Una spia del Sol Levante a Panama? Di Roberto Roggero.

Scheda segnaletica di Yoshitaro Amano all'atto dell'arresto.

Storia di Yoshitaro Amano, facoltoso commerciante e “probabile” agente segreto giapponese in Centro America.

Nel 1930, il Giappone decise di incrementare la raccolta di informazioni nell’area del Pacifico, in linea con il programma di espansione per una conquista dell’area asiatica. Gli Stati Uniti avevano avuto sentore delle intenzioni nipponiche nel 1928, quando agenti americani erano venuti in possesso di una copia del documento segreto noto come “Piano Tanaka”, elaborato appunto dal barone Gijiki Tanaka, membro del comando supremo delle forze armate giapponesi, con la firma di approvazione dell’imperatore. Tale piano comprendeva un elaborato schema offensivo per invadere l’area dell’Oceano Pacifico un Paese dopo l’altro, basato sulla potenza navale giapponese, eventualmente fino a lambire le coste occidentali statunitensi.

Lo svolgimento del “Piano Tanaka” era basato su una serie di operazioni preliminari di spionaggio estremamente particolareggiate, con missioni per i numerosi agenti giapponesi in tutti i territori dove vi era una presenza americana, oltre che all’interno degli stessi Stati Uniti, con particolare attenzione alla zona strategicamente vitale del Canale di Panama.

Nel 1934 alcuni facoltosi uomini d’affari giapponesi nel settore della pesca, fra i quali Yoshitaro Amano, richiesero alle autorità americane della zona del canale il permesso per la realizzazione di una stazione per la refrigerazione del pescato, sulla piccola isola di Taboga, poco lontano dall’accesso occidentale al Canale. Taboga era infatti la base da dove Yoshitaro Amano aveva intenzione di operare, allestendo una vera e propria rete di informatori, con la copertura dell’attività commerciale, poiché la posizione geografica era ideale per osservare ogni movimento marittimo attraverso il canale, in particolare dalle alture panoramiche di El Morro, dove per altro si trovavano diverse batterie antiaeree che, durante la seconda guerra mondiale, furono potenziate a protezione di una base di addestramento e contro eventuali attacchi aerei giapponesi.

L’isola di Taboga è molto piccola, misura solo 4,7 miglia quadrate, e una popolazione di 1.620 persone, eppure è molto ricca di storia. Ebbe un ruolo chiave nell’espansione in Sud America da parte dei conquistadores spagnoli all’inizio del XV e XVI secolo. Senza Taboga, Francisco Pizarro non avrebbe pianificato l’invasione del Perù. Lo stesso vale per la costruzione del Canale. Nel 1880, i francesi costruirono un insediamento di 50 posti per i loro operai che lavoravano alla costruzione. Questo stesso edificio fu rilevato dagli Stati Uniti nel 1905 e utilizzato come centro di riposo e recupero per gli operai statunitensi del Canale di Panama. Servì a questo scopo fino al gennaio 1915, quando divenne un luogo di villeggiatura per i dipendenti e le loro famiglie, noto come Hotel Aspinwall. Durante la prima guerra mondiale, l’Aspinwall divenne un campo di internamento per prigionieri tedeschi. Dopo la guerra è stato ancora una volta il fulcro della vita sociale di Taboga fino al 1945. L’hotel Aspinwall oggi non esiste più, ma è ancora ricordato per il ruolo che ha svolto nelle attività sociali di quell’epoca passata.

Mappa Canale di Panama

Gli agenti del controspionaggio americano si accorsero ben presto che la stazione di refrigerazione giapponese era un pretesto per installare una base di sorveglianza allo scopo di tenere sotto controllo i movimenti commerciali e militari degli Stati Uniti, e assumere informazioni sulle basi aeree, i presidi armati del territorio e le unità navali da guerra, utilizzando la flottiglia di pescherecci, e le autorità militari americane a Panama rifiutarono la concessione.

