L’Operazione ‘Volpe d’argento’. Storia di un piano tedesco che per poco non riuscì a recidere un’importante arteria logistica: quella che di fatto salvò l’Unione Sovietica dal collasso militare, economico ed alimentare. Di Fabio Bozzo.

Il generale Eduard Dietl.

L’operazione Barbarossa, come noto, scattò il 22 giugno 1941. L’immensa offensiva dell’Asse comprese al suo interno un piano assai meno conosciuto e che, se avesse avuto successo, avrebbe potuto creare non pochi grattacapi alle forze di Stalin. Parliamo dell’operazione Volpe d’Argento, ovvero l’attacco tedesco-finlandese alla città russa di Murmansk. Tale località posta a Nord del Circolo Polare Artico aveva un unico elemento di immensa importanza: il suo porto, che era il più occidentale della Russia, quello più addentrato nell’Atlantico e, soprattutto, era libero dai ghiacci tutto l’anno. Inoltre da Murmansk partiva una ferrovia che, attraversando la Carelia ricoperta di betulle, si snodava sia in direzione di San Pietroburgo (all’epoca denominata Leningrado) che, indirettamente, verso Mosca.

I tedeschi sapevano benissimo che, una volta esplose le ostilità con il gigante dell’Est, l’Impero britannico avrebbe cercato di rifornire la Russia di armamenti e prodotti industriali. Inoltre la guerra con gli Stati Uniti era già nell’aria (i giapponesi nel dicembre del ’41 non fecero che accelerare le cose). Pertanto alla ragguardevole capacità produttiva del Commonwealth presto si sarebbe sommata quella colossale degli USA. Poiché le potenze anglosassoni per qualche tempo non sarebbero state in grado di aprire un secondo fronte ad Ovest, era ovvio che avrebbero rifornito di materiali l’Unione Sovietica sfruttando i loro punti forza, ovvero il dominio pressoché assoluto dei mari e la potenza economica. Da qui l’utilità di conquistare Murmansk e soprattutto il suo strategico porto. Inoltre tale offensiva avrebbe consentito alla Finlandia, alleata della Germania, di recuperare una striscia di territorio strappatale con la forza dall’URSS durante la famigerata Guerra d’Inverno dell’anno precedente.

Tutte queste motivazioni fecero maturare nello Stato Maggiore germanico il piano Volpe d’Argento. Tale operazione venne studiata dal generale Erich Buschenhagen (1895-1994) già nel dicembre del 1940. L’assalto all’estremo Nord russo si sarebbe svolto con un’operazione a tenaglia. Il braccio settentrionale della morsa sarebbe stato costituito dalle Seconda e Terza divisioni da montagna tedesche, sostenute da poche guardie di frontiera finlandesi. In totale 27.500 soldati agli ordini del bavarese Eduard Dietl (1890-1944), abile generale degli alpini germanici. Obbiettivi dell’attacco erano le zone sottratte alla Finlandia dall’URSS, le miniere di nichel della zona e subito dopo, naturalmente, la stessa Murmansk. Il braccio meridionale dell’offensiva invece era composto da due divisioni di fanteria e due battaglioni corazzati tedeschi, forze affiancate da due divisioni finlandesi. La loro missione era la conquista della cittadina di Kandalaksha. Tale località costiera si trova alla base meridionale della Penisola di Kola, pertanto la sua occupazione avrebbe tagliato la ferrovia per Murmansk senza che i sovietici potessero ricostruirne il tracciato più ad Est.

Se l’assalto diretto di Dietl a Murmansk fosse stato fermato, più a Sud germanici e finlandesi avrebbero isolato la città dal resto della Russia e dagli indispensabili rifornimenti. A quel punto l’offensiva finale avrebbe consegnato all’Asse il porto artico. Il tutto sarebbe stato sotto il comando supremo del generale tedesco Nikolaus von Falkenhorst (1885-1968).

I sovietici, dal canto loro, ben conoscevano l’importanza strategica delle zone interessate. Per tale ragione istituirono un comando apposito per la gestione della loro difesa. Il problema dei russi stava nella scarsità delle truppe disponibili all’inizio del conflitto: consci (benché sorpresi) dall’assalto tedesco contro le regioni occidentali dell’URSS, poterono schierare lungo tutta la Carelia dal Lago Ladoga a Murmansk appena 150.000 soldati.

Come sul resto del fronte orientale l’attacco dell’Asse scattò il 22 giugno. Sulle prime i risultati furono positivi per i germano-finlandesi. Le miniere di nichel vennero conquistate e le truppe dell’Asse penetrarono in territorio sovietico lungo tutto il fronte. Presto però iniziarono i problemi. Da un lato vi fu la resistenza russa, che dopo lo shock iniziale si fece via via più rigida, dall’altro si fecero sentire le difficoltà di un territorio aspro, pressoché privo di strade e che ben si adattava alla difesa (tundra e pietraie che bloccavano persino i mezzi corazzati presso l’estremo Nord e foreste alternate da acquitrini freddi appena più a Sud). Inoltre le autorità sovietiche di Murmansk ordinarono l’arruolamento immediato nell’intera regione di 50.000 civili, molti dei quali furono inviati al fronte dopo un addestramento sommario, mentre gli altri vennero impiegati per la costruzione di opere difensive.

