I fumetti in ‘camicia nera’. Di Mario Bozzi Sentieri.

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Ideologia e disimpegno nei fumetti del Ventennio fascista – Dal Corriere dei Piccoli a Romano il Legionario. L’Italia divisa tra autarchia e mode d’oltreoceano.

Alla famiglia  del Duce  piaceva Topolino. Lo ricorda Rachele Guidi Mussolini  nelle sue memorie (Mussolini privato), segnalando che il creatore del topo più famoso del mondo, Walt Disney, “di cui Benito era un grandissimo ammiratore”, nel 1934, venne “a farci visita a Villa Torlonia”.

In realtà le visite furono due, a quel che scrive  Alessandro Barbera (Camerata Topolino),  studioso dell’ideologia del padre di Topolino, che riferisce come Disney incontrò Mussolini nel 1932 e nel 1937, confermando le sue attenzioni  nazional-rivoluzionarie, al punto che Marc Eliot (Il principe nero di Hollywood. Walt Disney) lo segnalerà poi come  simpatizzante del partito nazista americano e come aderente al comitato nazionalista e isolazionista “American First” e al suo capo Charles Lindberg.

Il legame tra il Duce del fascismo e Topolino apparve ancora più significativo, nel 1938, allorché venne lanciata la campagna per l’italianizzazione della produzione fumettistica, dopo il “Congresso Nazionale per la letteratura infantile e giovanile”, presieduto da F.T. Martinetti, che redasse,a conclusione, il “Manifesto della letteratura giovanile”, ispirato ai valori patriottici, religiosi, etici e politici del momento.

Quando Ezio Maria Gray, allora funzionario del Ministero della Cultura Popolare, sottopose allo stesso Mussolini l’elenco dei personaggi da “epurare”, il Duce restituì il foglio con la postilla autografa: “Eccetto Topolino”. Pare infatti che, ben oltre le affinità politiche del suo creatore, i fumetti disneyani fossero di casa a Villa Torlonia. Romano Mussolini era abbonato a Topolino. Anna Maria aveva visto pubblicato un suo disegno nella piccola posta. Vittorio era in procinto di curare la riduzione a fumetti, su Paperino, con i disegni di Walter Molino, di “Luciano Serra pilota”, l’eroico film di Goffredo Alessandrini.

La vicenda familiare e politica del legame tra la famiglia Mussolini e Topolino è significativa del più vasto  rapporto tra il fascismo ed i fumetti, un rapporto complesso ed alterno, così come fu il rapporto tra cultura e fascismo, tra impegno e disimpegno , nell’Italia del Ventennio.

 Fino alla fine degli Anni Venti  il mondo dei “giornalini” illustrati era stato  monopolizzato, in Italia,  dal Corriere dei Piccoli , uscito il 27 dicembre 1908 come supplemento del Corriere della sera. Di “nuvolette”, i balloons espressione tipica dei comics d’importazione statunitense, neppure l’ombra. A tenere il campo erano  le rime baciate, poste a didascalia di storie brevi, adattamento delle tavole di autori americani, a cui si affiancarono quelli italiani (Antonio Rubino, Attilio Mussino, Sergio Tofano, lo Sto, creatore del Signor Bonaventura).

Il quadro era quello di una cultura perbenista, fatta di poesia e di “buoni sentimenti”, nel quale la politica entrava solo in momenti eccezionali per la Nazione, quali la guerra di Libia ed il primo conflitto mondiale, a cui il Corriere dei Piccoli partecipò, sul primo fronte (1912), con Gian Saetta bersagliere , sul secondo (1915-1918), attraverso le storie di Italino in lotta contro gli asburgici Kate e Kartoffel Otto, per poi ritornare all’ ordinarietà borghese una volta conclusasi la guerra.

Di ben altro livello la sfida portata avanti dal fascismo, sistema politico ed ideologico, che – per dirla Renzo De Felice – si è distinto dai regimi reazionari e conservatori per la “mobilitazione e la partecipazione delle masse”, anche quelle giovani e giovanissime, attraverso i diversi strumenti della propaganda.  

Non poteva sfuggire a questo tipo di esigenza, il mondo dei fumetti, che venne subito“mobilitato” di pari passo con il rafforzamento dell’allora Ispettorato Generale Balilla (poi Opera Nazionale Balilla), attraverso il Giornale dei Balilla, uscito a Milano, con veste settimanale, il 18 febbraio 1923, per poi trasformarsi, due anni dopo, in Il Balilla, a cui si affiancherà, nel 1927, Piccola Italiana, il settimanale per le giovanissime leve del littorio.

