L’Europa slava: il buio oltre la siepe. Di Marco Cimmino.

Lo storico Marco Cimmino.

Da parte dell’Europa occidentale vi è sempre stata una sorta di diffidenza atavica verso il mondo slavo e balcanico. Una diffidenza ereditata, soprattutto, dalla tradizione storiografica tedesca che ha sempre individuato nelle marche orientali una sorta di ‘vallo’ infido, ma necessario per arginare il pericolo delle popolazioni asiatiche e musulmane.

Nell’immaginario europeo, il mondo slavo ha sempre posseduto un alone di mistero e di esotica curiosità: le popolazioni slave hanno sempre rappresentato, per l’Europa, un vicino dal carattere e dai contorni indecifrabili, un magma iridescente, e sono quasi sempre state percepite come una minaccia più che come una risorsa. Eppure, nei confronti del desiderato Occidente, gli slavi non hanno mai praticato catastrofiche invasioni, limitandosi, piuttosto ad un’oscillazione periodica lungo le tormentate frontiere che li dividono ancora oggi dall’universo germanico. Senza dimenticare che proprio ad uno slavo, il re di Polonia Jan III Sobieski, l’Europa deve la salvezza di Vienna e, forse, della Cristianità, per via della straordinaria vittoria del 1683 contro l’esercito ottomano di Kara Mustafa. E furono ancora degli slavi, i Serbi, i Bulgari, i Bosniaci, che si batterono sotto le insegne del Knez Lazar di Serbia, nel 1389, a Kosovo Polje, per cercare di arrestare l’avanzata musulmana nei Balcani e che persero definitivamente la propria libertà nel 1448, dopo la seconda battaglia del “Campo dei Merli” (questa è la traduzione di Kosovo Polje), che aprì all’Islam la strada per l’Occidente.

L’Europa austro balcanica.

