Giovanni Giustiniani Longo: l’ultimo, strenuo difensore di Bisanzio. Egli si oppose alle preponderanti forze turche al punto da indurre l’assediante Maometto II ad elogiarne pubblicamente le sue virtù guerresche. Di Roberto Roggero.

Giovanni Giustiniani Longo (rappresentazione cinematografica).

Contesto storico

Circa mille anni dopo la caduta di Roma e dell’Impero d’Occidente, anche i domini d’Oriente giunsero al tramonto, sotto i colpi delle forze turche condotte dal sultano Maometto II, che il 29 maggio 1453, dopo circa due mesi di assedio, entrò a Costantinopoli, o Bisanzio. Un evento che le cronache del tempo descrivono come la vittoria dell’Islam sulla Cristianità, e come la data che segnò il passaggio dell’umanità dall’era medievale a quella moderna, più che la scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo.

Sorto dalle ceneri di Roma, conquistata dai Goti nel 476, dopo oltre 1.400 anni di supremazia, l’Impero d’Oriente era nato formalmente nel 330, data che già gli storici indicano come passaggio dall’Antichità al Medioevo, e terminò la sua esistenza nel 1453, dopo 1.123 anni.

Costantinopoli aveva subito diversi attacchi, da tutti i nemici dell’impero: Goti, Avari, Bulgari, Arabi, e ogni volta le sue mura avevano resistito, e la sua egemonia era continuata, soprattutto grazie a due elementi fondamentali, la ricchezza (che comprendeva anche la corruzione come strumento politico), e la potenza delle difese.

Nel XV secolo però, ricchezza e difese appaiono obsolete, poiché le casse dell’impero erano praticamente vuote, e la tecnica bellica, con l’invenzione dei cannoni d’artiglieria e l’utilizzo della polvere da sparo, resero le pur imponenti mura non più solide come in precedenza.

Costantinopoli

I vasti possedimenti erano stati persi uno dopo l’altro, in particolare a vantaggio dei due principali avversari che, da secoli, si accanivano contro Costantinopoli, ovvero Turchi e Crociati. Soprattutto i primi, che si erano aperti la strada dell’Anatolia e verso la capitale imperiale, con la vittoria nella battaglia di Manzikert, nel 1071, contro l’esercito dell’imperatore Diogene IV, il quale aveva perso anche Brindisi e Bari, ultimi avamposti bizantini in Italia, fatto che aveva poi determinato l’invasione dei Balcani da parte dei Normanni, seguita dalla prima conquista di Costantinopoli da parte dei Franchi, durante la Quarta Crociata, che dominarono la città e quasi tutti i possedimenti continentali e insulari dal 1204 al 1261. In sostanza, Costantinopoli era diventata simbolo di licenziosità e concupiscenza, sia per l’Islam, che la considerava miscredente, sia per i Crociati e il Cattolicesimo occidentale, che la consideravano eretica, specie dopo lo Scisma del 1054.

Alcuni storici, inoltre, considerano la potenza commerciale e marittima di Venezia e Genova fra i motivi principali del declino di Bisanzio, anche più determinanti della forza militare dei Turchi, che in effetti avevano costituito il proprio impero dalla dissoluzione della dinastia Selgiuchide dell’Anatolia verso la fine del XIII secolo. Nei fatti, le vittorie dei Turchi furono favorite, in particolare, dal fatto che l’Impero Romano d’Oriente era ormai un leone morente, per le inevitabili conseguenze portate dalla Quarta Crociata e dalle ingerenze economiche delle repubbliche di Genova e Venezia.

Da questo punto di vista, la conquista di Costantinopoli del 1453 andrebbe quindi rivista e riconsiderata e, allo stesso modo, anche la figura di colui che fu l’ultimo difensore di Bisanzio, ovvero il comandante genovese Giovanni Giustiniani.