“Non si conquista per sempre l’anima della Nazione – si può leggere nella nota direzionale di saluto del Giornale dei Balilla, a firma di Dino Grandi e Francesco Meriano – se non si cura l’educazione intellettuale e morale dei fanciulli e dei giovinetti, se non si coltivano i vincoli sacri che uniscono l’una generazione all’altra, l’una all’altra età. Per questo, o fanciulli d’Italia, il Fascismo vi predilige, vi vuole forti, sereni, contenti di vivere”. Per realizzare questa “educazione intellettuale e morale” Il Balilla , graficamente simile al Corriere dei Piccoli, sviluppò un significativo mix tra scritti di carattere storico-politico, tesi ad esaltare le glorie italiane e le realizzazioni del fascismo, fumetti “impegnati” e storie di pura evasione.

Tra i primi le storie in fez e camicia nera di Mimmo Piangimai, Fasciolino di Muggiani, Lio di Rubino, Peperino di De Seta, Bobo, Saetta, Sì e Se, i due divertenti  fascisti dal volto umano, uno alto e magro, l’altro tondo e grassoccio. Tra i secondi la famiglia Cocorito, Capottino, ragazzo maldestro, Pasqualino e Pasqualone, Massadeo e Massadea, due coppie paesane sempliciotte, Michelangelo  Leonardelli, inventore giramondo.

Tutte le “strisce” erano di produzione nazionale e vennero a rappresentare un utile terreno di sperimentazione per una generazione di fumettisti, costretta, di lì a poco, a fare i conti con le nuove esperienze d’oltreoceano, con i fumetti propriamente detti, segnati dalle classiche “nuvolette”.

In questo senso, a partire dai primi Anni Trenta,  si può parlare di una vera e propria integrazione tra fumetti d’importazione e fumetti nazionali, tra storie di evasione e produzioni più strettamente politiche.

Anno di svolta il 1932. Fu allora che l’editore Vecchi pubblicò il giornaletto Jambo con storie di origine inglese, adattate. Tipico l’esempio del fumetto Lucio l’avanguardista, edizione nazionale di una creazione dell’inglese William Booth, che narrava le avventure di un ragazzo sul continente nero. Ancora nel 1932, Nerbini di Firenze uscì con il settimanale Topolino (comprato nel 1935 da Mondadori), su cui comparvero, dopo un esperimento di produzione italiana da parte di Vitelli e Toppi, le autentiche strisce di Walt Disney.

Walt Disney.

Nel 1933 De Vecchi lanciò  Rin Tin Tin. Nello stesso anno i fratelli Del Duca pubblicarono Il Monello. De Vecchi, intenzionato ad estendere la sua iniziativa editoriale, uscì anche con Tigre Tino, Bombo (divenuto, nel 1935, il Cine Comico, con le storie di Braccio di Ferro), Primarosa per ragazze. L’ avvenimento fumettistico di quegli anni fu però l’apparizione del settimanale L’Avventuroso, uscito, nel 1934, presso Nerbini, che arrivò a sconvolgere il panorama della stampa a fumetti nel nostro Paese, affermando un prodotto d’importazione.

Attraverso personaggi “made in Usa”, quali Gordon, l’Agente X9, l’Uomo Mascherato, Jim della Giungla,  anche in Italia venivano ad essere prodotti albi interamente a fumetti, aperti al più vasto pubblico dei lettori, giovani e meno giovani, ben lontani dalla scuola didascalica del Corriere dei Piccoli. Sulla scia di Nerbini, altri editori seguirono l’esempio (Mondadori, i Del Duca, la Saev), provocando l’immissione sul mercato italiano di storie nuove, di autori fino ad allora sconosciuti, ma soprattutto introducendo uno “stile”, che negli Stati Uniti si era già affermato da anni , con grande successo di pubblico.

Grazie a questo cortocircuito culturale, l’Italia iniziava ad appassionarsi ai comics, si riconosceva nei nuovi beniamini a fumetti, imparava a decodificarne il linguaggio. Nello stesso tempo venivano ad emergere autori nazionali: Canale, Carlo e Vittorio Cossio, Caprioli, Alberelli, Chiletto.

Ai temi ed ai personaggi d’importazione si sommarono  e si sovrapposero storie e contesti più legati alla tradizione italiana, mentre l’avventura a fumetti diventava a sfondo politico-moraleggiante, non sfuggendo ad un’interpretazione, allora predominante, del fascismo  visto quale continuazione ed integrazione del Risorgimento, come esce fuori, ad esempio, da I ragazzi di Portoria di Vichi ed in decine di altre storie, le quali, pur limitandosi alla narrazione delle glorie passate, invitano il lettore a compiere un facile passaggio psicologico: dalle glorie di ieri a quelle di oggi, protagonista il popolo italiano, interprete cosciente il fascismo di Mussolini. In questa luce vanno, oggi, lette ed interpretate  tutte le ricostruzioni storico-politiche, che animarono il panorama fumettistico nazionale durante gli Anni Trenta.