Oggi, invece, molti credono, in virtù della propaganda antiserba che accompagnò l’intervento Nato della Kforce contro Belgrado (1996-1999), che il Kosovo sia un territorio originariamente albanese, occupato in tempi recenti dall’imperialismo jugoslavo, ribaltando completamente la realtà storica. In realtà, l’Europa del terzo millennio sa ancora troppo poco del variegato e variopinto universo slavo, che va dal mar Baltico al mar Caspio e da Trieste alle desolate steppe siberiane: vive, per così dire, di luoghi comuni e di pregiudizi. Dopo la terribile stagione delle guerre nella ex Jugoslavia, ad esempio, capitava spesso a chi scrive di sentirsi domandare da conoscenti se si fidasse a recarsi nella tranquillissima e civilissima Slovenia, quasi che le Alpi Giulie fossero una sorta di colonne d’Ercole, poste tra il democratico e pacifico Occidente ed un marasma sanguinario e in perenne fermento. Insomma, sui rapporti tra l’Europa occidentale e quella orientale pesa un’inspiegabile ignoranza di fondo, una pericolosa superficialità nella valutazione dei rapporti o, più frequentemente, dei non rapporti che intercorrono tra questi due mondi, contigui ma quasi mai osmotici. Influisce, su questo, certamente, la storia recente: la drammatica cesura che, nel 1917, divise la Russia dall’Europa, cui, nel 1945, si aggiunse il resto dei Paesi dell’Est, facendone un continente a parte, difficilissimo da penetrare, da conoscere e da comprendere, ha fatto sì che, fino agli anni Novanta del secolo scorso, l’immenso impero sovietico risultasse pressoché imperscrutabile per l’osservatore occidentale. Tuttavia, non si tratta solo di questo: vi è una sorta di diffidenza atavica verso quelle popolazioni, che, forse, abbiamo ereditato dalla tradizione germanica e da una storiografia medievale diffusamente germanofila, che lesse la storia delle marche orientali come quella di una nazione tedesca antemurale contro la perenne minaccia di popolazioni pagane e semibarbariche, che volevano avventarsi contro l’Europa. In realtà, la questione delle guerre prussiane e delle cosiddette “crociate del nord”, che forgiarono lo spirito stesso della Germania moderna, andrebbe ampiamente riletta e riconsiderata, dalla Wendenkreuzzug del XII secolo fino ai Freikorps del primo dopoguerra, passando per l’epopea dei Cavalieri Teutonici. In fondo, è come se l’impresa Drang nach Osten, che indicò la strada alla penetrazione e colonizzazione baltica medievale e poi si trasformò in un concetto semifilosofico per gli intellettuali tedeschi del XIX secolo, fosse ancora sepolta nei precordi della Civiltà Occidentale, come una sorta di tara ereditaria. D’altra parte, il concetto di Lebensraum, tanto caro alla dottrina nazista altro non fu che un evidente richiamo a quella pulsione teutonica, e tutti, in Germania, sapevano che lo spazio vitale hitleriano si riferiva alle terre ad est dell’Oder e della Vistola. Tutte le popolazioni baltiche non slave, tanto quelle tedesche quanto quelle scandinave, svolsero una politica aggressiva nei confronti degli slavi del nord, dalla già citata crociata contro i Vendi del Meclemburgo (cui parteciparono anche Boemi, Polacchi e Danesi), alla crociata svedese, fino ai Cavalieri Portaspada ed ai Teutonici. Come spesso accade, si tende a generalizzare e ad omogeneizzare la storia, appiattendola su giudizi che non tengono affatto conto delle molteplici peculiarità dei singoli eventi e degli stessi fenomeni durativi: così, Russi e Polacchi, Lituani e Lettoni si mescolano in un’unica entità indistinta. E questa operazione non ha mai reso un buon servizio alla verità storica né, soprattutto, rende un buon servizio alle nostre relazioni con il mondo slavo. Cominciamo con il dire che non esiste una civiltà slava, ma che ne esistono molte, spesso assai diverse tra loro: assimilare la mentalità di un serbo a quella di un baltico sarebbe un po’ come porre sullo stesso piano un andaluso ed uno scandinavo. Nei secoli, tra queste popolazioni, soltanto lontanamente affini, si sono scavate differenze sostanziali, che trovano un reale trait d’union soltanto nella lingua, che è, tutto sommato, piuttosto omogenea, e in qualche forma di folklore: per il resto, tra un cittadino di Riga ed uno di Belgrado esiste una differenza abissale, somatica, culturale, antropologica.

Il mondo slavo.