Non si trattava più, quindi, di espugnare un unico simbolo della Cristianità, in quanto lo scenario dell’epoca era dominato da due correnti cristiane che da decenni trascinavano una rivalità reciproca. Sarebbe inoltre pretenzioso affermare che l’Occidente cristiano avrebbe potuto sostituirsi alla Bisanzio in crisi, nella lotta contro la potenza ottomana, proprio perché aveva contribuito a questa crisi allo stesso modo dei Turchi. Infine i rapporti fra i protagonisti erano molto più complessi di quello che lasciano supporre le rispettive posizioni dogmatiche.

Per il Papa, che si considerava leader dell’Europa cristiana, la debolezza di Bisanzio offriva l’occasione di realizzare l’unione delle confessioni religiose, come sottomissione della Chiesa Orientale a quella romana. Il corollario di questa riconciliazione doveva essere un’assistenza militare, in una crociata contro i Turchi, ma il Papa non era in grado di organizzare una tale alleanza militare, a causa delle profonde ostilità fra gli stati cristiani, e per la loro reticenza ad assumersi gli enormi costi di un’impresa del genere, pur di fronte alla possibilità di perdere gli enormi vantaggi del commercio con i territori d’Oriente.

L’Imperatore bizantino Giovanni VIII (1390-1448) si rassegnò a sottomettersi al Papato, partecipando al Concilio di Ferrara, ma la gerarchia della Chiesa Ortodossa rifiutava l’idea. L’accordo sull’unione delle Chiese fu comunque firmato da Giovanni VIII nel 1439 a Firenze, ma poco dopo, la maggior parte dei firmatari si dissociarono per il fatto che clero e popolazione rifiutarono il trattato. Quanto ai rinforzi promessi dal Papa, essi tardavano ad arrivare. I soli a impegnarsi nel conflitto furono gli Ungheresi, battuti per due volte dal Sultano ottomano Murad II, nel 1444 a Varna, e nel 1448 in Kosovo. Da parte turca, il tentato riavvicinamento delle Chiese mise in evidenza l’urgenza di impossessarsi rapidamente di Costantinopoli, prima di un intervento in forze delle potenze occidentali.

La svolta si ebbe fra il 1448 (anno in cui morì Giovanni VIII e salì al trono di Bisanzio il fratello Costantino XI) e il 1451 (data dell’ascesa al trono ottomano di Maometto II che, a soli 21 anni, successe al padre.

Maometto II

I fatti avevano dimostrato comunque che i Turchi erano in grado di bloccare e respingere un eventuale attacco delle potenze europee attraverso i Balcani, per cui restava unicamente un tentativo via mare, settore nel quale gli Occidentali avevano la supremazia, ma fu proprio in tale direzione che il sultano, Maometto II, concentrò i propri sforzi, calcolando ragionevolmente ogni rischio. Tenendo presente l’inferiorità dei Turchi sul mare, Maometto II progettò imponenti opere di fortificazione degli Stretti dei Dardanelli e del Bosforo, che iniziarono nel 1452 con la costruzione della fortezza di Rumeli Hisari, sulla sponda occidentale, nel punto in cui il Bosforo è largo appena 700 metri e, sulla sponda orientale, sorgeva già il forte di Beyazid I, realizzato nel 1396. A questo punto, anche con lo Stretto dei Dardanelli lasciato aperto verso il Mediterraneo, i rinforzi occidentali potevano giungere a Bisanzio solo dai possedimenti genovesi e veneziani del Mar Nero, tuttavia era anche evidente che il controllo degli Stretti non dipendeva tanto dalla presenza di fortificazioni, quanto dai cannoni posti sui loro torrioni e, non a caso, la conquista turca di Costantinopoli avvenne proprio nel momento in cui la tecnica bellica sviluppa tale arma.

