Cina. Il declino del ‘Celeste Impero’. Le ‘guerre dell’oppio’: uno dei periodi ‘meno rispettabili’ della storia coloniale europea. Di Roberto Roggero.

Fumatrice cinese d'oppio.

Fin dai tempi più antichi, nelle civiltà orientali, l’oppio, ricavato dalle capsule del Papaverum Somniferum non ancora giunte a maturazione, era utilizzato nelle pratiche medicinali e in erboristeria, per la cura di malattie come asma, dissenteria, tosse cronica. I problemi iniziarono quando si diffuse la pratica di fumarlo.

Il vizio del fumo dell’oppio si era diffuso in Cina durante il 18° Secolo. L’incoscienza dei mercanti, non solo inglesi, nell’approfittare dell’occasione, è comunque una immagine della deformazione del libero commercio. D’altra parte il governo cinese era incapace di frenare l’importazione e il vizio del fumo d’oppio.

Dal 1800 al 1821 le importazioni di oppio erano in media di 4.500 balle (135 libbre ciascuna) all’anno. Nel 1838 erano diventate 40mila balle.

Il commercio con la Cina, e non solo quello dell’oppio, era molto lucrativo, anche se il monopolio della Compagnia delle Indie, contrastava con le richieste di altre ditte commerciali britanniche. Dal 1757, infatti, la Compagnia delle Indie era diventata sostanzialmente la prima multinazionale della storia, con una struttura capillare che comprendeva mercanti e mercati, finanziatori, funzionari di diversi livelli e un suo proprio esercito e marina privati e, in seguito alla battaglia di Plassey (dove fu sconfitto l’impero Moghul) aveva preso possesso sull’intero Bengala, aumentando il proprio potere internazionale soprattutto a danno della Francia, e avviando una intensa coltivazione dell’oppio per il suo proprio sbocco commerciale (e relativo lauto guadagno). Ciò portò il governo inglese a sciogliere la Compagnia, nel 1834, almeno ufficialmente. In questo modo, di fronte alle autorità cinesi di Canton i mercanti inglesi non avevano più un punto di riferimento, per cui Londra nominò allora un “sovrintendente”, Lord Napier, nobile ed ex-ammiraglio. Da questa nomina gli inglesi si ripromettevano di poter trattare con la Cina, alla pari, un accordo su problemi di interesse comune.

Dalle colonie portoghesi di Goa e Macao, i mercanti cominciarono un lucroso commercio, importandolo nelle regioni interne, soprattutto attraverso i fiumi navigabili, inizialmente per soddisfare la brama dei ricchi possidenti, che potevano permettersi il lusso di acquistarlo, e in seguito diffondendolo in tutti i ceti sociali, abbassandone il prezzo e, di contro, aggravando le condizioni economiche delle classi più basse. Tuttavia non si può imputare la responsabilità della diffusione dell’oppio ai soli, e pur avidi, mercanti portoghesi e occidentali in genere.

Esisteva, dal 1729, un editto imperiale che proibiva il commercio dell’oppio destinato ad essere fumato, seguito da un altro proclama ufficiale che ne vietava l’importazione e la produzione in territorio cinese ma, com’è comprensibile, gli enormi guadagni che derivavano dai traffici, rimaneva una prospettiva fin troppo allettante, non solo per i mercanti, ma anche per molti funzionari corrotti, per cui si diffuse una capillare complicità fra sistema amministrativo e contrabbandieri, che rendevano inefficaci le leggi promulgate dal potere centrale.

Poco tempo dopo, anche la potenza coloniale britannica intravvide possibilità sia di ampi guadagni, sia di poter disporre di una vera e propria arma per tenere le popolazioni sottoposte a occupazione lontane da ambizioni nazionaliste e da relative sommosse armate.