Non a caso, la prima grande distinzione da operare, quando ci si voglia avvicinare alla cultura slava, riguarda i tre grandi ceppi linguistici in cui si divise il protoslavo dell’antichità: lo slavo dell’ovest (polacco, ceco, slovacco, sorabo e casciubo), quello dell’est (russo, bielorusso, ucraino) e lo jugoslavo o slavo del sud (sloveno, macedone, serbocroato e bulgaro). A questi gruppi linguistici corrispondono, se vogliamo, anche le principali differenze culturali ed identitarie degli slavi, che vissero nell’orbita ottomana, asburgica o russa, a seconda della loro collocazione geografica. Proprio le radici linguistiche, oggi, ci permettono di confutare la teoria tedesca (e, di particolare voga durante il nazismo) secondo cui gli slavi non sarebbero indoeuropei, ma, in qualche modo, estranei alle grandi migrazioni euroasiatiche: l’equivoco, in realtà, si deve soprattutto alla mancanza di informazioni (gli slavi non conobbero la scrittura fino al IX secolo d.C.) sulle origini di quei popoli, che si stabilirono intorno al terzo secolo dopo Cristo lungo i confini dell’Europa romana. Da allora, in un certo senso, il mistero slavo si è mantenuto vivo: origini oscure, una storia sempre ai margini della civiltà europea, spesso in conflitto con le popolazioni confinanti, un destino simile e al tempo stesso differente, un’alterità difficile da decifrare e, infine, un’immagine anche politica ed economica che, in tempi recenti, ha accentuato questo iato con l’Europa. Va da sé che l’universo slavo e la stessa “slavitas” siano, per gli occidentali, interrogativi scivolosi e sfuggenti, cui, spesso, si preferisce rispondere con la banalità dei luoghi comuni o con una specie di indifferenza. Poco o nulla si sa, ad esempio, della civiltà slava premoderna: dei Variaghi, del Kievskaja Rus’, di Mosca, dello Slovo, della cultura di Novgorod, dell’arte e della letteratura polacca o boema. Insomma, si direbbe che, prima di Puškin, ossia della occidentalizzazione della cultura russa, nell’est dell’Europa non esistesse alcuna forma di civiltà tangibile e memorabile.  D’altra parte, perfino la diffusione occidentale del nome “slavi” è legata ad un significato fortemente dispregiativo: il termine “sclavi”, infatti, oltre a definire una stirpe, si affermò, nel Medioevo, come sinonimo del termine latino “servi” per indicare gli schiavi. Esso sopravvive, ad esempio, nel veneto “sciavoni”, con cui sono indicati gli abitanti jugoslavi. Ciò sta a sottolineare come quei popoli, fin dai loro primi contatti con l’Occidente, fossero catalogati come popolazioni da sottomettere, Sklavenvolker per dirla con Hitler. Insomma, non sono stati tanto gli slavi a minacciare, nei secoli, l’Occidente, quanto, semmai, gli occidentali a minacciare loro, sia pure dietro il paravento di una sorta di aggressività preventiva o profilattica. Di questo insieme di pulsioni e di sensazioni confuse, che si accatastarono e stratificarono nell’immaginario europeo, ci restano, oggi, questa specie di diffidenza e di curiosità mista a timore, che rappresentano, secondo chi scrive, l’autentico stigma dei nostri rapporti con i Paesi dell’Est. Viceversa, è proprio a quei popoli che noi, oggi, dovremmo guardare, per trovare alleanze ed affinità future: popoli che, forse in virtù del loro relativo isolamento politico e culturale, non hanno subito i danni dell’americanizzazione, oltre a non goderne i vantaggi. Insomma, immuni dal piano Marshall e dalle malattie che recava con sé. In qualche misura, dunque, gli slavi sono rimasti gli unici europei, a fronte di una progressiva snaturalizzazione della Civiltà