Alcuni anni più tardi, Amano, che nel frattempo era riuscito ad avviare una ditta di commercio di pesce a Panama e vi risiedeva spesso, venne a sapere che i responsabili militari americani del canale erano a tal punto in allarme, per le più che evidenti attività di alcuni agenti segreti, che stavano pensando di proporre a Washington di far chiudere ogni possibile attività giapponese. Nel 1937, quando la proposta non aveva ancora dato risultati, Yoshitaro Amano, molto lautamente finanziato dal servizio segreto nipponico, aprì una nuova attività, la Amano Fisheries Ltd, con una numerosa flottiglia di pescherecci, la cui ammiraglia, la Amano Maru, uscita dai cantieri giapponesi nello stesso anno, cominciò a percorrere rotte vicine alle installazioni costiere americane. All’interno del peschereccio, diversi tecnici e fotografi prendevano informazioni su ogni batteria o fortino della costa occidentale panamense.

Mappa dell’Isola di Taboga

Fra i marinai della Amano Maru, vi era pero un agente del controspionaggio americano, di origini asiatiche, che riuscì a fotografare, con notevole abilità, gli interni del peschereccio-spia, con dotazioni molto sofisticate per la radiocomunicazione, ed equipaggiate per la trasmissione a lunga distanza. La nave aveva inoltre una particolare cabina dove venivano trasmessi e ricevuti messaggi in codice cifrato, e dove Yoshitaro Amano lavorava alla decrittazione, e un’altra sala con esperti di cartografia che elaboravano una dettagliata mappatura delle coste occidentali di Panama, con ogni variazione e insenatura, per trovare un punto favorevole a un eventuale tentativo di sbarco, o punti adatti a missioni di sottomarini e commandos.

Yoshitaro Amano spese cifre altissime per attrezzare la Amano Maru che, oltre alle apparecchiature radio, solo esternamente era una nave da pesca: aveva infatti lussuose cabine arredate in stile, bagni finemente decorati, una cucina con una sorprendente scorta di cibi e bevande di tutti i generi.

La attività spionistica della Amano Maru era quindi nota al controspionaggio americano, che si limitò a sorvegliarla finché non decise che era venuto il momento di fare scattare la trappola. L’operazione iniziò con la diffusione della falsa informazione circa alcuni progetti per un nuovo canale dal Golfo del Messico al Pacifico, attraverso il territorio del Nicaragua, avvalorata da una nutrita presenza di tecnici e militari intorno a Managua, dov’erano state allestite finte installazioni costiere. La nave-spia giapponese, come era prevedibile, fece rotta verso Managua al comando dello stesso Yoshitaro Amano, dove giunse la mattina del 7 ottobre 1937 per scattare fotografie della zona militare americana e, in seguito, realizzare una mappa. L’agente nipponico fotografò cannoni navali di grosso calibro, e ne dedusse che gli americani avevano realmente intenzione di scavare un nuovo canale, protetto da potenti batterie costiere, ma non si accorse che i cannoni erano realistiche copie in legno appositamente e sapientemente piazzate.

Mentre Yoshitaro Amano, sbarcato sulla costa per una missione di ricognizione, stava facendo ritorno alla nave, fu bloccato lungo un sentiero da alcuni agenti americani e arrestato. Addosso gli furono trovati rullini fotografici di una zona interdetta ai civili, ma nonostante le accuse fu prima trattenuto, quindi rilasciato, sempre secondo il meticoloso piano del controspionaggio americano.

Alcune settimane dopo, una nuova notizia: gli Stati Uniti stavano costruendo installazioni militari segrete in Costa Rica. Yoshitaro Amano si recò sul posto per verificare l’informazione e di nuovo venne bloccato con una macchina fotografica in mano. Le autorità del Costa Rica lo arrestarono e lo accusarono formalmente di spionaggio. Solo un appello del governo giapponese alle autorità del Costa Rica riuscì a salvare Amano da una sentenza di colpevolezza, e da un lungo periodo di prigione, e se la cavò con un monito ufficiale e il soggiorno obbligato sotto sorveglianza a vista nel consolato giapponese di San Josè, in attesa di essere rimpatriato.