Nel corso del 17° Secolo scende quindi in campo la potente Compagnia delle Indie, che ottenne il monopolio del commercio dell’oppio dall’India, dove vengono impiantate ampie coltivazioni (per circa mezzo milione di ettari), alla Cina, con convenienti baratti con di grosse quantità di tè, tessuti preziosi e prodotti cinesi in genere, dei quali in patria vi era grande domanda. L’oppio giunse quindi anche in Inghilterra, con effetti disastrosi sulla società, insieme a un altra merce, il laudano, ed entrambi si diffusero a macchia d’olio fra tutti i ceti sociali.

Nel frattempo, in India e soprattutto nel Bengala, dove la Compagnia delle Indie aveva i propri laboratori per la raffinazione, la diffusione era favorita dal fatto che la Corona britannica non aveva prodotti locali, a parte il cotone, da scambiare con le merci cinesi, che dovevano quindi essere acquistate con metalli preziosi, la qual cosa andava a impoverire le risorse interne. I mercanti cinesi richiedevano in particolare argento, disponibile in minore quantità rispetto all’oro, che doveva quindi essere convertito, pagando le relative commesse. Di conseguenza, l’esportazione di oro da convertire in argento, influenzava anche la svalutazione della monta, con conseguenze estremamente negative sulla bilancia economica nazionale.

Per la Compagnia delle Indie, e per la Corona, il sistema era economicamente controproducente, per cui si cercò una necessaria e immediata soluzione, per quello che, a tutti gli effetti, era un commercio legalizzato, in risposta a una domanda funzionale, al pari di qualsiasi altra merce proveniente dall’Oriente. Andava evitata la profonda diminuzione di metalli preziosi, e bisognava riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti. In sostanza, ridurre un profondo deficit, pari a circa 100 milioni di once d’argento. Le risorse cinesi erano prosciugate, con conseguente stallo nella produttività e nel commercio, e soprattutto era aumentata vertiginosamente la povertà, poiché in Cina, le tasse venivano pagate in argento. Con la diffusione dell’oppio, dilagò anche la corruzione, che divenne una vera e propria piaga sociale, mentre in Inghilterra, il commercio dell’oppio faceva affluire, nelle casse reali, introiti pari al 15% dei guadagni complessivi del regno.

Per correre ai ripari, e contrastare lo strapotere dei commercianti occidentali, l’imperatore Dao-guang, della dinastia Qing dichiarò illegale l’oppio e il relativo commercio, inaugurando una massiccia campagna contro la corruzione e il contrabbando. Londra, in risposta, inizialmente tentò di normalizzare e ufficializzare le relazioni bilaterali, fino a quel momento non basate su un vero e proprio corpo diplomatico ma intessuti dagli stessi commercianti, nonché dalla stessa Compagnia delle Indie. Iniziativa per altro malvista dalla Cina, che non avrebbe tollerato un rappresentante ufficiale, perché aveva una posizione di evidente vantaggio nelle trattative con gli agenti di commercio, che avevano la propria sede a Canton, dov’erano in vigore pesanti dazi doganali sulle importazioni.

Primo e principale desiderio dell’Inghilterra era quello di aprire con la Cina un normale e riconosciuto canale di comunicazione che non fosse quello di vassallaggio e tributi, non ristretto, nell’ipotesi migliore, a quello di mercanti, ospiti temporanei, controllati dai mercanti cinesi autorizzati agli scambi. Queste erano, però, le uniche formule giuridiche accette alla corte di Pechino, e i tentativi inglesi di cambiare la situazione erano falliti. C’erano inoltre da chiarire problemi che riguardavano alcune pratiche penali cinesi, quali arresto arbitrario, tortura e pene corporali, inammissibili per il diritto anglosassone; solo per un modus vivendi non concordato, le autorità cinesi lasciavano spesso che i “capi” stranieri trattassero le cause penali dei loro connazionali. Non era poi previsto nessun modo per i mercanti stranieri di riscuotere i debiti contratti dai colleghi cinesi per prestiti o altro.