La serie Valore italiano in tutti i tempi di Lorenzini-Fantoni, pubblicata su Giungla !, Gente nostra di Marco Spada, Oltre Oceano di Chiarelli e Vichi e le altre centinaia si storie a metà tra il fantasioso ed il verista, vengono tutte a costruire, attraverso l’identificazione collettiva, il consenso politico e a fotografare il consenso già acquisito. E’ la mistica delle masse, è la festa rivoluzionaria trasferita sulle tavole disegnate e resa immediata dal fumetto.

La volontà “pedagogica” di molte storie non fa tuttavia venire meno la loro capacità evocativa e la loro forza creativa, anche attraverso  personaggi non saltuari, spesso con risultati di tutto rispetto, in grado di competere con le creazioni d’oltreoceano.

Tra questi, particolarmente significativi, Dick Fulmine di Carlo Cossio e Romano il Legionario di Caesar (Cesare Avai), sui quali si è scagliata la critica fumettistica postbellica, puntando più che su un’analisi realistica delle storie e dei personaggi su talune costruzioni ideologiche preconfezionate.

La violenza fascista troverebbe perciò una visibile conferma nei pugni di Dick, che, nato come surrogato degli eroi statunitensi, in realtà non inizia la sua carriera come personaggio “fascista”, ma opera come agente in borghese della polizia di Chicago e solo in seguito se ne staccherà per venire catapultato sui vari fronti di guerra. La sua risolutezza, il suo menar pugni non hanno, del resto, tratti sanguinolenti e truci, tanto che non è sbagliato paragonare le sue strisce – come ha fatto Claudio Carabba (Il fascismo a fumetti)  – alle teatrali  esibizioni  di Bud Spencer: “In un Albo giornale del ’41, Dick Fulmine in Siberia, c’è una pagina che ricorda singolarmente una sequenza del primo film Trinità. Al cinema l’enorme Bud Spencer, intruppato per caso in un gruppo di pacifici mormoni, incassa sorridente diversi schiaffoni sferrati da un prepotente messicano e solo dopo alcuni minuti su decide a reagire, stordendo l’incauto bandito con un colpo solo. Allo stesso modo Fulmine, confuso in mezzo ai prigionieri dei bolscevichi, resiste senza batter ciglio, poi improvvisamente risponde con un diretto preciso e formidabile che fa crollare di schianto il russo fra lo stupore dei compagni”.

Quando la verifica ministeriale interveniva non era certo per calcare la mano sulle scene violente. Viene a confermarcelo uno degli autori delle storie, Andrea Lavezzolo, chiamato a sostituire Vincenzo Baggio, creatore con Cossio di Dick Fulmine: “Il regime – ha ricordato Lavezzolo (citato da Franco Fossati, I fumetti in 100 personaggi) – non voleva che si raffigurassero scene di violenza a base di pugni in faccia. Ce la cavammo per un certo tempo scindendo in due la stessa scena. Nella prima parte, Fulmine mollava un formidabile pugno e nella seconda il nemico traballava e cadeva sotto l’effetto di uno scoppio con il rituale “bengh”. Il sistema durò poco. Fu allora che mi venne in mente una soluzione: se Fulmine non poteva più tirar pugni poteva farlo in sua vece un animale. D’accordo con Carlo Cossio, creammo il canguro Isidoro. Monelli che aveva avuto un’idea simile, pose in scena un gorilla ammaestrato ad affiancare il suo Furio Almirante. E giù botte !”.

C’era, in quei fumetti, molta più lealtà e sensibilità di quanto certa storiografia ci ha abituato a considerare, anche nelle vicende a sfondo bellico, vicende che vedono protagonista un altro personaggio cult dei fumetti del Ventennio: Romano il Legionario.

Disegnato dall’italo-tedesco Caesar (Cesare Avati), Romano comparve, per la prima volta, su Il Vittorioso, nel 1938 e da allora , senza subire sostanziali modifiche, seguirà tutte le vicende della guerra sui vari fronti (Spagna compresa), diventando l’esempio del soldato indomito e vigoroso, al servizio della Patria e della Croce, nello spirito della famosa “legge Vitt”, lo slogan proposto ai suoi lettori dal periodico cattolico, che ne ospita le tavole: “Lieti, leali, forti, vittoriosi !”. Lo spirito che anima le storie di Romano il Legionario è dunque tutt’altro che becero o bellicista, quanto improntato ad un profondo senso della cavalleria.

 Un esempio, tratto dalla sua prima avventura. Allorché, durante un duello con un aereo della “Spagna Rossa”,  si rende conto che le armi dell’avversario si sono inceppate, “Romano passa ancora, quasi in volo rovesciato e quando è vicinissimo saluta romanamente. Tuffa il suo caccia verso l’Ovest seguito dai suoi camerati…Il supersite rosso vola verso casa come  in un sogno. Egli ha compreso di quale spirito cavalleresco siano animati i valori legionari che combattono con eroica lealtà per l’ideale”.