Amano fu così scortato a bordo di una nave, ma appena il viaggio iniziò e furono oltrepassate le acque territoriali costaricensi, di lui non si seppe più nulla. Pare che sia stato imprigionato in Giappone, alcuni dicono che sia stato ucciso dallo stesso servizio segreto giapponese per il grave errore commesso facendosi catturare o, più probabilmente, per le cifre esorbitanti sperperate con la copertura dello spionaggio.

Questi i fatti come si conoscono ufficialmente, ma esistono notizie molto più dettagliate, e mai ufficialmente diffuse, sulla via e le vicende di Yoshitaro Amano, che giungono da una vasta documentazione accumulata in molti anni dal nipote, e rese pubbliche di recente, oltre a numerose pagine del diario personale di Amano, gelosamente custodito dalla famiglia, soprattutto relative al periodo di prigionia.

Yoshitaro Amano fu uno degli oltre duemila giapponesi latinoamericani internati in territorio americano durante la seconda guerra mondiale.

L’Hotel Aspinanwall

Amano, catturato a Panama il 7 dicembre 1941, racconta le sue esperienze di cattura, internamento e rimpatrio, offrendo la sua analisi della guerra e le sue opinioni sulle differenze tra americani e giapponesi. Il Dr. Shiho Sakanishi, il primo specialista di area in Giappone per la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, ha scritto la prefazione per Waga Toraware No Ki. Internata separatamente ma rimpatriata sulla stessa nave di Amano, persuase Amano a scrivere questo libro perché “il governo giapponese ha fatto appello alla nazione affinché si impegnasse a sollevare il morale, sfidando l’intelletto e l’innovazione dello stile di vita quest’anno del 1943, il secondo anno della seconda guerra mondiale”.

Yoshitaro Amano è nato nel 31° anno della Restaurazione Meiji, il 2 luglio 1898 a Ojika, Akita, in Giappone. Si è laureato presso la divisione di meccanica della Akita Industrial High School e ha frequentato il Kurumae College of Industry, lasciando poco prima della laurea, e ha lavorato come ingegnere navale, perfezionando le capacità imprenditoriali che avrebbero successivamente finanziato le sue attività imprenditoriali in America Latina. Dopo che il terremoto di Kanto del 1923 distrusse l’attività di legname della sua famiglia, Amano avviò una fonderia, brevettò una pompa pneumatica e formò un’azienda per commercializzare il dispositivo.

Sposò Suzue Arai ed ebbe due figlie, Hamako e Ryoko. Possedeva anche diverse pasticcerie di successo dove conobbe un ricco cliente, Chuzo Fujii, proprietario della Suetomi Shokai Trading Company in Perù.

Nel 1928, la moglie abbandonò la famiglia, lasciando dietro di sé un bambino. Appena divorziato, Amano separò le sue figlie e le lasciò alle cure di familiari e amici in città lontane, quindi intraprese un lungo viaggio, forse per non essere coinvolto in uno scandalo pubblico, e visitò Singapore, Mozambico, Sudafrica, Brasile e Uruguay. Tornò brevemente in Giappone dopo la morte del padre, nel 1928, poi ripartì per le Americhe.

Passando attraverso il Canale di Panama soggiornò nei Caraibi e in Colombia, intenzionato a stabilirsi in Venezuela fino a quando una richiesta del suo ex socio in affari, Yoshi Ikawa, portò all’ennesimo cambiamento nei piani. Ikawa assunse Amano per vendere un carico di merci destinate al Perù ma scaricate a Panama. A seguito di una transazione di successo, fondò la Amano Trading Company, impresa di import/export situata a Panama City e contribuì a organizzare la società commerciale Ikawa con sede in Giappone, espressamente per la spedizione di manufatti a Panama e in Perù.