Tutti questi fattori impedirono alle forze di Dietl, nella prima settimana di guerra, di andare poco oltre alla zona immediatamente ad Est del confine russo-finlandese. Malgrado ciò l’importante zona mineraria venne occupata. Una piega ben più grave per l’Asse venne presa invece lungo l’offensiva meridionale. Qui, malgrado quattro mesi e mezzo di sforzi, tedeschi e finnici vennero fermati ad appena trenta chilometri dalla ferrovia per Murmansk. Questo impedì loro di tagliare il cordone ombelicale all’obbiettivo finale. Da ricordare che l’esito dello scontro venne in gran parte deciso dalla “battaglia dei rifornimenti”, in cui i russi la spuntarono sui loro avversari grazie al controllo della strada ferrata orientata Nord-Sud ed alle difficoltà tedesche di spostare truppe da altri settori del fronte orientale. Kandalaksha rimase sovietica, salvando Murmansk dall’asfissia.

L’Operazione ‘Volpe d’Argento’.

Ai tedeschi pertanto non rimase che tentare la conquista della città artica con un assalto diretto, che iniziò il 29 giugno. Le difficoltà erano immense. I rifornimenti potevano arrivare solo dall’estremo Nord norvegese o via terra, lungo piste difficilissime, o via mare, esponendo le navi germaniche agli attacchi della Royal Navy. I danni inflitti da quest’ultima furono tali (e ben ricambiati dalla Luftwaffe) che von Falkenhorst, il 13 settembre, dovette bloccare i rinforzi via mare. Con l’arrivo del precoce e terribile inverno artico i rinforzi poterono quindi essere trasportati solo sul lungo e penoso tragitto terrestre. Malgrado ciò Dietl fece ulteriori progressi, mentre contemporaneamente implorava maggiori rinforzi (non molti in verità) che vennero concessi col contagocce. I sovietici invece fecero il possibile per non lesinare i rimpiazzi a quello che, se ne rendevano conto, era il capolinea di una futura arteria strategica. Ciò gli permise di lanciare anche numerosi contrattacchi che, per quanto respinti, imposero continue battute d’arresto ai tedeschi durante la breve stagione estiva di quelle latitudini.

In queste condizioni Dietl dovette arrendersi all’inevitabile, fermando l’offensiva ormai esangue il 21 settembre. Da notare la vicinanza temporale tra il taglio della via marittima ai rifornimenti tedeschi ed il fallimento complessivo dell’attacco. Il giorno successivo Hitler, con la Direttiva N. 36, suggellò la fine “temporanea” dell’attacco contro Murmansk. Le avanguardie tedesche distavano appena cinquanta chilometri dal loro obbiettivo finale. Cinquanta chilometri che non avrebbero mai superato.

Il fallimento dell’operazione ‘Volpe d’Argento’ fu decisivo per le sorti del conflitto? Molti storici ben più autorevoli dell’autore del presente articolo lo hanno affermato. Chi scrive, tuttavia, non lo crede. Vediamo perché.

Innanzitutto, dobbiamo comprendere quale fu il vero peso degli aiuti che gli Alleati occidentali, in massima parte gli statunitensi, inviarono all’URSS. Per ovvie ragioni propagandistiche dal 1945 in poi la storiografia sovietica e quella della sinistra occidentale hanno fatto di tutto per sminuire tale sostegno. Pertanto non vi è miglior fonte in proposito che la stessa leadership russa dell’epoca, la quale a porte chiuse non aveva peli sulla lingua e che aveva la buona abitudine di trascrivere quasi tutto quello che veniva detto durante le riunioni al vertice.

Mappa delle linee di rifornimento statunitensi all’Unione Sovietica.

Partiamo dallo stesso Stalin che, poco dopo il conflitto, disse “Senza la produzione americana gli Alleati non avrebbero mai potuto vincere la guerra”. Gli fece eco, scendendo più nello specifico, il suo successore, Nikita Krusciov “…Stalin ha dichiarato senza mezzi termini che se gli Stati Uniti non ci avessero aiutato, non avremmo vinto la guerra. Se avessimo dovuto combattere la Germania nazista uno contro uno, non avremmo potuto resistere alla pressione della Germania e avremmo perso la guerra…Quando ho ascoltato le sue osservazioni, ero pienamente d’accordo con lui, e oggi lo sono ancora di più”. Infine citiamo le parole di Georgy Zhukov, il miglior generale russo del conflitto e a detta di molti dell’intera seconda guerra mondiale, “Alcuni dicono che gli Alleati non ci hanno davvero aiutato…Ma ascoltate, non si può negare che gli americani ci abbiano spedito materiale senza il quale non avremmo potuto equipaggiare i nostri eserciti tenuti in riserva o essere in grado di continuare la guerra”.