Maometto II, in effetti, non aveva ancora a disposizione un’artiglieria in grado di garantire la chiusura dei Dardanelli, ma il sultano giocò d’astuzia, scommettendo sulla lentezza degli Occidentali nell’allestire e inviare una spedizione, in particolare contando sulle difficoltà di rendere operativa una grande flotta, e sulle innumerevoli difficoltà burocratiche, determinate dai differenti punti di vista che ogni partecipante voleva imporre agli altri.

Dal punto di vista diplomatico, Maometto II segnò poi un punto importante a suo favore, concludendo un trattato di pace con Venezia e dando inizio, alla fine del marzo 1452, alla costruzione della fortezza sul Bosforo. Per quanto riguarda i cannoni, il sultano affidò al sassone transilvano Urbano, la realizzazione di pezzi d’artiglieria in grado di sparare proiettili da 450 kg, nelle officine di Adrianopoli, capitale ottomana dell’epoca.

Nel frattempo, nel dicembre successivo, il papa decise di inviare a Bisanzio il prelato bizantino, cardinale Isidoro di Kiev, con il compito di definire e concludere l’unione delle Chiese, e quindi la sottomissione politica. L’imperatore d’Oriente ricevette il prelato a Santa Sofia, ma l’evento fu svuotato di ogni significato per l’assenza del patriarca Teodoro III, del granduca Lucas Notaras, e del futuro patriarca Gennadios Scholarios. La unilaterale proclamazione dell’unione delle Chiese, quindi, non fece altro che esasperare gli animi anziché unirli e, per tale motivo, a Costantinopoli non sarebbero giunti rinforzi.

Le mura di Bisanzio

Il Sultano Maometto II alla testa delle sue truppe

All’inizio del marzo 1453, le forze turche partirono da Adrianopoli con al seguito il primo grande cannone, pesante diverse decine di tonnellate, trainato da 60 buoi e con circa 200 serventi. Il 5 aprile Maometto II giunse in vista delle mura di Bisanzio e dispose l’assedio, secondo un preciso e metodico piano messo a punto dal sultano, mentre a Venezia e Genova si perdeva tempo in inutili discussioni, che ritardarono la nomina di un comandante della spedizione fino all’inizio di maggio. La notizia della caduta di Bisanzio accolse la flotta all’arrivo nell’isola di Eubea.

I difensori di Costantinopoli confidavano profondamente nella possanza delle mura difensive, che in ripetute occasioni avevano garantito la salvezza della città. La prima cinta muraria venne edificata a partire dal 324, anno in cui la città fu dichiarata capitale dell’Impero d’Oriente, e continuamente rafforzate fino alla conquista turca del 1453.

Le prime fortificazioni furono definite “Mura di Costantino” e proteggevano la capitale sia da terra che dal mare. Un progetto che risale alla fondazione stessa della città, da parte dei coloni greci giunti da Megara e comandati da Byzas, da cui la città prese il nome. Le prime mura, risalenti al VII secolo, e avevano lo scopo di tutelare quello che in breve era divenuta un importante crocevia commerciale, soprattutto all’epoca della guerra civile fra Pescennio Nigro e Settimio Severo, che l’assediò fra il 193 e il 196, riuscendo infine a conquistarla, e ordinando la demolizione delle prime mura, salvo poi riconsiderare la propria decisione, disponendo nuovi bastioni difensivi.

La prima vera progettazione fu comunque quella ordinata da Costantino I, quando trasferì la capitale dell’impero da Roma a Bisanzio, battezzata “Nova Roma”, con mura che si estendevano per circa 3 km, e torri a distanze regolari. Un’opera imponente, che terminò durante il regno del figlio, Costanzo II. Le Mura Costantiniane sopravvissero durante gran parte del periodo bizantino, quindi furono sostituite dalle Mura Teodosiane, fatta eccezione per la preesistente Porta d’Oro, conosciuta anche come Porta di Attalos.

