Crimini e segreti di stato a Parigi. Di Cristina Bardella.

Eugène Sue.

Una Francia ottocentesca decisamente noir nelle memorie di un Prefetto di polizia.

Disprezzato da generazioni di critici letterari e di intellettuali in genere, recuperato dai primi teorici del post-moderno – sia pure “ironicamente”, parola d’ordine del movimento -, studiato dai sociologi della Storia e dagli storici delle Mentalità, il romanzo d’appendice è divenuto oggetto di analisi di per sé solo in tempi assai recenti: vedi i “Drames de Paris” di Ponson du Terrail, creatore del personaggio passato in proverbio di Rocambole ed egli stesso, intriso di ideali cavallereschi, incarnazione di un eroe da romanzo con la sua disperata ed inutile resistenza nel 1870 alla testa di un manipolo di uomini armati alla meglio dinanzi alle preponderanti armate prussiane.

Ma se altri cicli di letteratura una volta definita popolare sono ora al centro di un deciso interesse – Fantomas con il suo spirito visionario e soprattutto Arsenio Lupin, assai diverso dal personaggio televisivo e cinematografico poiché pervaso di esoterismo e riferimenti al mito del Re Perduto – il campione del feuilleton per antonomasia rimane Eugène Sue (1804 – 1857), l’autore dei celeberrimi “Misteri di Parigi”, pubblicati a puntate a partire dal giugno 1842 ed accolti da straordinario successo per le atmosfere tra gli echi del romanzo gotico più “nero” e gli eccessi rievocanti le notturne discese agli inferi parigini di Rétif de la Bretonne.

Non a caso il magnetismo di Sue attrasse Dostoevskij, che giunse a procacciarsi sette collezioni di opere dell’autore francese. Eppure esistono autentici “Misteri di Parigi” presi dalla realtà effettiva e sorprendentemente speculari al romanzo culto di Sue, scritti dall’uomo di punta della Prefettura di polizia, ovvero un testimone straordinario di fatti e retroscena della Francia dal Primo al Secondo Impero, passando per tre regni (Luigi XVIII, Carlo X, Luigi Filippo), nonché per due Rivoluzioni (1830 e 1848) e per la Seconda Repubblica (1848 – 1852): le Memorie di Paul Canler, riproposte dalla “Mercure de France”, la casa editrice sempre attenta a fornire documenti preziosi, poco conosciuti e dunque meno scontati, per la comprensione di periodi storici.

            Dalla prima infanzia, Paul Canler (1797 – 1865) seguì suo padre nelle campagne di guerra napoleoniche; nel 1811 si arruolò e a diciotto anni prese parte alla battaglia di Waterloo, descritta nelle Memorie in maniera vivida. Al ritorno dei Borboni venne accettato nei ranghi della polizia parigina dove trovò molti veterani dell’Armée votanti un culto segreto all’imperatore; intelligenza, capacità e dedizione lo avrebbero portato ai vertici dell’istituzione indipendentemente dalle vicissitudini politiche del suo tempo.

            Se il libro rispecchia in modo suggestivo atmosfere, gusti ed ambienti di tutta un’epoca, c’è da dire che la personalità di Canler si rivela a tutto tondo nella sua determinazione di contrastare il crimine per esigenza personale prima che professionale; e l’intento di redigere memorie comprendenti notizie tanto dettagliate sulle categorie di malviventi e le tipologie di reato si esplica con il fine precipuo di mettere in guardia il pubblico, stabilendo un’ulteriore visione speculare, qui tra lo scrittore/Prefetto di polizia ed il lettore/cittadino.

La prima edizione delle Memorie apparve nel 1862, quando Canler era ormai a riposo; l’opera suscitò scalpore anche presso l’autorità giudiziaria, che ravvisò la rivelazione di segreti d’ufficio, costringendo l’autore a rivolgersi a Napoleone III in qualità di reduce di Waterloo: il tribunale archiviò il procedimento previo il ritiro del libro, che avrebbe visto ancora la luce, postumo, solo nel 1882 per i tipi del libraio ed editore parigino Roy, quando il contenuto era divenuto ormai politicamente inoffensivo.

