Breve storia della Comunità ebraica genovese. Di Alberto Rosselli.

L'antico ghetto di Genova.

Addentrandoci in vico del Campo non è difficile notare sulle talune facciate di antichi palazzi alcune nicchie vuote. Ci troviamo nel cuore di quello che fu il vecchio ghetto ebraico, memoria edilizia malamente trascurata ed ormai trasformata in una specie di pittoresca e talvolta problematica casbah, data la nutrita presenza di immigrati nordafricani. In un periodo come quello che stiamo vivendo, caratterizzato da frequenti fenomeni di antisemitismo (e più in generale di intolleranza o “incomprensione” religiosa), andare a rivisitare quello che fu il ‘Campo degli Ebrei’ può servire a fare luce sulla lunga e per molti versi oscura epopea della comunità ebraica genovese e dei rapporti che, nello scorrere dei secoli, questa ebbe con il resto della città. Anche se resta ancora da definire l’esatta dimensione quantitativa e qualitativa dell’insediamento, soprattutto nel periodo antecedente la diaspora sefardita del 1492 (nella fattispecie, ci riferiamo al ruolo degli ebrei orientali e provenzali giunti a Genova tra il X e il XII secolo).

La sinagoga di Genova

Le edicole polverose e ormai vuote di cui si è detto, sembra che un tempo racchiudessero crocifissi sotto ai quali gli israeliti genovesi di passaggio erano costretti soffermarsi, manifestando in silenzio e a capo chino il loro rispetto nei confronti della cultura religiosa dominante, cioè quella cattolica: una forma di vessazione psicologica crudele imposta intorno al 1660 dal governo della Repubblica per ricordare ai “figli di Giuda” l’assoluto primato della dottrina di Cristo. Detto questo, occorre però sottolineare che alla metà del XVIII secolo imposizioni come questa non rappresentavano certo una peculiarità genovese, da attribuire al particolare malanimo della gente della Superba. In quasi tutte le città italiane, per non parlare di quelle spagnole, francesi, tedesche, russe e polacche, l’affissione di ‘moniti’ scultorei all’entrata o all’interno dei ghetti ebraici costituiva infatti la norma.

Sulla propensione genovese ad accogliere tra le sue mura gli israeliti e ad inserirli nel tessuto economico cittadino non vi sono però dubbi di sorta. Basti pensare che all’indomani dell’editto dei sovrani di Castiglia del 1492, che sancì l’espulsione degli ebrei dalla penisola iberica, la Repubblica di Genova non esitò ad aprire le sue porte ad un certo numero di esuli sefarditi. Un atteggiamento, quello della Superba, “probabilmente dettato – ha scritto Guido Zazzu, esperto di storia dell’ebraismo ligure – da quell’empirismo economico, così caratteristico dei genovesi, che rese grande la loro città abituata a stringere rapporti con paesi e genti diverse”. Una prassi, (aggiungiamo noi) che tuttavia caratterizzò l’atteggiamento della popolazione e dei singoli, ma non quello dell’autorità che, attraverso le  sue disposizioni legislative, si mantenne comunque in linea con le politiche restrittive ispirate dall’autorità ecclesiastica[1].

Ma facciamo un passo indietro. La storia della comunità ebraica genovese risale all’epoca romana imperiale, anche se i primi atti che riportano la presenza e l’attività del nucleo israelita sono datati, rispettivamente, 507 e 511 dopo Cristo. Per la precisione si tratta di due lettere con le quali l’imperatore ostrogoto Teodorico (sovrano cristiano “ariano”, cioè eretico, che sfidando i vescovi cercò di ripristinare, almeno in parte, gli antichi diritti goduti dagli ebrei prima del 324 d.C. anno in cui l’Impero Romano fece del cristianesimo la sua religione ufficiale) concedeva agli ebrei residenti nella città ligure il permesso di ricostruire la sinagoga, danneggiata, come il resto della città, dalle invasioni barbariche e soprattutto dall’incuria. Sembra che l’edificio, di non grandi dimensioni, si trovasse nei pressi o addirittura sullo stesso sito dove ora sorge la cattedrale di San Lorenzo. Va comunque notato che con l’editto di Costantino del 313 d.C., i romani cristianizzati iniziarono ad assumere nei confronti della minoranza ebraica un atteggiamento fortemente discriminatorio. Lo stesso Costantino proibì la celebrazione della Pasqua ebraica o pesach, vietando la diffusione e la lettura di molti libri sacri e mettendo al bando l’uso della lingua biblica.