Successivamente, l’imperatore Arcadio assunse l’architetto Flavio Antemio per progettare nuovi bastioni poiché la città si stava espandendo e, nel V secolo, sorse una nuova cinta muraria, completata sotto il regno di Teodosio II, a tal punto possente da essere considerata inespugnabile. In effetti, i ripetuti attacchi da parte di Avari, Russi, Arabi e Bulgari, non ebbero risultato. Lo stesso sultano Maometto II, dopo la conquista della città, volle comunque mantenere e rinforzare ulteriormente le mura, che difesero la città fino al XIX secolo, quando ne furono smantellate alcune parti per espandere i confini dell’abitato.

L’imperatore Teodosio II iniziò la costruzione della nuova cinta muraria nel 408, estesa per oltre 5 km, fra il Mar di Marmara e il Corno d’Oro. La costruzione iniziò quando l’imperatore aveva sette anni, nonostante ciò le mura divennero note come Mura Teodosiane, sotto la direzione del prefetto del Pretorio d’Oriente, Flavio Antemio, e fu completata nel 413.

In seguito al terremoto del 447, Teodosio II ordinò la costruzione di nuove mura, realizzate in poco più di due mesi, perché la città era minacciata dalle orde di Attila, che stava depredando la vicina Ungheria. Fu poi aggiunta una seconda cinta di mura spesse 2 metri, con un ampio fossato e 96 torri ottagonali alte 20 metri, a intervalli di 55 metri l’una dall’altra.

Le mura marittime, simili a quelle terrestri, ma con una struttura più semplice, erano formate da una singola costruzione di altezza minore. In seguito vennero stese lunghe catene galleggianti fra il Corno d’Oro e la penisola di Galata, per impedire che navi straniere entrassero nel porto senza autorizzazione.

L’assedio

L’assalto turco a Costantinopoli

Quando le truppe turche di Maometto II comparvero di fronte a Costantinopoli, il ministro delle Finanze, Georgeos Sphrantzes, aveva già provveduto a notificare la documentazione sugli uomini in grado di portare armi, annotando la cifra di circa 4.800 persone. Un’altra fonte, il commerciante fiorentino Jacopo Tebaldi, riporta invece la cifra di 6.800 uomini, comprendendo le truppe ausiliarie e mercenarie. Il tutto considerando che la città aveva all’epoca circa 45mila abitanti, metà dei quali donne, almeno 1/3 in età troppo giovane e un altro terzo in età troppo avanzata. A questi numeri vanno aggiunti circa duemila combattenti stranieri, soprattutto genovesi, veneziani e catalani. Il più grande contingente straniero era composto dai 700 uomini agli ordini del genovese Giovanni Giustiniani, al quale l’imperatore affidò la difesa, promettendo in appannaggio l’isola di Lemnos. Altri 200 uomini arrivarono con il cardinale Isidoro di Kiev. Il resto era in gran parte fornito dalle colonie occidentali della città, sotto la direzione dei rispettivi consoli, ad eccezione della colonia genovese di Pera, sulla riva nord del Corno d’Oro, che si era proclamata neutrale.

Il numero degli assedianti turchi è ancora oggi difficile da stimare, dal momento che gli storici ottomani non hanno fornito cifre precise. Il veneziano Nicolò Barbaro, che ha lasciato il racconto più dettagliato e verosimile dell’assedio, riporta un totale di 160mila soldati direttamente impegnati nell’assedio, fra truppe regolari, 15mila giannizzeri, fanteria armata di fucile e ausiliari, ai quali vanno aggiunti i dervisci e diversi monaci guerrieri, i quali avevano seguito il sultano perché credevano che la città sarebbe caduta in seguito alle preghiere dei fedeli, più che a causa delle armi, come recitava la tradizione musulmana. In effetti, le testimonianze degli assediati raccontano che i difensori erano quasi più spaventati dal tumulto delle invocazioni delle decine di migliaia di turchi, che dal rombo del cannone.