Nel luglio 1834 Lord Napier arriva a Macao e quindi si stabilisce a Canton, ignorando le disposizioni cinesi e di fatto, assumendo arbitrariamente l’ufficio di ambasciatore, non richiesto né approvato dai cinesi. Era una prima avvisaglia della spirale che avrebbe portato alla guerra, tuttavia, al momento, solo un sintomo dell’incomprensione reciproca fra due mentalità profondamente diverse, nella gestione delle relazioni internazionali. Nel 1837 Charles Elliot, nuovo “sovrintendente” inglese, cerca con più tatto di trattare alla pari con il governatore generale di Canton, ma non ottiene nulla di concreto.

La prima guerra

L’imperatore inviò quindi il proprio rappresentante ufficiale, Lin-Zexu, in veste di plenipotenziario per la provincia di Guang-dong, con l’ordine di stroncare il commercio dell’oppio. Come primo provvedimento, Lin-Zexu pretese la consegna di tutte le scorte, quindi ne ordinò la distruzione (20mila casse di oppio). Successivamente obbligò i commercianti britannici a firmare un trattato che vincolava a severe leggi imperiali la continuazione della loro attività, che sarebbe stata regolamentata dal potere centrale, e quindi non più basata sul contrabbando.

Il responsabile britannico, Sir Charles Elliot, da parte sua vietò ai suoi di firmare il documento e rifiutò ufficialmente la consegna di un marinaio inglese, accusato dell’omicidio di un cinese, facendone nascere un caso politico.

A Londra, le misure straordinarie adottate dall’impero cinese, provocarono aspre critiche, fomentate dalle drastiche azioni repressive del plenipotenziario cinese, e dalle rinnovate richieste di fare pagare una cauzione riparatoria a scopo preventivo, come garanzia contro futuri traffici di contrabbando, pena la ufficiale esclusione da ogni tipo di commercio.

Nel 1839, l’insistenza della potente Compagnia delle Indie (sempre attiva anche se ufficialmente sciolta) costrinse il governo britannico a dichiarare guerra, con l’ordine di Lord Henry John Temple Palmerston di una flotta di 40 navi a chiudere la foce del fiume Zihk Jing (Fiume delle Perle), per assediare Canton.

All’inizio di novembre la flotta inglese attacca la fortezza di Chuanbi, roccaforte della difesa di Canton, affondando tre cannoniere cinesi e, per rappresaglia, l’imperatore proibisce qualsiasi commercio con gli inglesi e, in risposta, l’ammiraglio George Eliot (cugino del sovrintendente Charles Eliot) porta la flotta verso nord, dando l’impressione di rinunciare a Canton, a causa delle invincibili opere difensive, mentre il realtà la mossa era dettata dalla situazione stessa nella città portuale, il cui clima politico andava contro gli interessi britannici, che quindi vollero aggirare il problema, puntando verso Pechino per altre direttrici.

Nel giugno 1840, una flotta con 15mila soldati inglesi, si presentarono d fronte alla fortezza di Amoy (oggi Xiamen, nella provincia di Fujan), con bandiera bianca per parlamentare. I cinesi, che ignoravano il significato della bandiera bianca, aprirono il fuoco e i britannici risposero, spostandosi poi ancora a nord, occupando l’isola Zhousan all’inizio di luglio, bloccando inoltre i porti alla foce dello Yangzi e fino al fiume Beihe, non lontano da Tianjin, dove contattano il governatore locale, Qisan, responsabile della difesa di Pechino. Desideroso solo di allontanare gli inglesi e convincerli a tornare a sud, Qisan si mostra conciliante, ma solo a parole, mentre gli inglesi sbarcano nelle province orientali e bombardao la foce del Beihe.

La corte comincia allora a sospettare che Lin Zexu abbia esagerato e che gli inglesi abbiano una parte di ragione. L’imperatore lo destituisce e invia Qisan a Canton per trattare con i rappresentanti britannici. Qisan pensa inizialmente che, per far cessare le ostilità, sarebbe bastato ripristinare i commerci, ma gli inglesi volevano di più, in particolare una base commerciale a Hong Kong per sottrarsi alle autorità provinciali di Canton e l’abolizione del sistema di rapporti internazionali basato sul sistema vassallaggio-tributi.

