L’eterna guerra della Turchia contro il popolo curdo. Di Michele Rallo.

Autoblindo turche in Siria.

Un’altra eredità della Prima Guerra Mondiale.

Di Michele Rallo

I trattati di pace seguíti alla Prima guerra mondiale – si sa – sono stati la causa diretta della Seconda guerra mondiale. Meno noto – invece – é che quei trattati siano all’origine anche di buona parte delle guerre che, in questa “era di pace”, hanno insanguinato il Medio Oriente fin dall’indomani dell’ultimo conflitto mondiale.

Parlo del “sistema di Versailles”. Ma, naturalmente, non dei trattati del versante europeo (Versailles, Saint-Germain, Trianon, Neuilly); bensí dei trattati, accordi e intese di varia natura con cui gli inglesi (garanti anche degli interessi dei cugini americani) ebbero sostanzialmente ad impossessarsi dei domíni afro-asiatici dell’Impero Ottomano. Con i francesi in veste di utili idioti, e con noi italiani esclusi da tutto, quasi che non fossimo una delle “grandi potenze” che avevano vinto la guerra.

Orbene, pure il conflitto esploso in questi giorni con l’aggressione turca contro i Curdi non fa eccezione. Anche questa guerra é figlia del sistema di Versailles.

UN PO’ DI STORIA…

Cominciamo col vedere chi sono i Curdi, dal momento che non si troverá traccia di un loro Stato sulle carte geografiche. I Curdi sono una popolazione di circa 40 milioni di individui, etnicamente appartenenti al ceppo iranico (quindi non sono arabi), e praticanti la religione musulmana in un’ottica notevolmente influenzata dagli standard occidentali e laici (si pensi al forte grado di emancipazione femminile). Sono stanziati nel Kurdistan (ovvero Paese dei Curdi) che tuttavia non é ufficialmente censito negli annuari geografici, giacché – come vedremo – fu deciso di dividerlo in quattro tronconi, assegnati a quattro Stati diversi.

E veniamo agli eventi che sono a monte della tragedia odierna.  Tutto iniziava, all’indomani della Grande Guerra, dalla spartizione delle spoglie dei vinti; e in particolare – per l’argomento di cui trattiamo oggi – dalla spartizione delle province arabe dell’Impero Ottomano. “Spartizione”, in verità, è un termine inadatto, perché nei fatti si trattava dell’acquisizione di quasi tutto da parte di una sola alleata, l’Inghilterra; della tacitazione con un piatto di lenticchie della seconda alleata, la Francia; e della maramaldesca esclusione della terza, l’Italia.

É essenziale tenere ben presente che, fino a prima della Grande Guerra, l’Impero Ottomano si estendeva su tre continenti: dai Balcani all’Anatolia, al Medio Oriente, all’Egitto (ancorché assoggettato all’occupazione “provvisoria” dell’Inghilterra).  Adesso, nel maggio 1919, approfittando di una momentanea – e polemica – assenza dell’Italia dalla Conferenza della pace di Parigi, l’Inghilterra (che tutelava anche gli interessi statunitensi) e la Francia si accordavano per spartirsi – con la formula ipocrita dei “mandati internazionali” – le colonie tedesche e le regioni arabo-ottomane. Qualche briciola ai giapponesi nel lontano Pacifico e nulla all’Italia, che si voleva così punire per aver osato opporsi all’assegnazione di Fiume al Regno Serbo-Croato-Sloveno. Alla Francia – come già detto – un piatto di lenticchie: la Grande Siria, comprensiva anche del Libano, che si saldava al Kurdistan (poi cancellato) e ad una “zona d’interessi” nell’Anatolia sud-orientale (poi abbandonata precipitosamente di fronte all’avanzata di Atatürk). Tutto il resto all’Inghilterra, forse per diritto divino.

Fino a quella data, comunque, il Kurdistan era destinato ad essere una entità unita ed autonoma, sotto la sovranità teorica della Turchia e sotto il protettorato effettivo della Francia. Questo, nelle grandi linee. Per i dettagli, si rimandava tutto ad una successiva “Conferenza interalleata”, la quale avrebbe dovuto occuparsi anche del destino della Turchia, che l’Inghilterra avrebbe voluto praticamente cancellare dalla carta geografica.

Se nonché, proprio in quei mesi, si verificava un fatto di non poca importanza: nella regione kurda di Mosul veniva scoperto il petrolio, tanto petrolio. E, allora, inglesi e americani non potevano certo consentire che quel tesoro finisse – tramite il mandato sul Kurdistan – in mani francesi. Tutto lo scenario mediorientale stabilito in precedenza, perciò, doveva essere cancellato, e la carta geografica del Medio Oriente ridisegnata ex novo.

Quando nell’aprile 1920, cosí, si teneva in Italia, a San Remo, l’annunciata Conferenza interalleata, il Kurdistan autonomo (in ámbito turco e sotto protettorato francese) veniva ridotto prima ai minimi termini, salvo poi sparire del tutto. Le sue regioni non petrolifere erano divise fra la Turchia, la Persia (oggi Iran) e la Siria. Le sue regioni petrolifere, invece, erano accorpate al territorio arabo-sunnita di Baghdad e a quello sciita di Bassora. Insieme, le tre regioni – che non avevano nulla in comune – erano racchiuse in uno Stato artificiale cui veniva dato il nome (persiano) di Iraq. Naturalmente – inutile dirlo – il relativo “mandato” era assegnato all’Inghilterra.