L’assedio si svolse quasi senza sorprese e colpi di scena, salvo il fatto che, il 20 aprile, quattro navi (tre genovesi e una bizantina), cariche d’armi e provviste, raggiunsero la città. La flotta ottomana, composta di una dozzina di galere e da una ottantina di biremi, cercò di intercettarle, senza riuscirci. Dopo un combattimento di diverse ore, gli alleati bizantini riuscirono a superare la catena che sbarrava l’accesso al Corno d’Oro e a entrare nel porto.

In rappresaglia, il sultano Maometto II tentò l’impresa più spettacolare di tutto l’assedio: durante la notte, 72 biremi, spinte a forza di braccia su tronchi di legno ingrassati, furono portate via terra dal Bosforo al Corno d’Oro, per circa 5 km e un dislivello di 70 metri, passando alle spalle del quartiere genovese di Galatas. I genovesi accusarono i veneziani di aver suggerito al sultano lo stratagemma, già utilizzato nel 1438 in Italia, fra l’Adige al Lago di Garda. Da parte loro i veneziani sostennero che i genovesi avevano avvertito Maometto II delle intenzioni di incendiare la flotta turca, una volta che fosse entrata nel Corno d’Oro.

In ogni caso, non fu certo la trovata di spostare le navi nel Corno d’Oro che determinò la caduta di Bisanzio, come non lo fu l’idea di stendere un ponte formato da barili legati gli uni agli altri per portare le fanterie turche ai piedi delle mura marittime, oppure la collocazione di sette ordigni esplosivi sotto le mura terrestri, che furono neutralizzate dall’artificiere tedesco Johannes Grant, o ancora la grande torre mobile turca, distrutta dal fuoco, nella notte del 18 maggio. La conquista di Costantinopoli fu possibile soprattutto grazie alla potenza del cannone turco, in grado di sparare proiettili da 450 kg per non meno di 120 volte al giorno, e puntato verso le mura nel tratto in cui si trovava la porta di San Romano, che fu sistematicamente distrutta, anche se i difensori tentarono di riparare ogni volta i danni, finché non furono più disponibili materiali adatti allo scopo.

All’alba del 29 maggio, nell’imminenza dell’assalto definitivo, Maometto II tenne il celebre discorso ai propri uomini, nel quale si proclamava padrone assoluto di terre, costruzioni, armamenti e dotazioni militari, ma lasciava la città con le sue ricchezze al libero saccheggio. Un discorso che tutti si aspettavano, in ragione del fatto che i difensori di Costantinopoli avevano più volte rifiutato l’offerta di resa onorevole del sultano, e quindi subentrava il diritto di conquista e depredazione, nonché di riduzione in schiavitù degli abitanti.

Quando le mura di San Romano crollarono, e venne aperta la breccia, un numero ben superiore di turchi si riversò nella città. L’ultima difesa fu condotta personalmente dall’imperatore Costantino XI, che morì combattendo e il cui corpo venne identificato fra i caduti molto dopo la resa.

Giovanni Giustiniani Longo

Il condottiero genovese Giovanni Giustiniani

Il comandante genovese si impegnò fino all’ultimo nel comando della difesa, quando rimase gravemente ferito da una granata che lo colpì al petto e da una freccia che gli trapassò la gola. Fu portato a bordo della propria nave e trasferito a Chios, dove morì dopo alcuni giorni di agonia. I veneziani lo accusarono di codardia per avere abbandonato il proprio posto, ma le cronache del tempo, e le testimonianze, smentiscono decisamente tale versione, e anzi, apparì fin troppo chiaro l’impegno nel difendere le mura di Bisanzio, che lo stesso Maometto II riconobbe, esaltando il valore, il coraggio e la combattività del genovese.

Giovanni Giustiniani, nato probabilmente nel 1418, apparteneva a una delle più nobili famiglie dell’aristocrazia mercantile di Genova. Il nonno paterno, Antonio Giustiniani, era stato Priore della Repubblica nel 1401.

