Breve storia dei cani in guerra. Di Monica Iughetti.

Soldato americano assieme al suo fedele 'camerata' a quattro zampe (Iraq).

L’abitudine da parte dell’uomo di utilizzare il cane come fedele e coraggioso compagno d’armi risale ad epoche remote. Antichi geroglifici egizi, alcuni dei quali datati 4.000 a.C., riportano scene di combattimento nelle quali sono raffigurate folte mute di cani molossidi a fianco di guerrieri. E in Mesopotamia, le mura dei antichi templi assiri mostrano anch’essi pregevoli bassorilievi di grossi mastini, con collari muniti di punte di ferro, immortalati dall’artista nell’atto di attaccare fanti e perfino cavalieri. (1) Molti cronisti dell’epoca greca e romana fanno poi esplicito riferimento all’utilizzo in guerra di mastini e molossi. Plinio il Vecchio narra di mute di cani feroci addestrati dai guerrieri colofoniani dell’Asia Minore ed impiegati contro i loro nemici Ionici. E sconfinando nella leggenda, sia Omero, nell’Odissea, e Virgilio, nell’Eneide, riportano episodi che videro partecipi cani da combattimento. Non bisogna dimenticare che “cani addestrati alla guerra”, ma anche lupi e leoni, per non parlare degli elefanti (notoriamente impiegati dai cartaginesi, dagli epirioti e dagli indiani) vennero utilizzati dalle città elleniche (soprattutto Sparta) nel corso dei loro frequenti conflitti e specificatamente durante la lunga Guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta (431 – 404 a.C.)

Per tutto il periodo tardo romano imperiale e il Medio Evo, i cronisti riferiscono di grandi mute di cani da guerra estesamente impiegate da più di un esercito (il capo unno Attila utilizzò una particolare razza di possente molosside per creare scompiglioi tra le file avversarie). Cani robusti ed aggressivi,  di razza o meticci, dotati di spessi collari in cuoio e ferro, piccole armature dorsali legate al ventre e all’addome con cinghie, e perfino piccoli emetti chiodati: cani agghindati, insomma, come i destrieri della cavalleria pesante partica. Altri resoconti dell’Alto e Basso Medioevo riferiscono di grandi gesta ‘canine’ e dell’usanza da parte dei cavalieri cristiani di dare onorevole sepoltura ai loro fedeli compagni d’arme. Fino al punto di fare riportare la loro effigie scolpita ai piedi delle loro statue. L’uomo, in buona sostanza, nel corso della storia ha sempre sfruttato – anche a scopi violenti – la naturale predisposizione del cane all’obbedienza e alla fedeltà al proprio padrone: doti queste che spesso hanno spinto questi amabili animali a patire fatiche indicibili e a sacrificare la propria vita, ovviamente non tanto per un ideale guerresco e tanto meno politico o ideologico, ma per l’affetto nutrito nei confronti dell’uomo.

Nel 1476, durante la guerra tra Burgundi e Svizzeri, i molossi messi in campo dagli elvetici contribuirono non poco alla vittoria di questi ultimi. Nel corso della battaglia di Merten, gli svizzeri schierarono circa 300 grossi cani addestrati al combattimento e tenuti a digiuno per un giorno intero, lanciandoli all’inseguimento dei fanti burgundi, duecento dei quali – almeno così sembra – finirono azzannati e sbranati. Nel 1518, re Enrico VIII d’Inghilterra, in conflitto con la Francia, ordinò l’arruolamento nell’esercito di 400 mastini muniti di collari di ferro dotati di lunghe punte. Anche l’esercito spagnolo di Carlo V utilizzò i mastini contro le forze francesi e, nel corso dell’assedio di Valencia, si verificò la prima battaglia dell’Evo Moderno fra cani appartenenti a due eserciti. Nella prima metà del XVI secolo, durante la conquista dell’Impero Incas, gli spagnoli del condottiero Pizzarro lanciarono centinaia di cani feroci e segugi contro gli eserciti e le popolazioni andine, già terrorizzate dai cavalli e dalle armi da fuoco.

Detto questo, fu l’esercito inglese il primo a selezionare le razze per adoperarle, a seconda delle loro caratteristiche, per impieghi specifici. I segugi (razza giunta nel 1066 in Inghilterra al seguito dei normanni di re Guglielmo il Conquistatore) furono scelti ed impiegati con successo per la ricerca dei prigionieri fuggiti o nelle operazioni di perlustrazione e di inseguimento. I cani preferiti dal sovrano normanno furono i grossi cani St. Hubert della Lorena addestrati per fare la guardia agli accampamenti o per effettuare inseguimenti.