Con l’inizio della dominazione longobarda, le tracce della primigenia comunità ebraica genovese si perdono ed occorrerà attendere l’anno Mille per reperire qualche notizia certa. Tra il 1000 e il 1100, alcuni mercanti semiti vengono citati da trattati commerciali stipulati dalla Repubblica di Genova con alcune città della Provenza, dove da secoli dimoravano ricchi nuclei ebraici della diaspora provenienti dalla Palestina dopo il 70 d.C., cioè in seguito alla distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dell’esercito romano[2].

Durante il XII secolo l’afflusso a Genova di ebrei inizia a farsi più consistente. E ciò è confermato da un provvedimento del 7 gennaio 1134 redatto dai Consoli della Repubblica: documento in cui si fa riferimento ad una tassa di soggiorno a carico di questi ultimi. Tale provvedimento non è da considerarsi particolarmente discriminatorio in quanto nel Medioevo, a Genova, era consuetudine imporre imposte speciali a tutti i rappresentanti di comunità straniere presenti entro i confini di Stato. Tuttavia è soltanto nel corso del XIII secolo che l’insediamento ebraico si consolida definitivamente, come riporta una serie copiosa di documenti e atti notarili. In questo periodo, infatti, la gran parte dei membri della comunità ebraica genovese si dedicano agli affari e soprattutto alla compravendita di grano e sale. Anche se non mancano gli artigiani, i trasportatori e gli spedizionieri che, tramite navi, importano ed esportano stoffe, indaco, prodotti alimentari e schiavi. Va notato che la comunità stanziale non supera le 200/300 unità poiché molti mercanti non risiedono in città ma fanno la spola tra Genova e i suoi possedimenti d’oltremare situati lungo le coste e le isole del Mar Egeo, del Mar Nero e dell’Africa settentrionale. Ciononostante, proprio a partire dalla prima metà del 1200, i membri locali iniziano a compattare le proprie file e a manifestare le proprie distinte origini religiose ed etniche attraverso una diffusa celebrazione delle feste e delle ricorrenze e mediante l’insegnamento ai giovani delle Sacre Scritture e degli antichi rotoli. Nel 1230 tale Paganus Judeos – con ogni probabilità un kohen, cioè un sacerdote – avvia un corso di lettura del Salterio e della Tanach – la Legge – mentre nel 1231 un certo Maino Judeo assume notorietà per avere raccolto una vasta collezione di manoscritti ebraici di vario tipo e natura[3].

Il cambiavalute ebreo di
Rembrandt

Tra il XIII e il XV secolo, di pari passo con l’espansione politico-militare e commerciale della Repubblica, anche la comunità ebraica genovese conosce un periodo di notevole crescita demografica e di benessere economico, acquisendo il controllo di buona parte dell’interscambio commerciale tra la città e i suoi empori levantini. Non a caso i molti notai della Repubblica recatisi nelle colonie per rogare atti hanno lasciato ampie e dettagliate testimonianze circa l’intensa attività svolta dai mercanti e dai prestadenaro israeliti. Nei possedimenti della Superba, come ad esempio a Pera (sobborgo di Costantinopoli), gli ebrei risultano numerosi e godono di un trattamento giuridico di tutto rispetto. A Caffa, l’importante scalo genovese di Crimea, essi si radunano in una comunità molto forte e vivono in un loro quartiere (la contracta hebreorum). Questi giudei d’oltremare vengono considerati a tutti gli effetti burgensis, cioè cittadini aventi piena facoltà giuridica: soggetti in grado non soltanto di commerciare o fare prestiti, ma – cosa del tutto eccezionale nel panorama europeo dell’epoca – anche di possedere immobili e rivestire addirittura incarichi pubblici. Come nel caso di tale Cochos Judeus al quale nel 1465 il governatore di Caffa affida una delicata missione diplomatica presso il khanato tartaro di Crimea. Ma anche negli empori genovesi dell’Egeo e del Mediterraneo orientale, come a Famagosta (Cipro), gli ebrei risultano molto attivi ed emancipati. L’insediamento più florido sembra essere quello dell’isola di Chio, dove gli israeliti – che si dedicano a qualsiasi tipo di commercio, compreso quello del mastice – vivono in un quartiere che si richiama a Venezia: la Giudecca.