In giovane età, Giovanni era stato avviato all’arte del commercio, secondo la tradizione familiare e il volere del padre Bartolomeo, che lo portò con sé durante alcuni viaggi nelle colonie genovesi di Chio, Caffa e Pera, dove la famiglia aveva importanti interessi economici. Giovanni, però, non tardò a dimostrare insofferenza verso la severa autorità paterna, la disciplina e le regole imposte dal commercio e, nel 1443, a causa dei debiti accumulati, il Doge, Raffaele Adorno, decretò il sequestro dei suoi beni. L’episodio determinò una insanabile frattura, che portò Giovanni a ribellarsi al padre e al provvedimento del Doge, spingendolo verso la famiglia rivale dei Fregoso, che a quel tempo era oggetto di un provvedimento di esilio forzato. Giovanni Giustiniani si unì quindi agli armati di Giano e Pietro Fregoso che, nel gennaio 1447, attaccarono il palazzo ducale, costringendo alla fuga il Doge, Barnaba Adorno, e assumendone i poteri, riconoscendo il determinante impegno del Giustiniani, che divenne uomo di fiducia.

In questa veste, Giovanni Giustiniani fu inviato in Francia, per ridurre all’obbedienza Benedetto Doria, che aveva appoggiato la famiglia Fregoso, armando alcune navi corsare e assoldando numerosi uomini in precedenza fedeli agli Adorno, forte di un accordo stretto con Carlo VII re di Francia, al quale era stato promesso il dominio sulla città di Genova. Tale condizione, però, era stata rifiutata da Giano Fregoso, diventato Doge, per cui Benedetto e Nicolò Doria si erano ritirati in Provenza, da dove assaltavano le navi genovesi con l’appoggio del re di Francia.

La missione di Giustiniani in Francia non ebbe successo, e l’incarico passò a Pietro Fregoso, che invece riuscì nell’intento. Tuttavia, l’impegno e la fedeltà del Giustiniani vennero comunque riconosciuti, perché portò notevoli vantaggi e il consolidamento del potere dei Fregoso, che espansero la propria autorità fino ai confini con il Piemonte. Come riconoscimento, Giustiniani ottenne il Consolato di Caffa, nel 1448. In questo periodo, il comandante genovese confermò il proprio valore, sgominando i rivali della famiglia Fregoso nei possedimenti in Crimea, e dando prova di notevole abilità amministrativa, stringendo inoltre ottimi rapporti con il monarca di Trebisonda, Giovanni IV Comneno, e promettendo alleanza contro gli eserciti turchi del sultano Murad II.

Alla morte di Giano Fregoso, nello stesso anno 1448, fu eletto Doge il cugino Lodovico, molto meno competente, serio e corretto, il quale rifiutò di rinnovare il mandato a Giustiniani, nominando al suo posto Boruele Grimaldi. Nel 1450 Lodovico Fregoso venne deposto per incompetenza, e il potere fu assunto da Pietro Fregoso, il quale espresse da subito profonda preoccupazione per l’avanzata dei turchi verso Occidente, al comando del nuovo sultano, Maometto II, il quale non faceva mistero dell’intenzione di conquistare Costantinopoli. Fu a questo punto che il Doge, Pietro Fregoso, che ben conosceva il valore di Giovanni Giustiniani, lo pregò pubblicamente di tornare al ruolo di difensore dei possedimenti d’Oriente. Giustiniani accettò e giunse a Costantinopoli alla fine del gennaio 1453 a capo di circa 700 armati, fra genovesi, veneziani, cretesi, greci, catalani e diversi rinnegati turchi.

L’imperatore, Costantino XI Paleologo, il quale durante il consolato aveva stretto un profondo rapporto di amicizia con Giustiniani, e ne conosceva l’abilità militare, lo accolse con tutti gli onori e non esitò ad affidargli il comando della difesa, in particolare nel settore della porta di S. Romano, maggiormente a rischio.