Appurato che i rifornimenti americani salvarono l’URSS dal collasso, permettendo quindi agli anglosassoni la riconquista dell’Occidente europeo (impresa che senza il contemporaneo fronte orientale sarebbe stata impossibile), scendiamo un po’ più nel dettaglia riguardo a questi aiuti. Come si evince dall’immagine, ricavata dall’archivio online del Dipartimento di Stato USA, l’America inviò via nave all’imprevisto alleato sovietico circa diciotto milioni di tonnellate tra cibo e materiali. Questo immane flusso seguì diverse rotte, così suddivise: 452.000 tonnellate attraverso il Pacifico fino ai porti artici della Siberia; 681.000 navigando lungo l’Atlantico, il Mediterraneo ed infine nel Mar Nero; 3.964.000 lungo la celebre rotta artica (resa celebre dai tentativi tedeschi di tagliarla) avente capolinea Murmansk ed Arcangelo; 4.160.000 attraverso il cosiddetto “Corridoio persiano”, dopo aver circumnavigato l’Africa; infine ben 8.244.000 di tonnellate di nuovo attraverso il Pacifico, ma stavolta sbarcando a Vladivostok. Come si vede la rotta artica fu la terza per dimensione di merci scaricate. Inoltre tale rotta usufruì anche del porto di Arcangelo (un po’ più lontano di Murmansk e con maggiori problemi dati dai ghiacci, ma comunque operativo). Alla luce di tutto questo chi scrive ritiene che se anche i tedeschi avessero conquistato Murmansk difficilmente il risultato finale del conflitto sarebbe cambiato. Certo i sovietici avrebbero accusato un colpo in più e gli americani avrebbero dovuto parzialmente rivedere le loro rotte, ma in entrambi i casi il danno non sarebbe stato irreparabile. La potenza industriale statunitense sarebbe riuscita a produrre e trasportare i mezzi necessari al potenziamento delle altre rotte e del porto di Arcangelo, privando per l’ennesima volta la dimensione strategica ad un’altra eventuale vittoria tattica tedesca. A tutto questo aggiungiamo che tra l’ottobre del 1941 ed il maggio del 1945 gli americani inviarono in Russia attraverso la rotta artica 2.660 mercantili. Di questi appena 77 furono affondati dai tedeschi, mentre altri 54 dovettero essere dirottati in Gran Bretagna. Per i sovietici una perdita complessiva di 131 carichi su 2.660. Invece tra il giugno del ’41 ed il settembre del ’45 la percentuale delle navi che, lungo tutte le rotte utilizzate, non arrivarono a destinazione fu appena del 3%. Numeri che dimostrano quanto il dominio anglosassone degli oceani rimase sostanzialmente incontrastato per tutto il conflitto.

Post scriptum: il Giappone ha salvato l’Unione Sovietica?

Nella battaglia dei rifornimenti oceanici l’unico avvenimento che probabilmente sarebbe stato fatale all’Unione Sovietica sarebbe stata l’interruzione della rotta primaria, quella del Pacifico. Ciò non avvenne perché il Giappone, cui tale rotta passava ad un tiro di siluro dai propri territori, non volle entrare in guerra con la Russia, onde potersi concentrare contro gli Occidentali. Le ragioni geopolitiche e gli sviluppi di tale decisione sono molteplici ed esulano dal presente scritto. Invece a molti lettori verrà spontanea una domanda: come fecero gli USA, nel pieno della Guerra del Pacifico, a far passare quasi sotto le coste dei nipponici migliaia di navi senza che questi le sfiorassero? La risposta sta nella suddetta assoluta volontà giapponese di non aprire un terzo fronte con la Russia (dopo quello cinese e quello contro l’Occidente) ed in un trucco legale. Tale trucco consistette nel rendere di proprietà sovietica e battenti bandiera dell’URSS le navi, ovviamente prodotte negli Stati Uniti, che viaggiavano tra la West Coast americana e Vladivostok. Si trattava ovviamente del segreto di Pulcinella, primo perché i giapponesi non erano sprovveduti, secondo perché il grosso degli equipaggi fu sempre americano. Ciononostante il “trucco” resse fino all’agosto del ’45. Se il Sol Levante avesse aperto le ostilità anche contro l’URSS, tagliando il cordone ombelicale americano, è altamente probabile che la Russia comunista sarebbe crollata di fronte ai tedeschi, ma è anche certo che la controffensiva statunitense avrebbe fatto a pezzi il Giappone ancor più velocemente di quanto non fece.

Bibliografia:

Tutta la Seconda Guerra Mondiale” Volume II, Selezione dal Reader’s Digest, 1966, Milano.

Russia in guerra”, Richard Overy, Il Saggiatore SpA, 2003,Milano.

I generali di Stalin”, Seweryn Bialer, BUR, 2003, Milano.

I 900 giorni”, Harrison E. Salisbury, Bompiani, 1969, Milano.

Scontro di ali”, Walter J. Boyne, Mursia, 1997, Milano.

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