Ritornando in madrepatria, è possibile notare che, nella prima metà del XV secolo, la comunità ebraica si estenda ormai oltre le mura della città di Genova, godendo di sempre più ampi benefici. E ciò è dimostrato dai cosiddetti Statuti di Sanremo del 1435, con cui viene disciplinata la vendita delle palme e dei cedri, in maniera da riservarne una parte anche agli israeliti che erano soliti acquistarli per celebrare la Festa delle Capanne o sukkot (antichissima ricorrenza commemorativa che si richiama alla dimora degli ebrei erranti in abitazioni provvisorie nel deserto).

Il cimitero ebraico di Genova

Tuttavia, all’inizio della seconda metà del ‘400 le cose iniziano a cambiare a sfavore della comunità ebraica, in quanto, in seguito alle violente persecuzioni cristiane verificatesi nel 1448 a Toledo (Spagna), ecco arrivare dalla penisola iberica una nuova ondata migratoria destinata ad integrarsi con maggiore difficoltà nel tessuto sociale ed economico della pur liberale Repubblica genovese. L’immigrazione venne infatti accolta sia dal governo che dalla cittadinanza con sentimenti contrapposti, ondivaghi e talvolta schizofrenici. Un certo pregiudizio religioso (non certo etnico e, dati i tempi, meno che mai biologico) duro a morire andò infatti a cozzare contro il pragmatismo socio-economico che animava gli spiriti mercantili dei navigati genovesi: gente – come si è detto – non estranea a commistioni religiose e soprattutto a proficui intrecci di razze e di interessi. Nel XV secolo, l’arrivo nella Superba degli esuli sefarditi, particolarmente abili nel commercio e nelle arti liberali, poteva quindi rappresentare un ideale e positivo innesto di forze produttive, reso ancora più necessario dall’andamento zoppicante di un’economia, quella genovese del Seicento, attanagliata da una grave crisi derivante dal progressivo declino politico della Repubblica. Crisi che si era fatta particolarmente acuta in seguito alla grande pestilenza del 1656 che aveva ridotto della metà (da 180.000 a 93.000) gli abitanti della città. Ma era possibile per dei buoni cristiani venire a patti con una stirpe sulla quale gravava l’infamante accusa di deicidio? A dimostrazione del senso pratico, ma anche dell’ambiguità, che animava il governo della Superba, la pubblica amministrazione di quel tempo decise di approntare un decreto di accoglienza che permise agli ebrei di insediarsi senza, o quasi, discriminazioni entro le mura della città. Sembra che il primo consistente nucleo sefardita approdasse al Mandraccio nell’estate del 1492. Il gruppo, composto da circa 300 individui giunti in nave da Barcellona, venne dotato di speciale salvacondotto e fatto insediare in una piccola area urbana, corrispondente grosso modo alla zona di vico del Campo, Vico Untoria, Piazzetta Fregoso e piazza dei Tessitori, dove a partire dal 1660 sorse il ghetto vero e proprio. La zona venne recintata con alte cancellate e dotata di due varchi sorvegliati dai massari, uno speciale corpo di guardia repubblicano al quale era affidato il compito di sbarrarli ‘da un’hora di notte fin al far del giorno’, onde evitare il prolungarsi eccessivo del contatto, sia “commerciale” che “sessuale”, tra ebrei e cristiani. Per quanto riguarda l’organizzazione interna della comunità ebraica, la Repubblica concesse ai giudei di darsi regole proprie, di commerciare stoffa e panni di seta e lana e di edificare una piccola sinagoga “occulta”: costruzione che, probabilmente, dovette trovare spazio in un edificio situato tra Vico del Campo e Vico Untoria. Secondo alcune stime, nel 1662 la comunità ebraica genovese ammontava a 203 unità, mentre nel 1674, anno in cui il ghetto venne trasferito negli edifici di piazza dei Tessitori, scese a 174. Il calo è da imputarsi, forse, ad un certo irrigidimento del Governo della Repubblica (e della Chiesa di Roma) nei confronti della comunità ebraica, accusata paradossalmente di incrementare troppo i suoi guadagni in un periodo in cui l’intera città era colpita dalla recessione[4].