Ed è singolare che, se vogliamo ritrovare lo spirito della vecchia Europa, lo dobbiamo cercare proprio laddove credevamo che esso non fosse neppure compiutamente arrivato ad esprimersi: ossia, in Russia, in Polonia, in Cechia. D’altra parte, proprio l’esperienza sconvolgente della dittatura comunista ha fornito a queste popolazioni robustissimi anticorpi, che, con ogni evidenza, noi abbiamo perduto o attenuato col tempo: ciò che per un occidentale, oggi, è la normalità, per un russo sembrerebbe spesso pura follia, e, probabilmente, viceversa. In Occidente si è affermata una sorta di deuteromorale, fondata soprattutto sulla cura maniacale delle apparenze di una correttezza politica stabilita da élites intellettuali lontane milioni di miglia dal sentimento della gente: questo, nell’Europa orientale, non si è ancora realizzato e, per questo, moltissimi orpelli retorici della nostra vita politica e sociale lì non hanno preso piede. Di qui, un diverso rapporto nei confronti di temi che, nell’Europa occidentale, sono diventati autentici diktat, come quello dell’omofobia o dell’accoglienza: in Russia, la maggior parte della gente continua a pensare che l’omosessualità sia una forma di devianza e non una libera scelta, e che il primo dovere di un ospite sia rispettare scrupolosamente le regole di chi lo ospita. Concetti che, in Italia, incorrerebbero in varie e sgradevoli forme di censura, tanto culturale che penale. Possiamo, perciò, dire che la maggior parte dei paesi dell’Europa orientale sono, in qualche modo, più primitivi e, perciò, più liberi da condizionamenti, nel loro approccio a certi problemi. Si è sempre detto che il mužik russo, in letteratura, rappresenta quasi sempre un’anima semplice, credulona e bonaria: ebbene, oggi, mercè il fortissimo nazionalismo, prima sovietico e poi putiniano, questa tradizione si è evoluta in una direzione nazionalpopolare, per cui il discendente del contadino ottocentesco ha mantenuto un rapporto piuttosto immediato con la realtà fenomenica, ma ha imparato ad essere orgoglioso del posto occupato dalla sua Nazione nel mondo. I figli degli udarniki staliniani sono uomini con i piedi per terra, e non disposti ad essere eterodiretti da un Paese straniero: cosa che, all’uomo occidentale, in un certo senso, è venuta a mancare. Questa immagine di “homo originarius” determina, ai nostri giorni, un rinnovato interesse per il mondo slavo e per la Russia in particolare, che viene spesso vista come una sorta di modello di rinascita di un orgoglio europeo, in aperta contrapposizione con lo strisciante servilismo filoamericano delle principali istituzioni. Il rischio è quello, ancora una volta, di prendere lucciole per lanterne, scambiando per identitarismo europeo le manifestazioni di uno sciovinismo post-sovietico, risorto, dopo essere stato umiliato da una severa crisi economica che, una volta risolta, ha dato slancio ad atteggiamenti imperialistici di matrice uguale e contraria, rispetto a quelli statunitensi. La Russia non è il Paese di Bengodi né la terra dell’identità e della giustizia: in Russia comandano delle lobbies potentissime, esattamente come in Occidente: la differenza fondamentale consiste nelle enormi potenzialità russe e nel fatto che queste lobbies non dipendono da padroni stranieri, ma sono figlie delle oligarchie cresciute all’ombra del Cremlino. Naturalmente, anche il carattere personale di Putin e la sua interpretazione alquanto cinematografica del suo ruolo di premier hanno contribuito all’edificazione di questa mitologia filorussa: gli atteggiamenti vagamente mussoliniani dell’ex colonnello del KGB, a torso nudo, ritratto mentre maneggia armi o mentre si cimenta in attività virili, non possono che accattivargli le simpatie di molti europei (e Italiani, in particolare) incantati dai ruoli messianici dei leader e dall’idea provvidenziale e superomistica del capo-padre-comandante. Al di là dell’apparato mediatico, però, è indubbio che, oggi come oggi, la Russia di Putin sia l’unica alternativa credibile al morire americani, oltre ad essere un potenziale alleato per la comunanza di obiettivi strategici ed un credibile partner economico, in virtù di una lunga tradizione di scambi tra Italia ed Europa orientale. Perciò, adelante, Pedro, ma con juicio: se, come si è ampiamente sottolineato, è del tutto antistorico e profondamente ingiusto coltivare una diffidenza istintiva verso i popoli dell’Est, che, invece, potrebbero offrirci un partenariato fruttuoso ed utilissimo ad entrambi, del pari non è necessario assumere nei confronti della Russia di Putin lo stesso atteggiamento di fideistica sottomissione che ha caratterizzato i rapporti dell’Occidente con gli Usa. La lezione manzoniana, in questo senso, è ancora perfettamente valida: l’idea che i nostri destini, la nostra libertà ed il nostro benessere debbano sempre dipendere da qualche elemento esterno a noi stessi non è solo sbagliata, ma è del tutto suicida. E, venenum in cauda, tra gli elementi estranei cui guardiamo con mal riposta speranza voglio inserire anche l’Unione Europea, che rappresenta, forse, la più cocente delusione dei nostri tempi.

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