Nel 1930, Amano viaggiò regolarmente fra Panama e il Perù, dove ristabilì i legami con il suo ex cliente, Chuzo Fujii. In breve, consolidò il rapporto di affari, sposando la figlia di Fujii, Teresa Shizuko Fujii. Le attività di Amano prosperarono e costruì un piccolo impero che includeva un ranch in Cile, attività di legname in Bolivia, una fattoria di chinini in Ecuador e due grandi magazzini chiamati Casa Japonesa a Panama. Inoltre fondò la Pacific Fishing Company con sede a Puente Arenas, Costa Rica, diventando fornitore della Van de Camp Company. I suoi figli, Hamako e Ryoko, si stabilirono a Panama, dove venne battezzata la nave della soceità. Amano Maru, commissionata a un costruttore navale a Shuzuoka Shimizu, in Giappone, nel 1933.

Prima dell’attacco a Pearl Harbor, gli Stati Uniti spinsero il governo di Panama ad arrestare i residenti giapponesi e internarli sull’isola di Taboga, a nove miglia dal canale, dov’erano imprigionati i cittadini tedeschi durante la prima guerra mondiale. Autorità panamensi e funzionari americani svilupparono un elenco di stranieri potenzialmente sovversivi e, fra i primi nomi, vi era quello di Yoshitaro Amano.

Nel 1941, il governo degli Stati Uniti vietò il commercio con circa 1.800 persone e aziende nella proclamata lista di alcuni cittadini bloccati, compilata da una dozzina di paesi dell’America Latina, sospettati di fornire aiuti ai paesi dell’Asse. Il nome di Amano e quello della sua compagnia di pesca apparvero nell’elenco costaricano.

I tredici anni di Amano come cittadino giapponese che conduceva affari di import/export a Panama, erano sufficienti a giustificare il sospetto, oltre al fatto che la sua residenza sorgeva fuori da Panama City, su un’altura che dominava il canale. Naturalmente, gli americani sapevano tutto questo. Inoltre, nelle vicinanze del porto di Puntarenas in Costa Rica, Amano possedeva la Pacific Fishery Company e una delle barche da pesca, la già citata Amano Maru, svolgeva attività nelle zone sottoposte a sorveglianza militare, con un equipaggio di 16 pescatori giapponesi, in una fascia di mare a circa 200 miglia da Panama. Le autorità americane consideravano la Amano MAru una nave-spia. Fra gli altri possedimenti, Amano aveva un ranch a Concepción, in Cile, con vista sul porto militare di Talcahuano, e i suoi frequenti viaggi in Cile avevano destato non pochi sospetti. Ma c’era di più. Yoshitaro Amano aveva la passione della fotografia, e si era vantavo di questo suo hobby, mostrando i suoi numerosi scatti in un noto club fotografico di Panama, che però era frequentato in gran parte da cittadini americani. Inoltre, era autore di diversi libri, nei quali aveva dimostrato la non comune caratteristica di sapere trasmettere rapporti in diverse lingue e in codici cifrati. Ma fu comunque la nave di Amano ad attirare il maggior.

A peggiorare la situazione, il giornalista Richard Wilmer Rowan aveva pubblicato, nel 1939, il libro “Secret agents against America” che nel capitolo intitolato “How safe

Richard Wilmer Rowan, caratterizzato dai suoi archivisti sia come un reporter investigativo legittimo sia come giornalisti the Canal Zone?” accusava Amano di essere un agente segreto la cui vera professione non sembrava essere segreta per nessuno. Secondo Rowan, Amano era stato arrestato in Colombia e imprigionato in Nicaragua a seguito di un’accusa di spionaggio da parte di un paese non specificato, ma era “abbastanza ricco per uscire da una prigione nicaraguense”.

La nave della società di pesca di Yoshitaro Amano, che ufficialmente era specializzata nella pesca del tonno, veniva descritta nei particolari, che poco avrebbero avuto a che fare con l’attività di pesca. In un’altra pubblicazione del 1939, a cura di Richard Spivey, la Amano Maru era descritta come una nave lussuosa al proprio interno, e con un raggio d’azione stranamente ampio, dotata di una potente radio con un operatore permanente a bordo, telecamere, e un’invenzione estremamente segreta che le consentiva di rilevare e localizzare le mine.