In quegli anni, alcune famiglie israelite decisero quindi di fare a meno dell’ospitalità pelosa dei genovesi, trasferendosi a Livorno e a Casale dove prosperavano due grosse e libere comunità correligionarie[5]. Ma al di là dell’atteggiamento ufficiale delle autorità, condizionato da una forma di antisemitismo non certo religioso ma di chiara matrice economica, in che modo i cristiani genovesi si rapportarono con gli immigrati sefarditi? Stando alle cronache dell’epoca, cioè a quelle relative al periodo compreso tra il XV e il XVII secolo, la cittadinanza genovese non dimostrò nei confronti degli ebrei un atteggiamento molto dissimile da quello manifestato da altre comunità della penisola. E se è vero che entro le mura della Superba non ebbero modo di verificarsi sanguinosi episodi di violenza, è però altrettanto vero che agli israeliti furono spesso riservate alcune attenzioni non certo cortesi, complici anche alcune bizzarre e contraddittorie ordinanze laiche e religiose. Ai giudei, ad esempio, fu reso obbligatorio la domenica l’ascolto dei sermoni all’interno di alcune chiese, come quella delle Vigne o di San Siro: coercizione che non ebbe tuttavia grande successo, dal momento che quasi tutti gli ebrei usavano riempirsi preventivamente di cera le orecchie onde evitare l’onta di un indottrinamento forzato. Altre volte, sempre la domenica e nei pressi delle chiese, essi venivano dileggiati pubblicamente da rappresentanti delle autorità e spintonati da miliziani e mercenari tedeschi (strana quanto inquietante coincidenza), per poi subire le ingiurie di una folla popolana che li bersagliava con torsi di cavoli, pomodori, uova marce e, non di rado, pietre.

Al di là degli iniziali proclami di accoglienza, dunque, l’intolleranza e la violenza nei confronti degli ebrei erano dunque una realtà anche tra le mura della Genova cosmopolita di quei secoli. Intolleranza che, fortunatamente, non raggiunse mai i livelli toccati in molte altre città italiane. Tra il 1710 e il 1752 le condizioni della comunità ebraica migliorarono ulteriormente grazie alla liberalità dei nuovi ‘capitoli’ emessi dal governo della Repubblica e proprio in questo periodo gli israeliti iniziarono a concentrasi nella zona di piazza dell’Olmo, chiamata in seguito Piazza degli Ebrei. Bisognò comunque attendere il congresso di Vienna (1815) per assistere alla completa riabilitazione della comunità. Fu infatti solo dopo l’annessione della Liguria al Regno di Sardegna che vennero concessi loro i primi diritti civili. Da quel momento, la piccola collettività israelitica genovese, pur mantenendo la sua storica e precisa identità religiosa e culturale, iniziò a comunicare liberamente ed intensamente con il resto della città, contribuendo non poco al suo sviluppo, almeno fino alla Prima Guerra Mondiale.

Durante il fascismo, in particolare dopo l’emanazione delle leggi razziali del 1938, il regime iniziò a discriminare duramente la comunità. E dopo l’8 settembre del ‘43, con l’occupazione tedesca, la situazione degli ebrei genovesi si fece drammatica. Nel novembre di quell’anno i nazisti arrestarono e deportarono circa 300 israeliti liguri di cui 151 genovesi, assieme al rabbino capo Riccardo Pacifici che venne trasferito ad Auschwitz, in Polonia, dove il 12 dicembre 1943 fu ucciso e cremato, assieme a tanti altri correligionari, in uno dei forni del campo. Alla sua memoria è dedicata una piccola piazza all’inizio di via Bertora dove oggi si trova la sinagoga. Tutti i perseguitati genovesi sono invece ricordati con un grande monumento situato all’ingresso del settore ebraico del cimitero di Staglieno. Va ricordato che, dal 1936 al 1945, a Genova operò la Delasem, l’organizzazione di assistenza ai profughi ebrei, che aveva la sede centrale in via XX Settembre. Nel corso della sua lunga e coraggiosa attività, questa struttura segreta – che venne sostenuta da molti genovesi di fede cristiana, primo fra tutti Massimo Teglio – riuscì a mettere in salvo migliaia di ebrei italiani facendoli fuggire all’estero.

Bibliografia essenziale:

  • Pier Giovanni Donini, Le comunità ebraiche nel mondo, Editori Riuniti, Roma, 1988.
  • Stefano Jesurum, Essere ebrei in Italia,  Longanesi & C. Milano, 1987.
  • Guido Zazzu, Ebrei a Genova, Archivio di Stato di Genova, Comunità Israelitica di Genova, 1984.
  • A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, Einaudi, Torino, 1963.
  • Henri-Charles Puech, Storia delle religioni – Il popolo d’Israele, Editori Laterza, Bari, 1977.