            Dal punto di vista storico, le Memorie offrono aspetti di sostanziale unicità. Per le sue convinzioni insieme di etica privata e funzione sociale, Canler deplora il fatto che enormi risorse economiche ed umane fossero state riversate sulla sezione politica a detrimento di indagini, ricerca e cattura di assassini, ladri, ricattatori e truffatori; il riferimento preciso riguarda l’arco temporale 1818 – 1830, dominato dal binomio Trono e Altare difesi, o espressi, secondo un detto che fece fortuna, dalla Sciabola e dall’Aspersorio.

Luigi XVIII, conscio delle trasformazioni sociali operate dopo il 1789, aveva dato prova di conciliazione immettendo nelle istituzioni della monarchia restaurata (e, significativamente, nella Corte) numerosi elementi provenienti dalla società e dai quadri del passato Impero. La fazione che sarebbe stata denominata “ultraroyaliste”, riunita intorno al fratello ed erede del re – il conte d’Artois, l’ex-brillante libertino degli anni precedenti la Rivoluzione trasformatosi in accanito devoto dopo la morte per tisi, a Londra, del suo grande amore Louise de Polastron ed il successivo ascendente dell’inquietante abate Latil – propugnava di contro un ritorno integrale all’antico regime agendo in primis attraverso la Congrégation, il braccio e la mente di un governo occulto, influentissimo all’interno della Francia e di considerevole credito presso gli Stati assoluti europei.

A questo riguardo Canler rivela il ruolo chiave, nella Conferenza di Aquisgrana del 1818 (dove la Francia aderì alla Santa Alleanza), del ministro-ombra degli Esteri, coadiuvato con solerzia nell’organizzazione di colloqui segreti e paralleli alle sedute ufficiali dai funzionari di polizia addetti al servizio ed alla sicurezza del vero plenipotenziario, mentre in patria la Congrégation operava incessantemente al fine di costringere Luigi XVIII ad abolire la Costituzione.

Sull’onda dell’emozione popolare, l’assassinio del duca di Berry, figlio del conte d’Artois, nel 1820 divenne la drammatica occasione per varare leggi eccezionali e limitare al massimo grado la libertà di stampa. Canler fornisce una testimonianza capitale – in quanto fonte interna e diretta – a proposito dei falsi complotti fabbricati dalla polizia, degli agenti provocatori, di ordigni rinvenuti nella reggia delle Tuileries con il presunto attentatore misteriosamente suicida in carcere, della preponderanza, e del budget, della sezione vigilante sulla condotta morale e religiosa dei cittadini che interagiva con la sezione politica, entrambe ispirate, indirizzate e rifornite di uomini dalla onnipresente Congrégation.

Come noto, nel 1824 l’avvento al trono di d’Artois con il nome di Carlo X sancì il trionfo degli “ultraroyalistes”, sino alla Rivoluzione del luglio 1830 e la conseguente ascesa alla regalità di Luigi Filippo d’Orléans – il figlio del “regicida” Philippe Egalité -, che avrebbe invece sancito il trionfo dei banchieri; priorità, riferimenti, obiettivi e scenari interni ed esterni sarebbero allora stati altri.

            Canler appare ossessionato dalla Congrégation, e ciò si spiega con i sentimenti bonapartisti mai sopiti pur nella attitudine di servitore dello Stato; quello assai meno spiegabile – detto per inciso – è che la stessa Congrégation attenda ancora, salvo errore, di essere studiata senza i preconcetti legati ad una leggenda nera stabilitasi anche con il contributo di Alexandre Dumas che ne ha permeato il “Conte di Montecristo”, il romanzo che dietro le coinvolgenti vicende di Edmond Dantès celava una forte valenza politica, percepita nel febbraio 1848 dai parigini in attesa giorno e notte davanti al teatro che rappresentava la riduzione scenica, e tale da divenire un caso di ordine pubblico, ricorda Canler, incrociando ancora una volta realtà e finzione.

            è peraltro innegabile che il fascino più sottile, involontariamente (almeno nelle intenzioni) perverso, di queste Memorie sia emanato dalla minuziosa classificazione di crimini e criminali che costituisce nel suo insieme l’affresco di una Parigi di tenebra dove il vizio è imperante e dove le vittime non sono sempre innocenti. Così, accanto alle descrizioni ed annesse risoluzioni di efferati omicidi, sfilano dodici categorie di ladri con relative specialità, attrezzi del mestiere e svariati esempi tratti da casi interessanti; ricattatori con ogni genere di variante, ed infine la catalogazione che appare quasi infinita della prostituzione femminile e maschile.