Secondo recenti indagini approfondite, e stando ai documenti d’archivio, l’FBI e l’Office of Naval Intelligence, lavorando sotto copertura diplomatica per trovare prove di spionaggio, hanno fatto affidamento su informazioni che si sono rivelate nel migliore dei casi irregolari o completamente false.

In una riunione del luglio 1941, rappresentanti del Dipartimento di Giustizia e del Dipartimento di Guerra formalizzarono ingiunzioni che vietarono agli stranieri appartenenti a Paesi nemici, di accedere a zone riservate come la zona del Canale di Panama, e proibirono il possesso di armi da fuoco, munizioni, telecamere, ricevitori radio a onde corte e dispositivi di segnalazione. I pescherecci contenevano spesso queste dotazioni, generando sospetti che i pescatori potessero aiutare i sottomarini giapponesi. Il Comitato per le Attività Anti-americane della Camera degli Stati Uniti affermò che gli investigatori federali possedevano una mappa, presumibilmente confiscata ai giapponesi residenti in alcuni Paesi centroamericani, che conteneva informazioni militari fondamentali sul Canale di Panama, giustificando i timori di una “minaccia da parte dei pescherecci”. La mappa e la confisca dei dispositivi confermavano le accuse americane che i giapponesi erano impegnati in attività di spionaggio, in particolare a Panama.

Secondo i verbali americani, perfino Amano avrebbe ammesso che la sua presenza nella zona dei canali sembrava sospetta. Qualche tempo prima del bombardamento di Pearl Harbor, aveva mandato la moglie e i figli in Giappone, perché solo in tal modo avrebbe potuto occuparsi direttamente dei propri affari in America Latina e Sud America, pur esprimendo l’opinione che non sarebbe mai stato trattato un qualsiasi commerciante. Il 7 dicembre 1941, infatti, la polizia panamense arrestò un centinaio di giapponesi insieme ad altri cittadini dell’Asse.

Domenica 7 dicembre ’41, Amano era uscito per una normale passeggiata pomeridiana quando una quindicina di poliziotti armati fecero irruzione in una delle sue proprietà, che fungeva da dormitorio per i dipendenti dei grandi magazzini. La polizia caricò tutti, uomini e donne, a bordo di camion. Alle donne fu permesso di portare solo la propria borsa, ma gli uomini non poterono portare nulla con sé.

Amano ricordò di essere passato davanti a un venditore di giornali che teneva in mano una nuova edizione con il titolo “Guerra con el Japon” prima di trovarsi di fronte a un posto di blocco presidiato da quattro o cinque agenti di polizia. Riuscì a passare oltre il blocco, e, sperando di giocare d’anticipo, tornò a casa per raccogliere le poche cose in una valigia, con l’intenzione di offrire la propria collaborazione, e andò a consegnarsi al quartier generale della polizia. Il capo della polizia comunicò ai propri uomini di interrompere immediatamente le ricerche di Yoshitaro Amano e lo scortò alla prigione di Chorrios, dove la polizia aveva raccolto tutti i giapponesi residenti a Panama, compresi donne e bambini. Dopo tre giorni, la prigione fu presidiata da soldati americani, che caricarono dieci prigionieri su ogni camion con due soldati americani armati. I circa cento uomini, separati dalle loro famiglie, furono portati al porto di Balboa, e non seppero nulla delle donne e dei bambini fino all’aprile 1942.

Sebbene la maggior parte delle fonti storiche collochi la struttura di internamento giapponese sull’isola di Taboga, Amano fece una distinzione fra quella posizione e il campo militare di Balboa. Descrisse l’isola di Taboga, conosciuta anche come Isla De Flora, come una splendida località balneare con palme, alberi di tamarindo e spiagge di sabbia bianca. Amano sperava che il suo gruppo potesse godersi l’isola proprio come era stato permesso agli internati tedeschi durante la prima guerra mondiale, ma tutti furono portati invece al campo di internamento.