Qisan non può fare determinate concessioni e, a quel punto, la flotta inglese occupa il forte di Chuanbi e minaccia Humen, nelle vicinanze di Canton, obbligando il governatore Qisan a firmare la Convenzione di Chuanbi in quattro punti: cessione di Hong Kong, indennità agli inglesi di 6 milioni di dollari messicani, rapporti cino-inglesi su basi paritarie, riapertura del porto di Canton. Gli inglesi da parte loro restituiscono i forti occupati.

L’imperatore cinese non approva la Convenzione, ordina la deposizione di Qisan, nomina il nipote Yisan generale per la soppressione dei barbari e invia nuove truppe a Canton, ma Eliot gioca d’anticipo e occupa tutti i forti che difendono Canton. All’inizio di maggio i cinesi attaccano, ma da una posizione di svantaggio. Elliot assedia Canton. Yisan chiede la tregua e il 27 maggio 1841 firma un documento, con il quale si impegna a pagare 6 milioni di dollari in cambio dell’incolumità di Canton, e a ritirare le truppe a 100 km da Canton. Il destino di Hong Kong è rimandato ad altra data, ma gli inglesi istituiscono una loro amministrazione.

L’imperatore non accetta neppure questo accordo, ma gli inglesi, sotto la direzione del nuovo plenipotenziario Pottinger decidono di trattare solo dopo aver convinto i cinesi che è inutile combattere. La flotta inglese, con rinforzi dall’India, occupa Amoy, Dinghai, sbarca su tutta la costa orientale della provincia del Zhejiang, conquista Shanghai, risale lo Yangzi e, alla fine di luglio, occupa Zhenjiang. Di fronte a questo, l’imperatore accetta di trattare.

La difesa cinese non oppose particolare resistenza, le ostilità durarono non più di un paio d’anni, e si conclusero nell’agosto 1842 con il Trattato di Nanchino, firmato a bordo della HMS-Cornwallis, fra il delegato britannico Sir Henry Pottinger e i rappresentanti locali, Qing-Quying, Il-ibu e Niu-jian. L’evento apriva il cosiddetto periodo dei “trattati ineguali”, che di fatto sottoponevano gran parte dell’Oriente al volere delle potenze coloniali occidentali. Fra le altre condizioni, veniva decretata la fine del monopolio di Canton e il commercio veniva aperto anche ai porti di Xiamen, Shangai, Ningbo e Shamian, con abbattimento delle tariffe doganali e accesso a tutti i prodotti delle province meridionali, ma soprattutto veniva liberalizzato il commercio dell’oppio e ufficializzata la formazione di un corpo diplomatico, con un console inglese in ogni scalo marittimo. Ancora più importante, l’imposizione del pagamento di 21 milioni di dollari, a titolo di riparazione per i danni di guerra e per quelli patiti dai commercianti, e il passaggio dell’isola di Hong Kong alle autorità britanniche, con Henry Pottinger nominato primo governatore. Hong Kong è rimasta sotto autorità britannica fino al luglio 1997.

Il Trattato di Nanchino fu un vero e proprio macigno sull’economia cinese, in particolare perché aprì la strada ad altre potenze occidentali per lo sfruttamento delle risorse locali, in particolare Franca e Stati Uniti, ma creò anche un profondo risentimento popolare, sfociato nella Rivolta di Taiping, che causò diversi milioni di vittime, capeggiata dalla setta degli “Adoratori di Dio” fondata da Hong Xiquan, che si era proclamato “fratello di sangue di Cristo”.

Di fatto, il Trattato di Nanchino aveva comunque la priorità di adattare a pieno vantaggio britannico le regole del commercio, non solo dell’oppio, ma di ogni merce.

L’imperatore dovette anche liberare tutti i prigionieri britannici e concedere una amnistia generale per tutti i suoi sudditi che avevano collaborato con i britannici, i quali si impegnarono a ritirare i presidi armati da Nanchino e dalla zona del Grande Canale, ma solo dopo il pagamento della prima tranche del debito riparatore, mantenendo però guarnigioni in armi a Gulangyu e Zhoushan fino al pagamento dell’intero debito.