            Per Canler, uomo d’ordine più che di pubblica morale, chiunque ricerchi il vizio, o un piacere più articolato che dir si voglia, fatalmente si imbatterà nel crimine; ciò non esclude una frequentazione professionale con le maîtresses di case di tolleranza, dalle quali, pena la revoca della licenza, riceve una congerie di informazioni. Nulla di nuovo, visti i precedenti di Fouché e di Sartine, con la differenza che quest’ultimo, magistrato preposto alla polizia di Parigi con amplissime competenze e considerevole capacità organizzativa, nonché uomo colto e sofisticato collezionista di parrucche, sollecitava le confidenze delle maîtresses anche – forse soprattutto – per riferire segreti d’alcova a Luigi XV, che ne traeva sollievo nei momenti più critici dei suoi disturbi bipolari.

            Come una mise en abîme, i rimandi tra realtà e finzione non si esauriscono qui. Dopo avere letto gli appassionanti resoconti dei casi risolti da Canler, ci chiediamo infatti se Arthur Conan Doyle abbia avuto conoscenza di queste Memorie nella loro edizione del 1882. Sarà una singolare coincidenza, ma nella prima avventura di Sherlock Holmes, “Lo studio in rosso” (scritta nel 1886, edita nel 1887, ambientata nel 1881), una parola determinante è tracciata sul muro col sangue, cosa che Canler trovò davvero ispezionando la scena di un crimine; impossibile poi non notare gli informatori personali lanciati per le strade parigine e chiamati “i miei cosacchi irregolari”, quindi curiosamente omonimi ed omologhi degli “irregolari di Baker Street”.

            Alla stregua di Holmes, Canler fu molto in auge presso esponenti della società desiderosi di venire a capo di faccende spiacevoli senza clamore. Allora apprendiamo – elaborate in una struttura  molto, anzi troppo, simile a quella delle avventure narrate in seguito dal dottor Watson – vicende di ambasciatori che hanno subìto furti nelle sedi diplomatiche, dame di casata illustre in preda ai ricattatori, signori e signore derubati di gioielli storici, contesse ansiose di allontanare le figlie dalle insidie di seducenti stranieri.

            Contrariamente alle Memorie di Canler, ciò che è del tutto assente nelle storie di Conan Doyle è ogni riferimento alla prostituzione; e dire che gli anni del debutto e subitaneo successo del detective di Baker Street erano i medesimi in cui Londra era scossa dagli omicidi di Jack lo Squartatore e dal cosiddetto “scandalo di Cleveland Street”, dove, seguendo la pista di un furto, Scotland Yard aveva scoperto nel settembre 1889 una casa di tolleranza frequentata da uomini appartenenti alle vette dell’establishment britannico, che incontravano i fattorini dell’Ufficio telegrafico centrale.

            Nonostante il “Criminal Law Amendment Act” del 1885 che proibiva relazioni tra uomini anche se adulti e consenzienti – in base al quale Oscar Wilde nel 1895 sarebbe stato condannato ai lavori forzati dopo due processi spettacolo -, nessuno fu perseguito a termini di legge. Sia le indagini su Jack lo Squartatore che quelle su Cleveland Street furono condotte dall’Ispettore capo Frederick Abberline, uomo di punta di Scotland Yard che nulla aveva in comune né con l’ottuso Lestrade di Conan Doyle, né con il veggente dedito ad oppio ed assenzio dipinto da Johnny Depp nel film dal titolo italiano fuorviante (“La vera storia di Jack lo Squartatore”).

            Sui frequentatori del 19, Cleveland Street si è molto detto benché nulla di inoppugnabile sia trapelato grazie ad Abberline, il quale assai verosimilmente conosceva anche l’identità del massacratore di prostitute di Whitechapel; eppure, nelle sue scarne memorie scritte intorno al 1920, l’Ispettore capo menziona solo casi irrilevanti dal punto di vista socio-politico, ma curiosamente di genere “holmesiano” espresso con l’ottica professionale di Canler.

Cristina Bardella

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