio 1998 quando i sistemi computerizzati di puntamento dell’incrociatore americano Vincennes, in pattuglia nel Golfo Persico, identificano come nemico un aereo civile iraniano, e il comandante William Rogers ordina di fare partire un missile che causa la morte di 290 persone, nuovamente per un equivoco derivato da errate procedure di identificazione. 

Tutte le inchieste sul disastro del volo KAL-007 non riescono comunque a venire a capo del mistero. La versione più plausibile è offerta dagli studi compiuti su un simulatore di volo, nei laboratori della Boeing a Seattle, ed è la seguente: dopo il decollo dall’aeroporto di Anchorage, in Alaska, il comandante Byung-In non aveva avuto la possibilità di verificare la traiettoria della rotta Romeo-20 tramite la strumentazione inerziale INS, poiché l’apparato di controllo a microonde di Anchorage, sul quale si doveva basare il sistema a bordo del KAL-007, era disattivato per lavori di manutenzione. Probabilmente il pilota ha fatto riferimento alla bussola di navigazione, e aveva stabilito una rotta che discostava dal tracciato originale di circa 9 gradi, corrispondenti più o meno a 25 km a terra. Continuando a basarsi su tale sistema di calcolo, e senza l’INS in funzione, il suo errore, aggiunto a quello della deriva iniziale, al vento, e ad altri elementi, aveva portato il Boeing coreano nel raggio del sistema di puntamento automatico dei caccia intercettori russi. Questo spiegherebbe l’assenza di comunicazioni in merito ad una eventuale consapevolezza di trovarsi fuori rotta, e il fatto che l’equipaggio non avesse trasmesso alcun segnale di allarme, continuando a pensare di trovarsi sulla direttrice Romeo-20. Solo trovando le “scatole nere” si sarebbe potuto verificare tale ipotesi ma, com’è noto, le ricerche non avevano dato risultati. 

Molti anni dopo, nel novembre 1992, una nuova notizia fa tornare all’attenzione internazionale l’enigma del volo KAL-007: il presidente russo Boris Eltsin incontra quello coreano Roh-Tae-Woo per la firma di un trattato di collaborazione e, in segno di buona volontà, offre una valigetta contenente due “scatole nere”, dichiarando che appartenevano al Boeing coreano abbattuto nel 1983. Eltsin si scusa pubblicamente per la crisi fra i due Paesi, causata dalla pesante “eredità del regime post-stalinista” imperante negli anni Ottanta in URSS, ma il gesto si sarebbe rivelato inutile poiché le registrazioni contenute sui nastri, una volta analizzate dai tecnici coreani si erano rivelate talmente frammentarie e incomprensibili da non aggiungere nulla di nuovo. 

E’ quantomeno dubbio, d’altra parte, che se le “scatole nere” avessero contenuto dati rivelatori, i russi (che fra l’altro avevano evitato di rendere nota la notizia del ritrovamento) le avrebbero restituite al governo coreano. Oppure che siano state rese appositamente inservibili dagli stessi tecnici russi, per poter essere restituite senza che nascessero spiacevoli conseguenze. 

 L’ultima verità 

 Nel 2000, gli Stati Uniti formano una Commissione Ufficiale per dare inizio al rientro dei sopravvissuti del volo KAL-007 nei rispettivi Paesi. Ma non si era forse detto che non vi erano stati superstiti? Qual è allora l’ultima delle molte verità sul disastro? 

Tutto corrisponde fino a quando, dalla base di Sokol (Sahalin), decollano gli intercettori russi. La prima contraddizione riguarda le comunicazioni radio fra gli aerei e il controllo missione a terra. Il generale Anatoli Kornukov, capo della base di Sokol, ordina al tenente colonnello Gerashimenko (comandante operativo del 41° Stormo) di comunicare al pilota di fare fuoco sull’obiettivo. Il maggiore Osipovich esegue e, a questo punto, comunica che il Boeing coreano stava perdendo velocità e iniziava una planata verso il mare. Osipovich riceve un secondo ordine di distruggere il bersaglio, ma obietta che l’aereo non stava attuando manovre di fuga, bensì cercava di predisporre un ammaraggio di emergenza. Dalla base riceve quindi ordine di porsi in osservazione ma pronto al fuoco. A questo punto, il generale Kornukov mostra viva irritazione, dal momento che vi era la possibilità che, nel volo di planata, il KAL-007 potesse uscire dalle acque territoriali sovietiche, e quindi ordina di distruggerlo. 