Inoltre, allo scopo di valorizzare maggiormente e appesantire le clausole di Nanchino, nell’ottobre 1843 fu stipulato il Trattato di Humen, che concedeva la extraterritorialità agli organismi britannici in territorio cinese, e ampliava le norme generali per il commercio, oltre al diritto di residenza per i commercianti, missionari, militari e diplomatici, con rispettive famiglie, in territori mai aperti prima agli stranieri.

Il trattato di Humen è passato alla storia come un manifesto dell’imperialismo colonialista, che ha di fatto aperto la via alle potenze occidentali in Estremo Oriente, concedendo libertà di commercio, a partire da quello dell’oppio.

La seconda guerra

Mentre il commercio dell’oppio riprese vigore, una serie di futili motivi, voluti o meno, portarono rapidamente allo scoppio del secondo conflitto, dal 1856 al 1860, con la Cina che si trovò a fronteggiare la coalizione Gran Bretagna-Francia, sostenuta politicamente da Russia e USA. La Francia, in particolare, trovò il casus belli sfruttando politicamente l’uccisione del missionario Auguste Chapdelaine, mentre Londra colse l’occasione, etichettando come “atto di guerra” la confisca del piroscafo “Arrow” che secondo le autorità, contrabbandava oppio, in violazione delle leggi vigenti e che era registrato (con validità scaduta) presso il Registro Britannico e con bandiera inglese, per cui sottoposto alle autorità coloniali di Nanchino. Il fine di inglesi e francesi rimaneva tuttavia quello di umiliare la Cina dietro motivazioni di carattere prevalentemente economico, ottenendo ulteriori concessioni a livello diplomatico, militare e soprattutto commerciale.

Le forze cinesi, di fronte alle rivolte locali di Taiping e all’aggressione occidentale, non furono in grado di prevalere e, nel dicembre 1857, al comando dell’ammiraglio Sir Michael Seymour, gli anglo-francesi occuparono Canton e di diressero verso nord, conquistando anche le fortezze della zona di Taku, porta di accesso alla capitale, Pechino. Nel frattempo, i ribelli Taiping formarono un possedimento indipendente con capitale Nanchino, mentre l’imperatore nominava Yeh Mingchen nuovo commissario plenipotenziario, il quale non nascondeva odio viscerale per i commercianti occidentali e che si impegnò profondamente nello stroncare i traffici, soprattutto di oppio. Fu infatti Yeh Mingchen a fomentare la vicenda della nave “Arrow” e a ordinare l’arresto dell’intero equipaggio. In risposta, il governatore di Hong Kong, John Bowring, richiese l’intervento armato, e la flotta dell’ammiraglio Michael Seymour giunse a bombardare le fortezze alla foce del Fiume delle Perle e la stessa Canton, senza però poterla occupare per la limitata disponibilità di truppe. Proprio a Canton scoppiò poi la rivolta nella quale molte proprietà di commercianti occidentali furono distrutte, fatto che portò Bowring a richiedere un nuovo intervento armato.

Nel 1858 la prima fase della guerra si concluse con i Trattati di Tiensin (o Tianjin), che imponevano l’apertura del commercio ad altri 11 scali marittimi, fra cui Niuzhuang, Danshui, Hankou e Nanchino, l’apertura di legazioni diplomatiche ufficiali a Pechino (fino ad allora proibita agli occidentali), e l’accesso a navi straniere verso le zone interne.

L’umiliazione non venne accettata dalla corte imperiale, che costrinse l’imperatore Xianfeng a reagire, ordinando al generale mongolo Sengge Rinchen di rafforzare le guarnigioni di Taku per impedire ogni accesso occidentale al territorio.