La Francia – depredata anche delle lenticchie – non faceva una piega. Incassava quest’altra scorrettezza (non certamente la prima!) da parte dei fedeli alleati britannici, continuando disciplinatamente a svolgere il ruolo – come più tardi dirà Mussolini – di “cameriera dell’Inghilterra”. A onor del vero, riceverà poi una specie di liquidazione per il suo cessato servizio in Kurdistan: il 25% delle azioni di due compagnie petrolifere, la Turkish Petroleum C° e la Anglo-Persian Oil C°; una inezia, a fronte del fiume di denaro che scaturirà dai pozzi petroliferi iraqeni.

… E UN PO’ DI GEOPOLITICA

Naturalmente, non era questo l’unico pasticcio ascrivibile alla fantasiosa diplomazia mediorientale degli Inglesi; pasticcio le cui conseguenze nefaste sono ancor oggi pagate a caro prezzo dalle popolazioni arabe. Valga per tutti l’esempio della Palestina, promessa contemporaneamente agli Arabi (accordo McMahon-Hüsseyn del 1916) e agli Ebrei (dichiarazione Balfour del 1917). Ma certamente, dopo quello della Palestina, il caso piú macroscopico era quello del Kurdistan, una intera nazione, con una identitá ben definita, che era stata fatta sparire dalla carta geografica e spartita fra i quattro paesi confinanti.

Per i Curdi, naturalmente, le decisioni della conferenza di San Remo (poi aggravate dai trattati di Sévres e di Losanna) erano un brusco richiamo alla realtá. Svaniva il sogno dell’indipendenza e dell’unitá nazionale, e tornava l’incubo della dominazione di una potenza ostile. Una sola differenza rispetto al passato: non piú soltanto il contrasto coi turchi (e con gli armeni) ma, adesso, l’ostilitá piú o meno accentuata anche di autoritá centrali e popolazioni di altri Stati, allarmati dalle tendenze separatiste delle genti curde.

Iniziava fin da allora la disperata resistenza nazionale kurda contro le nazioni occupanti, resistenza che – nel tempo – ha talora dato vita ad episodi di vera (e crudelissima) guerra civile, incidendo pesantemente sulla vita politica e sulla stabilità dei quattro paesi interessati. Ricordo – fra gli altri episodi – la breve stagione della Repubblica Popolare Kurda in territorio iraniano (1945), il bombardamento con gas nervino dei guerriglieri peshmerga di Halabja in territorio iraqeno (1988), e soprattutto la lunga stagione di lotte politiche ma anche di sanguinario terrorismo attuata in Turchia dal PKK di Ochalan.

Fra tutti, i turchi sono stati forse i nemici piú duri. Soffrono ancora per essere stati costretti ad abbandonare il loro vastissimo impero coloniale e ad arroccarsi in Anatolia. Difendono, perció, ogni tentativo di insidiare l’ultimo ridotto anatolico, e lo fanno con la durezza della loro stirpe. I Curdi rimasti in Turchia, d’altro canto, non nascondono di sentirsi estranei al patriottismo turco, e fanno piuttosto lega con i loro connazionali residenti nei paesi confinanti.

Naturalmente, una situazione del genere é esplosa non appena – da pochi anni a questa parte – israeliani e sauditi, con il sostegno dei circoli neo-con americani, hanno tentato di imporre un progetto che mirava alla distruzione dei grandi Stati laici dell’area mesopotamica; peraltro con l’effetto collaterale (voluto o non voluto?) di favorire il dilagare dell’ISIS. L’Iraq, la Siria ed anche il piccolo Libano avrebbero dovuto sparire dalla carta geografica, ed essere sostituiti da una miriade di Stati piccoli o medio-piccoli, ritagliati in base alle connotazioni tribal-religiose dei diversi nuclei etnici. Uno di questi staterelli avrebbe dovuto essere un Kurdistan prima siriano e poi siriano-iraqeno (con esclusione quindi dei territori curdi di Turchia e Iran).

Naturalmente, israeliani, sauditi e americani sapevano benissimo che la Turchia non avrebbe mai tollerato che ai suoi confini si insediasse uno Stato curdo, che avrebbe inevitabilmente esercitato un fortissimo potere d’attrazione per i curdo-turchi. Lo sapevano tutti (ed anche il sottoscritto lo aveva ricordato su queste stesse pagine). Lo sapevano tutti, ma hanno fatto finta di nulla: probabilmente attendendo la frammentazione della Siria e il successivo intervento della Turchia per distruggere il mini-stato curdo.

L’intervento della Russia, peró, ha fatto fallire questo disegno. La Siria é rimasta unita, anche se gli americani hanno continuato a presidiare alcune zone – Kurdistan compreso – «per combattere l’ISIS».

Poi, gli sviluppi di questi giorni: gli americani hanno abbandonato il Kurdistan siriano, invitando cosí implicitamente Erdoğan ad invadere il paese.

Per fortuna, in Siria ci sono le forze russe che, insieme a quelle siriane, hanno preso posizione per arginare l’aggressione turca.

Mi viene alla mente un motivetto: «Meno male che Putin c’é…»

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