Amano descrisse un accampamento di fortuna di tende non completamente montate, casse di prodotti in scatola ammucchiati all’aperto e niente servizi igienici. Il filo spinato circondava l’area e soldati lo pattugliavano armati di mitragliatrici. Gli stessi prigioniero furono obbligati a installare venti tende e di posizionare otto lettini in ogni tenda. Il gruppo ricevette da mangiare per tre giorni, poi furono distribuiti patate, fagioli, pane e mezza tazza di caffè freddo.

Nel giro di pochi giorni arrivarono prigionieri italiani e tedeschi e, con essi, le prime indicazioni di un trattamento divergente per i prigionieri di diverse nazionalità dell’Asse. Amano ha ricordato che i tedeschi erano dall’altra parte di un doppio recinto, ma non riuscì mai a comunicare.

L’arrivo di soldati feriti da Pearl Harbor all’ospedale Gorgas di Panama innescò un cambiamento di atteggiamento, dettato soprattutto dal desiderio di vendetta e odio per i giapponesi.

Nelle note personali, Amano scrisse che, secondo lui, molti dei feriti di Pearl Harbor furono intenzionalmente inviati a Panama, sia per non fare aumentare l’ansia e la paura in paria, sia per fomentare il desiderio di combattere dei soldati statunitensi. Gli internati giapponesi furono infatti assegnati ai lavori più duri e faticosi, e subirono tutto il peso della rabbia dei sorveglianti americani. Molti prigionieri italiani espressero solidarietà con i giapponesi, comprendendo il motivo di tanto accanimento.

Amano ha riferito di mesi di lavoro sfiancante, come lo scavo delle latrine, trasporto di pietre, trasporti pesanti, lavori umilianti, il tutto corredato da un trattamento al limite dell’umano. Molti sottufficiali davano ordini appositamente umilianti, come quando a dieci prigionieri venne ordinato di scavare una buca profonda esattamente nove piedi di profondità. Informato che la buca misurava due pollici in meno della profondità richiesta, il sottufficiale in comando ordinò che fosse riempita e che ne venisse scavata un’altra. Il 43enne Yoshitaro Amano era fra loro.

Amano ha confermato che il personale militare ha fatto più che maltrattare i prigionieri per divertimento, raccogliendo informazioni di concerto con agenti dell’FBI. Amano ha rivelato, nelle sue dichiarazioni, che le sue attività erano altamente sospette, e il suo atteggiamento ribelle lo aveva reso un bersaglio, oltre al fatto che il suo numero di internato era il 203, che ricordava una fortezza per il i giapponesi avevano combattuto in Russia (la Collina 203) durante il drammatico assedio di Port Arthur, nel 1904.

Yoshitaro Amano venne interrogato diverse volte, durante il periodo di detenzione, e ogni volta veniva esplicitamente accusato di avere svolto attività di spionaggio e avere avuto una parte non indifferente nel piano di attacco a Pearl Harbor, cosa che invece risultava non essere vera. Gli investigatori volevano sapere il perché gestisse grandi quantità di denaro, e ogni aspetto delle attività di commerciante, ma non riuscirono a trovare prove che Amano fosse una spia, e per questo gli avrebbero rivolto accuse sapientemente costruite, come quella di avere nascosto sei aerei nel ranch di sua proprietà in Cile. Dopo diversi mesi, ricorda Amano, tutti gli italiani furono liberati, lasciando il posto ad altre decine di internati giapponesi che giungevano da altri Paesi dell’America Latina, intanto cominciarono a verificarsi i primi decessi, a causa delle condizioni estremamente precarie, con conseguenti complicazioni per le strutture di sepoltura, tanto che il comandante del campo richiese il trasferimento degli internati negli Stati Uniti.

Washington, inoltre, sostenne le spese di internamento presso il governo di Panama e tutte le necessità per il trasferimento dei giapponesi dai diversi Paesi latinoamericani di provenienza. I prigionieri panamensi entrarono a far parte della prima spedizione di ostaggi inviati nei campi di internamento americani prima del rimpatrio in Giappone. Questi prigionieri e altri dell’Asse, principalmente dal Perù, arrivarono a New Orleans l’8 aprile 1942.