La risposta della coalizione non si fece attendere: nel giugno 1859 21 navi britanniche sbarco un contingente di 2.200 soldati, al comando dell’ammiraglio Sir James Hope, alla foce del fiume Hai, ma questa volta le difese locali tennero le posizioni e respinsero l’attacco. La crisi si risolse poi con l’arrivo di un ulteriore forza americana, diretta dal commodoro Josiah Tattnal (in violazione della dichiarata neutralità statunitense), che permise l’evacuazione degli anglo-francesi. Poche settimane dopo, circa 11mila soldati britannici e quasi 7.000 francesi, con 173 navi, occuparono i porti di Dalian e Yantai, attaccarono Beitang e conquistarono le fortezze di Taku, aprendo la strada per Pechino, dove i componenti della delegazione inglese erano stati arrestati e torturati.

Il 21 settembre 1860 le forze della coalizione occidentale agli ordini dei generali James Hope Grant e Charles Guillame Couisin-Monauban, marciarono sulla capitale cinese, sbaragliando le difese nella battaglia del Ponte Baliqiao. L’imperatore fuggì e gli attaccanti saccheggiarono la città, e devastarono le residenze imperiali.

Il 18 ottobre, fu firmata la Convenzione di Pechino, ratificata da Yi Xin, fratello dell’imperatore, dal principe Gong, dall’inglese Lord Elgin e dal francese Jean-Baptiste Louis Gros, decretando la cessione dell’isola Stonecutter e la parte meridionale di Kowloon. Alla Russia, che aveva sostenuto la convenzione con l’azione politica di Nikolaj Muravyov, andava la Manciuria Esterna e il territorio attraversato dal fiume Ussuri (provincia di Pimorje, nella Tartaria Orientale). Naturalmente furono ottenute nuove e più ampie concessioni per i commercio dell’oppio e diritti civili per la popolazione di fede cristiana, fra cui il diritto di possedere proprietà. Inoltre, libera navigazione lungo lo Yangtze Kiang; pagamento di due milioni di talleri d’argento alla Francia e altrettanti alla Gran Bretagna; divieto di definire i commercianti e i residenti occidentali con il termine “barbaro”, e diverse altre limitazioni.

Da parte loro, gli Stati Uniti non tardarono ad approfittare della situazione, assumendo un atteggiamento manifestamente protezionista, ampliando la propria flotta con lo scopo di dar vita a un vero e proprio impero commerciale, estendendosi nel Pacifico e in particolare verso le risorse delle numerosi arcipelaghi del Mare Cinese, facendo leva sul fatto di essere uno dei principali firmatari dei trattati, che utilizzarono per aprire oltre una ventina di concessioni senza avere l’onere dell’amministrazione di nessun territorio, anzi, rifiutando anche di assumere l’amministrazione di Shangai, offerta dall’Inghilterra, poiché la giudicarono economicamente svantaggiosa.

La Convenzione di Pechino, segnò il tramonto della dinastia Qing, alimentando le correnti nazionaliste che, da lì a poco, sarebbero state protagoniste delle future vicende politiche.

La seconda guerra dell’oppio, tuttavia, non favorì il commercio della sostanza per molto, perché verso la fine del secolo questo era già avviato al tramonto, poiché la sua importazione non era ormai più necessaria, in quanto vaste coltivazioni erano state impiantate nelle regioni interne dello Yunnan, rendendo inutile l’importazione.

Tra il 1861 e il 1866 anche altre nazioni riuscirono ad ottenere diversi benefici, sfruttando la debolezza della dinastia imperiale, come Prussia, Danimarca, Olanda, Spagna, Belgio e anche l’Italia.

L’arrendevolezza con cui il governo cinese aveva accettato tutte le imposizioni europee era dettato principalmente dalla drammatica piega presa dalla rivolta Taiping, che l’imperatore considerava molto più pressante delle concessioni commerciali e territoriali date agli occidentali, ma l’odio e l’umiliazione, troppo a lungo sopite, portarono alla deflagrazione alla fine del secolo, con la sanguinosa Rivolta dei Boxer, che unì il paese in un’ultima, accanita resistenza contro i colonizzatori occidentali.

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