Il compagno di volo sul secondo caccia russo, capitano Titivnin, comunica al pilota n.805 di mettere in funzione il cannone di bordo, ma il maggiore Osipovich risponde che avrebbe cercato di sparare un altro razzo e comunica che il bersaglio era stato distrutto con due missili aria-aria Anab a medio raggio. Il KAL-007 tuttavia, riesce a planare, come avrebbe riferito il tenente colonnello Novoseletski, comandante della base di Smirnykh. 

In seguito, il generale Strogov, comandante militare del Distretto Estremo Oriente, ordina di avviare la missione di soccorso agli elicotteri dislocati presso l’isola Moneron, 29 minuti dopo essere stato avvertito su quanto stava accadendo. Allo stesso tempo, anche la sezione del KGB di Khornutovo era stata allertata, ed erano partite alcune unità di superficie per dirigersi in tutta fretta nell’area del disastro. I rapporti confermano che la missione raccoglie diversi superstiti, fra cui alcuni membri dell’equipaggio, trasferiti nel massimo segreto in una base sulla terraferma. 

Nel dicembre 1991, il senatore americano Jesse Helms rivolge al presidente sovietico Eltsin un’interrogazione diplomatica ufficiale per conoscere la sorte dei passeggeri superstiti del volo KAL-007, se non altro di quelli americani, e riceve in risposta la dichiarazione che ne sarebbero rimasti in vita non più di una trentina. L’anno seguente Boris Eltsin rivela l’esistenza di un rapporto segreto del KGB con i particolari del disastro. L’opinione pubblica americana protesta contro le amministrazioni Reagan, Bush e Clinton per non avere fatto approfondite indagini sul destino di 61 sopravvissuti, fra cui il senatore MacDonald, noto per il suo impegno internazionale contro l’idea comunista. 

Oggi, la verità sul disastro del volo KAL-007 è racchiusa nel libro “Resque 007, the untold story of KAL-007 and its survivors” (X-Libris, 2001) di Bert Schlossberg, avvocato e allievo di uno dei passeggeri del volo, Alfred Cruz, pubblicato dopo oltre dieci anni di indagini e ricerche. 

In esso vi sono prove più che evidenti dell’esistenza di sopravvissuti e del fatto che i missili sparati dai caccia sovietici nel secondo passaggio, esplosero a oltre 50 metri dal Boeing coreano, provocando un piccolo buco nella fusoliera ma senza distruggere l’obiettivo. 

Le comunicazioni aria-terra, tenute segrete dai sovietici per molti anni, rivelano che l’aereo rimane in volo, perdendo gradualmente quota fino all’ammaraggio, e con i motori in funzione anche dopo che i missili erano stati sparati e, evidentemente, facendo affidamento all’impianto di maschere d’ossigeno. I tracciati radar russi e giapponesi mostrano inoltre che l’aereo plana progressivamente fino a mille piedi per poi scomparire dagli schermi. Schlossberg non ha prove che l’aereo sia esploso all’impatto con l’acqua, ma tutto fa supporre che sia stato distrutto dopo il recupero dei passeggeri superstiti, nelle vicinanze di Sahalin. Sembra quindi che le navi del KGB giunte sul luogo pochi minuti dopo l’ammaraggio, abbiamo recuperato i passeggeri e sparato i missili per distruggere definitivamente il velivolo, cancellando ogni prova, quindi che i sopravvissuti siano stati tenuti sotto diretta sorveglianza. L’unica realtà nota è il triste destino degli altri 256 corpi dei passeggeri uccisi nell’impatto, rimasti intrappolati nel Boeing KAL-007.

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