Amano ha descritto gli eventi drammatici che hanno preceduto il trasferimento. Il 29 marzo 1942, i soldati spogliarono i detenuti e ispezionarono le loro tende, tagliando i cuscini, strappando i sacchi da viaggio, controllando i pali della tenda, tagliando a metà le saponette e sequestrando i beni personali come fotografie e diari.

Poi, il 2 aprile ’42, gli internati furono svegliati alle cinque del mattino e fatti marciare fino alla stazione, quindi fatti salire su un treno in attesa. I prigionieri tedeschi e italiani erano già a bordo ma erano preoccupati di non vedere donne e bambini giapponesi, che erano stati trattenuti all’interno di un club nautico, vicino a un edificio per l’immigrazione. Oltre ai 200 giapponesi, la struttura ospitava circa 45 donne e bambini tedeschi.

Imbarcati poi su una nave, i prigionieri giapponesi speravano che un sottomarino nipponico offrisse la speranza di salvezza, ma erano preoccupata per i sottomarini tedeschi che pattugliavano l’Oceano Atlantico.

La nave “Florida” partì dal porto di Cristóbal verso la baia di Limón, dove furono imbarcati altri cinquanta tedeschi, tutti catturati dal governo costaricano, poi prese una rotta a zig-zag per sfuggire a eventuali attacchi di siluri.

Qualcuno vide un periscopio che fu rapidamente seguito da spari. Amano riferì che la nave evitò almeno due attacchi prima di entrare a Puerto Barrios, in Guatemala, per raccogliere 20 tedeschi catturati dal governo guatemalteco. Secondo Amano, la Florida si diresse verso il golfo di New Orleans il 6 aprile e attraversò il delta del Mississippi l’8 aprile. Nove ore dopo, gettò l’ancora a New Orleans. Due motoscafi militari circondarono la nave per tutta la notte.

Dopo la guerra, si venne a sapere che, nel periodo di internamento a Panama, Amano sviluppò diversi contatti con alcuni lavoratori locali, aiutando come interprete e distribuendo alcuni suggerimenti. Uno dei lavoratori, identificato solo come un uomo di colore di nome “E”, contrabbandava documenti ad Amano, soprattutto in merito alle avanzate delle forze giapponesi nel Sud-est asiatico.

Usando le informazioni raccolte, Amano scrisse diverse pagine sul coraggio, l’astuzia e la superiorità dei giapponesi nelle battaglie di Bataan, Corregidor e Surabaya, e molte critiche sulle scelte strategiche di Germania, l’Inghilterra e Stati Uniti, nonché note di commento a notizie come l’affondamento delle corazzate britanniche “Repulse” e “Prince of Wales”, e sulla pianificazione della guerra da parte inglese, troppo basate sui libri di testo dell’accademia militare, mentre le forze americane non riuscivano a prevedere gli attacchi dei soldati giapponesi che “uscivano dalle giungle come un forte vento divino”. Criticava poi i giornali americani che distorcevano la verità su fatti come le sconfitte subite dal tanto celebrato generale MacArthur. Non mancavano tuttavia commenti positivi su alcune figure di rilievo, come l’ammiraglio della Royal Navy Thomas Phillips, che aveva scelto di morire con la sua nave, la “Prince of Wales” ed elogiò il fatto che una nave giapponese si sarebbe avvicinata nel tentativo di salvare i superstiti, secondo il codice d’onore del Bushido, elogiando anche il coraggio dei soldati britannici, e chiedendosi perché i rapporti degli Stati Uniti fossero così critici nei confronti del loro alleato.

Nel frattempo, pare che fra gli internati di Balboa fisse anche sorto un certo sentimento di resistenza passiva, soprattutto in occasione del trasferimento, con ore e ore in treno attraverso territori desolati verso una destinazione sconosciuta

Il treno che trasportava i cento prigionieri giapponesi attraversò il Texas e arrivò a Fort Sill in Oklahoma. Amano descrisse la struttura come un campo con192 tende e 13 caserme, allineate come pezzi da gioco, circondate da una doppia recinzione di filo spinato alta tre metri, e una torre di guardia con mitragliatrici, pronte a sparare in qualsiasi momento. Qui giunse anche un gruppo di circa 200 giapponesi delle Hawaii.