Giustiniani elaborò personalmente diversi piani per la difesa, che portarono alla distruzione delle gallerie che i turchi avevano scavato per entrare nella città sotto la cinta muraria, e diresse personalmente la ricostruzione dei tratti demoliti dai colpi del grande cannone turco. Lo stesso sultano, non indifferente al coraggio e al valore del comandante genovese, tentò anche di corromperlo ma senza successo.

La gigantesca bombarda turca utilizzata per abbattere le mura di Costantinopoli

In poco tempo le bombarde turche dimostrarono di essere ben altra cosa rispetto alle armi utilizzate da Murad II nell’assedio del 1422 e, giorno dopo giorno, le mura venivano gradatamente sbriciolate ma, per quanto potenti e spettacolari, richiesero tempo per essere demolite, e ciò consentì a Giovanni Giustiniani di adottare efficaci contromisure, facendo riempire i varchi con sacchi di lana e barili ricoperti da cumuli di terra per attutire i colpi.

All’alba del 29 maggio iniziò l’attacco turco, in tre ondate successive: nella prima furono impiegate truppe di minor valore, per saggiare la resistenza degli ultimi difensori, composte prevalentemente da cristiani che prestavano servizio nell’esercito turco per adempiere al dovere di vassallaggio dei loro sovrani nei confronti degli ottomani. La seconda ondata, invece, fu portata da soldati provenienti dall’Anatolia, ben più esperti, ma anche questi furono respinti con notevoli perdite, finché entrarono in campo i giannizzeri, truppe di élite costituite da veterani cristiani, passati al servizio del sultano.

Dopo un ultimo invito alla resa da parte dell’imperatore Costantino, il sultano ordinò la ripresa dei bombardamenti, mentre Giustiniani e i suoi uomini si schierarono al fianco della Guardia dell’Imperatore, combattendo senza pause fino al 26 maggio, giorno in cui Costantino si rese conto della situazione ormai senza via d’uscita e ordinò al cardinale Isidoro di celebrare l’ultima messa nella cattedrale di Santa Sofia, con Giustiniani seduto alla propria destra. Appena terminata la celebrazione, che per un momento vide la reale unificazione delle Chiese d’Oriente e Occidente, Giustiniani tornò al proprio posto, alla porta di San Romano, in tempo per comandare la difesa contro l’assalto finale, da una postazione trincerata in un fossato scavato la sera precedente. Fu durante questo combattimento che Giustiniani rimase gravemente ferito, e che gli ultimi uomini rimasti, ben più fedeli a lui che alla causa, lo trasportarono a bordo della sua nave, lasciando la Porta di San Romano, ormai abbattuta. Il 1° agosto 1453 Giovanni Giustiniani morì, all’isola di Chio.

Il sultano, padrone della città, informato del fatto, ordinò funerali solenni per il comandante genovese, durante i quali pronunciò di persona l’orazione funebre, riconoscendolo come vera anima della resistenza di Costantinopoli.

L’ultima battaglia durò circa sei ore, durante la quale il comandante genovese ebbe anche un furioso litigio con il duca Luca Notara, comandante della cinta muraria, per il fatto che quest’ultimo non era riuscito a procurare la polvere da sparo necessaria alle armi di difesa. Si racconta che Giustiniani puntò il pugnale alla gola del Notara, accusandolo di tradimento.

Costantino XI, vedendo che non vi era più nulla da fare, si tolse le insegne imperiali e con le poche guardie rimaste, tentò un’ultima quanto inutile difesa. L’intero gruppo fu sterminato, compreso l’imperatore. Alcune fonti raccontano che morì trafitto da decine di frecce, altre che fu decapitato, altre ancora che precipitò dalle mura. Contemporaneamente, un gruppo di soldati ottomani scoprì un passaggio nella muraglia interna, vicino la porta di San Romano, riuscendo a penetrare oltre le barricate. Da quel momento la difesa cominciò a cedere e l’esercito ottomano non trovò più ostacoli.