Nel XVI secolo, l’esercito inglese disponeva di speciali reparti di addestratori con un vasto  “parco” di reclute canine composto da segugi, mastini e molossi (questi ultimi due utilizzati nei combattimenti). Un altro sovrano, Edoardo I, si innamorò anch’egli dei segugi, ordinando ai suoi generali di allevarli e curarli con la massima attenzione. Centinaia di cani appartenenti a questa razza vennero impiegati nelle frequenti guerre con gli scozzesi, dimostrandosi insuperabili nello scovare le bande ribelli nelle intricate paludi del nord del paese. Non solo. lungo i confini del regno, i segugi vennero impiegati per impedire infiltrazioni da parte delle tribù scozzesi (nel corso dei secoli, gli inglesi furono soliti impiegare intensamente i segugi anche contro le forze “ribelli” irlandesi e gallesi). Nel 1599, la regina Elisabetta fornì al conte di Essex un esercito di 22.000 uomini e una grossa muta di 800 segugi per reprimere una ribellione dei capi clan irlandesi. Ma anche in Europa centro orientale il cane venne ampiamente adoperato in guerra. Nel 1770, nei Balcani l’esercito ottomano utilizzò cani feroci contro le forze austriache. John Penn, il vice governatore della Pennsylvania propose una paga supplementare per “ogni soldato proprietario di un cane di robusta costituzione da impiegare contro gli indiani e nel 1779 William McClay, membro del Supremo Consiglio Esecutivo della Pennsylvania, ripropose l’utilizzo di molossi e mastini contro le tribù rivali. Nel 1813, il Re Filippo di Spagna ordinò che tutti i cani da guerra abbandonati dagli sconfitti austriaci a Mont Philippe e a Porto Etoile, fossero raccolti, nutriti, curati ed “arruolati” nel suo esercito Nel 1835, durante la Seconda Guerra dei Seminole, l’esercito statunitense impiegò 33 segugi inglesi allevati a Cuba per inseguire nelle paludi della Florida e della Luisiana gli indiani seminole e gli schiavi fuggiaschi (presso il Congresso degli Stati Uniti, la minoranza dei Quaccheri protestò però violentemente contro l’utilizzo dei segugi fatto dal generale Zachary Taylor contro gli indiani). Durante la Guerra Civile americana, sia i nordisti che i sudisti impiegarono diverse migliaia di segugi, adoperandoli soprattutto per inseguire i prigionieri fuggiti dai campi di raccolta. E pochi decenni più tardi, nel corso della Guerra Ispano-Americana del 1898, nelle fitte giungle di Cuba le pattuglie a cavallo dei Rough Riders di Teddy Roosevelt vennero affiancate da mute di segugi. Questi cani si rivelarono preziosi nella ricerca dei reparti spagnoli annidati nella foresta. I notevoli risultati conseguiti da questo sistema di ricerca indurranno negli anni a venire l’Esercito statunitense a mantenere nelle proprie file speciali reparti cinofili che verranno largamente impiegati durante la Seconda Guerra Mondiale nelle giungle delle Isole del Pacifico contro i giapponesi e più tardi in Vietnam contro i guerriglieri vietcong.

I cani dell’esercito italiano

Una coppia di cani addetti al traino di una mitragliatrice (Esercito belga, 1915).

L’utilizzo da parte dell’Esercito Italiano di unità cinofile risale alla Prima Guerra Mondiale, quando circa 3.500 cani vennero intensamente impiegati, principalmente dalle truppe alpine in Val Giudicarla e sul massiccio dell’Adamello. La maggior parte dei cani impiegati erano grossi e robusti incroci di circa 70/80 chilogrammi con contributi genetici della razza San Bernardo e di vari tipi di pastore. Il loro manto era lungo, folto e di norma bianco con striature rossastre. Molti di essi vennero dotati di mantelline di lana spessa per resistere al freddo delle alte quote. Venivano impiegati quasi esclusivamente per il traino di slitte cariche fino a 250 chilogrammi di viveri, materiali o munizioni o (dotati di speciali bastio) come animali da soma. In tal caso essi potevano trasportare  una ventina di chilogrammi di carico. Solitamente, una muta di 30 cani era in grado di trasportare al bastio quasi una tonnellata di rifornimenti. Tra il 1916 e il 1918, centinaia di questi generosi e fedeli animali persero la vita, alcuni per cadute nei crepacci e la maggioranza a causa delle granate e delle pallottole nemiche. Per i cani feriti in combattimento, l’Esercito istituì speciali ospedaletti. Una curiosità. Ogni cane “militarizzato” riceveva razione giornaliera eguale a quella degli altri soldati, e cioè: caffè e pane a colazione; brodo, carne, pane e acqua a pranzo, e carne, pane, zucchero e cioccolato a cena. Durante le ore di riposo gli animali venivano rinchiusi in speciali rifugi protetti a prova di granata.

Note:

(1) I primi cani di tipo molossoide hanno origini remote ed erano usati dagli Assiri  sia in guerra che per la caccia di grossi animali; erano caratterizzati dalle dimensioni imponenti,dalla forte presa mascellare e dal muso corto. Durante il VI secolo a.c. i molossi orientali giunsero in Europa per mezzo dei traffici commerciali dei Fenici e grazie alle loro caratteristiche si diffusero rapidamente. Vennero usati negli anfiteatri romani in combattimenti contro tigri,leoni e persino elefanti;muniti di una corazza si rivelarono molto efficaci anche in guerra. I romani esportarono i molossi nei territori conquistati e quando giunsero in Inghilterra, i molossi romani,incrociati con i cani dell’isola, diedero origine a cani ancora più forti e feroci e quindi ancora più adatti a combattere negli anfiteatri. In Inghilterra l’evoluzione del molosso proseguì dando origine al Bandog e all’Alaunt: due grossi cani usati per condurre il bestiame e dai guardiacaccia contro i bracconieri.

Bibliografia:

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  • Dyer, Walter A. (2006), Pierrot the Carabinier : Dog of Belgium, Meadow Books, ISBN 1-84685-036-3.
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  • Rohan, Jack (2006), Rags, The Dog Who Went to War, Liskeard, Diggory Press, ISBN 978-1-84685-364-7, OCLC 1348025.
  • Todaro, Giovanni (2018), Uomini e cani in guerra, dagli egizi fino alla Tripolitania italiana, Lulu Com edit. ISBN 9780244674533
  • Whitridge-Smith, Bertha (2006), Only A Dog: The True Story of a Dog’s Devotion to His Master During World War, Lightning Source, ISBN 978-1-84685-365-4.
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