Presto arrivò un altro gruppo da Fort Missoula, nel Montana. Originari della California, i 352 prigionieri che componevano il gruppo Missoula erano stati considerati pericolosi e, secondo Amano, “il peggio del peggio”.

Anche in questo campo cominciarono presto i decessi. Il primo prigioniero a morire, Ochi Yakuji, si era ammalato a Panama. Portato dai medici all’ospedale Ancon, tornò cinque giorni dopo, con diagnosi di cancro alla lingua non trattabile. Amano affermò che l’esercito degli Stati Uniti negò la richiesta di Ochi per un’ultima visita di sua moglie e suo figlio e lo costrinse a unirsi al resto dei prigionieri panamensi a Fort Sill. Amano ricordò che Yakuji chiese molte volte ai soldati di ucciderlo, ma non fu accontentato e morì diversi giorni dopo fra notevoli sofferenze. Il suo corpo fu sepolto in un campo dell’Oklahoma. Dieci gironi dopo morì un secondo internato, di nome Oshima Ken Saburo, che alcuni storici, fra cui Tetsuden Kashima, considerano un omicidio in piena regola, uno dei sette che avrebbero commesso i soldati americani. Il terzo prigioniero fu Shimoda Itsuji, che era stato testimone della morte di Oshima.

Secondo alcune informazioni che Amano riuscì a ottenere a Camp Livingston, tramite i suoi contatti costaricani, pare che i militari americani avessero tentato di affondare la Amano Maru, lo stesso 7 dicembre 1941, con due bombardieri che avevano in precedenza, per errore, attaccato un’altra nave da pesca, la “Arletta”, e poi con un attacco del caccia USS-Erie, che catturò anche sette uomini dell’equipaggio.

Nella primavera del ’42, fra gli internati giapponesi cominciò a circolare la voce di un possibile scambio di prigioniero e della speranza di un rimpatrio, con imbarco su una nave chiamata “Gripsholm” che doveva partire il 12 giugno ’42.

Il 4 giugno, gli ufficiali del campo chiamarono tredici nomi elencati per il rimpatrio. Amano ricordò che si trattava soprattutto di dipendenti di grandi aziende, principalmente del gruppo Missoula, e di un dipendente della NYK (Nihon Yusen Kaisha, una compagnia di spedizioni) delle Hawaii e un barbiere di Panama.

Dopo che un secondo gruppo se ne andò, quelli rimasti iniziarono a costruire piccoli santuari con pezzi di legno e bastoncini e pregando per un terzo elenco che avrebbe contenuto i loro nomi. Con sorpresa dei prigionieri, i funzionari militari compilarono un terzo elenco il 12 giugno, che comprendeva il nome di Yoshitaro Amano.

Amano e gli altri furono portati in treno a New York il 16 giugno, scortati al Pennsylvania Hotel, quindi si unirono a una trentina di altre persone. Fra loro quattro o cinque donne giapponesi

Il gruppo si imbarcò sulla “Gripsholm” il 18 giugno, con un totale di 1.065 civili, compresi gli ambasciatori giapponesi Kichisaburo Nomura e Saburo Kurusu, impiegati del consolato, diplomatici degli Stati Uniti, del Canada e dell’America Latina e studenti dalla Thailandia, e fece scalo a Rio de Janeiro il 2 luglio 1942 per raccogliere 383 cittadini giapponesi dal Brasile e dal Paraguay. Salpò quindi per Lourenzo Marques (oggi Maputo), in Mozambico, luogo del primo scambio di prigionieri, con gli americani a bordo della “Asama Maru” e del “Conte Verde”.

L’arrivo di Amano a Singapore, ribattezzata Shonan sotto l’occupazione giapponese, segnò la fine del suo calvario, dopo 180 giorni di prigionia.

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