La storiografia, soprattutto occidentale, comprensibilmente ha sempre esaltato il tentativo della Cristianità di difendere l’ultimo bastione dell’impero, esagerando gli orrori commessi dagli attaccanti turchi durante l’assedio e, soprattutto, nella fase immediatamente seguente, quando le truppe di Maometto II si riversarono nella città. In realtà, lo stesso sultano aveva il massimo interesse nel preservare le istituzioni e risparmiare gli orrori di un massacro senza discriminazione, soprattutto perché il possesso di Costantinopoli e dei suoi abitanti costituiva una preziosa merce di scambio. Di certo ci furono molte vittime nei combattimenti all’interno della città, ma furono molte di meno di quanto gli storici occidentali hanno riportato. Lo storico greco-bizantino Mikel Dukas parla di circa tremila morti e, salvo alcune migliaia di persone che riuscirono a fuggire, il resto della popolazione venne fatto prigioniero.

Quando Maometto II entrò nella città, si diresse immediatamente a Santa Sofia, centro nevralgico e punto di riferimento, che fu tra i primi edifici ad essere spogliato dei simboli cristiani e trasformato in moschea.

Alla fine del terzo giorno di saccheggio il sultano rivolse un appello agli abitanti ancora nascosti, perché uscissero allo scoperto in cambio della libertà, e dispose che la sua parte di prigionieri (1/5 del totale) fosse raccolta sul Corno d’Oro. Il resto dei prigionieri venne raggruppato per la vendita in schiavitù nei luoghi più sperduti dell’Impero, lasciando Costantinopoli quasi disabitata. Determinato nel fare della città la nuova capitale del proprio dominio, Maometto II si preoccupò da subito di ripopolarla attraverso uno spostamento forzato da tutte le province sotto la propria autorità. Il censimento del 1447 riporta la cifra di circa 60mila abitanti, per il 45% Greci, Ebrei e Armeni non musulmani, fatto che dimostra come, nell’opera di ripopolamento, nulla fosse stato lasciato al caso, e che esistesse l’intenzione di ricreare una entità multi-confessionale. Al tempo stesso, Maometto II cercò l’appoggio degli anti-unionisti della Chiesa ortodossa, per evitare ogni possibilità di alleanza dei nuovi sudditi con l’Occidente. A tale scopo, il nuovo patriarca, Gennadios Scholarios, fu ufficialmente confermato nel ruolo.

Alla morte, avvenuta nel 1481, Maometto II regnava su un territorio i cui confini erano pressoché uguali a quelli dell’Impero d’Oriente prima del 1453, eccetto l’Italia e la Spagna, ma con in più l’intera penisola arabica e l’odierno Iraq. E’ quindi secondo tale concetto che gli storici vedono una continuità delle istituzioni imperiali, e non una frattura con il passato.

Nel giro di qualche settimana la notizia della caduta della capitale bizantina raggiunse Venezia e da lì si diffuse in tutta Italia e in Europa. Nonostante ciò nessuna spedizione fu organizzata contro i turchi, e Costantinopoli divenne la nuova capitale dell’Impero Ottomano.

Bibliografia:

“Maometto il Conquistatore e il suo tempo” – F. Babinger,1978;

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“Storia dell’Impero Ottomano” – R. Mantran, 1989;

“Storia dell’impero bizantino” – G. Ostrogorsky;

 “La caduta di Costantinopoli 1453” – R. Crowley;

“La caduta di Costantinopoli” – A. Pertusi;

“La conquista di Costantinopoli” – T. Bey, 2007;

“Costantino XI e la caduta di Costantinopoli” – A.Frediani, 2006:

“Storia dell’Impero Ottomano” – R. Mantran, 2011.

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