[1] Una volta cacciati i mussulmani dalla Spagna, Ferdinando e Isabella di Castiglia fecero codificare il principio della limpieza de sangre, un criterio di purezza razziale che portò all’espulsione di tutti i cittadini ebrei dal regno. Va comunque notato che già nel 1328 i sovrani cattolici spagnoli avevano iniziato ad applicare norme restrittive e discriminatorie nei confronti dei giudei. E per sfuggire a queste forme di persecuzione, che in Navarra e in Catalunia sfociarono in autentici e frequenti pogrom, buona parte degli ebrei sefarditi si convertirono al cristianesimo ricevendo l’appellativo dispregiativo di marranos. La successiva espulsione della forte e produttiva comunità ebraica dalla Spagna provocò però seri danni economici a tutta la nazione. Basti pensare che i re cristiani erano soliti appaltare ai giudei la riscossione delle imposte, le concessioni per il sale e i mulini a vento; rivolgendosi perfino ad essi per ottenere finanziamenti per le proprie imprese militari.

[2] Il 14 luglio 1555, Papa Paolo IV aveva dato ufficialmente inizio all’antisemitismo della Chiesa intesa come detentrice di potere spirituale e come Stato. Con la bolla Cum nimis absurdum si istituì a Roma il “ghetto”. Agli israeliti venne proibito di possedere beni immobili. Essi furono costretti a portare sulle vesti, e in bella mostra, un segno distintivo; furono costretti a vivere in pochi quartieri con le strade di accesso sbarrate da porte sorvegliate da guardie armate. Agli ebrei venne anche imposto di non lavorare nei giorni festivi celebrati dai cristiani e di non intraprendere rapporti di alcun tipo con i cattolici. In moltissime città italiane le autorità iniziarono a proibire agli ebrei di svolgere molteplici attività, lasciando però ad essi la possibilità di prestare denaro (pratica proibita già da Sant’Agostino) con interessi controllati. Anche se verso la metà del XIII secolo San Tommaso (1225-1274) sottolineava che la stragrande maggioranza degli ebrei italiani, diversamente da quanto avveniva in altri Paesi, traevano il loro sostentamento dalle normali attività lavorative e non dal prestito.

[3] Le norme religiose fondamentali degli Ebrei sono indicate in quella parte della Bibbia che i Cristiani chiamano Antico Testamento: una raccolta di testi scritti in lingua ebraica tra il X e il II secolo a.C., tradotti in greco a partire dal 250 a.C.. Questi insegnamenti costituivano la Legge (o Torah), il cui nucleo fondamentale è rappresentato dal Decalogo. Oltre alla Legge scritta, esisteva la cosiddetta Legge orale, che i sacerdoti (kohen) si tramandavano di generazione in generazione. A partire dal II secolo a.C., studiosi e giuristi ebrei cominciarono a raccogliere le norme orali, compilando un codice, la Mishnah. I commenti a questo testo costituiscono il Talmud, di cui esistono due edizioni, quella palestinese e quella babilonese. Oltre alle norme contenute nel Decalogo, la Legge ebraica prevede giorni e feste e ricorrenze particolari. Il giorno di riposo settimanale obbligatorio (shabbat), l’osservazione del primo giorno del settimo mese lunare come festa di capodanno (rosh hashanah) e la celebrazione di una giornata di espiazione (yom kippur). Tra le festività ebraiche vanno ricordate la festa primaverile degli azimi (con il consumo rituale di pane non lievitato, simboleggiante la ripresa del ciclo agricolo), poi confluita nella Pasqua (pesach); quella autunnale dei tabernacoli o delle capanne (sukkot) e quella invernale dei lumi (hanukkah). Tra le usanze e i riti abbiamo alcuni divieti alimentari (come la proibizione di mangiare carne di maiale e di altri animali impuri, o di cucinare insieme carne e latticini); la circoncisione, che si effettua sul maschio che compie l’ottavo giorno di vita e il bar mitzvah che segna l’entrata nella comunità del giovane una volta raggiunta la pubertà.

[4] Già a partire dalla metà del XVI secolo i Medici, che avevano potenziato lo scalo di Livorno avviando la costruzione del porto franco, promulgarono leggi particolarmente liberali e tolleranti anche nei confronti degli ebrei, per attirare nel nuovo centro marittimo e commerciale un forte numero di abili mercanti ed imprenditori.

[5] Nel XII secolo, un viaggiatore attento e scrupoloso come Beniamino da Tudela (che tra il 1159 e il 1173 visitò Francia, Italia, Grecia e molte regioni dell’Asia, lasciandoci preziose informazioni sulle comunità israelitiche da lui studiate) narrava che in tutta l’Italia non vi erano più di 15.000 figli di David, cifra che nella seconda metà del XV secolo, complice la cacciata degli israeliti dalla Spagna e la nuova corrente migratoria verso la penisola, salirà a ben 120.000 unità.

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