Contenuti, tecnica, capacità rappresentativa (delle storie di Romano è famosa la cura con cui l’autore riproduceva ambienti e mezzi meccanici) : in pochi anni la nascente scuola italiana dei fumetti riesce a soppiantare i maestri d’oltreoceano, a cui si oppone anche il Ministero della Cultura Popolare, impegnato  a favorire la produzione autarchica di un settore in continua crescita.

 E’ del 1938 la circolare che impone l’ “abolizione completa di tutto il materiale di importazione straniera”, la “soppressione di quelle storie e illustrazioni che si ispirano alla produzione straniera” e la “riduzione alla metà delle pagine per la parte dedicata alla pura illustrazione con conseguente aumento del testo, finora quasi totalmente sacrificato”.

Al fondo c’è anche  la volontà di “fascistizzare” la letteratura giovanile e dunque anche i fumetti, secondo gli orientamenti marinettiani, sintetizzati nei quindici punti del “Manifesto della letteratura giovanile”,  tesi a sottomettere la verità storica all’orgoglio italiano (“per modo che tutte in tutte le narrazioni i nostri infortuni siano trattati con laconismo e le nostre numerose vittorie con lirismo”),  ad esaltare l’ottimismo, il coraggio fisico, l’amore del pericolo, la vita militare, l’adorazione del nuovo e, immancabile per il Padre del futurismo, “l’istinto e la velocità del movimento e la sempre più abituale religione della velocità”.

In pochi mesi i vecchi eroi statunitensi vennero così sostituiti dalle nuove produzioni nazionali. L’Avventuroso rimpiazzò Flash Gordon con “I tre di Macallè”, un fumetto di impronta coloniale, ambientato nel 1896. L’Uomo Mascherato, disegnato dallo statunitense  Ray Moore, venne reinterpretato da Roberto Lemmi. Mandrake si convertì alle esigenze dell’Asse, andando a Berlino in un’operazione di controspionaggio. Cino e Franco (i Tim Tyler’s Luck, la serie creata da Lyman Young) da membri della “Pattuglia dell’Avorio” si trasformarono in “giovani coloniali”. Si salvò solo – com’è noto – Topolino, per l’interessamento diretto di Mussolini, che resistette fino al 1942, anno dell’entrata in guerra degli Stati Uniti.

Nel frattempo il fronte dei fumetti si era già “mobilitato”, seppure a passo ridotto. La penuria di carta aveva infatti costretto molte testate a chiudere. Su altre, come il più politicizzato Balilla, erano comparse storie comiche, impegnate a ridicolizzare il nemico (Ciurcillone, Rusveltaccio, Stalino di De Seta). Topolino pubblicò Il mozzo del sommergibile disegnato da Caesar e poi da E. Dell’Acqua. L’estrema ridotta delle tavole disegnate in camicia nera fu la Rsi. Al Corriere dei Piccoli, che in prima pagina pubblicava le storie in rima dei bimbi modello, impegnati ad aiutare  le forze armate di Salò, si affiancarono l’Albogiornale e gli Albi dell’Audacia, entrambi editi dall’Editrice Cremona Nuova di Roberto Farinacci, e Fiamme, fondato nell’ottobre 1944 dalla rinata Opera Nazionale Balilla.

A farla da protagonista è  O’ Scugnizzo di Guido Zamperoni. Eroe disperato dell’ultima battaglia del fascismo, O’ Scugnizzo è un ufficiale rimasto nel Sud insieme ad un gruppo di uomini decisi a continuare la guerra di resistenza contro le armate anglo-americane. E’ interessante verificare come questa serie di avventure ebbe un riscontro nella realtà, visto che è effettivamente esistito un gruppo clandestino al Sud, comandato da Nando Di Nardo, che prese il nome di battaglia di O’ Scugnizzo.

Con Fiamme si conclude l’alterna storia dei fumetti in camicia nera.

Dalle prime esperienze, stile Corriere dei Piccoli, alle storie con le “nuvolette” molta strada era stata fatta,  a sottolineare come, anche in questo ambito, apparentemente marginale, il fascismo aveva dato  importanti segnali innovativi, dividendosi tra esperienze d’importazione e produzione autarchica, tra storie d’evasione e  comics impegnati, comunque contribuendo alla nascita di una vera propria “scuola italiana” del fumetto che, negli anni seguenti, avrebbe realizzato un proprio originale percorso, facendo emergere autori di livello internazionale, che, proprio durante il Ventennio, da giovani lettori o da acerbi creativi, erano cresciuti e si erano formati.

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